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Monti, mercatista e Vocabolario
                                                          (18/11/2011)

Lo Sciogliscilinguagnolo si era interessato tre anni fa del professor Mario Monti per una sua affermazione circa il termine “mercatista”, affermazione poi citata, e confermata,  da altri due personaggi i quali avevano preso per oro colato quanto detto da Monti, sbagliando a loro volta per non aver consultato il Vocabolario prima di parlare, anzi, di scrivere.  Riproponiamo per curiosità le tre note uscite allora sull’argomento.


Tremonti cita Monti, e sbagliano tutti e due
                ARCHIVIO            (3/6/2008)  

In apertura di una lettera al direttore del Corriere della Sera, pubblicata sabato 31 maggio a pagina 3 del quotidiano milanese, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti scrive testualmente: «“Il termine mercatista non esiste in altre lingue”, ha affermato il professor Mario Monti nella sua bella intervista al Corriere della Sera di venerdì 30 maggio. Una affermazione vera. Fin troppo vera. Infatti il termine “mercatismo” non si trova neppure nei dizionari della lingua italiana!». 
Chi l’ha detto?  Prima di affermare categoricamente ciò, e con tanto di punto esclamativo, il ministro Tremonti avrebbe fatto bene a perdere due minuti del suo tempo prezioso per controllare le nuove edizioni di più vocabolari, almeno quelli monovolume maggiormente diffusi. Avrebbe visto che Garzanti registra sia mercatismo, sia mercatista.


Mercatismo nuovo, mercatistica vecchia                    ARCHIVIO             (3/6/2008)

Garzanti 2008 spiega così mercatismo: «Tendenza ad assecondare le logiche liberiste del mercato», e mercatista è «chi segue o sostiene il mercatismo», oppure, come aggettivo: «relativo al mercatismo: ideologia, politica mercatista».  Subito appresso viene mercatistica, parola sulla quale Garzanti non si spreca, definendola telegraficamente: «marketing».   Ma mercatistica, al contrario delle due precedenti, è parola vecchiotta, da tempo accolta in tutti i vocabolari.  Zingarelli la registra dall’undicesima edizione (1983) con la stessa definizione rimasta immutata fino ad oggi: «Disciplina che studia la promozione e l’organizzazione dei mercati di sbocco di merci e servizi».


Il vocabolario Garzanti ignorato dai “professori”
        ARCHIVIO             (10/6/2008)

Abbiamo già detto di Giulio Tremonti (vedi nota precedente) secondo cui la parola mercatista non si trova nei dizionari della lingua italiana.  Eccone un altro, che fa riferimento, come già il ministro, al Corriere della Sera e al professor Mario Monti.  Scrive Alessandro Litta Modignani su L’Opinione di giovedì 5 giugno: «Ha ragione Mario Monti quando fa notare sul Corriere della Sera che la parola “mercatista” non sta scritta in nessun vocabolario della lingua italiana».  
E ridagli!  Bravo, anzi tutti bravi.  Mario Monti sbaglia, affermando una cosa non vera (abbiamo visto che Garzanti registra sia mercatista sia mercatismo), gli altri due gli vengono appresso!
È chiaro che nessuno dei tre prima di affermare (e confermare) categoricamente: «in nessun vocabolario della lingua italiana», si è preso la briga di controllare, se non tutti i vocabolari, almeno quelli più diffusi e, tra questi, il Garzanti.
 

Mercatismo, tendenza per Garzanti, fiducia per Zingarelli                      (18/11/2011)

Torniamo al tempo presente.  Per mercatismo e mercatista Zingarelli è arrivato più tardi rispetto a Garzanti perché registra il primo termine dall’edizione 2010 (perciò dal 2009) e il secondo dall’edizione 2011 (uscita nel 2010).  Vediamo le due definizioni, la prima soprattutto, formulata in modo diverso da quella di Garzanti:  mercatismo, «fiducia nel libero mercato e nella sua capacità di regolare efficacemente l’economia» (con il rimando a confrontare liberismo); mercatista (aggettivo e sostantivo) «fautore, sostenitore del mercatismo».
 

Andare a rete…                                                                                  (18/11/2011)

… nel vocabolario, ovviamente.  Si vedrà che ogni vocabolario di reti ne registra un buon numero, magari elencandole alla voce rete (Garzanti) o anche illustrandole (Zingarelli, Palazzi-Folena) sotto la voce pesca. Sono tante le reti, da far pensare che la fantasia umana non abbia avuto limiti nel trovar sistemi per acchiappare i pesci. Rileviamo, però, che la bragagna l’ha trovata (nel senso che la registra) solo Devoto-Oli, con una definizione che più articolata e descrittiva non si può.  Vediamola assieme.
 

Devoto-Oli fa rete con la bragagna                                                       (18/11/2011)

Dunque la bragagna, per Devoto-Oli, è una «Rete impiegata nell’alto Adriatico specialmente per la pesca delle triglie, dei merluzzi e dei dentici; è costituita da un sacco piombato e mantenuto aperto per mezzo di cerchi di legno, che anteriormente si prolunga nelle braccia (due teli di rete mantenuti distesi mediante una serie di bastoni disposti trasversalmente)».  Ahimè, la bragagna è uno di quei casi in cui una semplice illustrazione avrebbe detto più di cento parole. Va comunque dato merito a Devoto-Oli, il quale aggiunge ancora: «Voce veneta».


Ricettazione di biscotti
                                                                        (18/11/2011)

Testuale da una confezione di biscotti: «… è un biscotto semplice e genuino con una ricettazione povera di grassi, particolarmente leggero e digeribile».  Evidentemente l’autore della frase deve aver ritenuto la parola “ricetta” troppo banale e ha preferito “ricettazione”.  Se nell’uso della lingua fossero previste penalità, dovrebbe essere condannato per il reato di … ricettazione.


Come ti cucino l
arista                                                                       (15/11/2011)

La “prova del cuoco” si potrebbe dire quella che proponiamo oggi nell’esaminare come i vocabolari “cucinano” l’arista.  Senza andare per le  lunghe diciamo subito che la prova la vincono a pari merito De Felice-Duro e Devoto-Oli con motivazioni diverse di cui diremo appresso. Ultimo De Mauro.  Tra i primi e l’ultimo gli altri vocabolari, con un punto di merito, però, per Garzanti, il quale nella sua “nota blu” è l’unico a specificare che, in questo caso, la pronuncia corretta è àrista.


Arista De Mauro                                                                                (15/11/2011)

Dispiace, ma va bocciato De Mauro: «Taglio di carne del maiale corrispondente alla schiena e al lombo».  Definizione telegrafica, tanto telegrafica che nulla dice del fatto che l’arista arrosto è una specialità tipica della Toscana, di cui almeno accennano, altrettanto telegraficamente, Zingarelli e Palazzi-Folena.  Sabatini-Coletti nomina solo la cucina toscana senza nulla dire circa il tipo di cottura.  Concordi questi vocabolari nel segnalare che l’etimologia della parola è “incerta” o “sconosciuta”.
 

Arista De Felice-Duro                                                                         (15/11/2011)

È la migliore definizione per completezza di particolari.  Chi si trovasse in mano l’arista con De Felice-Duro avrebbe anche la ricetta pronta per cucinarla: «Taglio pregiato di carne di  maiale, costituito dalla lombata con tutte le costole attaccate, cotto intero arrosto, in forno o allo spiedo, condito con sale, pepe, aglio e rosmarino: il piatto e il nome sono tipici della Toscana».  Questo vocabolario è l’unico a tentare una spiegazione dell’etimologia: probabilmente dal latino arista “resta” per l’aspetto simile a quello di una spiga.
 

Arista Devoto-Oli–Artusi                                                                    (15/11/2011) 

Ubi maior minor cessat.  Adagio latino sempre valido, che nel caso specifico potrebbe sommariamente essere tradotto:  “Dove c’è il maggiore esperto, è bene che anche il Vocabolario si metta da parte”.  È quanto ha fatto Devoto-Oli per arista, lasciando la parola all’esperto, nientemeno che Pellegrino Artusi, riportando come esclusiva definizione un passo del celebre letterato gastronomo: «Si chiama arista in Toscana la schiena di maiale cotta arrosto o in forno e si usa mangiarla fredda, essendo assai migliore che calda. Per schiena di maiale s’intende, in questo caso, quel pezzo di lombata che conserva le costole, e che può pesare anche tre o quattro chilogrammi».


Resta un’arista vegetale
                                                                       (15/11/2011)

A chi non piacesse la carne, e dunque avesse preso in uggia il discorso di cui sopra, ecco pronta nel Vocabolario un’arista tutta vegetale, la cui pronuncia corretta – vedi sempre Garzanti  – è arìsta.  Termine che in senso estensivo e letterario può stare anche per “spiga”, ma specificamente, in botanica, indica il «filamento rigido che si diparte dall’apice delle glume e glumette di alcune Graminacee» (Sabatini-Coletti)  e il cui sinonimo è resta.  Non … resta, per i buoni lettori dello Sciogliscilinguagnolo sempre armati di Vocabolario (come dovrebbero, per approfondire i temi e controllare se diciamo spropositi) che andarsi a vedere, se non lo sanno, che cosa sono le glume, le glumette e il resto.  Anzi la resta.
 
 

Come ti cucino i blinis                                                                        (15/11/2011)

De Mauro registra blini, Devoto-Oli blinis, Zingarelli blinì o bliny o blinis (tutti nomi invariabili anche al plurale).  Prendetela come più vi piace, ma non da sola – questa sorta di crêpe o frittella russa –, perché va servita, secondo le prescrizioni di Devoto-Oli, «imburrata se accompagna il caviale, con panna acida o burro fuso se accompagna il salmone o altro pesce affumicato».
Per gli ingredienti, De Mauro tace,  Zingarelli dà una mezza ricetta,  Devoto-Oli è più esplicito: «Farina di grano saraceno, farina bianca, lievito, latte, uova e panna».  Un cuoco russo da noi interpellato ha detto che lui aggiungerebbe una noce di burro fuso, un cucchiaino di zucchero, un pizzico di sale e pepe e voilà, il blinì o blinis (per dirla alla francese) o bliny (alla russa) è fatto.
 

Il Vocabolario, il miglior regalo                                                           (15/11/2011)

Battute, critiche, pensieri “cattivi” a parte (cosa non si direbbe di un amico?), tra i possibili regali natalizi pensate al Vocabolario.  È  uno dei migliori, se non il miglior regalo che si possa fare.  A chiunque lo regaliate, bambino, giovane, adulto, gli avrete regalato un amico che gli starà sempre a fianco per indirizzarlo, consigliarlo, dargli risposte, evitargli errori.  E chiunque lo riceverà, non potrà uscirsene con la solita frase: “Non ho parole per ringraziarti”. Gliene avete messe a disposizione cento, mille, centomila.  Un regalo prezioso e, per quello che dà, a un costo modesto.
 

In tempi di crisi occorre la resilienza                                                   (11/11/2011)  

«L’Italia sta dimostrando un alto grado di resilienza».  Così una volta il ministro Giulio Tremonti in risposta alla domanda di un giornalista sulla crisi economica mondiale.  Chissà se oggi direbbe la stessa cosa. Riteniamo di sì, perché di fronte a congiunture del tipo di quella che stiamo attraversando il migliore comportamento, anzi la migliore arma di difesa, è la resilienza piuttosto che la resistenza. Occorre insomma essere resilienti. Non è una novità.  Zingarelli registrava resiliente e resilienza (dal latino resiliens, resilientis, “che rimbalza indietro”) già nella decima edizione (1970) con definizioni pressoché immutate.  In particolare, resilienza:  «Capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi».  È, più o meno, la stessa definizione di altri vocabolari.  Dove si vede che la parola sottende un concetto di “elasticità” (quel “rimbalzare indietro” richiama subito alla gomma) non soltanto in senso fisico, ma anche psichico. per dire mentale.  E difatti è del tutto nuova, comunque recente, l’accezione “psicologica” di resilienza, registrata da Devoto-Oli e Zingarelli nel 2007 (ristampe 2008).  Prendiamo da Devoto-Oli:  «Capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà».  Dunque il significato di resilienza e resiliente si è allargato ed è passato dai materiali alle persone.
 

Monti nel Vocabolario                                                                       (11/11/2011)

No, nonostante l’ottima stima e la notorietà di cui gode Mario Monti, probabile (mentre scriviamo) nuovo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Governo, ancora il personaggio non è salito all’onore del Vocabolario.  Il Monti in questione (forse un lontano antenato? ) è Vittorio Monti (1754-1828), poeta e letterato, personaggio poliedrico e dai molteplici interessi, anche linguistici.  In polemica con il purismo della Crusca indirizzò all’accademia la sua “Proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario della Crusca” (1817).  Vittorio Monti è tra gli autori le cui citazioni figurano in più di un Vocabolario; qui alludiamo soprattutto a Garzanti e Zingarelli.
 

C’è simpatia e simpatria                                                                    (11/11/2011)

La simpatria è parola della biologia e sta a indicare la «coabitazione di diverse specie animali o vegetali nello stesso territorio geografico».  La definizione è di De Mauro e va segnalata la particolarità di questo vocabolario che dà la pronuncia simpàtria, mentre gli altri vocabolari che registrano il termine (Garzanti, Palazzi-Folena, Zingarelli) danno simpatrìa, dunque uguale a simpatia.  Il più completo in fatto di simpatria è però Palazzi-Folena il quale coerentemente registra anche il termine contrario, allopatria (allorché non c’è coabitazione perché le specie vivono in territori geografici diversi) e gli aggettivi allopatrico e simpatrico.  Quest’ultimo – spiega sempre Palazzi-Folena–  «introdotto nella genetica evoluzionistica da Ernst Mayr nel 1942» per indicare appunto specie che vivono nello stesso territorio.
 

Attenti al sodoku                                                                               (11/11/2011) 

E attenzione alla grafia, per evitare confusioni pericolose. C’è il sudoku, il rompicapo matematico la cui “febbre” ha preso parecchi giocatori. Voce giapponese, composta di “numero” e doku  “singolo, unico”, registrata abbastanza recentemente dai vocabolari.  E c’è il sodoku, la cui febbre (senza virgolette) è senz’altro più perniciosa, poiché si tratta di una malattia caratterizzata da gravi manifestazioni, trasmessa dal morso dei topi. Anche questa una voce giapponese (propriamente “veleno da topo”), più “anziana” di sudoku (il gioco) in termini di anni di presenza nei vocabolari italiani.  In Zingarelli sodoku (il morbo) è dalla decima edizione (1970).
 

Brescello in Devoto-Oli                                                                     (11/11/2011)  

Perché mai Brescello, poco più di 5000 abitanti, dovrebbe avere l’onore della citazione nel Vocabolario?  Per un dolce tipico, la spongata.  Così Devoto-Oli alla relativa voce (da sponga, variante arcaica e popolare di spugna): «Dolce natalizio a base di miele, frutta secca, canditi e spezie (specialità di Brescello, Reggio Emilia)».  Altri vocabolari danno la “ricetta” della spongata ma non il giusto riconoscimento a Brescello.  Si limitano a definirla “dolce emiliano”.


Barasinga, dalle dodici corna                                                            (11/11/2011)

Devoto-Oli registra questo termine, barasinga, che per certe assonanze sembra preso da un libro di Emilio Salgari, anche se, andando a memoria, non ricordiamo di averlo mai incontrato nelle pagine salgariane.  È comunque un termine indiano, propriamente bārah-singā “dodici corna”.  Si tratta di un  «cervo di palude dalle grandi orecchie e corna con molti palchi, che vive nelle zone boscose  e nelle pianure molto umide dell’India». Insomma, le corna non saranno proprio dodici, ma il numero è evidentemente da riferirsi alla numerose ramificazioni di queste.
 

Miodesopsia, mosche volanti                                                             (11/11/2011) 

Una gentile lettrice, che si firma Amelia, ci chiede come si dice con termine specialistico il disturbo visivo per cui sembra di vedere le “mosche volanti” .  Il termine dovrebbe essere, anzi è (perché diamo credito a Zingarelli che lo registra) miodesopsia, precisamente: «Percezione di punti mobili, noti come “mosche volanti”, conseguente ad opacità del cristallino».  Dal greco myoeidếs  “simile a mosca” e -opsia, secondo elemento che in parole composte sta per “visione, vista”.  


T
re undici, consigli per l’attesa                                                           (11/11/2011)

C’è chi attendeva – anche oggi, 11/11/2011 (! punto esclamativo) – l’ennesima fine del mondo.  Forse sarà andato deluso. Poiché queste fini del mondo si susseguono, e meno male!, con una certa regolarità, diamo un buon consiglio per chi, ogni volta, volesse ingannare l’attesa:

“Se aspettate la fine del mondo, prendete il vocabolario e incominciate a leggerlo dalla prima pagina. Quando arriverete alla fine (del vocabolario) è probabile che il mondo ancora non sia finito”.


Il patriarca?  Nel patriarchio
                                                              
(9/11/2011)  

Oggi la Chiesa celebra la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, la cattedrale di Roma, fatta costruire dall’imperatore Costantino nel 313 e inizialmente dedicata al Santo Salvatore.  Accanto alla basilica fu edificato anche il patriarchio,  «cioè la residenza del vescovo di Roma, dove i papi abitarono fino al periodo avignonese». Il riferimento storico è riportato in egual modo da Garzanti e De Mauro alla voce patriarchìo: «Fino al secolo XIV, il palazzo del Laterano a Roma, sede del papa, in qualità di patriarca della città».  Lode ai due vocabolari per questa aggiunta che va oltre la stringata definizione. Attenzione all’accento di patriarchìo,  il cui plurale, segnala Garzanti, è patriarchii.
 

Patriarca, femminile matriarca                                                             (9/11/2011)

Patriarca è nome maschile ma Garzanti avverte giustamente che «secondo le normali regole della lingua italiana», potrebbe essere anche femminile, al plurale patriarche, pur se storicamente non risulta che questo titolo, nel suo significato ecclesiastico-religioso, sia mai stato attribuito a donne. Attenzione, però, continua Garzanti, che patriarca può essere “il capo di una grande famiglia”, “il componente più anziano di una tribù”. In questo significato il corrispondente femminile di patriarca è la matriarca.


Americanista, a piedi e in bici
                                                            
(9/11/2011)

Tra le tante discipline c’è anche l’americanistica, ossia – per dirla con i vocabolari – lo «studio storico ed etnologico del continente americano» o lo «studio della lingua e letteratura degli Stati Uniti» (Sabatini-Coletti).  Per dirla in senso giornalistico, l’esperto di americanistica, e dunque l’americanista, è semplicemente l’esperto di cose americane, in particolare delle vicende politiche degli Stati Uniti,  sul modello di parole analoghe a livello più “nostrano” come ad esempio il vaticanista o, ancor più specialistico, il quirinalista.  Questi sono americanisti che si presume vadano a piedi.  Poi ci sono  gli americanisti che vanno in bicicletta, come spiegano tutti i vocabolari registrando l’altro significato di americanista:  «Ciclista che gareggia in un’americana»,  «gara ciclistica a coppie su pista, con alternanza di corridori» (De Mauro).
        

Vendemmia e stafilodromia                                                                (9/11/2011)

Dalle americanate, per dire le gare di americana, alle gare più classiche di stafilodromia. Non sappiamo se gare simili si siano disputate nella recente vendemmia.  Erano corse che piacevano agli antichi, i quali amavano correre recando in mano le cose più disparate. Qui si tratta di uva.  Prendiamo da Garzanti, ma stafilodromia è in tutti i vocabolari: «Nell’antica Sparta, rito celebrato in occasione della vendemmia e consistente in una corsa in cui uno dei concorrenti, con in mano tralci di vite, veniva rincorso dagli altri; se veniva raggiunto, il fatto era interpretato  come segno di buon augurio».  Da una corrispondente voce greca (stafilo- anche in italiano, in parole composte, sta per “grappolo”)  che propriamente vale “colui che corre col grappolo d’uva”.
 

La lombardata?  Un’americanata                                                         (9/11/2011)

La lombardata si trova in parecchi vocabolari. La definizione? Presto detto: “Azione tipica, plateale, smargiassata, spesso di protesta, messa in atto dai lumbard, i seguaci della Lega lombarda o Lega Nord.  Sul modello di americanata” .  Dai lumbard agli americani il passo ci sembra un po’ azzardato. Chi non crede a queste americanate farà bene ad andare al Vocabolario o, come al solito, alla Confusione delle lingue.    


Preconio: bando, encomio o canto
                                                     (4/11/2011) 

Parola desueta, preconio, che il computer non conosce, ma da cui viene preconizzare. Zingarelli registra questo verbo mettendoci davanti il fiorellino, il trifoglio ♣ e perciò inserendolo tra i termini da salvare. Invece davanti a preconio mette (chissà perché?) la croce , simbolo abbastanza funereo, nel caso specifico, perché sta quasi a segnalare che la parola così contrassegnata potrebbe pure essere eliminata, sepolta, trattandosi di termine “arcaico” (secondo la classificazione zingarelliana) e, ahimè, superato.  Invece il preconio è vivo e vegeto, come confermano altri vocabolari che nulla segnalano circa l’arcaicità del termine.  Di preconio parla, da par suo, il maestro padre Emidio Papinutti in Voci in capitolo.


Pavia senza pavesi e pavesini                                                              (4/11/2011) 

Per una strana coincidenza nei vocabolari subito dopo pavese viene pavia. Ma è una pavia che nulla ha a che vedere con i pavesi (gli abitanti o i nativi della città) né con i pavesini, per dire i biscotti. Ed è una pavia che va pronunciata con accento diverso, con l’accento sulla prima sillaba, dunque pàvia. Bella pianta la pavia, «genere di ippocastano dai fiori gialli, coltivato a scopo ornamentale» (Garzanti). Il nome deriva dal cognome del botanico olandese P. Paaw, italianizzato in Pavius.
 

Le notti di De Mauro e Zingarelli                                                        (4/11/2011)  

Va dato merito a De Mauro di ricordare, alla voce notte,  la notte dei cristalli, «quella fra il 9 e il 10 novembre 1938, in cui nella Germania nazista si ebbero le prime violente manifestazioni antisemite». Triste avvenimento, che registra ogni anno commosse commemorazioni in vari Paesi.  Invece Zingarelli menziona la notte dei lunghi coltelli, altra strage perpetrata il 30 giugno 1934 dalle SS naziste ai danni dei capi delle SA (Sturmabteilungen) “formazioni paramilitari d’assalto”. Sigle che si ritrovano nell’ampio repertorio zingarelliano in appendice.


Pecora e aggettivi pecorecci                                                               (4/11/2011)

La pecora è l’animale che, oltre alla lana e il latte, dà più aggettivi alla lingua italiana:  pecoreccio, pecoresco, pecorile, pecorino, pecoroso.  Si può aggiungere pecoraio, con la variante pecoraro, che De Mauro registra anche come aggettivo.  Nessun altro animale ne dà altrettanti.  La pecora ancora non dà appecorato, così come il pecorone non dà appecoronato, anche se tali termini, ormai attestati su Internet, più che aggettivi, dovrebbero essere considerati participi passati degli ipotetici verbi appecorare e appecoronare.  Appecoronato  è venuto alla ribalta perché Berlusconi una volta ha parlato di «conduttori televisivi appecoronati», ma dubitiamo che Berlusconi sia stato il primo ad usarlo.  Di chi sia sia la paternità, va detto, per stare nel tema pecorino, che appecoronato  può senz’altro ascriversi tra i termini pecorecci.
 

Cavallo e sostantivi cavallini                                                                (4/11/2011) 

Sopra abbiamo parlato di aggettivi.  Ma per numero di sostantivi derivati è il cavallo in assoluto l’animale che ne dà di più alla lingua italiana, considerando il corrispondente latino ĕquus e il  greco híppos dai quali derivano numerosi vocaboli semplici o composti, si pensi solo a equitazione, ippica, ippodromo e via cavalcando come cavalieri o cavalleggeri magari a cavalcioni dell’ippogrifo o di un ippopotamo.  E il cavallo è, in assoluto, l’animale più citato nelle pagine del Vocabolario.
 

Leone e aggettivi leonini                                                                      (4/11/2011)

Il povero leone, re della foresta, ci dà solo leonesco e leonino. Quest’ultimo aggettivo, tra l’altro, essendo in condominio (se così può dirsi) tra il leone e i papi di nome Leone, suona abbastanza curioso quando è riferito ai pontefici.  A Roma esiste la città leonina  (Vaticano e adiacenze) delimitata dalle mura leonine, dette così perché fatte erigere da papa Leone IV.  I  vocabolari, però, ignorano un altro aggettivo che meglio converrebbe (come è attestato dall’uso) quando ci si riferisce ai papi di nome Leone. Ad Anagni c’è il Collegio Leoniano, il seminario maggiore per il Lazio, fatto costruire da papa Leone XIII, il quale a Carpineto Romano, sua città natale, ha anche il suo bravo museo leoniano.  Sempre a Roma c’è il Convitto ecclesiastico leoniano.  E poi, portando un esempio, se si dovesse definire il coraggio fuori del comune di una enciclica promulgata da un papa Leone, come si dovrebbe dire?  Il coraggio leonino del documento leonino?  In un simile caso leoniano farebbe la differenza.  Peccato che i vocabolari presi in esame continuino a ignorare questo aggettivo peculiarmente “papale”.
 

C’è scapolo e scalopo                                                                       (4/11/2011)

Oltre allo scapolo nei vocabolari si trova lo scalopo.  Potrebbe dirsi uno di quei casi di metatesi di cui abbiamo parlato la volta scorsa a proposito di sucido e sudicio (vedi nota 1/11/2011), ricordando che metatesi è anche il gioco enigmistico consistente nello scambiare una lettera o una sillaba di una parola per trovarne un’altra di diverso significato.  Lo scalopo nulla c’entra con lo scapolo, essendo un piccolo mammifero nordamericano simile alla talpa.  Nulla vieta, però, che anche tra gli scalopi possano esserci esemplari scapoli, anzi scaloponi scapoloni.
 

E c’è la scapolona                                                                              (4/11/2011)

A proposito di scapoloni, va detto che mentre per scapolo non è prevista la forma femminile (applicandosi il termine solo all’uomo non sposato, al celibe, e dunque in tal senso non esiste la scapola), diverso è il caso dell’accrescitivo scapolone, per il quale Garzanti e Zingarelli segnalano regolarmente la desinenza in -a del corrispondente femminile  Più esplicito De Felice-Duro: «In usi scherzosi, anche scapolona, donna di una certa età ancora nubile».  Tornando allo scalopo, il simpatico animaletto simile alla talpa, va detto che Garzanti segnala il femminile scalopa.  Riassumendo: scalopa (da scalopo) sì;  scapola (da scapolo) no, scapolona sì. 
 

Il racconto di Toby                                                                            (4/11/2011)

In tema di animali, domestici questa volta.  È in libreria “Il racconto di Toby”, scritto dal nostro collaboratore Mauro Totteri “in memoria” del suo cane.  Una storia semplice, che si fa apprezzare per lo stile sobrio, il tono familiare e per la sensibilità dell’autore, che conclude il racconto dell’avventura – vissuta da lui e dalla sua famiglia con Toby, il protagonista – con una poesia.  Una storia destinata anche ai bambini, perché insegna, senza darlo a vedere, il modo corretto di vivere, e convivere, con gli animali. Ossia rispettando la loro personalità. 


Ognissanti, non solo i  “laureati”
                                                         (1/11/2011) 

Per Ognissanti (la datazione della parola è al 1284) la migliore definizione, tra i vocabolari della lingua italiana, ci sembra quella di Devoto-Oli: «La festa cattolica dedicata a tutti i santi, sia a quelli del martirologio sia alle anime beate: fissata al primo novembre in età carolingia».  Opportuno il riferimento storico, ma ancor più opportuno l’inciso, che manca in altri vocabolari, dove si specifica una sacrosanta verità:  i santi non sono solo quelli del martirologio (il repertorio “ufficiale” della Chiesa nel quale sono registrati tutti i santi “laureati”, per dire quelli che hanno superato l’esame di santità), ma anche, semplicemente, le anime beate, le anime di coloro che sono vissuti silenziosamente operando il bene e ora godono del Paradiso e della visione di Dio. Ognissanti, insomma, è la festa non solo dei santi riconosciuti, ma anche dei santi sconosciuti, dei santi nascosti, senza laurea e senza aureola, che sono forse, anzi senza forse, in numero maggiore rispetto ai santi laureati.
 

Fave da morto                                                                                   (1/11/2011)       

A Roma le chiamano così: “da morto”.  I vocabolari invece registrano “fave dei morti”.  Il nome può sembrare poco invitante, ma sono una «specie di dolci che si fanno e si vendono durante il periodo della commemorazione dei defunti», per stare all’evasiva definizione di Sabatini-Coletti che non aggiunge altro. Devoto-Oli, Zingarelli, De Felice-Duro precisano almeno gli ingredienti: mandorle, zucchero, farina, chiara d’uovo. Ricetta simile agli amaretti. Le “fave da morto”, però – ad esser pignoli –, secondo la tradizione romana andrebbero cosparse di pinoli.


L’amaretto “legale”                                                                            (1/11/2011)  
  

Sopra abbiamo citato gli amaretti.  Attenzione che, per chiamarsi con questo nome, l’amaretto deve essere fatto secondo la ricetta prevista dal Decreto ministeriale 22 luglio 2005, ossia con questi ingredienti obbligatori: zucchero, mandorle o armelline (mandorle di albicocca) pari almeno al 13%, albume d’uovo di gallina.  Lo stesso decreto fissa gli ingredienti per l’amaretto morbido (mandorle o armelline non meno del 35%) e altri prodotti tipici quali savoiardo, panettone, pandoro, colomba.  I vocabolari, nelle definizioni di queste voci della tradizione dolciaria italiana, farebbero bene ad attingere alla normativa disciplinare che le tutela e ne fissa la caratteristiche.



Noccioli?  No, meglio armelline
                                                            (1/11/2011)

I fabbricanti di amaretti e altri dolci per “camuffare” (si fa per dire) i noccioli di albicocca, decisamente “plebei”, hanno trovato un nome grazioso e gentile e li hanno ribattezzati armelline. Le armelline, in pratica le mandorle tratte dai noccioli delle albicocche, costituiscono con lo zucchero il componente principale degli amaretti duri e morbidi, come prevede il disciplinare ministeriale (vedi sopra).  Le mandorle, quelle “vere”, possono anche essere assenti o entrare nella composizione, purché le percentuali dei due tipi di mandorle siano indicate in etichetta.  Il nome armellina non è del tutto inventato;  viene da una voce veneta, armellino, sinonimo di albicocca. Incomprensibile perché alcuni vocabolari segnalino armellina come “marchio registrato”.  No, chiunque le può usare e chiamarle “armelline”.   


Siamo in recessione, astronomica
                                                        (1/11/2011) 

La recessione, di cui si parla, non è solo il «periodo in cui la crescita economica di un paese è negativa», per dirla con De Mauro, al quale Zingarelli risponde parlando di «temporaneo ristagno, rallentamento degli affari e dell’attività economica in genere» ma «con effetti meno gravi e profondi  di quelli derivanti da una vera e propria crisi ».  C’è anche una recessione più “grave”, perché  – ci si passi la battuta – è astronomica.  La registrano tutti i vocabolari, anzi Garzanti la mette al primo posto, davanti a quella “economica”, con questa definizione: «Fenomeno per cui le galassie si allontanano l’una dall’altra con velocità proporzionale alla distanza; costituisce per la maggior parte degli astronomi la prova delle teorie sull’espansione dell’universo».


Secessione, questione tra nordici e sudici
                                            (1/11/2011)

Dalla recessione alla secessione il passo è, graficamente, breve.  Alzi la mano chi non collega subito questo termine alla guerra di secessione americana tra nordisti e sudisti ricordata anche dai vocabolari alla voce secessione.  Una vecchia storiella racconta che i motivi “veri” della famosa guerra sono da ricercarsi nel periodo in cui i nordisti venivano chiamati nordici e i sudisti sudici.  Quelli del Sud, stufi di esser chiamati sudici, scatenarono la guerra.  Questione d’orgoglio, dunque, e di parole ambigue.  Per noi, qui in Italia, questione che invita a considerare i misteri imperscrutabili della lingua: perché da nord può venire nordico, e invece da sud non può venire sudico ?  Domande senza risposta.  
 

Sucido = sudicio                                                                               (1/11/2011)

Attenzione che la lingua italiana se non ci dà sudico, ci dà però sucido, aggettivo con il medesimo significato di sudicio, dal quale deriva per metatesi.   Che cos’è la metàtesi?  Prendiamo da Garzanti: «Trasposizione di suoni all’interno di una parola (esempio: padule per palude)».  Parola comodissima la metatesi, perché se prendete una papera e invece di dire, che so io?, inseparabile dite inserapabile, potete sempre uscirvene con eleganza e spiegare, con parola dotta, di aver voluto fare una metatesi.
 

Afona, voce senza voce?                                                                    (1/11/2011)

Si può dire “voce afona”?  Dubbio legittimo se si considera che afono dal greco áphōnos, composto di a- con valore privativo e phōnē “voce”, significa letteralmente “senza voce”. Dunque “voce afona” una contraddizione in termini, “una voce senza voce”,  il che equivarrebbe al silenzio.  L’italiano viene in aiuto con le sue sfumature e ci dice – dicono i vocabolari ­–  che afono può significare anche “fioco, flebile, basso”, tutti aggettivi applicabili alla qualità della voce, che perciò può essere afona.


 

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 * La Confusione delle lingue *


La lombardata dei muratori
                                                                 (9/11/2011)

Da lombardo, nel significato medievale di “muratore”.  La lombardata  è la «fila di muratori che, disposti in catena, si passano mattoni o altri materiali» (Garzanti).  Anche in altri vocabolari.

 


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