Monti, mercatista e Vocabolario (18/11/2011) Lo Sciogliscilinguagnolo si era
interessato tre anni fa del professor Mario Monti per una sua
affermazione circa il termine “mercatista”, affermazione poi
citata, e confermata, da altri due personaggi i quali avevano preso per
oro colato quanto detto da Monti, sbagliando a loro volta per non aver
consultato il Vocabolario prima di parlare, anzi, di scrivere.
Riproponiamo per curiosità le tre note uscite allora sull’argomento. In apertura di una lettera al
direttore del Corriere della Sera, pubblicata sabato 31 maggio a
pagina 3 del quotidiano milanese, il ministro dell’Economia Giulio
Tremonti scrive testualmente: «“Il termine mercatista non esiste in
altre lingue”, ha affermato il professor Mario Monti nella sua bella
intervista al Corriere della Sera di venerdì 30 maggio. Una affermazione
vera. Fin troppo vera. Infatti il termine “mercatismo” non si trova
neppure nei dizionari della lingua italiana!». Garzanti 2008 spiega così
mercatismo: «Tendenza ad assecondare le logiche liberiste del
mercato», e mercatista è «chi segue o sostiene il mercatismo»,
oppure, come aggettivo: «relativo al mercatismo: ideologia, politica
mercatista». Subito appresso viene mercatistica,
parola sulla quale Garzanti non si spreca, definendola telegraficamente:
«marketing». Ma mercatistica, al contrario delle due
precedenti, è parola vecchiotta, da tempo accolta in tutti i
vocabolari. Zingarelli la registra dall’undicesima edizione (1983) con
la stessa definizione rimasta immutata fino ad oggi: «Disciplina che
studia la promozione e l’organizzazione dei mercati di sbocco di merci e
servizi». Mercatismo, tendenza per Garzanti, fiducia per Zingarelli (18/11/2011) Torniamo al tempo presente. Per
mercatismo e mercatista Zingarelli è arrivato più tardi
rispetto a Garzanti perché registra il primo termine dall’edizione 2010
(perciò dal 2009) e il secondo dall’edizione 2011 (uscita nel 2010).
Vediamo le due definizioni, la prima soprattutto, formulata in modo
diverso da quella di Garzanti: mercatismo, «fiducia nel libero mercato e nella sua
capacità di regolare efficacemente l’economia» (con il rimando a
confrontare liberismo); mercatista (aggettivo e
sostantivo) «fautore, sostenitore del mercatismo». Andare a rete… (18/11/2011) … nel vocabolario,
ovviamente. Si vedrà che ogni vocabolario di reti ne registra un buon numero,
magari elencandole alla voce rete (Garzanti) o anche
illustrandole (Zingarelli, Palazzi-Folena) sotto la voce pesca.
Sono tante le reti, da far pensare che la fantasia umana non abbia avuto
limiti nel trovar sistemi per acchiappare i pesci. Rileviamo, però, che
la bragagna l’ha trovata (nel senso che la registra) solo
Devoto-Oli, con una definizione che più articolata e descrittiva non si
può. Vediamola assieme. Devoto-Oli fa rete con la bragagna (18/11/2011) Dunque la
bragagna, per Devoto-Oli, è una «Rete impiegata nell’alto Adriatico
specialmente per la pesca delle triglie, dei merluzzi e dei dentici; è
costituita da un sacco piombato e mantenuto aperto per mezzo di cerchi
di legno, che anteriormente si prolunga nelle braccia (due teli di rete
mantenuti distesi mediante una serie di bastoni disposti
trasversalmente)». Ahimè, la bragagna è uno di quei casi in cui
una semplice illustrazione avrebbe detto più di cento parole. Va
comunque dato merito a Devoto-Oli, il quale aggiunge ancora: «Voce
veneta».
La “prova del cuoco” si potrebbe dire quella che proponiamo oggi nell’esaminare come i vocabolari “cucinano” l’arista. Senza andare per le lunghe diciamo subito che la prova la vincono a pari merito De Felice-Duro e Devoto-Oli con motivazioni diverse di cui diremo appresso. Ultimo De Mauro. Tra i primi e l’ultimo gli altri vocabolari, con un punto di merito, però, per Garzanti, il quale nella sua “nota blu” è l’unico a specificare che, in questo caso, la pronuncia corretta è àrista.
Arista De Felice-Duro (15/11/2011) È la migliore
definizione per completezza di particolari. Chi si trovasse in mano
l’arista con De Felice-Duro avrebbe anche la ricetta pronta per
cucinarla: «Taglio pregiato di carne di maiale, costituito dalla
lombata con tutte le costole attaccate, cotto intero arrosto, in forno o
allo spiedo, condito con sale, pepe, aglio e rosmarino: il piatto e il
nome sono tipici della Toscana». Questo vocabolario è l’unico a tentare
una spiegazione dell’etimologia: probabilmente dal latino arista
“resta” per l’aspetto simile a quello di una spiga. Arista Devoto-Oli–Artusi (15/11/2011) Ubi maior minor cessat. Adagio latino sempre valido, che nel caso specifico potrebbe sommariamente essere tradotto: “Dove c’è il maggiore esperto, è bene che anche il Vocabolario si metta da parte”. È quanto ha fatto Devoto-Oli per arista, lasciando la parola all’esperto, nientemeno che Pellegrino Artusi, riportando come esclusiva definizione un passo del celebre letterato gastronomo: «Si chiama arista in Toscana la schiena di maiale cotta arrosto o in forno e si usa mangiarla fredda, essendo assai migliore che calda. Per schiena di maiale s’intende, in questo caso, quel pezzo di lombata che conserva le costole, e che può pesare anche tre o quattro chilogrammi».
A chi non piacesse
la carne, e dunque avesse preso in uggia il discorso di cui sopra, ecco
pronta nel Vocabolario un’arista tutta vegetale, la cui pronuncia
corretta – vedi sempre Garzanti – è arìsta. Termine che in
senso estensivo e letterario può stare anche per “spiga”, ma
specificamente, in botanica, indica il «filamento rigido che si diparte
dall’apice delle glume e glumette di alcune Graminacee» (Sabatini-Coletti)
e il cui sinonimo è resta. Non … resta, per i buoni lettori
dello Sciogliscilinguagnolo sempre armati di Vocabolario (come
dovrebbero, per approfondire i temi e controllare se diciamo spropositi)
che andarsi a vedere, se non lo sanno, che cosa sono le glume, le
glumette e il resto. Anzi la resta. Come ti cucino i blinis (15/11/2011) De Mauro registra
blini, Devoto-Oli blinis, Zingarelli blinì o bliny
o blinis (tutti nomi invariabili anche al plurale).
Prendetela come più vi piace, ma non da sola – questa sorta di crêpe o
frittella russa –, perché va servita, secondo le prescrizioni di
Devoto-Oli, «imburrata se accompagna il caviale, con panna acida o burro
fuso se accompagna il salmone o altro pesce affumicato». Il Vocabolario, il miglior regalo (15/11/2011) Battute, critiche,
pensieri “cattivi” a parte (cosa non si direbbe di un amico?), tra i
possibili regali natalizi pensate al Vocabolario. È uno dei
migliori, se non il miglior regalo che si possa fare. A chiunque lo
regaliate, bambino, giovane, adulto, gli avrete regalato un amico che
gli starà sempre a fianco per indirizzarlo, consigliarlo, dargli
risposte, evitargli errori. E chiunque lo riceverà, non potrà uscirsene
con la solita frase: “Non ho parole per ringraziarti”. Gliene avete
messe a disposizione cento, mille, centomila. Un regalo prezioso e, per
quello che dà, a un costo modesto. In tempi di crisi occorre la resilienza (11/11/2011) «L’Italia sta
dimostrando un alto grado di resilienza». Così una volta il ministro
Giulio Tremonti in risposta alla domanda di un giornalista sulla crisi
economica mondiale. Chissà se oggi direbbe la stessa cosa. Riteniamo di
sì, perché di fronte a congiunture del tipo di quella che stiamo
attraversando il migliore comportamento, anzi la migliore arma di
difesa, è la resilienza piuttosto che la resistenza. Occorre
insomma essere resilienti. Non è una novità. Zingarelli
registrava resiliente e resilienza (dal latino
resiliens, resilientis, “che rimbalza indietro”) già
nella decima edizione (1970) con definizioni pressoché immutate. In
particolare, resilienza: «Capacità di un materiale di resistere
ad urti improvvisi senza spezzarsi». È, più o meno, la stessa
definizione di altri vocabolari. Dove si vede che la parola sottende un
concetto di “elasticità” (quel “rimbalzare indietro” richiama subito
alla gomma) non soltanto in senso fisico, ma anche psichico. per dire
mentale. E difatti è del tutto nuova, comunque recente, l’accezione
“psicologica” di resilienza, registrata da
Devoto-Oli e Zingarelli nel 2007 (ristampe 2008). Prendiamo da
Devoto-Oli: «Capacità di un individuo di affrontare e superare un
evento traumatico o un periodo di difficoltà». Dunque il significato di
resilienza e resiliente si è allargato ed è passato dai
materiali alle persone.
Monti nel Vocabolario
(11/11/2011) C’è simpatia e simpatria (11/11/2011) La simpatria
è parola della biologia e sta a indicare la «coabitazione di diverse
specie animali o vegetali nello stesso territorio geografico». La
definizione è di De Mauro e va segnalata la particolarità di questo
vocabolario che dà la pronuncia simpàtria, mentre gli
altri vocabolari che registrano il termine (Garzanti, Palazzi-Folena,
Zingarelli) danno simpatrìa, dunque uguale a simpatia.
Il più completo in fatto di simpatria è però Palazzi-Folena il
quale coerentemente registra anche il termine contrario, allopatria
(allorché non c’è coabitazione perché le specie vivono in territori
geografici diversi) e gli aggettivi allopatrico e simpatrico.
Quest’ultimo – spiega sempre Palazzi-Folena– «introdotto nella genetica
evoluzionistica da Ernst Mayr nel 1942» per indicare appunto specie che
vivono nello stesso territorio.
Attenti al sodoku (11/11/2011)
E attenzione alla grafia, per evitare
confusioni pericolose. C’è il sudoku, il rompicapo matematico la
cui “febbre” ha preso parecchi giocatori. Voce giapponese, composta di
sū “numero” e doku “singolo, unico”, registrata
abbastanza recentemente dai vocabolari. E c’è il sodoku, la cui
febbre (senza virgolette) è senz’altro più perniciosa, poiché si tratta
di una malattia caratterizzata da gravi manifestazioni, trasmessa dal
morso dei topi. Anche questa una voce giapponese (propriamente “veleno
da topo”), più “anziana” di sudoku (il gioco) in termini di anni
di presenza nei vocabolari italiani. In Zingarelli sodoku (il
morbo) è dalla decima edizione (1970). Brescello in Devoto-Oli (11/11/2011) Perché mai Brescello,
poco più di 5000 abitanti, dovrebbe avere l’onore della citazione nel
Vocabolario? Per un dolce tipico, la spongata. Così Devoto-Oli
alla relativa voce (da sponga, variante arcaica e popolare di
spugna): «Dolce natalizio a base di miele, frutta secca, canditi e
spezie (specialità di Brescello, Reggio Emilia)». Altri vocabolari
danno la “ricetta” della spongata ma non il giusto riconoscimento
a Brescello. Si limitano a definirla “dolce emiliano”. Devoto-Oli registra
questo termine, barasinga, che per certe assonanze sembra preso
da un libro di Emilio Salgari, anche se, andando a memoria, non
ricordiamo di averlo mai incontrato nelle pagine salgariane. È comunque
un termine indiano, propriamente bārah-singā “dodici
corna”. Si tratta di un «cervo di palude dalle grandi orecchie e corna
con molti palchi, che vive nelle zone boscose e nelle pianure molto
umide dell’India». Insomma, le corna non saranno proprio dodici, ma il
numero è evidentemente da riferirsi alla numerose ramificazioni di
queste. Miodesopsia, mosche volanti (11/11/2011) Una gentile
lettrice, che si firma Amelia, ci chiede come si dice con termine
specialistico il disturbo visivo per cui sembra di vedere le “mosche
volanti” . Il termine dovrebbe essere, anzi è (perché diamo credito a
Zingarelli che lo registra) miodesopsia, precisamente:
«Percezione di punti mobili, noti come “mosche volanti”, conseguente ad
opacità del cristallino». Dal greco myoeidếs “simile a mosca” e
-opsia, secondo elemento che in parole composte sta per “visione,
vista”. C’è chi attendeva – anche oggi, 11/11/2011 (! punto esclamativo) – l’ennesima fine del mondo. Forse sarà andato deluso. Poiché queste fini del mondo si susseguono, e meno male!, con una certa regolarità, diamo un buon consiglio per chi, ogni volta, volesse ingannare l’attesa: “Se aspettate la fine del mondo, prendete il vocabolario e incominciate a leggerlo dalla prima pagina. Quando arriverete alla fine (del vocabolario) è probabile che il mondo ancora non sia finito”.
Oggi la Chiesa celebra la festa
della Dedicazione della Basilica Lateranense, la cattedrale di Roma,
fatta costruire dall’imperatore Costantino nel 313 e inizialmente
dedicata al Santo Salvatore. Accanto alla basilica fu edificato anche
il patriarchio, «cioè la residenza del vescovo di Roma, dove i
papi abitarono fino al periodo avignonese». Il riferimento storico è
riportato in egual modo da Garzanti e De Mauro alla voce patriarchìo:
«Fino al secolo XIV, il palazzo del Laterano a Roma, sede del papa, in
qualità di patriarca della città». Lode ai due vocabolari per questa
aggiunta che va oltre la stringata definizione. Attenzione all’accento
di patriarchìo, il cui plurale, segnala Garzanti, è
patriarchii. Patriarca, femminile matriarca (9/11/2011) Patriarca
è nome maschile ma Garzanti avverte giustamente che «secondo le normali
regole della lingua italiana», potrebbe essere anche femminile, al
plurale patriarche, pur se storicamente non risulta che questo
titolo, nel suo significato ecclesiastico-religioso, sia mai stato
attribuito a donne. Attenzione, però, continua Garzanti, che
patriarca può essere “il capo di una grande famiglia”, “il
componente più anziano di una tribù”. In questo significato il
corrispondente femminile di patriarca è la matriarca. Tra le tante
discipline c’è anche l’americanistica, ossia – per dirla con i
vocabolari – lo «studio storico ed etnologico del continente americano»
o lo «studio della lingua e letteratura degli Stati Uniti» (Sabatini-Coletti).
Per dirla in senso giornalistico, l’esperto di americanistica, e dunque
l’americanista, è semplicemente l’esperto di cose americane, in
particolare delle vicende politiche degli Stati Uniti, sul modello di
parole analoghe a livello più “nostrano” come ad esempio il
vaticanista o, ancor più specialistico, il quirinalista.
Questi sono americanisti che si presume vadano a piedi. Poi ci sono
gli americanisti che vanno in bicicletta, come spiegano tutti i
vocabolari registrando l’altro significato di americanista:
«Ciclista che gareggia in un’americana», «gara ciclistica
a coppie su pista, con alternanza di corridori» (De Mauro). Vendemmia e stafilodromia (9/11/2011) Dalle americanate,
per dire le gare di americana, alle gare più classiche di
stafilodromia. Non sappiamo se gare simili si siano disputate nella
recente vendemmia. Erano corse che piacevano agli antichi, i quali
amavano correre recando in mano le cose più disparate. Qui si tratta di
uva. Prendiamo da Garzanti, ma stafilodromia è in tutti i
vocabolari: «Nell’antica Sparta, rito celebrato in occasione della
vendemmia e consistente in una corsa in cui uno dei concorrenti, con in
mano tralci di vite, veniva rincorso dagli altri; se veniva raggiunto,
il fatto era interpretato come segno di buon augurio». Da una
corrispondente voce greca (stafilo- anche in italiano, in parole
composte, sta per “grappolo”) che propriamente vale “colui che corre
col grappolo d’uva”. La lombardata? Un’americanata (9/11/2011) La lombardata si trova in parecchi vocabolari. La definizione? Presto detto: “Azione tipica, plateale, smargiassata, spesso di protesta, messa in atto dai lumbard, i seguaci della Lega lombarda o Lega Nord. Sul modello di americanata” . Dai lumbard agli americani il passo ci sembra un po’ azzardato. Chi non crede a queste americanate farà bene ad andare al Vocabolario o, come al solito, alla Confusione delle lingue.
Parola desueta, preconio, che il computer non conosce, ma da cui viene preconizzare. Zingarelli registra questo verbo mettendoci davanti il fiorellino, il trifoglio ♣ e perciò inserendolo tra i termini da salvare. Invece davanti a preconio mette (chissà perché?) la croce † , simbolo abbastanza funereo, nel caso specifico, perché sta quasi a segnalare che la parola così contrassegnata potrebbe pure essere eliminata, sepolta, trattandosi di termine “arcaico” (secondo la classificazione zingarelliana) e, ahimè, superato. Invece il preconio è vivo e vegeto, come confermano altri vocabolari che nulla segnalano circa l’arcaicità del termine. Di preconio parla, da par suo, il maestro padre Emidio Papinutti in Voci in capitolo.
Per una strana
coincidenza nei vocabolari subito dopo pavese viene pavia.
Ma è una pavia che nulla ha a che vedere con i pavesi (gli
abitanti o i nativi della città) né con i pavesini, per dire i biscotti.
Ed è una pavia che va pronunciata con accento diverso, con
l’accento sulla prima sillaba, dunque pàvia. Bella pianta
la pavia, «genere di ippocastano dai fiori gialli, coltivato a
scopo ornamentale» (Garzanti). Il nome deriva dal cognome del botanico
olandese P. Paaw, italianizzato in Pavius. Le notti di De Mauro e Zingarelli (4/11/2011) Va dato merito a De
Mauro di ricordare, alla voce notte, la notte dei
cristalli, «quella fra il 9 e il 10 novembre 1938, in cui nella
Germania nazista si ebbero le prime violente manifestazioni antisemite».
Triste avvenimento, che registra ogni anno commosse commemorazioni in
vari Paesi. Invece Zingarelli menziona la notte dei lunghi
coltelli, altra strage perpetrata il 30 giugno 1934 dalle
SS naziste ai danni dei capi delle SA (Sturmabteilungen)
“formazioni paramilitari d’assalto”. Sigle che si ritrovano nell’ampio
repertorio zingarelliano in appendice. La pecora è
l’animale che, oltre alla lana e il latte, dà più aggettivi alla lingua
italiana: pecoreccio, pecoresco, pecorile,
pecorino, pecoroso. Si può aggiungere pecoraio, con
la variante pecoraro, che De Mauro registra anche come
aggettivo. Nessun altro animale ne dà altrettanti. La pecora
ancora non dà appecorato, così come il pecorone non dà
appecoronato, anche se tali termini, ormai attestati su Internet,
più che aggettivi, dovrebbero essere considerati participi passati degli
ipotetici verbi appecorare e appecoronare. Appecoronato
è venuto alla ribalta perché Berlusconi una volta ha parlato di
«conduttori televisivi appecoronati», ma dubitiamo che Berlusconi
sia stato il primo ad usarlo. Di chi sia sia la paternità, va detto,
per stare nel tema pecorino, che appecoronato può senz’altro
ascriversi tra i termini pecorecci. Cavallo e sostantivi cavallini (4/11/2011) Sopra abbiamo
parlato di aggettivi. Ma per numero di sostantivi derivati è il
cavallo in assoluto l’animale che ne dà di più alla lingua
italiana, considerando il corrispondente latino ĕquus e il
greco híppos dai quali derivano numerosi vocaboli semplici o
composti, si pensi solo a equitazione, ippica,
ippodromo e via cavalcando come cavalieri o cavalleggeri magari a
cavalcioni dell’ippogrifo o di un ippopotamo. E il cavallo è, in
assoluto, l’animale più citato nelle pagine del Vocabolario. Leone e aggettivi leonini (4/11/2011) Il povero leone, re
della foresta, ci dà solo leonesco e leonino.
Quest’ultimo aggettivo, tra l’altro, essendo in condominio (se così può
dirsi) tra il leone e i papi di nome Leone, suona
abbastanza curioso quando è riferito ai pontefici. A Roma esiste la
città leonina (Vaticano e adiacenze) delimitata dalle mura
leonine, dette così perché fatte erigere da papa Leone IV. I
vocabolari, però, ignorano un altro aggettivo che meglio converrebbe
(come è attestato dall’uso) quando ci si riferisce ai papi di nome
Leone. Ad Anagni c’è il Collegio Leoniano, il seminario maggiore
per il Lazio, fatto costruire da papa Leone XIII, il quale a Carpineto
Romano, sua città natale, ha anche il suo bravo museo leoniano.
Sempre a Roma c’è il Convitto ecclesiastico leoniano. E poi,
portando un esempio, se si dovesse definire il coraggio fuori del comune
di una enciclica promulgata da un papa Leone, come si dovrebbe dire? Il
coraggio leonino del documento leonino? In un simile caso
leoniano farebbe la differenza. Peccato che i vocabolari presi
in esame continuino a ignorare questo aggettivo peculiarmente “papale”. C’è scapolo e scalopo (4/11/2011) Oltre allo
scapolo nei vocabolari si trova lo scalopo. Potrebbe dirsi
uno di quei casi di metatesi di cui abbiamo parlato la volta
scorsa a proposito di sucido e sudicio
(vedi nota
1/11/2011), ricordando che metatesi è anche il gioco enigmistico
consistente nello scambiare una lettera o una sillaba di una parola per
trovarne un’altra di diverso significato. Lo scalopo nulla
c’entra con lo scapolo, essendo un piccolo mammifero
nordamericano simile alla talpa. Nulla vieta, però, che anche tra gli
scalopi possano esserci esemplari scapoli, anzi
scaloponi scapoloni. E c’è la scapolona (4/11/2011) A proposito di
scapoloni, va detto che mentre per scapolo non è prevista la
forma femminile (applicandosi il termine solo all’uomo non sposato, al
celibe, e dunque in tal senso non esiste la scapola), diverso è
il caso dell’accrescitivo scapolone, per il quale Garzanti e
Zingarelli segnalano regolarmente la desinenza in -a del
corrispondente femminile Più esplicito De Felice-Duro: «In usi
scherzosi, anche scapolona, donna di una certa età ancora
nubile». Tornando allo scalopo, il simpatico animaletto simile
alla talpa, va detto che Garzanti segnala il femminile scalopa.
Riassumendo: scalopa (da scalopo) sì; scapola (da
scapolo) no, scapolona sì. Il racconto di Toby (4/11/2011) In tema di animali, domestici questa volta. È in libreria “Il racconto di Toby”, scritto dal nostro collaboratore Mauro Totteri “in memoria” del suo cane. Una storia semplice, che si fa apprezzare per lo stile sobrio, il tono familiare e per la sensibilità dell’autore, che conclude il racconto dell’avventura – vissuta da lui e dalla sua famiglia con Toby, il protagonista – con una poesia. Una storia destinata anche ai bambini, perché insegna, senza darlo a vedere, il modo corretto di vivere, e convivere, con gli animali. Ossia rispettando la loro personalità.
Per Ognissanti (la datazione
della parola è al 1284) la migliore definizione, tra i vocabolari della
lingua italiana, ci sembra quella di Devoto-Oli: «La festa cattolica
dedicata a tutti i santi, sia a quelli del martirologio sia alle anime
beate: fissata al primo novembre in età carolingia». Opportuno il
riferimento storico, ma ancor più opportuno l’inciso, che manca in altri
vocabolari, dove si specifica una sacrosanta verità: i santi non sono
solo quelli del martirologio (il repertorio “ufficiale” della
Chiesa nel quale sono registrati tutti i santi “laureati”, per dire
quelli che hanno superato l’esame di santità), ma anche, semplicemente,
le anime beate, le anime di coloro che sono vissuti silenziosamente
operando il bene e ora godono del Paradiso e della visione di Dio.
Ognissanti, insomma, è la festa non solo dei santi riconosciuti, ma
anche dei santi sconosciuti, dei santi nascosti, senza laurea e senza
aureola, che sono forse, anzi senza forse, in numero maggiore rispetto
ai santi laureati. Fave da morto (1/11/2011) A Roma le chiamano
così: “da morto”. I vocabolari invece registrano “fave dei morti”.
Il nome può sembrare poco invitante, ma sono una «specie di dolci che si
fanno e si vendono durante il periodo della commemorazione dei defunti»,
per stare all’evasiva definizione di Sabatini-Coletti che non aggiunge
altro. Devoto-Oli, Zingarelli, De Felice-Duro precisano almeno gli
ingredienti: mandorle, zucchero, farina, chiara d’uovo. Ricetta simile
agli amaretti. Le “fave da morto”, però – ad esser pignoli –, secondo la
tradizione romana andrebbero cosparse di pinoli. I fabbricanti di
amaretti e altri dolci per “camuffare” (si fa per dire) i noccioli di
albicocca, decisamente “plebei”, hanno trovato un nome grazioso e
gentile e li hanno ribattezzati armelline. Le armelline,
in pratica le mandorle tratte dai noccioli delle albicocche,
costituiscono con lo zucchero il componente principale degli amaretti
duri e morbidi, come prevede il disciplinare ministeriale (vedi sopra).
Le mandorle, quelle “vere”, possono anche essere assenti o entrare nella
composizione, purché le percentuali dei due tipi di mandorle siano
indicate in etichetta. Il nome armellina non è del tutto
inventato; viene da una voce veneta, armellino, sinonimo di
albicocca. Incomprensibile perché alcuni vocabolari segnalino
armellina come “marchio registrato”. No, chiunque le può usare e
chiamarle “armelline”. La recessione, di cui si parla, non è solo il «periodo in cui la crescita economica di un paese è negativa», per dirla con De Mauro, al quale Zingarelli risponde parlando di «temporaneo ristagno, rallentamento degli affari e dell’attività economica in genere» ma «con effetti meno gravi e profondi di quelli derivanti da una vera e propria crisi ». C’è anche una recessione più “grave”, perché – ci si passi la battuta – è astronomica. La registrano tutti i vocabolari, anzi Garzanti la mette al primo posto, davanti a quella “economica”, con questa definizione: «Fenomeno per cui le galassie si allontanano l’una dall’altra con velocità proporzionale alla distanza; costituisce per la maggior parte degli astronomi la prova delle teorie sull’espansione dell’universo».
Dalla recessione
alla secessione il passo è, graficamente, breve. Alzi la mano
chi non collega subito questo termine alla guerra di secessione
americana tra nordisti e sudisti ricordata anche dai vocabolari alla
voce secessione. Una vecchia storiella racconta che i
motivi “veri” della famosa guerra sono da ricercarsi nel periodo in cui
i nordisti venivano chiamati nordici e i sudisti sudici.
Quelli del Sud, stufi di esser chiamati sudici, scatenarono la
guerra. Questione d’orgoglio, dunque, e di parole ambigue. Per noi,
qui in Italia, questione che invita a considerare i misteri
imperscrutabili della lingua: perché da nord può venire
nordico, e invece da sud non può venire sudico
? Domande senza risposta. Sucido = sudicio (1/11/2011) Attenzione che la
lingua italiana se non ci dà sudico, ci dà però sucido,
aggettivo con il medesimo significato di sudicio, dal quale
deriva per metatesi. Che cos’è la metàtesi? Prendiamo da
Garzanti: «Trasposizione di suoni all’interno di una parola (esempio:
padule per palude)». Parola comodissima la metatesi, perché
se prendete una papera e invece di dire, che so io?, inseparabile
dite inserapabile, potete sempre uscirvene con eleganza e
spiegare, con parola dotta, di aver voluto fare una metatesi. Afona, voce senza voce? (1/11/2011) Si può dire “voce afona”? Dubbio legittimo se si considera che afono dal greco áphōnos, composto di a- con valore privativo e phōnē “voce”, significa letteralmente “senza voce”. Dunque “voce afona” una contraddizione in termini, “una voce senza voce”, il che equivarrebbe al silenzio. L’italiano viene in aiuto con le sue sfumature e ci dice – dicono i vocabolari – che afono può significare anche “fioco, flebile, basso”, tutti aggettivi applicabili alla qualità della voce, che perciò può essere afona.
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Da lombardo, nel significato medievale di “muratore”. La lombardata è la «fila di muratori che, disposti in catena, si passano mattoni o altri materiali» (Garzanti). Anche in altri vocabolari.
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