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Parmureli al Papa
                                                                               (26/3/2010)

Per la domenica delle Palme anche quest’anno al Papa, da parte dei comuni di Bordighera e Sanremo, saranno donati i tradizionali parmureli.  Sono  artistiche composizioni di foglie di palma intrecciate.  Il termine non è registrato dai vocabolari, ma ricordiano che si tratta di una voce del dialetto ligure, al singolare parmurelu, in pratica “piccola palma”, anche se i parmureli più grandi sono alti fino a due metri. L’equivalente italiano di parmurelu potrebbe essere palmizio, parola indicante non solo «la pianta della palma, specialmente quella da datteri» (Devoto-Oli), ma anche un «intreccio di foglie di palma o di rametti di olivo che si benedice in chiesa la domenica delle Palme» (De Felice-Duro). Definizioni sui cui concordano altri vocabolari.
 

Privilegio palme, papa Sisto a capitan Bresca                                      (26/3/2010)

La tradizione dei parmureli in dono al Papa risale al 1586, al tempo di  Sisto V.  Se ne trovava traccia nei vecchi Zingarelli, quando, paradossalmente, i vocabolari della lingua italiana dicevano molte più cose di adesso. Scriveva, tra l’altro, Zingarelli alla voce palma: «Le palme per il papa sono provvedute dalla famiglia Bresca di Genova per concessione di Sisto V».  Ecco spiegata l’origine della tradizione.  Un “Capitan Bresca”, marittimo ligure, entra nella storia (o nella leggenda) per aver gridato la celebre frase: «Acqua alle corde!» agli operai che stavano innalzando l’obelisco in piazza San Pietro sotto il pontificato di Sisto V.  Il Papa aveva imposto il silenzio. Ma perdonò Capitan Bresca per il prezioso suggerimento che impedì alle funi in tensione di spezzarsi e gli concesse il privilegio di fornire le palme per le celebrazioni pontificie della domenica precedente la Pasqua. 
 

Palme per tutti i gusti                                                                          (26/3/2010)

In Italia per palma, anzi per palme, intendiamo generalmente i rami o ramoscelli d’olivo che nella domenica d’inizio della settimana santa portiamo a casa dopo la benedizione in chiesa.  Ma il termine palma è inflazionato, perché indica infinite specie di piante per tutti i gusti e tutti gli usi, tanto che i vocabolari fanno fatica ad elencarle tutteDe Mauro ricorda quella azzurra, da cera, da cocco, da datteri, da olio, di Cristo (o concordia), di San Pietro (o nana) e infine la palma giunco e la palma reale.  Sabatini-Coletti aggiunge la palma da vino e da zucchero. Zingarelli e Devoto-Oli citano la palma dum, comune in Eritrea, con foglie che forniscono una fibra tessile e semi da cui si ricava l’avorio vegetale.  De Felice-Duro cita la palma della Cina.  I parmureli di cui parliamo sopra sono fatti ora con le foglie della palma canariense , mentre fino a venti anni fa si usava la palma dattilifera.
 

Dal Dies palmarum                                                                            (26/3/2010)   

Tutti vocabolari (tranne De Mauro) alla voce palma riportano la locuzione Domenica delle Palme che ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.  È interessante uno studio di Carlo Tagliavini, Storia di parole pagane e cristiane attraverso i tempi (Brescia, 1963),  che ci dice come anticamente, ai tempi di Isidoro di Siviglia (560-636), la denominazione ufficiale in latino ecclesiastico fosse Dies palmarum, poi Dominica in palmis (VII secolo), Dominica ad palmas (inizio IX secolo), Dominica palmarum (X secolo), infine Dies festus palmarum (XI secolo) per giungere alle attuali denominazioni Domenica delle palme o Festa delle palme o anche semplicemente Le Palme.
 

Palmata, colpo … maestro                                                                 (26/3/2010)

Ebbene sì, dopo aver parlato di palme è inevitabile parlare di palmata. Che non è, come con una certa punta di logica si potrebbe pensare, un colpo dato  con una foglia di palma, che pure potrebbe far male, bensì un «colpo con la riga o con una verga che un tempo i maestri davano sulla palma della mano degli scolari indisciplinati;  più in generale, colpo assestato con il palmo della mano».  A proposito di questo significato più generico, Garzanti cita Ippolito Nievo: Il vecchio gentiluomo si diede una gran palmata sulla fronte.
Roba di altri tempi, in ispecie le palmate dei maestri. Ma sentite che tipo di maestro citava Zingarelli.
 

Palmata bustarella                                                                              (26/3/2010)

Per palmata, nel senso di colpo dato con la riga dai maestri agli scolari indisciplinati, Zingarelli fino alla ristampa 2006 citava questo curioso passaggio di Franco Sacchetti (1332-1400): «maestro Conso … che era vago delle femmine, come i fanciulli delle palmate».  Testuale, compresi i puntini. Cosa intendesse dire Sacchetti ognuno interpreti a proprio modo, magari andando all’opera originale (quale?) da cui è tratta la citazione.  Comunque la frase è stata depennata dalle ristampe successive.  Non è l’unica modifica per la voce palmata apportata da Zingarelli, il quale a palmata dava anche questo significato: «Regalo per corrompere».  Ora il “regalo” è diventato – più realisticamente e in versione aggiornata: «tangente, bustarella».
 

Come ti spiego il nazireato                                                            (26/3/2010)

Facilmente, fidando nell’interpretazione “a senso” , il che fa intuire che si tratta di una parola composta il cui primo elemento nazi- sta per “nazismo, nazista”. Dunque il nazireato è un reato che trae origine e ispirazione dalle ideologie naziste, o è riconducibile ad esse, oppure che è commesso da chi persegue e professa tali ideologie.  In questi casi, però, è reato anche non andare subito al Vocabolario o alla Confusione delle lingue.


Lingua di Menelik
                                                                               (24/3/2010) 

Oggi più che mai è importante conoscere le lingue.  Alzi la mano chi conosce la lingua di Menelik citata dai vocabolari alla voce lingua.  Prendiamo da Devoto-Oli 2008, il quale preferisce la variante italianizzata lingua di Menelicche: «Giocattolino carnevalesco formato da un lungo tubo di carta variopinta, schiacciato e arrotolato su sé stesso; allorché vi si soffia dentro, si svolge rapidamente fischiando; quando cessa il soffio, torna, con l’aiuto di una molla, alla posizione primitiva». Mai lingua ebbe definizione più precisa (e difatti nelle edizioni successive è stata rimaneggiata) . Menelik, chi era costui?  I libri di storia narrano di un Menelik II imperatore d’Etiopia, discendente alla lontana di un leggendario Menelik I, figlio di Salomone e della regina di Saba. Che cosa c’entri l’uno o l’altro con la “lingua”, non è dato sapere. Ai lettori il divertimento di trovare collegamenti.  Zingarelli, da par suo, aggiunge una piccola malignità: la lingua di Menelik può dirsi altresì “lingua delle donne”.
 

Panfrutto ignorato, plum-cake privilegiato                                                                         (24/3/2010)   

Già abbiamo parlato in passato del panfrutto, dolce squisito, genuinamente italiano anche nel nome, a base di farina, uova, burro zucchero, uva passa e canditi (molti canditi) cotto in forno in stampi rettangolari. È possibile trovarlo in tutta Italia, preparato da pasticcerie artigiane, dopo che l’industria sembra averlo abbandonato per prodotti più insipidi.   E avevamo rilevato l’ostracismo dei vocabolari italiani nell’ignorare il nome panfrutto per privilegiare, invece, il suo equivalente inglese, plum-cake, parola che, oltre tutto, solo a pronunciarla, si presenta meno invitante. Zingarelli elenca panfrutto nella nomenclatura dei dolci, però non lo registra a lemma, talché chi andasse a trovare panfrutto per sapere che cos’è resterebbe con un palmo di naso.
 

Il panfrutto?  Nel vocabolario inglese                                                               (24/3/2010)

Paradossi. Mentre nei vocabolari della lingua italiana non risulta da nessuna parte che plum-cake è uguale a panfrutto o viceversa, per apprendere l’equivalenza conviene consultare il vocabolario …inglese. E difatti nel dizionario Hazon Garzanti (inglese-italiano e italiano-inglese) alla voce plum-cake c’è la traduzione: panfrutto; alla voce panfrutto c’è la traduzione: plum-cake.  Perfetto.  Come volevasi dimostrare .  Ormai, vista la moda dei vocabolari italiani di privilegiare i termini inglesi, per trovare una parola italiana occorre andarla a cercare nel vocabolario inglese.
 

Dal panfrutto al panfocus                                                                    (24/3/2010)

Per una parola, panfrutto, non registrata dai vocabolari presi in esame, una parola che invece, meritoriamente, solo Devoto-Oli registra: panfocus.  Il panfocus entra nella grande varietà dei “pani” più o meno dolci come i cavoli a merenda, perché non è un pane cotto alla brace, bensì un termine del linguaggio cinematografico
dove l’ elemento iniziale pan-, greco pân , sta per “tutto”.  Quindi “tutto a fuoco”, secondo la definizione data dallo stesso Devoto-Oli: «Tecnica di ripresa cinematografica che permette di mantenere a fuoco tutti gli elementi dell’inquadratura, dallo sfondo ai dettagli in primo piano».  Tecnica abbastanza semplice, il panfocus, ma dalle notevoli possibilità espressive, di cui si avvalse egregiamente Orson Welles in Citizen Kane (Quarto potere) del 1941 e che ancora oggi, non essendo mutate le leggi ottiche, consiste nell’uso di obiettivi di corta focale (grandangolari) diaframmati al massimo, in modo da sfruttarne tutta la profondità di campo. 
 

Denari e decitex                                                                                                                                        (24/3/2010)              

Dalle lire siamo passati agli euro, però i denari sono rimasti e continuano a circolare, anzi a identificare la qualità (e il prezzo) di articoli presenti in tutti i supermercati e negozi di … abbigliamento.  Sì, perché stiamo parlando del denaro non in quanto antica moneta romana o coniata nel Medioevo da vari Paesi, ma del denaro (simbolo den) in quanto “unità di misura della finezza di filati naturali come la seta o di filati sintetici come il nylon”.  È una vecchia misura, ma ancora oggi continua a connotare le caratteristiche delle calze femminili per quanto riguarda la velatura e la consistenza del filato, che può andare da quello più leggero (15, 20 den) a quello più “pesante” e coprente (50, 70 den e oltre). Quasi tutti i vocabolari riportano denaro in questa particolare accezione.  Devoto-Oli ci spiega che «un filato ha titolo di 1 den quando 9000 metri di quel filo pesano un grammo».  Va dato atto a Sabatini-Coletti di essere l’unico a informare di una “novità” intervenuta nel frattempo, e cioè che il denaro come unità di misura tessile, è stato sostituito dal tex (sottomultiplo: decitex).   E difatti nelle confezioni di calze accanto ai vecchi denari (che restano comunque la misura più usuale e nota di riferimento) figura l’indicazione in decitex  (20 den equivalgono a 22 dtex).  

 

Lingua caduca, come la memoria                                                         (20/3/2010)

«Circa dieci anni è durata la compilazione della presente opera; e questo breve tempo è stato sufficiente a sperimentare quanto sia mutevole ed instabile il nostro parlare; parole nuove sono sorte e anche tramontate; molte altre non si usano più. (...). In questo è la necessità del vocabolario. La volubilità e caducità della lingua, la frequente incertezza, l’estensione alle cose più lontane da ciascuno, sono continue cause di dovervi ricorrere».  Considerazioni, sempre attuali, che Nicola Zingarelli scriveva nella prefazione (datata “Primavera del 1922) per la prima edizione del suo Vocabolario.  Quest’anno, il 31 agosto, ricorrono centocinquanta anni dalla nascita dell’illustre linguista e lessicografo pugliese (Zingarelli era nato a Cerignola, in provincia di Foggia, nel 1860).   Tra tante celebrazioni commemorative, qualcuno si ricorderà di questo anniversario?  Speriamo di sì, anche se la memoria, al pari della lingua, è altrettanto caduca e volubile.
 

Scioglilingua Fiat                                                                                (20/3/2010)

La Fiat non ha trovato di meglio, per una serie di annunci pubblicitari radiofonici sulla Panda, che affidarsi, tra altri argomenti, a uno scioglilingua classico, quello della capra, recitato con il consueto brio da Piero Chiambretti.  Sostituite alla panca la Panda e, voilà, il gioco è fatto:  “Sopra la Panda la capra campa, sotto la Panda la capra crepa”.  Scioglilingua più realistico dell’originale.  È inevitabile che la povera capra crepi se finisce sotto una Panda. 
 

Chi malassa?                                                                                      (20/3/2010)

Di regola malassa il panettiere, ma tutti noi potremmo malassare se solo ci mettessimo a impastare la farina con l’acqua.  Perché malassare (dal greco malássein “rendere molle”) significa proprio questo: stemperare, mescolare, impastare una sostanza con acqua o altro liquido. Da cui anche la malassatrice, per dire con termine non comune (come d’altronde il verbo), la macchina impastatrice. I vocabolari offrono un secondo significato di malassare: “effettuare la malassatura”, operazione con cui si determina la dose di glutine presente in una data quantità di farina dopo averla impastata con acqua ed eliminato l’amido. Ma ciò attiene a lavorazioni industriali o di analisi chimica. Per tornare a usi caserecci del verbo, una massaia potrebbe malassare la farina con vino e melassa. Per farne ottime ciambelle.


Stasera pusigno, tu pusigni?
                                                                (20/3/2010)

Provate e vedete l’effetto che fa.  Invitate gli amici a casa vostra dicendo proprio così: stasera vi aspetto per un pusigno.  Dalle risposte, anzi – è più probabile dalle domande –, potrete capire quanti tra i vostri amici frequentano abitualmente il Vocabolario.  Parola inconsueta, pusigno, ma che comunque si trova in De Mauro, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena, Zingarelli, con il significato  di  “spuntino [per De Mauro “appetitoso” ] che si fa a tarda ora dopo la cena”.   Dal latino postcēnium.   Attenzione al titolo “Stasera pusigno”: potrebbe voler dire: io pusigno (nel senso che faccio uno spuntinoi). Esiste infatti anche il verbo pusignare, “fare pusigno”.  Intransitivo, vuole l’ausiliare avere.
 

C’era una volta, puseismo e puseista                                                   (20/3/2010)

Che cos’è il puseismo?  La risposta viene “navigando” a ritroso nei vocabolari.  Ora, tra pus e pusignare, Zingarelli (similmente ad altri) registra una serie di parole inglesi la prima delle quali è pusher, “spacciatore di droga”.  Per Devoto-Oli è push, termine dell’informatica.  Una volta, invece, in Zingarelli edizione anteguerra, dopo pus venivano puseismo e puseista, parole di cui si sono perse le tracce.  Parole italiane ma con “aggancio” britannico perché derivate da Edward Bouverie di Pusey (1800-1882), teologo inglese, iniziatore a Oxford del «movimento ritualista che portò una parte della Chiesa anglicana verso il cattolicesimo».  Così il vecchio Zingarelli, per il quale puseista era (anzi è) il “seguace del puseismo”.
 

A disagio con trisagio                                                                         (20/3/2010)

Attenzione che il trisagio non è un disagio più forte, quasi un disagio triplo. E non è neppure (per chi lo volesse intendere in questa maniera) un agio che vale per tre, un tris di agi.  In realtà trisagio non c’entra nulla né con agio, né con il suo corrispondente negativo disagio.  In trisagio, dal greco triságios, effettivamente tris- sta per “tre volte”, ma la seconda parte viene dalla parola hágios che significa “santo”: in pratica “santo tre volte”. Garzanti e De Mauro da trisagio rimandano a sanctus. Le due parole si equivalgono. Indicano il momento della Messa in cui si recita (o si canta) la formula: «Santo, santo, santo il Signore ...» e anche la composizione musicale che l’accompagna.  Parola non comune trisagio, come giustamente avvertono i vocabolari.  Metterebbe a disagio chiunque si sentisse dire, invece che «siamo al Sanctus», «siamo al trisagio».  
 

Giuseppino e giuseppina                                                                                                                 (16/3/2010)

San Giuseppe è ricordato dal Vocabolario in almeno tre voci: giuseppino, presepe, zeppola. Tralasciando presepe (o presepio) dove si parla della statuina (appunto di san Giuseppe), qui interessano le altre due parole.  Diciamo subito che non tutti i vocabolari registrano giuseppino, che troviamo invece in Zingarelli e De Mauro. Altri registrano solo giuseppinismo o anche giuseppismo, che però non c’entrano con il Santo, facendo riferimento entrambi i termini all’imperatore Giuseppe II d’Asburgo e alla particolare forma di giurisdizionalismo da lui adottata. Dunque giuseppino (o giuseppina) è il religioso, o la religiosa, appartenente a una congregazione che si richiama a (o ha come protettore) san Giuseppe.  L’Annuario Pontificio elenca tre istituti di giuseppini  e due di giuseppine, religiosi e religiose che si chiamano “ufficialmente” così, perché in realtà di istituti religiosi maschili e femminili ispirati a san Giuseppe ne esistono molti di più.
 

Dal Sud le zeppole                                                                             (16/3/2010)    

A San Giuseppe si mangiano le zeppole.  Dove?  E, esattamente, che cosa sono le zeppole?  Diciamo subito che zeppola può essere anche una variante/diminutivo di zeppa, nel senso di “pezzo di legno o di metallo a forma di cuneo”, ma qui si parla della zeppola dolce, sulla quale i vocabolari sono alquanto imprecisi. Frittella, ciambella o pasticcino?  A Napoli, in Puglia, Abruzzo, Calabria o Basilicata?  Per San Giuseppe o a Carnevale?  Le definizioni sono discordi, così come nulla è detto sugli ingredienti. Sabatini-Coletti azzarda: «perlopiù farcita con frutta candita», particolare sul quale sia lecito qualche dubbio.  Nel Napoletano la zeppola è il dolce tipico di San Giuseppe, con impasto simile a quello dei bignè – farina, acqua, uova (almeno 6), pochissimo zucchero, grasso (burro o strutto) – tradizionalmente fritto, oggi più spesso passato al forno, per assecondare le diete salutistiche, guarnito dopo la cottura con crema pasticciera e un tocco di confettura di ciliege. In altre regioni del Meridione (sulla tipicità “meridionale” i vocabolari sono concordi) le zeppole possono avere ricette diverse. Circa la provenienza della parola, Zingarelli e Sabatini-Coletti indicano il latino tardo zìppula(s). Qualche studioso ha prospettato una possibile origine turca.
 

Dal Chianti la zeppolina                                                                       (16/3/2010)

Devoto-Oli a zeppola («ciambella e pasticcino») registra anche il diminutivo zeppolina, senza però aggiungere altro.  E invece zeppolina , nei vecchi vocabolari, era l’aggettivo per indicare una qualità di uva nera del Chianti e il suo vitigno.  Da zeppolino, dunque, l’uva zeppolina.  Lo stesso Zingarelli, in vecchie edizioni, riportava questa particolare definizione. Ora non c’è più. Dal che bisogna dedurre delle due l’una: o l’uva zeppolina è scomparsa dalla zona del Chianti per colpa dei vignaiuoli o è scomparsa dal Vocabolario per colpa dei nuovi compilatori.
 

C’è bassina …                                                                                   (16/3/2010)      

La bassina è un recipiente a forma di grossa bacinella circolare, di rame o acciaio inossidabile, piuttosto bassa e dal fondo tondeggiante, che ruota intorno al proprio asse leggermente inclinato mentre sotto è riscaldata a gas.   È usata dall’industria dolciaria per la preparazione dei confetti.


… e bassetta
                                                                                      (16/3/2010)

La lingua italiana ci dà anche la bassetta, antico gioco d’azzardo originario del Veneto e diffuso nel Settecento, chiamato così perché si giocava con le carte basse (da 1 a 5). È un gioco ormai disusato e di cui probabilmente si sono perse le regole. Forse per questo i vocabolari dalla bassetta rimandano a un altro gioco, sempre di carte, di cui parliamo appresso.  Curioso è invece un modo di dire, ignorato dai moderni vocabolari, che troviamo sul Fanfani 1865 e forse in uso, allora, a Firenze.  Secondo Pietro Fanfani «Fare una bassetta, dicesi di chi dà in tisico, di chi, dallo stato prosperoso e florido, a un tratto comincia a perdere il fiore e divien macilento, senza cagione manifesta: Guarda!  quel povero sor Giuseppe, che pareva un carnevale, ha fatto una bassetta così a un tratto».


Dalla bassetta al faraone                                                                                       (16/3/2010)

Tutti i vocabolari registrano bassetta, ma alcuni (il più spicciativo è Zingarelli) affermano subito che questo gioco di carte è simile al faraone, costringendo il povero lettore ignaro ad andare a faraone, salvo poi a non trovare a questa parola più di tanto.  Riferimenti egiziani a parte, il faraone è, o meglio, era un gioco d’azzardo giocato con le carte francesi, in voga anch’esso nel Settecento.  Zingarelli la butta come ipotesi: si chiamava così perché un faraone era raffigurato sulle carte?  Più sicuri Garzanti e Sabatini-Coletti secondo cui il nome del gioco è dovuto al fatto che il re di cuori era detto appunto faraone.
 

La bolgia di Napolitano                                                                       (12/3/2010)

«Qui si è respirata una bella aria, altrove c’è la bolgia».  Così ha detto il presidente Giorgio Napolitano – riferiscono le agenzie – lasciando l’Università di Tor Vergata a Roma, dove aveva partecipato a un convegno sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Non sappiamo a che cosa esattamente si riferisse il capo dello Stato, certo è che bolgia non è solo parola “infernale” (per intenderci: ciascuna delle dieci fosse dell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco), ma ha assunto un significato estensivo e figurato che De Mauro riassume con questi sinonimi: grande affollamento, disordine, calca, babele, babilonia, bailamme, caos, casino, confusione.  Tra queste parole ognuno trovi quella più appropriata per la situazione (o l’argomento principale di questi giorni) cui forse intendeva riferirsi Napolitano con la sua “bolgia”. 
 

Se l’abito fa una bolgia                                                       AGGIUNTO  (13/3/2010)

Inferno e confusione a parte, bolgia ha altri due significati meno inquietanti.  Il primo significato riportato da tutti i vocabolari è quello di “borsa, tasca di grosse dimensioni”, tanto grosse da arrivare alle dimensioni di “valigia”.  Qui il termine non fa altro che rifarsi all’originale significato del francese antico bolge, a sua volta dal latino tardo bulga “sacca di cuoio”. De  Mauro aggiunge un altro significato, tratto dal parlare toscano, secondo cui bolgia è anche il«difetto sartoriale di un abito che presenta pieghe o rigonfiamenti». Prego, controllate i vostri abiti nell’eventualità che presentino bolge  (così va il plurale).
 

La bolgetta dei postini                                                       AGGIUNTO  (13/3/2010)

Il diminutivo di bolgia è bolgetta, che assume un significato specifico in riferimento a bolgia “sacca, borsa”.  La bolgetta è una piccola cartella per portare i documenti ma anche il sacco per la posta e, in particolare, la borsa con serratura dei postini.
 

È tempo buzzo                                                                                                        (12/3/2010)

L’espressione è in tutti i vocabolari, alla voce buzzo, per dire “tempo nuvoloso, piovoso”.  Cosa c’entri il tempo, oppure il carattere o gli stati d’animo (buzzo, qui in funzione di aggettivo, può voler dire anche “imbronciato, di cattivo umore”) con la “pancia”, che nel linguaggio popolare è il significato di buzzo sostantivo, non è dato sapere, né i vocabolari lo spiegano.  Perché semplicemente si tratta di … buzzi diversi, ognuno con una propria etimologia che però i vocabolari liquidano sbrigativamente come sconosciuta o incerta. Da buzzo “pancia” viene la locuzione di buzzo buono per dire “con impegno, di buona lena”. De Mauro e Zingarelli registrano un terzo buzzo, voce settentrionale che vale “arnia”, per intenderci  la “casa” delle api.  Idem come sopra: etimologia incerta.


 
Un buzzo per gli spilli                                                                        (12/3/2010)

Il Grande Dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia  registra un quarto buzzo il cui significato è riconducibile al buzzo  “pancia”.  Difatti si tratta di un appuntaspilli, ossia un cuscinetto imbottito che si presenta rigonfio, dunque panciuto, e sul quale si infiggono gli spilli (o gli aghi).  
 

Marzo marzeggia                                                                                                     (12/3/2010)

E che altro potrebbe fare?   Pronti a ricrederci, ma riteniamo che marzeggiare sia l’unico verbo derivato dal nome di un mese, non avendo conoscenza di verbi corrispondenti ad altri mesi, come un ipotetico aprileggiare, o agosteggiare, o ottobreggiare. Gli onomaturghi possono sbizzarrirsi.  Tutti, invece, con l’avallo del Vocabolario che lo registra, possiamo marzeggiare, ossia cambiare improvvisamente d’umore, passando dalla tristezza all’allegria o viceversa, come fa marzo con gli improvvisi cambiamenti di tempo. In senso figurato marzeggiare, di norma (pur se raramente) usato in riferimento alla variabilità delle condizioni meteorologiche, può essere riferito alle persone e, perché no?, agli animali.
 

Aggettivi marzolini ma non marziali                                                                    (12/3/2010)

Oltre a marzeggiare, marzo ci dà gli aggettivi marzaiolo o marzaiuolo, marzolino, marzuolo. Inutile dire che marzamino o marzemino (il nome di un vitigno e del relativo vino), marziale e marziano, e così marzio (da Marte, divinità e pianeta) con marzo non hanno nulla da spartire. Da marzo viene anche marzirolo registrato da Devoto-Oli solamente come sostantivo per indicare il «Gorgonzola prodotto in primavera». Ricordiamo che gli aggettivi derivati dai mesi sono in genere usati in campo agricolo per definire varietà di frutti che maturano nei rispettivi periodi dell’anno.  
 

Mesi e aggettivi, manca gennarino                                      AGGIUNTO  (13/3/2010)

Dopo gli
aggettivi di marzo, vale la pena ricordare gli altri aggettivi ricavati dai nomi dei mesi.  Siamo pronti a ricrederci, ma non esistono aggettivi ricavati da gennaio, a meno che non supplire con la fantasia e  proporre un simpatico gennarino. Una pianta che fiorisse in gennaio potrebbe dirsi gennarina.  Per febbraio abbiamo solo il Grande Dizionario Battaglia che registra un raro febbraiuolo.  Per gli altri mesi i vocabolari registrano: marzo→ marzaiolo o marzaiuolomarzolino, marzuolo;  aprile→ aprilante, aprilino;  maggio→ maggengo, maggese, maggiaiolo o maggiaiuolo, maggiatico, maggiolino; giugno→ giugnolino, giugnolo; luglio→ lugliatico, lugliengo;  agosto→ agostano, agostengo, agostino; settembre→ settembrino; ottobre→ ottobrino; novembre→ novembrino; dicembre→ decembrino o dicembrino.  Si tratta in genere di aggettivi in uso in campo agricolo per definire varietà di frutti che maturano nei rispettivi mesi.  L’aggettivo aprilante appare nel proverbio: Terzo aprilante, quaranta dì durante, ossia: com’è il terzo giorno d’aprile così saranno i quaranta giorni che seguono.
 

Zotico il più votato                                                                           (9/3/2010)

La parola più votata da oltre 800 insegnanti, tra le 200 parole proposte da Zanichelli per il 6° premio di scrittura “Salva parola”, è risultata zotico.  Al secondo posto uggioso, al terzo artefice. Le 200 parole fanno parte delle 2800 parole da salvare indicate con il segno del fiore nel vocabolario Zingarelli.  Adesso la parola, anzi le parole passano ai ragazzi.  Dovranno utilizzarne 10, di quelle prescelte, con le quali scrivere un testo per partecipare all’assegnazione del premio la cui scadenza è stata prorogata al 15 marzo. Sorprende la scelta di zotico da parte degli insegnanti.  Uno psicologo potrebbe individuarne meglio le segrete motivazioni. 
 

Aumentano gli zotici?                                                                        (9/3/2010)

Un motivo della scelta di zotico potrebbe essere quello dell’aumento degli zotici in vari ambienti della vita sociale, aumento riscontrato dagli insegnanti nella loro attività quotidiana. Zotici potrebbero essere sempre più i genitori, quelli maneschi, che non esitano a malmenare gli insegnanti se questi, poco poco, si permettono di bocciarne il figliolo o di dargli un cattivo voto. Ma gli zotici potrebbero essere in aumento tra gli studenti, quelli degli episodi di bullismo, che altro non sono se non manifestazioni di zoticheria, anzi no, di zoticaggine o zotichezza (sono queste le parole registrare da Zingarrelli, di cui zoticaggine con il “fiorellino” e dunque, anche questa, da salvare).  Forse gli insegnanti hanno visto giusto: zotico è decisamente da salvare.  Può tornare utile per designare i tanti zotici in circolazione nonostante la crescente (presunta?) civilizzazione.  
 

Purga russa                                                                                       (9/3/2010)

Chi prende più la purga?  In questo senso è passata decisamente di moda perché le purghe tradizionali (per intenderci, il classico olio di ricino) sono state sostituite da moderni lassativi ad effetto più controllato e … publicizzato.  Il termine, però, ha un significato figurato – tuttora valido per alcuni Paesi dove la democrazia non è di casa – che risale ai tempi dell’URSS di Stalin, quando le purghe consistevano non solo nell’allontanamento dal Pcus (il Partito comunista dell’Unione Sovietica) dei dissidenti, ma spesso anche nella loro eliminazione fisica.  In questa specifica accezione il termine è pervenuto in Europa dal russo čistka, tradotto inizialmente, alla lettera, “purificazione”, poi “epurazione”, quindi “purga”,  traduzione “forte” che, meglio delle altre due (ad effetto più blando), evoca efficacemente i drastici metodi repressivi del regime sovietico.  Lodevoli Garzanti e Zingarelli per ricordare l’origine russa della purga “politica”.
 

Oscar, zii e storielle                                                                           (9/3/2010)

 «Ecco Oscar!».  Da questa esclamazione, pronunciata dal segretario dell'Accademia che aveva scambiato per suo zio Oscar il fattorino che portava il primo esemplare della statuetta in metallo dorato, sarebbe nato il nome del celebre premio assegnato annualmente dall'Accademia statunitense delle arti cinematografiche a personalità distintesi nel mondo del cinema. Un cronista avrebbe sentito le parole del segretario e, equivocando,  avrebbe diffuso la notizia che il premio si chiamava “Oscar”.  La storiella è citata dai vocabolari (Garzanti, Zingarelli, Sabatini- Coletti, Devoto-Oli) alla voce oscar, che Zingarelli registra con la maiuscola.  Storiella inverosimile, da prendere con le molle. Perché, almeno qui in Italia – non sappiamo le usanze americane –, qualsiasi nipote, vedendo arrivare suo zio, avrebbe esclamato: «Ecco mio zio!» e non «Ecco Oscar!».  Al limite avrebbe potuto specificare: «Ecco zio Oscar!», con il che l’equivoco non sarebbe sorto.  Ma si sa che gli americani sono speciali … nell’inventare le storielle.


Guarda, indri la scimmia
                                                                    (9/3/2010)

La lingua è piena di equivoci.  Non alludiamo a quando si dice una cosa e se ne capisce un’altra oppure si confondono i significati delle parole, ma proprio alle parole nate dagli equivoci.  Una è oscar, il nome della statuetta del celebre premio cinematografico, la cui origine i vocabolari spiegano con l’equivoco dello “zio Oscar”.  Un’altra parola, meno conosciuta, è il nome della scimmia, anzi, proscimmia indri, diffusa nel Madagascar.  In lingua malgascia indry! corrisponde al nostro imperativo “guarda!”, esclamazione che il naturalista francese P. Sonnerat (1749-1814), sentendola pronunziare dal suo accompagnatore indigeno, scambiò per il nome dall’animale. Cose che succedono e poi finiscono nei vocabolari.  De Mauro e Zingarelli non citano Sonnerat, ma tutti spiegano l’equivoco all’origine del nome indri (maschile invariabile; per Garzanti anche femminile).

 

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 * La Confusione delle lingue *
 

Nazireato, voto religioso                                                                                      (26/3/2010)

Mai fidarsi delle interpretazioni “a senso”. Il termine nazireato con c’entra nulla col nazismo e non è un reato. Prendiamo da Sabatini-Coletti: «Nella tradizione ebraica, voto a Dio che prevedeva tutta una serie di astensioni dagli aspetti materiali del mondo e vari impegni rituali», ad esempio «lasciandosi crescere barba e capelli» aggiunge lo stesso vocabolario a nazireo, cioè colui che faceva il voto del nazireato.  I due nomi, attraverso il passaggio dal greco, derivano dall’ebraico nazīr “separato”.


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Ranz des vaches.  Un corno in San Pietro                                           (30/10/2009)

Padre Emidio Papinutti ha accolto l’invito a dirci qualcosa in più sul ranz des vaches, curiosa locuzione francese riportata da quasi tutti i vocabolari della lingua italiana (ne abbiamo parlato il 23/10/2009), e ci offre sull’argomento un gustoso pezzo di bravura in Voci in capitolo.  Se non fosse sufficientemente chiaro chi era “l’organista”  che compare nel finale, ci piace qui rammentare che era lo stesso Papinutti, il quale, tra i molti prestigiosi incarichi, è stato anche, per 20 anni, organista della basilica di San Pietro in Vaticano.          Voci in capitolo ►


Sfilata di mucche svizzere
                                                                   (23/10//2009)

Garzanti, De Mauro, Sabatini-Coletti, Zingarelli registrano una curiosa locuzione francese della Svizzera romanda, ranz des vaches, alla lettera “sfilata delle vacche”, secondo quanto riportano i vocabolari.  C’era necessità nel vocabolario della lingua italiana di questa sfilata di mucche franco-svizzere?  Evidentemente sì, per spiegare (Zingarelli) che trattasi di una «melodia per canto o per corno tipica delle Alpi svizzere come richiamo delle greggi; si usa nella musica colta per evocare atmosfere campestri».  Chiederemo al nostro esperto musicale padre Emidio Papinutti se ne sa qualcosa in più.   


 


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