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Burocratismo?  Dal burocratese                                                     (9/6/2010) 

«Unità nazionale e coesione sociale non significano centralismo e burocratismo»: lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Santena (Torino) nel suo discorso per la celebrazione dell’anniversario della morte di Cavour.  A parte centralismo, che è parola più facile, vediamo come questo ennesino “ismo” , burocratismo, è trattato dai vocabolari.  Telegrafico Zingarelli: «Eccessivo sviluppo della burocrazia».  Concetto, questo, che si ritrova in Garzanti e in Devoto-Oli, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena.  Però questi tre vocabolari aggiungono un secondo significato, più “personale”, perché, al di là dell’apparato, anche la persona singola può cadere nel burocratismo.   Illuminanti in proposito Palazzi-Folena: «Mentalità ristretta e pedante, tipica del burocrate», e Sabatini-Coletti: «Mentalità burocratica, rigidamente formalista, priva d’iniziativa e aliena dall’assunzione di responsabilità individuali».  De Mauro, per parte sua, dopo il significato dell’ “eccessivo sviluppo”, ne aggiunge un altro, secondo cui il burocratismo è anche: «Parola o espressione che fa parte o ricorda il linguaggio burocratico».  Qui il diretto riferimento è alla lingua, anzi alle lingue, sul modello di parole consimili, latinismo, anglicismo, francesismo.  Non per niente esiste il burocratese e dunque un termine che ci perviene da questa “lingua” (ormai può considerarsi tale a tutti gli effetti) può benissimo chiamarsi burocratismo.     
 

Dal burocraticismo alla burotica                                                     (9/6/2010)

Detto che i vecchi vocabolari, una sessantina d’anni fa o giù di lì, si limitavano generalmente a burocrate e burocrazia, va segnalato che De Felice-Duro (1993), non bastasse burocratismo, registra anche burocraticismo.  Non registra burotica, che invece il più anzianotto (1992) buon Palazzi-Folena riporta con una definizione tuttora valida e che si ritrova nei vocabolari più aggiornati: «Insieme di metodi e tecniche per l’automazione del lavoro d’ufficio attraverso l’uso di macchine e sistemi elettronici e informatici».
 

Burocrazia e Rigutini                                                                     (9/6/2010) 

Dobbiamo ringraziare i francesi, si fa per dire, se tutte queste parole con l’elemento iniziale buro-  sono entrate nell’italiano e, in verità, in molte altre lingue. La parola madre è bureaucratie, composta da bureau “ufficio” e -cratie “-crazia”.  Facile profeta il lessicografo e “Cruscante” Giuseppe Rigutini (1829-1903) che nel 1886, in un suo saggio su I neologismi, scriveva:
«Burocrazia, burocratico… finiranno col prendere stabile piede anche fra noi, perché sembrano necessarie per certa sfumatura di beffa o di disprezzo che le circonda».
 

Dal buro- ai Buri                                                                            (9/6/2010)

Non si finisce mai d’imparare. Fino ad ora abbiamo parlato di buro- , elemento iniziale per tutte le parole derivate da burocrazia, ed ecco che De Mauro ci offre questa curiosità del buro, aggettivo e sostantivo, per indicare chi (o che) apparteneva ai Buri, «antica popolazione stanziata sulle rive del fiume Oder».  Adesso nessuno voli con la fantasia e pensi al nostrano burino, come a un diminutivo di buro.  Non c’entra nulla.  Anche se l’etimologia di burino è ignota e perciò chi vuol tentare azzardati collegamenti faccia pure.
 

Dal burino al burrino …                                                                 (9/6/2010)

Tutti i vocabolari registrano burrino  (attenzione: doppia erre, perché c’è anche il burino, parimenti registrato, ma è un altro discorso) nel significato di provola più o meno tondeggiante con un  “cuore” di burro.   Il burrino, però, è anche un tipo di fagiolino assolutamente senza “filo” e particolarmente tenero. Si parla correntemente di “burrini” nella denominazione commerciale di questi fagiolini.  Bene De Mauro e Devoto-Oli che registrano per burrino entrambi i significati.


 …e all’
insalataro                                                                            (9/6/2010)

A Roma l’insalataro potrebbe essere il venditore di insalate.  Va invece diffondendosi in tutta Italia l’uso di questo termine, a prima vista romanesco, come aggettivo per definire i pomodori da insalata.   Nei cartellini dei supermercati, nella pubblicità delle offerte speciali, è il momento del pomodoro insalataro.   Non sappiamo se a questo nome corrisponda una categoria merceologica ben precisa di pomodori.  Crediamo di no, vista la gran varietà di pomodori definiti “insalatari”.  I linguisti, si sa, frequentano poco mercati e supermercati e dunque i vocabolari ancora non hanno preso atto che esiste il pomodoro insalataro.  


Anemone nel Vocabolario                                                              (4/6/2010)

Zingarelli e Garzanti pubblicano anche le fotografie di questo animale e di questo bel fiore.  Sì, perché parlando di anemone, occorre individuare bene di chi, anzi, di che si sta parlando. Le confusioni sono sempre possibili. C’è l’anemone di mare, che appartiene al mondo animale, e più scientificamente è denominato attinia, e c’è l’anemone  (sia consentito)  di … terra, ossia il fiore e la pianta che contano numerose varietà.  Zingarelli, nelle tavole a colori in appendice, ne illustra tre, tra cui l’anemone narciso, dai fiori bianchi, mentre in altre varietà sono rossi o violacei. Chi vuole approfondisca anemone nel vocabolario o, in questi giorni, nelle cronache dei giornali.
 

Anemone ambigenere                                                                    (4/6/2010)

In tema di anemone qualche dubbio, qualche ambiguità  non poteva mancare. Maschile o femminile?  Un anemone o una anemone?  Per Devoto-Oli solo maschile; per De Mauro maschile e femminile; per Sabatini-Coletti, Garzanti, Zingarelli solo raramente femminile. Insomma, se vi capita di scrivere un’anemome (con l’apostrofo) potrete dire di non aver sbagliato.
 

Ancora intercezione, in altro senso                                                 (4/6/2010)

A proposito di intercezione sinonimo di intercettazione (vedi nota 25/5/2010) ci scrive il gentile Osvaldo Meroni (facciamo i nomi di chi ci autorizza) per segnalarci che il termine intercezione ha anche un altro significato in campo medico-scientifico, in particolare nel campo della contraccezione, dove sta a indicare ogni tecnica abortiva che intercetta l’embrione e ne impedisce l’annidamento.  «Bastava vedere su internet», aggiunge Meroni. Il lettore ha ragione e lo ringraziamo per la segnalazione, però ci consenta di dire che la nostra prioritaria fonte di informazione è, e resta, il Vocabolario, non internet. In nessuno dei vocabolari presi solitamente in esame abbiamo trovato il significato segnalato dal lettore e ci siamo fermati lì. D’altra parte se per ogni parola che trattiamo dovessimo prendere in considerazione tutti i significati, anche specialistici, registrati da internet, le note che cerchiamo di contenere in poche righe diventerebbero altrettante voci di enciclopedia e, forse, annoierebbero.  E poi non siamo all’altezza degli enciclopedici. 
 

Gambrinismo, pericolo birra                                                         (4/6/2010)

Garzanti e Sabatini-Coletti registrano gambrinismo.  Zingarelli pure lo registrava, ma 70 anni fa, poi lo ha perso per strada. La vecchia definizione zingarelliana diceva: «Abuso di birra, e conseguenze, specialmente sul cuore» e definiva Gambrinus «Re della birra, birraio di Carlo Magno».  In effetti gambrinismo deriva proprio da Gambrinus,  il «mitico re germanico ritenuto l’inventore della birra», così Sabatini-Coletti.  Idem Garzanti.  Entrambi i vocabolari parlano di «abuso di birra» e «intossicazione» provocata da tale abuso. Per fortuna sono sparite le «conseguenze, specialmente sul cuore» alle quali faceva cenno Zingarelli.  Ma una volta non c’era una pubblicità che sosteneva “chi beve birra campa cent’anni”?


La mamma del gattomammone                                                      (4/6/2010)

Non c’è, semplicemente non esiste; in quanto il gattomammone (o gatto mammone) è mammone non perché sia un “figlio troppo attaccato alla mamma”, ma perché in questo caso mammome, anziché da mamma, viene dall’arabo maymūn “scimmia”, propriamente “scimmia gatto”, per le sue movenze.  I vocabolari sono concordi su questa origine di gattomammone, segnalando che anticamente mammone stava a indicare una scimmia, in particolare il macaco, di cui peraltro Zingarelli e De Mauro registrano il sinonimo maimone
 

Dalla scimmia alla gattamammona                                                   (4/6/2010)

Anche gattomammone anticamente era solo una «varietà di scimmia non ben identificata»  (Sabatini-Coletti, Devoto-Oli).  Successivamente il termine ha assunto il significato di personaggio, animale immaginario, «mostro delle favole, che si menziona per far paura ai bambini» (Garzanti).  Meticoloso, al solito, e per ciò lodevole, Garzanti risolve i dubbi su come debba declinarsi gattomammone:  al plurale gattimammoni;  femminile: gattamammona, al plurale gattemammone.  Smentendoci su quanto abbiamo detto prima, la gattamammona potrebbe essere la mamma del gattomammone.
 

C’è mammone e mammona                                                           (4/6/2010)

Per esaurire l’argomento va detto che mammone è registrato dai vocabolari anche come variante femminile del biblico mammona  (maschile o femminile), ossia «la ricchezza e i piaceri mondani, fatti quasi oggetto di culto» (Zingarelli); estensivamente, con iniziale maiuscola, «personificazione del demone tentatore della ricchezza» (De Mauro).  Alcuni linguisti non escludono l’influenza di questa particolare mammona (dall’aramaico māmônā “ricchezza”) sull’origine del gattomammone “mostro fantastico”.
 
 

Chi frequenta gli scioscioni?                                                                    (4/6/2010)  

Certamente non li frequentano Zingarelli, Garzanti,  Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena e De Felice-Duro. Fanno bene, fanno male? Chi lo sa? Li frequentano, invece, Devoto-Oli e De Mauro, i quali registrano scioscione e degli scioscioni parlano senza remora alcuna. Una parolaccia?  Un appellativo ingiurioso?  Persone poco raccomandabili?  Chi non ha mai frequentato gli scioscioni vada alla Confusione delle lingue e lo saprà.


La repubblica negativa
                                                                   (2/6/2010) 

Per carità nessuno pensi a una mancanza di rispetto verso l’istituzione (la Repubblica con la erre maiuscola) e proprio nel giorno dedicato alla sua festa. Però lo Sciogliscilinguagnolo ha sempre, anche oggi, un occhio attento al Vocabolario e non può fare a meno di annotare un curioso significato, in senso figurato, della parola repubblica. Significato non proprio positivo, forse ignorato dai più giovani ma non dalle persone di una certa età che ne hanno magari cognizione diretta derivata dall’aver sentito in gioventù espressioni come quelle appresso riportate. Significato, del resto, registrato da tutti i vocabolari, sia pure con la premessa “disusato”, “familiare” o “scherzoso”.   Dunque repubblica è anche «disordine, confusione»  (Zingarelli, Garzanti);  «situazione» o «luogo in cui tutti comandano e nessuno ubbidisce» (De Mauro, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena ); «stato di disordine e anarchia» (De Felice-Duro);  «allusione a manifestazioni di confusione o di licenza» (Devoto-Oli).  Per buona misura De Mauro aggiunge come sinonimi, in tal senso, «babilonia, caos».  E se non bastassero le definizioni di questa particolare repubblica, ecco i modi di dire citati: «Questa casa è una repubblica!», «Qui dentro è sempre una repubblica!»,  «Non fate tanta repubblica!». 
  

Un vecchio repubblicano … con le ali                                             (2/6/2010)

E chi è costui?  È una di quelle curiosità che si possono trovare nei vecchi vocabolari, più ricchi di curiosità di quelli attuali, dove l’abbondanza delle parole nuove (spesso inglesismi assolutamente estranei alla nostra lingua) va a scapito di altre informazioni.  Sentite qua chi era questo vecchio repubblicano:  «Uccello conirostro dell’America meridionale, notevole perché molti individui lavorano in comune alla costruzione del nido, al riparo di una sorta di tetto fatto di steli di piante e disposto sopra un albero: i vari nidi collocati vicino formano una specie di villaggetto».  Così, testuale, Zingarelli edizione 1935, il quale dava anche il nome scientifico di questo volatile: plocĕus socìus.  Inutile dire che del repubblicano con le ali si sono perse le tracce, sia in Zingarelli, sia in altri vocabolari.
 

Dai quirinalisti ai cremlinologi                                                                                               (2/6/2010)

In Italia, e dunque nella lingua italiana, abbiamo i quirinalisti, i giornalisti accreditati al palazzo del Quirinale che seguono particolarmente da vicino l’attività del presidente della Repubblica. Ancora, per fortuna, non c’è bisogno dei quirinalologi, ossia gli esperti in quirinalologia, in pratica (e in teoria) la scienza per lo studio e l’interpretazione delle vicende quirinalizie.  Palazzo per Palazzo, viene spontaneo (ai fini linguistici) l’accostamento con il Cremlino, dove – per capirne e carpirne le vicende  –  non bastavano, e tuttora non bastano, dei semplici cremlinisti, ma occorrono i cremlinologi, gli esperti, gli studiosi di cremlinologia.  Va detto che quirinalista, e così l’aggettivo quirinalizio, sono registrati da Zingarelli, Devoto-Oli, De Mauro;  cremlinologia e cremlinologo anche da tutti gli altri .  


Chi risotta?
                                                                                                                                          (2/6/2010)

Chi coniuga il verbo risottare, verbo transitivo regolarmente registrato da Devoto-Oli e dunque con l’avallo di linguisti illustri.  Risottare (da risotto), ossia «cucinare la pasta facendola cuocere insieme al suo condimento e bagnandola di tanto di tanto con del brodo, secondo la ricetta del risotto».  E se il riso o la pasta si facessero cuocere secondo la ricetta della polenta, ossia rimestando continuamente, che verbo potremmo avere?   Polentare

 

Ucronia fa rima con utopia                                                             (2/6/2010)

… e con fantasia.  Sembrerebbe parola nuova, ucronia, ma non è.  Zingarelli la registra dall’undicesima edizione (1983), classificandola tuttora “rara” come altri vocabolari.  Per Sabatini-Coletti l’ucronia è un «resoconto immaginario di fatti storici, attuato modificando i dati reali e inserendo avvenimenti fantasiosi o fittizi». Un romanzo così costruito si può definire con l’aggettivo derivato: ucronico.   Dunque ucronia, una via di mezzo tra utopia e fantascienza.  Non per niente la costruzione della parola riprende quella di utopia (alla lettera “senza luogo”), laddove ucronia sta propriamente per “senza tempo”, dal prefisso greco ou “non”, “senza” e da khrónos “tempo”.  I vocabolari solitamente l’attestano al 1903, ma ucronia è parola più vecchiotta, se è vero quanto affermano varie fonti accreditandone la “creazione” al filosofo francese Charles-Bernard  Renouvier (1815-1903) nel suo saggio Uchronie del 1876.  
 

Un rio non può essere che pravo                                                    (2/6/2010)

Una volta, non sappiamo adesso, c’era l’abitudine da parte della distribuzione italiana di cambiare, spesso cervelloticamente, i titoli dei film americani.  Rio Grande  (1950), di John Ford,  divenne nella versione italiana Rio Bravo.  Titolo in verità piuttosto simile all’originale e non lontano dalla realtà, poiché il grande fiume nordamericano in Messico  è chiamato appunto Rio Bravo.  Ma anche quella volta ci fu chi contestò aspramente il cambiamento del titolo.  In particolare un critico se ne uscì con questa sottile argomentazione: «Rio Bravo è una contraddizione in termini.  Come può, in italiano, un rio essere bravo?  Se proprio si voleva cambiar titolo, il rio avrebbe dovuto essere pravo».


La “manovra” nel Vocabolario                                                         (28/5/2010)

Parola dai molti significati manovra, sia considerata singolarmente, sia nelle numerose locuzioni in cui entra.  De Mauro di tali locuzioni ne elenca 12, tra le quali manovra congiunturale, manovra di bilancio, manovra fiscale, dimenticando di definire esattamente la manovra finanziaria che comunque potrebbe trovare una spiegazione nelle altre tre.  Ma ormai, nel linguaggio corrente, influenzato dall’uso giornalistico, la manovra non ha più bisogno di aggettivazioni, intendendosi in senso assoluto «l’intervento del governo per lo più mirato al contenimento del disavanzo», come se la cava brillantemente Devoto-Oli in poche parole.  Rimandiamo ad altri vocabolari per definizioni più particolareggiate.  È invece il caso di rilevare che manovra, in tale significato politico-economico, è entrata nei vocabolari di recente.  Palazzi-Folena (1992), De Felice-Duro (1993) non ne fanno affatto cenno, limitandosi ad altre manovre più consuete, da quelle variamente meccaniche a quelle militari e navali, fino alle manovre politiche o parlamentari che però hanno in questi vocabolari connotazione decisamente negativa, accomunate perciò alle manovre da corridoio, quindi svolte dietro le quinte e in modo poco corretto.  Connotazione peraltro rimasta nei vocabolari aggiornati, vedi Zingarelli, che per questo uso figurato di manovra, a proposito di “manovra politica” parla di «maneggio, raggiro».  In Zingarelli la «manovra economica del Governo» è entrata dalla dodicesima edizione (1993). 


Una manovra la spallata
                                                                   
(28/5/2010)

Una manovra nel senso negativo delle manovre politiche o parlamentari, che abbiamo visto sopra, potrebbe essere la spallata. Ancora una volta Zingarelli è stato il primo – scusateci, ma ogni tanto osiamo peccare di presunzione – ad accogliere la nostra segnalazione e a registrare dalla ristampa 2009 questo significato figurato del termine:  «Mossa decisiva per mettere in una crisi definitiva qualcuno o qualcosa: dare una spallata al governo».   


Chi ha parlato di “spallata”?
                        ARCHIVIO                      (30/10/2007)

Berlusconi si tira fuori. «Non ho mai pensato a nessuna spallata, è un termine che non ho mai usato. È stato usato dalla stampa ma non mi appartiene», ha detto il presidente di Forza Italia, secondo quanto riferiscono le agenzie. A questo punto sarebbe interessante, ai fini linguistici, sapere chi per primo ha usato spallata nel senso figurato di “manovra, tattica, ribaltone o intesa tra forze politiche per far cadere il governo in carica”. Un aiuto non viene dal Vocabolario, colpevolmente in ritardo.  Nessuno, anche dei più nuovi, registra questo significato “politico” di spallata.   Le definizioni si limitano a “urto dato con la spalla” e “alzata di spalle”.
 

Pansotti, panciuti con le noci                                                            (28/5/2010)    

C’è panciotto e pansotto.   Ci pensano Devoto-Oli e Zingarelli a spiegare la differenza, registrando il secondo termine che altri (ad esempio De Mauro) ignorano. Il panciotto è quello che con termine preso dal francese si direbbe gilet. Il pansotto è una pasta ripiena, specialità della Liguria, «simile a un raviolo triangolare imbottito di una miscela di erbe (per lo più selvatiche) e di un impasto di uova, ricotta e parmigiano» (Devoto-Oli).   Zingarelli, che registra pansotto dal 2007 (ristampa 2008), suggerisce l’ideale condimento: pansotti con salsa di noci.  Va detto che pansotti  (al plurale) era già in De Felice-Duro (1993) il quale tra l’altro annota: «Piatto tipico della Liguria di Ponente e di Genova;  dal ligure pansòti, derivato di pansa “pancia”, in quanto panciuti, rigonfi», concordando anche lui sul condimento: sugo di noci.
 

Dal pansotto al pancotto                                                                   (28/5/2010)

Attenzione alle solite stravaganti e pericolose interpretazioni del computer. Da ignorante perfetto di gastronomia (in particolare di quella regionale) e alieno dai piaceri della buona tavola, correggerà inevitabilmente pansotto in pancotto.  Il che – anche senza ricorrere al Vocabolario –  è cosa leggermente diversa, e più  insipida, del pansotto.  


Attenti alle superiore                                                                         (28/5/2010)

Un errore in cui si cade spesso è quello di volgere il plurale di superiora (nel senso di consacrata, di suora a capo di una comunità) in superiori.  No, a la superiora corrispondono le superiore, così come al superiore corrispondono i superiori. Nei giorni scorsi, in sede di ragguaglio sull’assemblea UISG (Unione Internazionale delle Superiore Generali), alcuni media hanno continuato a parlare (e scrivere) di “superiori”, come se fossero di sesso maschile. Forse l’errore è motivato dal fatto che l’aggettivo superiore al plurale fa superiori, tanto per il maschile quanto per il femminile. Ma la differenza è data appunto quando si parte da superiora, aggettivo o sostantivo. Si dirà allora: “Le madri superiore (o le superiore) sono superiori, in quanto a bravura, ai padri superiori”.  Un esempio, ovviamente.  Che non si sentano offesi i superiori!
 

C’è ingaggio e disgaggio                                                                  (28/5/2010)

Ingaggio è parola venuta di moda per via delle “regole d’ingaggio”  alle quali devono sottostare i militari impegnati in missione.  Deriva da ingaggiare, a sua volta derivato dal francese engager  = arruolare, assoldare, scritturare, incominciare, impegnare, vincolare ecc.   In francese esiste, con opposti significati, anche dégager,  che in italiano può tradursi in:  liberare, svincolare, sgombrare, distaccare, disimpegnare.  Dégager non ci ha dato “disingaggiare” né “disingaggio” (che non esistono) ma solo disgaggio, termine registrato  dai vocabolari della lingua italiana con questo preciso significato: “rimozione manuale di frammenti rocciosi pericolanti che minacciano la sicurezza di strade, miniere, cave, specialmente dopo l’esplosione di mine”.   Come si vede, un significato ben delimitato, che non lascia spazio ad altre interpretazioni.  Perciò nessuno pensi che oltre alle “regole d’ingaggio” ci siano anche le “regole di disgaggio”.    
 

Intercezione uguale intercettazione?                                                    (25/5/2010)

Ringraziamo Daniele Risaliti che ci fa una domanda collegata a un argomento di attualità in questi giorni.  Il gentile lettore ha letto in un giornale intercezione al posto di intercettazione e ci chiede se si tratta di un errore, un refuso, magari non voluto, oppure si può dire, e  scrivere, anche così: intercezione, e, in questo caso, se c’è qualche differenza tra i due termini.  Che dire?  De Felice-Duro a intercezione è chiaro e immediato: «Forma meno comune di intercettazione».   Sulla stessa linea gli altri vocabolari consultati, i quali si limitano a classificare intercezione “non comune” e a dare come sinonimo intercettazione.  Se una curiosità può dirsi, è che intercettazione è parola più “moderna” rispetto a intercezione.  I vecchi Zingarelli (edizioni anteguerra) nemmeno la registravano, limitandosi solo a intercezione.  Palazzi-Folena, forse “ringiovanendola” di troppo, data intercettazione addirittura al 1963 e intercezione al 1541.  Quest’ultima datazione è avallata da De Mauro e anche da Zingarelli, il quale, però, colloca intercettazione al 1847. È comunque accertato che intercezione, cronologicamente, viene prima di intercettazione.   Per concludere, nell’uso moderno, collegato al controllo e alla registrazione delle conversazioni telefoniche, è preferibile intercettazione.  Chi proprio vuole fare l’originale, dica e scriva pure intercezione.   Nessuno potrà condannarlo, ma poi non si lamenti se qualcuno gli fa notare di aver fatto un errore.  
 

Guerrafondaio, dai tempi dell’Abissinia                                              (25/5/2010)     

Chi pensa che la parola guerrafondaio sia nata nel ’68, gridata dai cortei studenteschi all’indirizzo degli americani, “colpevoli” di aver scatenato la guerra nel Vietnam, è fuori strada. La parola è più vecchiotta. Risale ai tempi della guerra in Abissinia, l’attuale Etiopia. 
Vedi Voci in capitolo.
  

Girabecchino o girabacchino?                                                                                                    (25/5/2010)              

Giriamo la domanda ai lettori.  La parola, quale che sia quella esatta, indica o un tipo di trapano a mano, oppure la chiave multipla, sagomata a U o a croce, per allentare o stringere i bulloni, in pratica l’attrezzo che ci occorre al momento di sostituire una ruota della nostra vettura.  Ebbene: girabecchino, girabacchino, o anche, per buona misura, girabarchino?  La risposta nel Vocabolario o giù in fondo nella Confusione delle lingue.
 

L’ippobosca?  È la mosca cavallina                                                   (25/5/2010)

Alzi la mano chi, leggendo in un qualsiasi testo, una frase come quella del titolo, non pensi subito a un errore di stampa, sembrando a tutti più ovvio e naturale che la mosca cavallina, per dire la mosca dei cavalli, debba chiamarsi ippomosca anziché ippobosca.   E invece no, si chiama proprio così, con termine specialistico, ippobosca, dal nome scientifico Hippobosca equina.   Dove la seconda parte della parola, -bosca, non c’entra nulla con le mosche, ma è un derivato del greco bóskein “nutrire”, qui in senso riflessivo, “nutrirsi”.   La prima parte ippo-, greco híppos, vale “cavallo”.  Insomma, detto in parole povere, l’ippobosca si nutre del cavallo, succhiandone il sangue. Alla larga dalle ippobosche!
 

Ricordiamoci di scioccheggiare                                                         (25/5/2010)

L’invito non è a scioccheggiare –  che a quello già ci pensano in molti, a incominciare da personaggi politici e della Tv –  quanto piuttosto a ricordarsi che nella lingua italiana esiste questo verbo con il significato di “fare lo sciocco”, “fare o dire sciocchezze”.  È un verbo poco usato, che Zingarelli segnala come antiquato, ma registrato anche da De Mauro, Devoto-Oli, Palazzi-Folena. E forse, visto che c’è, sarà bene incominciare a usarlo nei confronti dei tanti che fanno gli sciocchi e dire, papale papale, che scioccheggiano.  Attenzione a non confondere scioccheggiare con scioccare (“causare uno shock ”) che qui non c’entra per nulla.  Anche se chi scioccheggia, soprattutto in modo esagerato, alla fin fine potrebbe scioccare (oltre che scocciare).
 

Due “Rite” per Zingarelli                                                                   (22/5/2010)

Oggi 22 maggio è santa Rita, una delle sante più popolari in Italia.  Curiosamente Zingarelli cita due donne, con questo nome, che possono considerarsi agli antipodi per quanto riguarda sia l’attività professionale, sia il tipo di donna che l’una rappresenta e l’altra ha rappresentato ma tuttora rappresenta nella memoria collettiva di molte generazioni.  Basta dire i lemmi dove sono ricordate: l’una a Nobel: «Persona insignita del Premio Nobel: il Nobel Rita Levi Montalcini»;  l’altra a sex symbol: «Rita Hayworth è stata uno dei primi sex symbol del cinema americano».  Due donne agli antipodi, ma entrambe affascinanti.  Come tutte le Rite, se così può dirsi al plurale.  Alle quali, Rita (è meglio), vadano i migliori auguri in questo giorno onomastico.
 

Complicarsi la vita in -essa                                                                (22/5/2010)

Ma perché soldatessa, come a volte abbiamo ascoltato (e letto) in questi giorni e non solo?  Il femminile regolare di soldato – segnala Garzanti  – è soldata, e dunque al plurale i soldati e le soldate, senza problemi. Di recente alla Radio Vaticana, in altra occasione, abbiamo sentito l’orribile presidentessa, quando basterebbe dire la presidente e via.  Non si comprende perché, dinanzi al femminile dei nomi, molti debbano complicarsi la vita andando a scegliere la desinenza in -essa che spesso assume – avverte ancora Garzanti – un tono scherzoso o valore spregiativo. E difatti tutti i vocabolari a soldatessa danno anche il significato di “donna autoritaria”.  Passi per professoressa o dottoressa, ma per altri nomi basta mutare la o in a e il femminile è fatto, oppure, nel caso di nomi terminanti in e, lasciarli invariati e definire il genere con l’articolo.  Ministra, avvocata, sindaca, magistrata, capitana …fino a la tenente, la sergente, la caporale e dunque, appunto, la soldata. Evitando così il rischio di dare a intendere che tutte le donne inquadrate in corpi militari siano per questo “donne autoritarie”, come le soldatesse.
 

La vocabolariata? Meglio col vocabolarietto                                       (22/5/2010)

Nei Pensieri sul Vocabolario (vedi) figurano vocabolarione, vocabolarietto e vocabolariata. Passi per vocabolarietto, qualcuno potrebbe pensare che vocabolarione è un termine inventato. Invece no, perché appare su Palazzi-Folena e su Garzanti, Sabatini-Coletti, Zingarelli che registrano anche vocabolariuccio.  Non  tutti i dizionari trattano il Vocabolario allo stesso modo. Per De Mauro esiste solo il vocabolario, per Devoto-Oli  anche il vocabolarietto.  Pessimisti Garzanti, Sabatini-Coletti e Palazzi-Folena per i quali può esserci anche il vocabolariaccio.  Oltremodo gentile, invece, Zingarelli, che prevede anche vocabolarino e vocabolariuzzo escludendo vocabolariaccio.  Infine la vocabolariata, “colpo dato con un vocabolario”,  non esiste.  Però la costruzione appare corretta e a qualcuno potrebbe far bene.
 

Limitarsi a librate e aranciate                                                               (22/5/2010)

Se non è consigliabile dare a qualcuno una vocabolariata (parola troppo … pesante e non riportata dai vocabolari) accontentiamoci, al più, di dargli una librata. Il termine era regolarmente registrato dal Novissimo Melzi (1957), dalle vecchie edizioni dello Zingarelli e tuttora da Hoepli-Gabrielli, con questa testuale definizione: «Colpo dato con un libro».  Del resto, nei vecchi dizionari, i  “colpi”  dati con qualcosa non si limitavano alla librata. C’erano anche l’aranciata e la limonata, nel senso di colpi dati rispettivamente con un’arancia e un limone. Zingarelli, ad aranciata, ancora conserva tra i significati quello di  «colpo d’arancia» qualificandolo “antiquato”.  Perché antiquato?  Nella famosa “battaglia delle arance”, che si tiene ogni anno a Ivrea, i contendenti continuano tranquillamente a prendersi ad “aranciate”.


Torsolate ai politici, scaccate alle scimmie
                                           (22/5/2010) 

Già abbiamo visto che i vocabolari registrano i “colpi” dati con gli oggetti più disparati. Zingarelli, oltre ad aranciata “colpo d’arancia”, fino all’undicesima edizione registrava per limonata anche (testuale): «colpo dato con un limone gettato».  Alle più comuni ombrellata, pomodorata, scarpata, De Mauro aggiunge la melata, «colpo inferto scagliando una mela» e così Devoto-Oli, Zingarelli e De Felice-Duro, il quale porta l’esempio: «prendersi una melata in faccia».  C’è poi la rigata e la torsolata, il cui uso è esemplificato da Sabatini-Coletti con la frase: «Il politico è stato preso a torsolate». Andando di questo passo, colpo su colpo, è inevitabile che si arrivasse alla scaccata (Zingarelli, Hoepli-Gabrielli), ossia il «colpo dato con uno scacco».  In proposito Zingarelli porta una curiosa citazione di Baldasssare Castiglione (1478-1529): «Un gentiluomo …diede in su la testa alla scimmia una grande scaccata ».  Dove si vede che i gentiluomini di una volta non erano poi così gentili, almeno nei confronti degli animali. 
 

Tristi tratte                                                                                         (18/5/2010)

I tempi moderni hanno portato nuovi significati alle parole, in alcuni casi significati negativi o comunque peggiorativi rispetto agli originali. È il caso di tratta, usata ormai in senso assoluto dai media quasi sempre in riferimento alla prostituzione. Nei vecchi vocabolari ci si limitava alla “tratta degli schiavi”, o “dei negri”, poi si è passati alla “tratta delle bianche”, “dei minori”, anche se De Mauro segnala la locuzione “tratta delle bianche” risalente addirittura alla 2ª metà del XIV secolo. Mali antichi dunque.  Per nuovi significati che compaiono nel Vocabolario, altri ne scompaiono.  Vediamone uno.
 

La tratta dei pesci                                                                               (18/5/2010)

Zingarelli 1935 tra i significati di tratta ne registrava uno ora scomparso (anche da altri vocabolari): «Specie di pesca nel littorale adriatico che consiste nel prendere con lunghissima rete un largo spazio, e tirarla dai due lati alla riva a braccia e restringendosi».  Testuale, compreso “littorale”, per una definizione non proprio modello di chiarezza, ma comunque vale la curiosità.  De Mauro riporta ancora questo significato, cavandosela telegraficamente: «Pesca con la sciabica» rinviando a sciabica, alla quale anche noi rimandiamo.
 

Littorale sì, ma non da littore                                                              (18/5/2010)

Attenzione, vedi sopra, che “littorale” non è un errore.  I vocabolari, oltre a litorale, registrano la variante littorale, scarsamente usata. No, nessun collegamento con i fasci littori, o littoriali (da littore) del periodo fascista. “Littorale” sta proprio per “litorale”, nel senso di spiaggia, costiera, riva. 
 

Lo sgombro occhione                                                                        (18/5/2010)

Se mangiate filetti di sgombro in scatola leggete l’etichetta. Può darsi che invece di mangiare lo sgombro comune, scomber scombrus, state mangiando lo sgombro occhione, ossia lo scomber japonicus colias, detto anche lanzardo. Nulla di male, ovviamente, sempre sgombro è (e di qualità), a parte il nome scientifico più complicato.  La segnalazione è per i linguisti, i quali non leggono le etichette. Sui vocabolari presi in esame non c’è traccia dello sgombro occhione, denominazione obbligatoria (con tanto di decreto ministeriale) per questa varietà di sgombri dagli occhi più grandi e dalle caratteristiche macchie scure sui fianchi. È vero che a lanzardo alcuni vocabolari (tranne De Mauro e Zingarelli, che riportano solo il nome scientifico) specificano trattarsi dello sgombro macchiato, ma tale denominazione non è usata commercialmente né prevista dalla normativa.
 

Dallo sgombro al grongo (o gongro o congro)                                    (18/5/2010)

Attenzione che si può dire sgombro o scombro (entrambi sui vocabolari) così come si può dire, passando ad altro ma restando in mare, grongo, gongro o congro. Sono pesci, inutile nasconderlo, ottimi per le zuppe e per gli … scioglilingua.  Il grongo o gongro è dell’ordine degli Anguilliformi e della famiglia dei Congridi (Conger conger) da qui la variante congro riportata da Zingarelli e De Mauro.  Ha «carni ottime» (Devoto-Oli, De Mauro), «saporite e delicate» (De Felice-Duro).
 

Faccio solecchio                                                                                (18/5/2010)

O “mi faccio solecchio”, secondo quanto annotano alcuni vocabolari che registrano le due forme “fare solecchio” e “farsi solecchio”.  Non si può dire “ti faccio solecchio” poiché, non trattandosi di solletico, uno non lo può fare ad altri, o comunque non rientra nella norma farlo ad altri.   Solecchio è il gesto di portare la mano tesa all’altezza delle sopracciglia per riparare gli occhi dalla luce del sole.  In italiano si dice “fare (o farsi) solecchio”.  È espressione non comune, che i vocabolari registrano come “letteraria”, però non si può fare a meno di rilevare l’estrema precisione della lingua italiana nel definire con una parola determinati gesti. Chissà se l’equivalente di “fare solecchio” esiste in altre lingue?   
 

Ancora Bordiga resinese                                                                    (18/5/2010)

Un caro lettore ci rimprovera perché parlando casualmente di Bordiga in una nota precedente (vedi) abbiamo citato la data di nascita ma non quella di morte!   E ne fa una questione “storica” quasi accusandoci di aver voluto ignorare che quest’anno ricorre il 40° della morte (Formia, 23 luglio 1970). Nessuna intenzionalità da parte nostra (e difatti rimediamo subito). D’altra parte se abbiamo citato Bordiga è solo per un collegamento al termine resinese, null’altro.  Non sappiamo, né possiamo andare oltre, consapevoli del detto “Calzolaio, non oltre la scarpa!”.  Lo Sciogliscilinguagnolo è limitato al Vocabolario e …agli scioglilingua.

 

 

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 * La Confusione delle lingue *

Quegli scioscioni degli americani                                                        (4/6/2010)  

Un popolo e una lingua. Prendiamo da De Mauro: «scioscione: 1) al plurale, con iniziale maiuscola: tribù dell’America del Nord, originariamente stanziata tra il fiume Missouri e lo Snake, cui appartengono i Serranos; 2) gruppo linguistico che comprende la maggior parte delle tribù un tempo stanziate fra le Montagne Rocciose e la catena montuosa che si affaccia sulla costa occidentale americana. Dall’inglese Shoshones».  Con le medesime informazioni anche Devoto-Oli registra scioscione, sia nel testo, sia in appendice tra i nomi delle popolazioni.

 

Come giri giri è sempre esatto                                                            (25/5/2010)

Si può dire e scrivere, infatti, in tutti e tre i modi citati, anche se la forma più usata è girabacchino. Garzanti e Devoto-Oli registrano le tre versioni (perciò anche girabarchino), gli altri dizionari solo girabacchino e girabecchino.

 


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