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Burocratismo? Dal burocratese (9/6/2010) «Unità
nazionale e coesione sociale non significano centralismo e
burocratismo»: lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano a Santena (Torino) nel suo discorso per la celebrazione
dell’anniversario della morte di Cavour. A parte centralismo,
che è parola più facile, vediamo come questo ennesino “ismo” ,
burocratismo, è trattato dai vocabolari. Telegrafico Zingarelli:
«Eccessivo sviluppo della burocrazia». Concetto, questo, che si ritrova
in Garzanti e in Devoto-Oli, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena. Però
questi tre vocabolari aggiungono un secondo significato, più
“personale”, perché, al di là dell’apparato, anche la persona singola
può cadere nel burocratismo. Illuminanti in proposito
Palazzi-Folena: «Mentalità ristretta e pedante, tipica del burocrate», e
Sabatini-Coletti: «Mentalità burocratica, rigidamente formalista, priva
d’iniziativa e aliena dall’assunzione di responsabilità individuali».
De Mauro, per parte sua, dopo il significato dell’ “eccessivo sviluppo”,
ne aggiunge un altro, secondo cui il burocratismo è anche:
«Parola o espressione che fa parte o ricorda il linguaggio
burocratico». Qui il diretto riferimento è alla lingua, anzi alle
lingue, sul modello di parole consimili, latinismo, anglicismo,
francesismo. Non per niente esiste il burocratese e
dunque un termine che ci perviene da questa “lingua” (ormai
può considerarsi tale a tutti gli effetti) può benissimo chiamarsi
burocratismo. Dal burocraticismo alla burotica (9/6/2010) Detto che
i vecchi vocabolari, una sessantina d’anni fa o giù di lì, si limitavano
generalmente a burocrate e burocrazia, va segnalato che De
Felice-Duro (1993), non bastasse burocratismo, registra anche
burocraticismo. Non registra burotica, che invece il più
anzianotto (1992) buon Palazzi-Folena riporta con una definizione
tuttora valida e che si ritrova nei vocabolari più aggiornati: «Insieme
di metodi e tecniche per l’automazione del lavoro d’ufficio attraverso
l’uso di macchine e sistemi elettronici e informatici». Burocrazia e Rigutini (9/6/2010) Dobbiamo
ringraziare i francesi, si fa per dire, se tutte queste parole con
l’elemento iniziale buro- sono entrate nell’italiano e,
in verità, in molte altre lingue. La parola madre è bureaucratie,
composta da bureau “ufficio” e -cratie “-crazia”. Facile
profeta il lessicografo e “Cruscante” Giuseppe Rigutini (1829-1903) che
nel 1886, in un suo saggio su I neologismi, scriveva: Dal buro- ai Buri (9/6/2010) Non si
finisce mai d’imparare. Fino ad ora abbiamo parlato di buro- ,
elemento iniziale per tutte le parole derivate da burocrazia, ed ecco
che De Mauro ci offre questa curiosità del buro, aggettivo e
sostantivo, per indicare chi (o che) apparteneva ai Buri, «antica
popolazione stanziata sulle rive del fiume Oder». Adesso nessuno voli
con la fantasia e pensi al nostrano burino, come a
un diminutivo di buro. Non c’entra nulla. Anche se l’etimologia
di burino è ignota e perciò chi vuol tentare azzardati
collegamenti faccia pure. Dal
burino al burrino …
(9/6/2010) A Roma l’insalataro potrebbe essere il venditore di insalate. Va invece diffondendosi in tutta Italia l’uso di questo termine, a prima vista romanesco, come aggettivo per definire i pomodori da insalata. Nei cartellini dei supermercati, nella pubblicità delle offerte speciali, è il momento del pomodoro insalataro. Non sappiamo se a questo nome corrisponda una categoria merceologica ben precisa di pomodori. Crediamo di no, vista la gran varietà di pomodori definiti “insalatari”. I linguisti, si sa, frequentano poco mercati e supermercati e dunque i vocabolari ancora non hanno preso atto che esiste il pomodoro insalataro.
Zingarelli e Garzanti pubblicano anche le fotografie di questo animale e
di questo bel fiore. Sì, perché parlando di anemone, occorre
individuare bene di chi, anzi, di che si sta parlando. Le confusioni
sono sempre possibili. C’è l’anemone di mare, che appartiene al
mondo animale, e più scientificamente è denominato attinia,
e c’è l’anemone (sia consentito) di … terra, ossia
il fiore e la pianta che contano numerose varietà. Zingarelli, nelle
tavole a colori in appendice, ne illustra tre, tra cui l’anemone
narciso, dai fiori bianchi, mentre in altre varietà sono rossi o
violacei. Chi vuole approfondisca anemone nel vocabolario o, in
questi giorni, nelle cronache dei giornali. Anemone ambigenere (4/6/2010) In tema
di anemone qualche dubbio, qualche ambiguità non poteva mancare.
Maschile o femminile? Un anemone o una anemone?
Per Devoto-Oli solo maschile; per De Mauro maschile e femminile; per
Sabatini-Coletti, Garzanti, Zingarelli solo raramente femminile.
Insomma, se vi capita di scrivere un’anemome (con l’apostrofo)
potrete dire di non aver sbagliato. Ancora intercezione, in altro senso (4/6/2010) A
proposito di intercezione sinonimo di intercettazione (vedi
nota 25/5/2010) ci scrive il gentile
Osvaldo Meroni (facciamo i nomi di chi ci autorizza) per segnalarci che
il termine intercezione ha anche un altro significato in campo
medico-scientifico, in particolare nel campo della contraccezione, dove
sta a indicare ogni tecnica abortiva che intercetta l’embrione e ne
impedisce l’annidamento. «Bastava vedere su internet», aggiunge Meroni.
Il lettore ha ragione e lo ringraziamo per la segnalazione, però ci
consenta di dire che la nostra prioritaria fonte di informazione è, e
resta, il Vocabolario, non internet. In nessuno dei vocabolari presi
solitamente in esame abbiamo trovato il significato segnalato dal
lettore e ci siamo fermati lì. D’altra parte se per ogni parola che
trattiamo dovessimo prendere in considerazione tutti i significati,
anche specialistici, registrati da internet, le note che cerchiamo di
contenere in poche righe diventerebbero altrettante voci di enciclopedia
e, forse, annoierebbero. E poi non siamo all’altezza degli
enciclopedici.
Gambrinismo, pericolo birra
(4/6/2010) Non c’è,
semplicemente non esiste; in quanto il gattomammone (o gatto
mammone) è mammone non perché sia un “figlio troppo
attaccato alla mamma”, ma perché in questo caso mammome,
anziché da mamma, viene dall’arabo maymūn
“scimmia”, propriamente “scimmia gatto”, per le sue movenze. I
vocabolari sono concordi su questa origine di gattomammone,
segnalando che anticamente mammone stava a indicare una scimmia,
in particolare il macaco, di cui peraltro Zingarelli e De Mauro
registrano il sinonimo maimone. Dalla scimmia alla gattamammona (4/6/2010) Anche
gattomammone anticamente era solo una «varietà di scimmia non ben
identificata» (Sabatini-Coletti, Devoto-Oli). Successivamente il
termine ha assunto il significato di personaggio, animale immaginario,
«mostro delle favole, che si menziona per far paura ai bambini»
(Garzanti). Meticoloso, al solito, e per ciò lodevole, Garzanti
risolve i dubbi su come debba declinarsi gattomammone: al
plurale gattimammoni; femminile: gattamammona, al plurale
gattemammone. Smentendoci su quanto abbiamo detto prima, la
gattamammona potrebbe essere la mamma del gattomammone.
C’è mammone e mammona (4/6/2010) Per
esaurire l’argomento va detto che mammone è registrato dai
vocabolari anche come variante femminile del biblico mammona
(maschile o femminile), ossia «la ricchezza e i piaceri mondani, fatti
quasi oggetto di culto» (Zingarelli); estensivamente, con iniziale
maiuscola, «personificazione del demone tentatore della ricchezza» (De
Mauro). Alcuni linguisti non escludono l’influenza di questa
particolare mammona (dall’aramaico māmônā “ricchezza”)
sull’origine del gattomammone “mostro fantastico”. Chi frequenta gli scioscioni?
(4/6/2010) Per carità nessuno
pensi a una mancanza di rispetto verso l’istituzione (la Repubblica con
la erre maiuscola) e proprio nel giorno dedicato alla sua festa. Però lo
Sciogliscilinguagnolo ha sempre, anche oggi, un occhio attento al
Vocabolario e non può fare a meno di annotare un curioso significato, in
senso figurato, della parola repubblica. Significato non proprio
positivo, forse ignorato dai più giovani ma non dalle persone di una
certa età che ne hanno magari cognizione diretta derivata dall’aver
sentito in gioventù espressioni come quelle appresso riportate.
Significato, del resto, registrato da tutti i vocabolari, sia pure con la
premessa “disusato”, “familiare” o “scherzoso”. Dunque repubblica
è anche «disordine, confusione» (Zingarelli, Garzanti); «situazione» o
«luogo in cui tutti comandano e nessuno ubbidisce» (De Mauro,
Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena ); «stato di disordine e anarchia» (De
Felice-Duro); «allusione a manifestazioni di confusione o di licenza»
(Devoto-Oli). Per buona misura De Mauro aggiunge come sinonimi, in tal
senso, «babilonia, caos». E se non bastassero le definizioni di questa
particolare repubblica, ecco i modi di dire citati: «Questa
casa è una repubblica!», «Qui dentro è sempre una
repubblica!», «Non fate tanta repubblica!». Un vecchio repubblicano … con le ali (2/6/2010) E chi è costui? È
una di quelle curiosità che si possono trovare nei vecchi vocabolari,
più ricchi di curiosità di quelli attuali, dove l’abbondanza delle
parole nuove (spesso inglesismi assolutamente estranei alla nostra
lingua) va a scapito di altre informazioni. Sentite qua chi era questo
vecchio repubblicano: «Uccello conirostro dell’America
meridionale, notevole perché molti individui lavorano in comune alla
costruzione del nido, al riparo di una sorta di tetto fatto di steli di
piante e disposto sopra un albero: i vari nidi collocati vicino formano
una specie di villaggetto». Così, testuale, Zingarelli edizione 1935,
il quale dava anche il nome scientifico di questo volatile: plocĕus
socìus. Inutile dire che del repubblicano con le ali si sono
perse le tracce, sia in Zingarelli, sia in altri vocabolari. Dai
quirinalisti ai cremlinologi
(2/6/2010)
Ucronia fa rima con utopia (2/6/2010) … e con fantasia.
Sembrerebbe parola nuova, ucronia, ma non è. Zingarelli la
registra dall’undicesima edizione (1983), classificandola tuttora “rara”
come altri vocabolari. Per Sabatini-Coletti l’ucronia è un
«resoconto immaginario di fatti storici, attuato modificando i dati
reali e inserendo avvenimenti fantasiosi o fittizi». Un romanzo così
costruito si può definire con l’aggettivo derivato: ucronico.
Dunque ucronia, una via di mezzo tra utopia e fantascienza. Non
per niente la costruzione della parola riprende quella di utopia
(alla lettera “senza luogo”), laddove ucronia sta propriamente
per “senza tempo”, dal prefisso greco ou “non”, “senza” e da
khrónos “tempo”. I vocabolari solitamente l’attestano al 1903, ma
ucronia è parola più vecchiotta, se è vero quanto affermano varie
fonti accreditandone la “creazione” al filosofo francese Charles-Bernard
Renouvier (1815-1903) nel suo saggio Uchronie del 1876.
Un rio
non può essere che pravo
(2/6/2010)
Parola dai molti significati manovra, sia considerata singolarmente, sia nelle numerose locuzioni in cui entra. De Mauro di tali locuzioni ne elenca 12, tra le quali manovra congiunturale, manovra di bilancio, manovra fiscale, dimenticando di definire esattamente la manovra finanziaria che comunque potrebbe trovare una spiegazione nelle altre tre. Ma ormai, nel linguaggio corrente, influenzato dall’uso giornalistico, la manovra non ha più bisogno di aggettivazioni, intendendosi in senso assoluto «l’intervento del governo per lo più mirato al contenimento del disavanzo», come se la cava brillantemente Devoto-Oli in poche parole. Rimandiamo ad altri vocabolari per definizioni più particolareggiate. È invece il caso di rilevare che manovra, in tale significato politico-economico, è entrata nei vocabolari di recente. Palazzi-Folena (1992), De Felice-Duro (1993) non ne fanno affatto cenno, limitandosi ad altre manovre più consuete, da quelle variamente meccaniche a quelle militari e navali, fino alle manovre politiche o parlamentari che però hanno in questi vocabolari connotazione decisamente negativa, accomunate perciò alle manovre da corridoio, quindi svolte dietro le quinte e in modo poco corretto. Connotazione peraltro rimasta nei vocabolari aggiornati, vedi Zingarelli, che per questo uso figurato di manovra, a proposito di “manovra politica” parla di «maneggio, raggiro». In Zingarelli la «manovra economica del Governo» è entrata dalla dodicesima edizione (1993).
Una manovra nel senso negativo delle manovre politiche o parlamentari, che abbiamo visto sopra, potrebbe essere la spallata. Ancora una volta Zingarelli è stato il primo – scusateci, ma ogni tanto osiamo peccare di presunzione – ad accogliere la nostra segnalazione e a registrare dalla ristampa 2009 questo significato figurato del termine: «Mossa decisiva per mettere in una crisi definitiva qualcuno o qualcosa: dare una spallata al governo».
Berlusconi si tira
fuori. «Non ho mai pensato a nessuna spallata, è un termine che non ho
mai usato. È stato usato dalla stampa ma non mi appartiene», ha detto il
presidente di Forza Italia, secondo quanto riferiscono le agenzie. A
questo punto sarebbe interessante, ai fini linguistici, sapere chi per
primo ha usato spallata nel senso figurato di “manovra, tattica,
ribaltone o intesa tra forze politiche per far cadere il governo in
carica”. Un aiuto non viene dal Vocabolario, colpevolmente in ritardo.
Nessuno, anche dei più nuovi, registra questo significato “politico” di
spallata. Le definizioni si limitano a “urto dato con la
spalla” e “alzata di spalle”.
Pansotti, panciuti con le noci
(28/5/2010) Dal pansotto al pancotto (28/5/2010) Attenzione alle
solite stravaganti e pericolose interpretazioni del computer. Da
ignorante perfetto di gastronomia (in particolare di quella regionale) e
alieno dai piaceri della buona tavola, correggerà inevitabilmente
pansotto in pancotto. Il che – anche senza ricorrere al
Vocabolario – è cosa leggermente diversa, e più insipida, del
pansotto. Un errore in cui si cade spesso è
quello di volgere il plurale di superiora (nel senso di
consacrata, di suora a capo di una comunità) in superiori. No, a
la superiora corrispondono le superiore,
così come al superiore corrispondono i
superiori. Nei giorni scorsi, in sede di
ragguaglio sull’assemblea UISG (Unione Internazionale delle Superiore
Generali), alcuni media hanno continuato a parlare (e scrivere) di
“superiori”, come se fossero di sesso maschile. Forse l’errore è
motivato dal fatto che l’aggettivo superiore al plurale fa
superiori, tanto per il maschile quanto per il femminile. Ma la
differenza è data appunto quando si parte da superiora, aggettivo
o sostantivo. Si dirà allora: “Le madri superiore (o le
superiore) sono superiori, in quanto a bravura, ai padri
superiori”. Un esempio, ovviamente. Che non si sentano offesi i
superiori! C’è ingaggio e disgaggio (28/5/2010) Ingaggio
è parola venuta di moda per via delle “regole d’ingaggio” alle quali
devono sottostare i militari impegnati in missione. Deriva da
ingaggiare, a sua volta derivato dal francese engager =
arruolare, assoldare, scritturare, incominciare, impegnare, vincolare
ecc. In francese esiste, con opposti significati, anche dégager,
che in italiano può tradursi in: liberare, svincolare, sgombrare,
distaccare, disimpegnare. Dégager non ci ha dato “disingaggiare”
né “disingaggio” (che non esistono) ma solo disgaggio, termine
registrato dai vocabolari della lingua italiana con questo preciso
significato: “rimozione manuale di frammenti rocciosi pericolanti che
minacciano la sicurezza di strade, miniere, cave, specialmente dopo
l’esplosione di mine”. Come si vede, un significato ben delimitato,
che non lascia spazio ad altre interpretazioni. Perciò nessuno pensi
che oltre alle “regole d’ingaggio” ci siano anche le “regole di
disgaggio”. Intercezione uguale intercettazione? (25/5/2010) Ringraziamo Daniele Risaliti che ci
fa una domanda collegata a un argomento di attualità in questi giorni.
Il gentile lettore ha letto in un giornale intercezione al posto
di intercettazione e ci chiede se si tratta di un errore, un
refuso, magari non voluto, oppure si può dire, e scrivere, anche così:
intercezione, e, in questo caso, se c’è qualche differenza tra i
due termini. Che dire? De Felice-Duro a intercezione è chiaro e
immediato: «Forma meno comune di intercettazione». Sulla stessa
linea gli altri vocabolari consultati, i quali si limitano a
classificare intercezione “non comune” e a dare come sinonimo
intercettazione. Se una curiosità può dirsi, è che
intercettazione è parola più “moderna” rispetto a intercezione. I
vecchi Zingarelli (edizioni anteguerra) nemmeno la registravano,
limitandosi solo a intercezione. Palazzi-Folena, forse
“ringiovanendola” di troppo, data intercettazione addirittura al
1963 e intercezione al 1541. Quest’ultima datazione è avallata
da De Mauro e anche da Zingarelli, il quale, però, colloca
intercettazione al 1847. È comunque accertato che intercezione,
cronologicamente, viene prima di intercettazione. Per
concludere, nell’uso moderno, collegato al controllo e alla
registrazione delle conversazioni telefoniche, è preferibile
intercettazione. Chi proprio vuole fare l’originale, dica e
scriva pure intercezione. Nessuno potrà condannarlo, ma poi non
si lamenti se qualcuno gli fa notare di aver fatto un errore. Guerrafondaio, dai tempi dell’Abissinia (25/5/2010) Chi pensa che la parola
guerrafondaio sia nata nel ’68, gridata dai cortei studenteschi
all’indirizzo degli americani, “colpevoli” di aver scatenato la guerra
nel Vietnam, è fuori strada. La parola è più vecchiotta. Risale ai tempi
della guerra in Abissinia, l’attuale Etiopia. Girabecchino o girabacchino? (25/5/2010) Giriamo la domanda ai lettori. La
parola, quale che sia quella esatta, indica o un tipo di trapano a mano,
oppure la chiave multipla, sagomata a U o a croce, per allentare o
stringere i bulloni, in pratica l’attrezzo che ci occorre al momento di
sostituire una ruota della nostra vettura. Ebbene: girabecchino,
girabacchino, o anche, per buona misura, girabarchino? La
risposta nel Vocabolario o giù in fondo nella Confusione
delle lingue. L’ippobosca? È la mosca cavallina (25/5/2010) Alzi la mano chi,
leggendo in un qualsiasi testo, una frase come quella del titolo, non
pensi subito a un errore di stampa, sembrando a tutti più ovvio e
naturale che la mosca cavallina, per dire la mosca dei cavalli, debba
chiamarsi ippomosca anziché ippobosca. E invece no, si chiama
proprio così, con termine specialistico, ippobosca, dal nome
scientifico Hippobosca equina. Dove la seconda parte
della parola, -bosca, non c’entra nulla con le mosche, ma è un
derivato del greco bóskein “nutrire”, qui in senso riflessivo,
“nutrirsi”. La prima parte ippo-, greco híppos, vale
“cavallo”. Insomma, detto in parole povere, l’ippobosca si nutre
del cavallo, succhiandone il sangue. Alla larga dalle ippobosche! Ricordiamoci di scioccheggiare (25/5/2010) L’invito
non è a scioccheggiare – che a quello già ci pensano in molti, a
incominciare da personaggi politici e della Tv – quanto piuttosto a
ricordarsi che nella lingua italiana esiste questo verbo con il
significato di “fare lo sciocco”, “fare o dire sciocchezze”. È un verbo
poco usato, che Zingarelli segnala come antiquato, ma registrato anche
da De Mauro, Devoto-Oli, Palazzi-Folena. E forse, visto che c’è, sarà
bene incominciare a usarlo nei confronti dei tanti che fanno gli
sciocchi e dire, papale papale, che scioccheggiano. Attenzione a
non confondere scioccheggiare con scioccare (“causare uno
shock ”) che qui non c’entra per nulla. Anche se chi
scioccheggia, soprattutto in modo esagerato, alla fin fine potrebbe
scioccare (oltre che scocciare). Due “Rite” per Zingarelli (22/5/2010) Oggi 22
maggio è santa Rita, una delle sante più popolari in Italia.
Curiosamente Zingarelli cita due donne, con questo nome, che possono
considerarsi agli antipodi per quanto riguarda sia l’attività
professionale, sia il tipo di donna che l’una rappresenta e l’altra ha
rappresentato ma tuttora rappresenta nella memoria collettiva di molte
generazioni. Basta dire i lemmi dove sono ricordate: l’una a Nobel:
«Persona insignita del Premio Nobel: il Nobel
Rita Levi Montalcini»;
l’altra a sex symbol: «Rita
Hayworth è stata uno dei primi sex symbol del cinema americano». Due donne agli antipodi, ma entrambe affascinanti. Come tutte
le Rite, se così può dirsi al plurale. Alle quali, Rita (è meglio),
vadano i migliori auguri in questo giorno onomastico. Complicarsi la vita in -essa (22/5/2010) Ma perché
soldatessa, come a volte abbiamo ascoltato (e letto) in questi
giorni e non solo? Il femminile regolare di soldato – segnala
Garzanti – è soldata, e dunque al plurale i soldati e le
soldate, senza problemi. Di recente alla Radio Vaticana, in altra
occasione, abbiamo sentito l’orribile presidentessa, quando
basterebbe dire la presidente e via. Non si comprende perché,
dinanzi al femminile dei nomi, molti debbano complicarsi la vita andando
a scegliere la desinenza in -essa che spesso assume – avverte
ancora Garzanti – un tono scherzoso o valore spregiativo. E difatti
tutti i vocabolari a soldatessa danno anche il significato di
“donna autoritaria”. Passi per professoressa o dottoressa,
ma per altri nomi basta mutare la o in a e il femminile è
fatto, oppure, nel caso di nomi terminanti in e, lasciarli
invariati e definire il genere con l’articolo. Ministra, avvocata, sindaca,
magistrata, capitana …fino a la tenente, la sergente,
la caporale e dunque, appunto, la soldata. Evitando così il
rischio di dare a intendere che tutte le donne inquadrate in corpi
militari siano per questo “donne autoritarie”, come le soldatesse.
La vocabolariata? Meglio col vocabolarietto (22/5/2010) Nei Pensieri sul Vocabolario (vedi)
figurano vocabolarione, vocabolarietto e vocabolariata.
Passi per vocabolarietto, qualcuno potrebbe pensare che
vocabolarione è un termine inventato. Invece no, perché appare su
Palazzi-Folena e su Garzanti, Sabatini-Coletti, Zingarelli che
registrano anche vocabolariuccio. Non tutti i dizionari
trattano il Vocabolario allo stesso modo. Per De Mauro esiste solo il
vocabolario, per Devoto-Oli anche il vocabolarietto.
Pessimisti Garzanti, Sabatini-Coletti e Palazzi-Folena per i quali può
esserci anche il vocabolariaccio. Oltremodo gentile, invece,
Zingarelli, che prevede anche vocabolarino e vocabolariuzzo
escludendo vocabolariaccio. Infine la vocabolariata,
“colpo dato con un vocabolario”, non esiste. Però la costruzione
appare corretta e a qualcuno potrebbe far bene. Limitarsi a librate e aranciate (22/5/2010) Se non è
consigliabile dare a qualcuno una vocabolariata (parola troppo …
pesante e non riportata dai vocabolari) accontentiamoci, al più, di
dargli una librata. Il termine era regolarmente registrato dal
Novissimo Melzi (1957), dalle vecchie edizioni dello Zingarelli e
tuttora da Hoepli-Gabrielli, con questa
testuale definizione: «Colpo dato con un libro». Del resto, nei vecchi
dizionari, i “colpi” dati con qualcosa non si limitavano alla librata.
C’erano anche l’aranciata e la limonata, nel senso di
colpi dati rispettivamente con un’arancia e un limone. Zingarelli, ad
aranciata, ancora conserva tra i significati quello di «colpo
d’arancia» qualificandolo “antiquato”. Perché antiquato? Nella famosa
“battaglia delle arance”, che si tiene ogni anno a Ivrea, i contendenti
continuano tranquillamente a prendersi ad “aranciate”. Tristi tratte (18/5/2010) I tempi moderni hanno portato nuovi
significati alle parole, in alcuni casi significati negativi o comunque
peggiorativi rispetto agli originali. È il caso di tratta,
usata ormai in senso assoluto dai media quasi sempre in riferimento alla
prostituzione. Nei vecchi vocabolari ci si limitava alla “tratta degli
schiavi”, o “dei negri”, poi si è passati alla “tratta delle bianche”,
“dei minori”, anche se De Mauro segnala la locuzione “tratta delle
bianche” risalente addirittura alla 2ª metà del XIV secolo. Mali antichi
dunque. Per nuovi significati che compaiono nel Vocabolario, altri ne
scompaiono. Vediamone uno. La tratta dei pesci (18/5/2010) Zingarelli 1935 tra i significati di
tratta ne registrava uno ora scomparso (anche da altri
vocabolari): «Specie di pesca nel littorale adriatico che consiste nel
prendere con lunghissima rete un largo spazio, e tirarla dai due lati
alla riva a braccia e restringendosi». Testuale, compreso “littorale”,
per una definizione non proprio modello di chiarezza, ma comunque vale
la curiosità. De Mauro riporta ancora questo significato, cavandosela
telegraficamente: «Pesca con la sciabica» rinviando a sciabica,
alla quale anche noi rimandiamo. Littorale sì, ma non da littore (18/5/2010) Attenzione, vedi sopra, che
“littorale” non è un errore. I
vocabolari, oltre a litorale, registrano la variante littorale,
scarsamente usata. No, nessun collegamento con i fasci littori,
o littoriali (da littore) del periodo fascista.
“Littorale” sta proprio per “litorale”, nel senso di spiaggia, costiera,
riva. Lo sgombro occhione (18/5/2010) Se mangiate filetti
di sgombro in scatola leggete l’etichetta. Può darsi che invece di
mangiare lo sgombro comune, scomber scombrus, state mangiando lo
sgombro occhione, ossia lo scomber japonicus colias, detto
anche lanzardo. Nulla di male, ovviamente, sempre sgombro
è (e di qualità), a parte il nome scientifico più complicato. La
segnalazione è per i linguisti, i quali non leggono le etichette. Sui
vocabolari presi in esame non c’è traccia dello sgombro occhione,
denominazione obbligatoria (con tanto di decreto ministeriale) per
questa varietà di sgombri dagli occhi più grandi e dalle caratteristiche
macchie scure sui fianchi. È vero che a lanzardo alcuni
vocabolari (tranne De Mauro e Zingarelli, che riportano solo il nome
scientifico) specificano trattarsi dello sgombro macchiato, ma
tale denominazione non è usata commercialmente né prevista dalla
normativa. Dallo sgombro al grongo (o gongro o congro) (18/5/2010) Attenzione che si
può dire sgombro o scombro (entrambi sui vocabolari) così
come si può dire, passando ad altro ma restando in mare, grongo,
gongro o congro. Sono pesci, inutile nasconderlo, ottimi
per le zuppe e per gli … scioglilingua. Il grongo o gongro
è dell’ordine degli Anguilliformi e della famiglia dei Congridi (Conger
conger) da qui la variante congro riportata da Zingarelli e
De Mauro. Ha «carni ottime» (Devoto-Oli, De Mauro), «saporite e
delicate» (De Felice-Duro). Faccio solecchio (18/5/2010) O “mi faccio
solecchio”, secondo quanto annotano alcuni vocabolari che registrano
le due forme “fare solecchio” e “farsi solecchio”. Non si può dire “ti
faccio solecchio” poiché, non trattandosi di solletico, uno non lo può
fare ad altri, o comunque non rientra nella norma farlo ad altri.
Solecchio è il gesto di portare la mano tesa all’altezza delle
sopracciglia per riparare gli occhi dalla luce del sole. In italiano si
dice “fare (o farsi) solecchio”. È espressione non comune, che i
vocabolari registrano come “letteraria”, però non si può fare a meno di
rilevare l’estrema precisione della lingua italiana nel definire con una
parola determinati gesti. Chissà se l’equivalente di “fare
solecchio” esiste in altre lingue? Ancora Bordiga resinese (18/5/2010) Un caro lettore ci rimprovera perché parlando casualmente di Bordiga in una nota precedente (vedi) abbiamo citato la data di nascita ma non quella di morte! E ne fa una questione “storica” quasi accusandoci di aver voluto ignorare che quest’anno ricorre il 40° della morte (Formia, 23 luglio 1970). Nessuna intenzionalità da parte nostra (e difatti rimediamo subito). D’altra parte se abbiamo citato Bordiga è solo per un collegamento al termine resinese, null’altro. Non sappiamo, né possiamo andare oltre, consapevoli del detto “Calzolaio, non oltre la scarpa!”. Lo Sciogliscilinguagnolo è limitato al Vocabolario e …agli scioglilingua.
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Quegli scioscioni degli americani (4/6/2010) Un popolo e una lingua. Prendiamo da De Mauro: «scioscione: 1) al plurale, con iniziale maiuscola: tribù dell’America del Nord, originariamente stanziata tra il fiume Missouri e lo Snake, cui appartengono i Serranos; 2) gruppo linguistico che comprende la maggior parte delle tribù un tempo stanziate fra le Montagne Rocciose e la catena montuosa che si affaccia sulla costa occidentale americana. Dall’inglese Shoshones». Con le medesime informazioni anche Devoto-Oli registra scioscione, sia nel testo, sia in appendice tra i nomi delle popolazioni.
Come giri giri è sempre esatto (25/5/2010) Si può dire e scrivere, infatti, in tutti e tre i modi citati, anche se la forma più usata è girabacchino. Garzanti e Devoto-Oli registrano le tre versioni (perciò anche girabarchino), gli altri dizionari solo girabacchino e girabecchino.
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