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Vocabolario etrusco (13/2//2010) A Roma, nell’Accademia dei Lincei, è stato presentato il Vocabolario etrusco. Sì, esiste anche questo. È il Thesaurus Linguae Etruscae curato da Enrico Benelli, Maristella Pandolfini Angeletti e Valentina Belfiore (Fabrizio Serra Editore). Il volume raccoglie tutto il patrimonio linguistico etrusco censito sino al 2006 e costituisce l’aggiornamento della prima edizione pubblicata nel 1978 a cura di Massimo Pallottino, il quale scriveva nell’introduzione: «Allo studio dell’etrusco è mancato finora quello strumento basilare di ogni esplorazione ed operazione linguistica che è il vocabolario». Ora la lacuna è colmata. Chi è interessato alla lingua degli etruschi, popolo per molti versi misterioso, ha a disposizione finanche il Vocabolario aggiornato. L’ungherese dall’etrusco? (13/2//2010) O viceversa l’etrusco
dall’ungherese? Parlando di misteri e di lingua etrusca non si può fare
a meno di ricordare l’eventualità, prospettata da tempo, che gli
etruschi siano stati lontani antenati di popolazioni magiare venute in
Italia dalla regione dei Carpazi. L’ipotesi suggestiva, secondo cui la
lingua ungherese sarebbe strettamente imparentata con la lingua etrusca,
tanto che le due lingue presenterebbero numerose analogie, fu rilanciata
anni fa dal programma italiano di Radio Budapest (ora purtroppo
soppresso). Ipotesi non nuova, perché già formulata dal linguista Mario
Alinei e sostenuta in un suo libro da argomentazioni frutto di
approfondite ricerche. La lingua ungherese è classificata come
appartenente al gruppo ugro-finnico, ma presenta anch’essa aspetti per
molti versi misteriosi. Parliamo di quelle invernali che si
sono aperte a Vancouver. I vocabolari, alla voce olimpiade,
registrano come sottolemma olimpiadi invernali, che secondo la
grammatica è una “locuzione sostantivata femminile plurale”, anche se De
Mauro, certamente sbagliando, dice che è maschile. Si va dalla
definizione telegrafica e sbrigativa di Zingarelli, «dedicate agli sport
invernali», alla trattazione più estesa di Devoto-Oli, il quale, unico,
aggiunge un particolare storico interessante: «quelle degli sport della
neve e del ghiaccio che si svolgevano nell’inverno precedente lo
svolgimento dei giochi olimpici delle altre discipline sportive e che
dal 1994 si svolgono a due anni da essi». Conviene essere “olimpici” (13/2//2010) Attenzione all’aggettivo olimpico. Bene fanno quei dizionari (Sabatini-Coletti, Garzanti, De Mauro) a registrarlo in due lemmi separati, tanto per distinguere. Ci sono, infatti, due aggettivi olimpico. Uno derivante da Olimpo, il monte ritenuto sede degli dei, e l’altro derivante da Olimpia, la città greca da cui originano le Olimpiadi. I significati cambiano. Olimpico (da Olimpo) vale anche per “calmo, sereno, imperturbabile, impassibile, distaccato”. La spiegazione di questo significato sta forse – annota Garzanti – «nell’atteggiamento di calma suprema cui è improntata la raffigurazione degli dei dell’Olimpo nella statuaria classica». Da ciò ne consegue che l’espressione “un campione olimpico” può indicare non solo un atleta che ha vinto le Olimpiadi, ma anche un atleta che rimane calmo, impassibile, imperturbabile di fronte alle vittorie e, a maggior ragione, di fronte alle sconfitte. In questo senso, campioni o no, ci conviene essere tutti “olimpici”.
Per la festa di San
Valentino riprendiamo, come in altri anni, la delicata similitudine che
Devoto-Oli porta per il termine liceale: «Talvolta con una
sfumatura di tenerezza per la giovane età: innamorato come un liceale».
Quando il Vocabolario sa essere romantico. Auguri di cuore ai fidanzati
e alle fidanzate, di tutte le età, di essere –
ancora oggi e sempre – innamorati come
un liceale. Quando il superlativo è cotto (13/2//2010) Devoto-Oli li cita tutti e tre, a innamorato, i modi di dire che rafforzano il significato del termine e dunque equivalgono a innamoratissimo: innamorato cotto, innamorato pazzo, innamorato perso. Che dire? Agli innamorati cotti consigliamo di cuocersi a lenta cottura. Di solito le pietanze riescono meglio.
Può sembrare di cattivo auspicio parlarne a San Valentino ma una gentile lettrice ha aspettato proprio questa settimana per chiederci se è corretta la parola disamoramento e se non sarebbe più esatto dire disinnamoramento. Che rispondere? Si potrebbe cominciare col dire che l’amore è, per sua natura, “pazzariello” e dunque sarebbe inutile sperare che le parole ad esso collegate seguano un filo logico e coerente. In effetti disamoramento non dovrebbe esistere, non essendoci il corrispondente “positivo” amoramento. Lo stesso dicasi per il verbo disamorare, che pure è su tutti i vocabolari, mentre non tutti registrano disamoramento. Noi lo abbiamo trovato in Garzanti, Devoto-Oli, Zingarelli. Quest’ultimo spiega che deriva da innamoramento con sostituzione del prefisso in- con quello negativo -dis. Se alla gentile lettrice disamoramento suona male, usi disinnamoramento (su tutti i vocabolari, così come disinnamorare) e consideri disamoramemto e disamorare come semplici accorciativi, ossia forme abbreviate delle due parole più lunghe.
Pericolo valentinite
(13/2//2010)
Nel “paniere” preparato ogni anno
dall’Istat (l’Istituto centrale di statistica) per il calcolo del costo
della vita, sono entrati questa volta anche i voli low cost,
gli smarthphone, i netbook. Ma il “paniere” (o cesto) è
italiano o inglese? Forse più inglese che italiano, visto che qualche
giornale non ha esitato a ribattezzarlo “basket” e a parlare
delle solite new entry, locuzione ormai buona per tutti gli usi a
incominciare dai neologismi, in massima parte inglesi, che entrano a
ogni nuova uscita nei vocabolari. E dire che in Francia, vedi nota in
data antecedente, ci si mette lo stesso Sarkozy per evitare che prendano
piede, nella lingua dei nostri orgogliosi cugini d’Oltralpe, parole come
chat, talk, tuning, buzz, newsletter. Bandito bandito dal condominio (9/2/2010) Lo ha deciso la Corte di Cassazione
nell’ultima sentenza in materia di epiteti ingiuriosi. “Bandito” non si
può dire, all’indirizzo di qualcuno, nemmeno nelle riunioni condominiali
dove pure è di norma sentire ingiurie ben più terribili. Un cittadino
di Manfredonia è stato condannato in ultima istanza per aver chiamato
“bandito” un condomino durante una riunione. Non sappiamo quale linea
abbia seguito la difesa. Certo, un po’ arrampicandosi sugli specchi, si
potrebbe sostenere che, storicamente e secondo l’uso arcaico del
termine, bandito era semplicemente chi era messo al bando, dunque
esiliato e dunque anche un perseguitato, una vittima, un martire, un
eroe, un poeta, come Dante, pure lui un bandito (da Firenze). Chi barbaglia? (9/2/2010) Chi abbaglia e chi barbuglia. Classificato “raro” dai vocabolari, esiste barbagliare, verbo dal duplice significato di “brillare, sfavillare, abbagliare” (derivando da barbaglio “abbagliamento, lampo improvviso”), ma anche di “balbettare, tartagliare”, in ciò assimilabile al più noto barbugliare. Ecco che – per fare un esempio – una donna avvenente potrebbe barbugliare, nel senso di “abbagliare”, grazie al suo fascino, ma ahimè, barbagliare quando parla. In entrambi i significati barbagliare vuole l’ausiliare avere.
Adesso dimenticate
barbagliare, perché la barbagliata con quanto detto sopra
c’entra come i cavoli a merenda. Senz’altro più buona dei cavoli (almeno
a merenda) la barbagliata è una bevanda calda a base di
cioccolata, caffè e panna, inventata dall’impresario teatrale Domenico
Barbaja (1778-1841) da cui deriva il nome. I vocabolari classificano
barbagliata voce lombarda (barbajada in milanese ) ma non
dicono che Barbaja, personaggio meritevole per molti versi (contribuì a
far conoscere i maggiori operisti italiani), era nato a Napoli. Su un giornale
“gratuito”, sottotitolo di un articolo dove si parla di quote rosa ai
vertici delle aziende: «Crescono il numero di donne dirigenti». Va bene
la cosiddetta concordanza a senso, però se è ammissibile in frasi
del tipo “una folla di studenti hanno manifestato…”, sparare il verbo
al plurale e il soggetto al singolare in inizio di frase, come in
“crescono il numero” è una concordanza che concorda male, anzi non
concorda affatto, una concordanza senza senso, per non dire un errore
bell’e buono. Semmai si poteva dire: “Crescono di numero le donne
dirigenti”. Chi
infila nel discorso forestierismi inutili e quindi parla in modo
affettato. Quinci è su tutti i vocabolari: termine un po’
arcaico per dire “di qui, da questo luogo” (da quinci non passa
nessuno), oppure “poi, da ora in poi” (da quinci non parlerò più).
Ma quinci si trova anche, insieme con quindi, in vari
modi di dire: parlare in quinci e quindi; stare sul quinci e
sul quindi, ossia parlare o comportarsi con ostentata ricercatezza,
con affettazione. Aggiungete che, in questo particolare uso, quinci
e quindi possono sostituirsi con le varianti “rafforzate”
squinci e squindi (parimenti registrate dai vocabolari) e il
panorama scioglilinguistico per oggi è completo.
Sarkozy: niente inglesismi, siamo francesi (5/2/2010) Sempre orgogliosi della loro
identità nazionale e della loro lingua, ai francesi non vanno giù tutte
queste parole inglesi che ci sono piombate addosso tra capo e collo
(anche a noi italiani) con l’avvento delle nuove tecnologie. Soltanto
che noi le accettiamo, anzi le raccattiamo, supinamente (e così
riempiamo i vocabolari di quelle che i linguisti chiamano “parole
d’accatto”), mentre i nostri cugini d’Oltralpe si danno il loro bel da
fare per tradurle in francese. Il problema, in Francia, è sentito ai più
alti livelli. Ed ecco che, su suggerimento del presidente Sarkozy,
il ministro della Cooperazione e della Francofonia Alain Joyandet ha
lanciato dal sito del ministero degli Affaires étrangères
il concorso “Francomot, trova la parola giusta”. Gli studenti di
Francia dovevano (perché ormai il concorso scade il 7 febbraio) trovare
il corrispondente francese di chat, talk, tuning,
buzz, newsletter. Premiazione il 17 febbraio per i
proponenti le parole più azzeccate. Semplice, immediato e innovativo ai
fini della lingua che ha avuto l’originalità di chiamare ordinateur
il computer. A quando, in Italia, il coraggio di bandire un concorso
simile? Lingotto, pane anglo-francese (5/2/2010) La domanda di un lettore, Roberto D’Acunto
(facciamo i nomi di chi ci autorizza), cade a fagiolo perché offre
l’opportunità di constatare che anche i francesi qualcosa dall’inglese
devono pur prenderlo, come lo hanno preso per la parola lingot,
da cui, in italiano, lingotto. Ci domanda, il gentile lettore,
da dove viene, appunto, il termine lingotto? Viene
dal francese lingot, ma i francesi lo hanno “copiato” (si fa
per dire) dall’inglese ingot, mettendoci davanti l’articolo l’
tanto per fare gli originali, in realtà per quel fenomeno che in
linguistica si chiama concrezione o, più genericamente,
agglutinazione. Il buon Pietro Fanfani, a cui non piaceva
lingotto, suggeriva nel 1862 di sostituirlo con “pane” o
“massa di metallo”. La elle persa per strada (5/2/2010) L’articolo si può
trovare (vedi sopra) ma si può anche perdere per strada, per un fenomeno
– inverso a quello della concrezione o agglutinazione – chiamato
deglutinazione o discrezione (e qui non c’entra la
riservatezza). È il caso delle parole “mutilate” della lettera
iniziale, perché qualcuno a un certo punto, prendendo lucciole per
lanterne, ha ritenuto che quella lettera fosse un articolo o una
preposizione. I termini azzurro e usignolo sarebbero
stati in origine lazzurro e lusignolo, derivando il primo
dall’arabo lāžurd attraverso il latino medievale lazurus,
e il secondo dal latino lusciniǒlu(m), diminutivo di luscinĭu(m).
Non sono i soli esempi. Garzanti cita avello (nel senso
di tomba, sepolcro) dal latino labĕllu(m). Gli antichi
scambiavano la elle iniziale per articolo determinativo e, sic
et simpliciter, la eliminavano. Lodevole Garzanti
per registrare garum che altri ignorano. A Plinio il Vecchio
(23-79) il garum non andava a genio e lo definiva “marciume di
pesce”. Questione di gusti. Ma alla generalità dei romani il garum
piaceva, lo usavano al posto del sale, chi poteva permetterselo, perché
il garum era ricercato e costava caro. Garzanti ne dà questa
definizione: «Salsa ottenuta dalla fermentazione in salamoia di sardine,
acciughe o delle interiora di pesci più grandi: era una specialità della
cucina dell’antica Roma». Provare per credere. Va detto che il
garum si produce tuttora in Estremo Oriente, usato da indiani,
cinesi, giapponesi. Si può trovare qualcosa di simile in negozi
specializzati in prodotti esotici, venduto sotto nomi diversi. Dal politicone alla politichina (5/2/2010) Come si può chiamare
colui (o colei) che fa politica in maniera non proprio esemplare?
Insomma, il cattivo politico? Il Vocabolario, e dunque la lingua
italiana, offrono una quaterna di peggiorativi tra cui scegliere:
politicante, politicastro, politichino, politicone.
Tutti ovviamente, per par condicio, declinabili al femminile.
Interessante il termine politicone. In altre figure
professionali il corrispondente accrescitivo non determina
necessariamente una connotazione negativa: un dottorone, un
professorone, non sono incapaci o mezze calzette, anzi, tuttaltro.
Il politicone (o la politicona), invece, sì. La concordia discorde (5/2/2010) Sabatini-Coletti è l’unico a proporre la curiosa locuzione latina concordia discors che in italiano suona concordia discorde (o discordante). È quello che in linguistica si chiama ossimoro, come ricorda lo stesso vocabolario, ossia la figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono concetti opposti. Sabatini-Coletti definisce la concordia discors «armonia risultante da opinioni discordanti; intesa, accordo contrastato» e porta l’esempio «la concordia discors delle parti politiche». Qualcosa di simile, in tema di politica, all’altra singolare locuzione (fu di Aldo Moro) delle convergenze parallele, che sempre Sabatini-Coletti definisce: «contorta espressione indicante la possibilità di giungere a un risultato politico concordato da parte di partiti ideologicamente diversi».
Sabatini: Professori d’italiano ma ignoranti di linguistica italiana (2/2/2010)
Nell’ultimo numero di La Crusca per voi il presidente emerito
dell’Accademia, Francesco Sabatini, interviene ancora una volta sulla
questione della scarsa efficacia dell’insegnamento dell’italiano nelle
scuole chiamando in causa l’Università e i Governi che si succedono alla
guida del Paese. All’Università il professor Sabatini addebita il fatto
che «la preparazione universitaria degli insegnanti nell’area specifica
della linguistica italiana è stata, per lungo tempo, del tutto assente
(proprio così) e poi ha continuato ad essere assai limitata. Nel corso
dell’ultimo mezzo secolo sono stati diplomati e laureati e poi immessi
nelle classi scolastiche centinaia di migliaia di docenti che, anche
quando di ottima cultura, non avevano mai studiato su basi scientifiche
la lingua di cui dovevano occuparsi nell’insegnamento». Tutta colpa
dell’Università e degli insegnanti?, si chiede Sabatini. «O piuttosto –
osserva –, colpa principale dei regolamenti ministeriali (quindi
governativi) che non costringono induttivamente, attraverso una
selezione più mirata, le Facoltà universitarie a predisporre curricoli
adeguati e vincolanti di formazione?». E conclude con una domanda
destinata forse a rimanere senza risposta: perché è stato possibile
diventare professori d’italiano senza aver studiato linguistica
italiana? Sabatini: Il dialetto s’impara, non s’insegna (2/2/2010) Nello
stesso numero, La Crusca per voi pubblica un intervento molto
articolato del professor Sabatini sul tema del dialetto, il cui
sottotitolo è quanto mai significativo: «Un patrimonio di cui si vuol
fare cattivo uso». Riprendiamo il passaggio che, più di altri, ci sembra
riflettere il pensiero di Sabatini in proposito: «È ora di rendersi
conto, insomma, che il dialetto è un importante documento di vita e di
storia; ma, quanto alla possibilità di possederlo per usarlo, come per
ogni altro idioma vivo da cogliere nell’immediato reale, dato in cui
risiede il suo vero valore funzionale, dobbiamo sapere che esso
s’impara, se proprio vogliamo impararlo, se ci piace davvero usarlo in
determinate circostanze e per determinate funzioni, ma non s’insegna».
(Il carattere neretto è nell’originale, ndr). Dialetto prediletto italiano negletto ARCHIVIO (18/8/2009) Tra le
idee ferragostane di Umberto Bossi è ritornata quella di far studiare il
dialetto nelle scuole. Bella trovata, se tutti – a incominciare dagli
esponenti della Lega – conoscessero prima l’italiano. Ma lo studio
dell’italiano nelle scuole di ogni ordine e grado è quello che è, e la
riprova è data dalle continue denunce dei docenti universitari che
lamentano l’arrivo nelle Università di studenti che non sanno mettere
insieme due parole correttamente. Tra le tante materie da studiare,
mettiamoci anche gli idiomi locali e così cresceremo ragazzi esperti in
dialetto e ancora più scarsi in italiano. Nelle scuole italiane bisogna
studiare l’italiano. Il dialetto lo studi a casa, chi vuole. De Mauro, assortimento babbei (2/2/2010) Se avete necessità
di dare del “babbeo” a qualcuno e volete usare termini alternativi,
dovete affidarvi a De Mauro che, in materia, offre il più completo
assortimento. Dunque, al posto di babbeo (troppo banale) potrete
dire, con pari valore: babbaccio, babbaccione, babbaleo,
babbalocco, babbano, babbio, babbione,
babbuasso. Il più stringato, invece, in tema di babbei, è
Devoto-Oli: molti dei termini sopra citati (e riportati alla spicciolata
da altri dizionari) non li registra. Anche qui vale il detto: i
Vocabolari son belli perché vari. Berroviere in carrozza (2/2/2010) Oltre al
ferroviere, esiste il berroviere, sempre che il computer ci
faccia la grazia di non “correggere” la parola in base alle sue
(limitate) conoscenze linguistiche. Si può tentare d’indovinare chi è
il berroviere se si fa ricorso alla variante birroviere,
che più si avvicina al significato del termine, ossia “sbirro, sgherro”,
«specialmente al seguito di podestà, bargelli, capitani del popolo»,
annota De Mauro, ipotizzando come altri vocabolari che il nome, dal
provenzale berrovier, derivi da Berry, regione della Francia
donde sembra provenissero i berrovieri. Eurite, allergia da euro? (2/2/2010) Cos’è l’eurite. Presto detto. È il nome specifico dato dai dermatologi all’allergia da euro, che si manifesta con arrossamenti e altri episodi infiammatori della pelle dovuti al contatto con le monete contenenti nichel. Chi è a rischio di … credere all’eurite “dermatite”, farà bene ad andare dallo specialista (il Vocabolario) o alla Confusione delle lingue.
Sì, anche le doghe, se sottoposte a
pressioni, si possono rivoltare nel … letto e nelle botti. Parola
misteriosa, doga, perché i vocabolari hanno più di un dubbio
nello spiegarne l’origine: forse dal latino tardo dōga
“recipiente”, a sua volta d’origine sconosciuta. Le doghe sono quelle
strisce di legno un po’ ricurve che formano il corpo di botti e tini
oppure il piano sul quale poggia il materasso nei letti o nelle reti a
doghe. Titoli, chi si ferma è perduto (29/1/2010) Ogni volta che facciamo un titolo
come quello sopra, dobbiamo mettere nel conto di essere presi per
distratti o ignoranti. Come quando abbiamo scritto, vedi precedenti, «È
tempo di salde» e un lettore ci ha segnalato l’errore: non “salde”, ma
“saldi” secondo lui andava scritto. Non aveva letto che si parlava
proprio della parola salda e non di saldi. Questa volta
non mancherà qualcuno che, magari pensando alla manifestazione di
dissenso delle toghe, per dire i magistrati, ci scriverà per segnalare
l’errore. Mai limitarsi a leggere solo i titoli. Chi si ferma, ai
titoli, è perduto. Chi doga? Tu doghi? (29/1/2010) Tutti possiamo dogare, nel
senso di mettere le doghe. Esiste questo verbo insolito che, attenzione,
vuole l’ausiliare avere ed è transitivo, quindi ha bisogno dell’oggetto
perché l’azione si compia. Chi vuole, doghi, doghi pure, una botte, un
tino, una rete o altro. Da doga dogame ma non dogalina (29/1/2010) Poiché la fantasia umana non ha
limiti sarà bene precisare alcune cose. Il termine doga,
all’infuori del significato ricordato, non ha altri significati e dunque
la doga non è la moglie del … doge. Se da doga
viene dogame, “insieme, quantità di doghe”, non viene però
dogalina, che non è un grazioso diminutivo di doga né tanto meno la
figlia del doge. È invece, la dogalina, un’ampia veste foderata
di pelliccia e a larghe maniche indossata un tempo dai nobili veneziani,
perciò anche dal doge, da cui l’aggettivo dogale, da cui
viene dogalina, nel senso di “veste del doge”. Zingarelli chiama il 12 (29/1/2010) E resta a bocca asciutta perché non
risponde nessuno. Come informa la Telecom: «Lo storico servizio 12 di
Telecom Italia ha chiuso il 1° ottobre 2005 ed è stato sostituito da
nuove numerazioni brevi, a quattro cifre, che iniziano con 12».
Zingarelli, ancora nell’edizione 2010, continua a dare tra i casi in cui
ricorre il numero dodici: «Numero telefonico
corrispondente al servizio informazioni. - Il servizio informazioni
stesso». Ci rallegriamo con i curatori, i quali, evidentemente, in
questi cinque anni mai hanno avuto bisogno del servizio informazioni
della Telecom e dunque si sono risparmiati le lunghe attese. Macadam madapolam (29/1/2010) Non è una formula magica. Sono due parole registrate da tutti i vocabolari della lingua italiana. Il rebus sta nel distinguere l’una dall’altra di primo acchito. Delle due, una indica una tela di cotone fine e leggera, l’altra un tipo di pavimentazione stradale. Quale la tela, quale la pavimentazione? È l’indovinello da risolvere o tirando a indovinare o chiedendo aiuto al Vocabolario (sempre meglio per avere maggiori particolari) o andando alla solita Confusione delle lingue.
Io stocco, tu stocchi (pistacchi e altro) (26/1/2010) A proposito dello scioglilingua di prima pagina (che riproponiamo anche oggi)* vale la pena precisare, per un lettore che gentilmente ha espresso qualche dubbio, che esiste il verbo stoccare. Non è un’invenzione degli scioglilingua, ammesso e non concesso che gli scioglilingua inventino parole al solo scopo di far ingarbugliare la lingua. Ed esiste stoccare non solo nel significato di “colpire con lo stocco”, cioè con un tipo di spada corta e robusta a sezione triangolare e sottile, con cui si può dare, appunto, una “stoccata”. Ma esiste stoccare, derivato da stock (“scorta, giacenza, grande quantità, assortimento di merci”), nel significato di “accumulare, immagazzinare”. In questo senso si possono stoccare pistacchi (e altro) come fa il nostro Tito tirato (qui tirato sta per “avaro”). Va detto che quest’ultimo stoccare (più recente dell’altro) Zingarelli lo registrava nell’undicesima edizione (1983). È dunque ormai entrato a pieno titolo nella lingua italiana. * Ora
vedi
Nomi noti e meno
noti ► Tamia,
il dispensiere
(26/1/2010)
Tutti i vocabolari, chi a grillo, chi a indovinare, riportano la locuzione “Indovinala grillo!”, usata «quando non si riesce a spiegare qualcosa e non si sa cosa accadrà» (Zingarelli). Sull’origine dell’espressione è il caso di dire: indovinala grillo! Lo stesso Zingarelli attualmente non si azzarda e tace. In vecchie edizioni chiosava: «Ne spiegano l’origine supponendo che in una specie di roulette si mettesse un grillo in luogo di lancetta; ma pare più probabile che provenga da una diffusa storia in versi di un Maestro Grillo». A parte la roulette (povero grillo!), Garzanti riprende a suo modo la seconda ipotesi: «da Grillo, nome di un medico del Cinquecento autore di un libretto di profezie». Devoto-Oli fa derivare il modo di dire «dall’antico uso popolare di trarre pronostici da un grillo».
Per dire della
mutabilità dei tempi e delle parole. E di quanto i curatori dei
vocabolari – ma non solo loro – debbano stare attenti a “buttarsi”
subito sulle novità. Zingarelli decima edizione (1970) dava per
grillo anche il seguente significato: «Nome commerciale di un
apparecchio telefonico colorato particolarmente impiegato come
apparecchio addizionale». Passata l’epoca dei “grilli”, la definizione
di questo sui generis grillo “parlante” è scomparsa dalle
successive edizioni. La colla, che tortura (26/1/2010) Sì, la colla
può essere una vera tortura, soprattutto quando …non incolla. Ma qui si
parla di altra colla: «corda con cui si legava un
prigioniero e lo si sollevava dal suolo, per torturarlo; la tortura così
inflitta» (Garzanti). Insomma, una tortura autentica, una colla
che, dicono i vocabolari, viene dal verbo collare:
«Calare o alzare qualcuno o qualcosa mediante una fune» e anche,
ovviamente, «sottoporre alla tortura della colla» (Zingarelli). La cocolla, che sfumatura (26/1/2010) Sulla cocolla i vocabolari sono d’accordo. Il termine indica la tonaca con cappuccio usata da alcuni ordini religiosi, ma ha in sé una «sfumatura spregiativa» – come scrive Devoto-Oli (che cita Dante) e sottolineano Sabatini-Coletti, Zingarelli, Palazzi-Folena – quando è usato in senso figurato o estensivo per dire “frate”. I frati meglio chiamarli … frati e lasciar perdere le cocolle.
Tutti i vocabolari
registrano pallio, nel particolare significato
religioso-liturgico, con definizioni più o meno buone. Una definizione,
che per la provenienza potrebbe dirsi “ufficiale”, viene ogni anno dalla
Sala stampa della Santa Sede, il 21 gennaio: «Il Pallio è
un’insegna liturgica d’onore e di giurisdizione che viene indossata dal
Papa e dagli Arcivescovi Metropoliti nelle loro Chiese e in quelle delle
loro Province. È costituito da una fascia di lana bianca su cui spiccano
sei croci di seta nera». Perché proprio il 21 gennaio? Perché è il
giorno della festa di sant’Agnese e in tale occasione il Papa benedice
gli agnelli la cui lana «sarà utilizzata per confezionare i Pallii
dei nuovi Arcivescovi Metropoliti… Il rito dell’imposizione dei
Pallii … è compiuto dal Santo Padre il 29 giugno, Solennità dei
Santi Pietro e Paolo». Abbiamo sottolineato il plurale “Pallii” così
come appare (con la maiuscola) nel comunicato, per dire che, invece,
Garzanti, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena, Devoto-Oli, Hoepli-Gabrielli
giustamente segnalano che il plurale di pallio è palli.
La grafia con la doppia i, pallii,
è un po’antiquata, non usandosi più per il plurale dei nomi terminanti
in -io (è meglio scrivere l’olio, gli oli) la cui
i sia atona. Alieni e Vocabolario (22/1/2010) Non credete agli
extraterrestri? Male. I più convinti assertori dell’esistenza di altri
abitatori nell’universo sono i vocabolari. Per il Vocabolario esistono
(citiamo al plurale) i gioviani, i marziani, i
mercuriani, i nettuniani, i plutoniani, i
saturniani, gli uraniani e i venusiani. Devoto-Oli li
registra tutti e per buona misura cita il marzianetto. De Mauro
e Zingarelli, tra i possibili abitanti dei pianeti, escludono solo il
nettuniano (il termine è registrato per altri significati), e così
fa Sabatini-Coletti che esclude anche il plutoniano. Zingarelli
precisa che tali termini possono riferirsi anche al “nativo” di quel
pianeta. In pratica un saturniano, un gioviano, un
mercuriano e altri alieni potrebbero abitare altrove, magari tra
noi sulla Terra, come immigrati ... extracomunitari.
Nettuniani alieni, nettunesi terrestri
(22/1/2010) L’acirologia acirologica di Zingarelli (22/1/2010)
Zingarelli, come altri, registra acirologia: «Nella retorica,
uso improprio di termini: per esempio l’accostamento di loco e
muto in: Io venni in loco d’ogne luce muto (Dante, Inferno V,
28)». Sennonché nel citato verso di Dante l’uso improprio di termini
non è dato dall’accostamento di loco e muto, bensì
dall’accostamento di luce e muto (dove logica e
coerenza avrebbero voluto che Dante scrivesse « … d’ogne luce
cieco»), come del resto annota giustamente Palazzi-Folena alla stessa
voce riportando il medesimo verso. Per stare al termine in questione,
si potrebbe dire che l’acirologia individuata da Zingarelli è
acirologica, ossia impropria. Sia acirologia, sia acirologico
(aggettivo per dire “usato in modo improprio”) vengono dal greco, dove
il primo elemento ákyros sta appunto per “improprio”. Il vecchiotto Palazzi-Folena, sempre arzillo e preciso, dà due sinonimi di acirologia: catacresi e sinestesia. Della catacresi parliamo qui sotto. Il significato di sinestesia lo prendiamo dallo stesso Palazzi, il quale porta ancora l’esempio del verso dantesco che così trova logica spiegazione: «Fenomeno per cui si collegano strettamente parole che si riferiscono a percezioni sensoriali diverse». Un secondo significato di sinestesia, associato a immagini mentali collegate a modalità sensoriali diverse, è riferibile alla psicologia e anche questo è puntualmente riportato da Palazzi-Folena. Bella prova di completezza d’informazioni di cui altri vocabolari, più recenti e aggiornati, dovrebbero tener conto.
Valentinite, la pietra di Valentino (13/2//2009) La valentinite è un minerale. Sabatini-Coletti lo descrive «molto lucente, incolore o bianco, in cristalli prismatici o tabulari». È diffuso in Italia (Sardegna e territorio di Siena), in Sassonia, in Bolivia. Il suo nome è in qualche modo collegato a Valentino perché deriva dal nome dell’alchimista Basilio Valentino (vissuto nel secolo XV) con il suffisso -ite, che in mineralogia forma sostantivi che indicano minerali e rocce.
Eurite, masso o sasso (2/2/2010) Troppo complicato per spiegare con parole nostre che cos’è l’eurite, prendiamo dal Vocabolario le definizioni, da quella più superficiale e sbrigativa (perché rimanda a un’altra parola) a quelle più elaborate. «Roccia: felsite» (Devoto-Oli); «Roccia eruttiva di colore chiaro, a struttura microcristallina» (De Mauro); «Porfido quarzifero bianco a struttura microcristallina e frattura scheggiosa, molto alterato» (Zingarelli). Inutile dire che la prima parte della parola, data dal greco eúrutos “scorrevole”, nulla c’entra con l’euro, così come il suffisso -ite qui non è quello che in medicina vale “infiammazione”, ma quello che in mineralogia vale “minerali, rocce” (bauxite, pirite ecc.).
Il macadam è la pavimentazione stradale costituita da pietrisco compattato (dal nome dell’inventore, J.L. MacAdam). Il madapolam è la tela fine e leggera (dal nome della località dell’India dove si produceva questo tessuto).
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