Lingua e Scioglilingua
 
 
Prima pagina/Sommario
l'Informalingua
Voci rauche/
   Servizio segnalazioni

Scioglilingua
Scioglindovinelli
Pensieri sul Vocabolario
Voci in capitolo
Totovocabolario

Archivio
 Posta


A
rchivio


Buon fine e buona fine
                                                                                        (29/12/2011)

Perché “buon fine settimana” e “buona fine d’anno”?  Stabilito che in ambedue i casi si tratta proprio di fine nel senso di conclusione temporale, ci si potrebbe domandare perché nell’un caso al maschile e nell’altro al femminile.  Francesco Sabatini, ora presidente emerito dell’Accademia della Crusca, ha fatto rilevare che la fine di qualcosa poteva in passato essere anche maschile e ha ricordato le espressioni, tuttora rimaste, “a buon fine”, “lieto fine”.  Noi ricordiamo “fine secolo”, che autori autorevoli declinano indifferentemente al femminile o al maschile: “questa fine secolo”,  ma anche “questo fine secolo”.  Il professor Sabatini fa derivare “buon fine settimana” dall’uso ormai generalizzato del termine inglese weekend. Tutti diciamo “buon weekend” e allora il maschile è passato al fine settimana.  Per concludere:  buon fine settimana e buona fine d’anno.   


Il Vocabolario fa i botti
                                                                     (29/12/2011)

Prudente Devoto-Oli.  Non registra tracco e, a scanso di pericoli, non dà a tricche tracche e tric trac (o tric-trac) alcuna connotazione  “esplosiva”, se non quelle pacifiche di «voce imitativa di uno scricchiolio percepibile in due tempi» e di «altro nome del gioco della tavola reale».  Gli altri vocabolari contemplano per i suddetti termini anche il significato più comune e ricorrente in questi giorni di fine d’anno: quello di “fuoco d’artificio”, “mortaretto”, “petardo”  che – annota Garzanti – «esplode in una serie di colpi consecutivi».  Il tracco è parimenti un «fuoco d’artificio a più scoppi ritardati» (Zingarelli).  Un amico napoletano fa questa differenza:  il tracco rispetto al tric trac (o tricche tracche) è più grosso, più potente, più rumoroso, più professionale (ci si passi il termine).  Quali che siano le sfumature linguistiche e piriche (a proposito, c’è anche la variante trich trach, giudicata antiquata), consigliamo a tutti di proseguire la ricerca sul tema solo e soltanto nel Vocabolario, escludendo qualsiasi prova “pratica” sul campo.  La pericolosità dei botti, per dirla con termine paesano, è ormai tristemente nota.


Un tricche tracche per la Settimana santa
                                            (29/12/2011)

Magia del Vocabolario, che dai tricche tracche rumorosi di Capodanno ci fa passare di botto, anzi… dai botti, a un tricche tracche della Settimana santa, quando nelle chiese s’impone il silenzio e dalle funzioni liturgiche è bandito persino il suono del campanello.  A Devoto-Oli il merito di annotare che tricche tracche è anche, specialmente a Roma, il «nome popolare della battola in uso durante la settimana santa». È facile capire cos’è la battola se si ricorre ai sinonimi crepitacolo o raganella, ma forse il termine più eloquente è proprio tricche tracche, che riproduce il suono caratteristico (un crepitìo sordo) di questo strumento di legno, a forma di tavoletta, con una maniglia che aziona una ruota dentata su cui preme una lamina flessibile di metallo.  Un tricche tracche da meditazione, si potrebbe dire, quanto l’altro tricche tracche è da … esplosione, sia pure solo di gioia (speriamo) per l’inizio del nuovo anno.
 

Grattacapo di Capodanno                                                                (29/12/2011)

Il problema non è tanto il singolare, quanto il plurale, specialmente per chi, avanti nell’età, di capodanni ne ha festeggiati parecchi. Come si scrive?  Zingarelli, Garzanti, Sabatini-Coletti, Devoto-Oli registrano, per il singolare, capodanno e capo d’anno (ma Zingarelli segnala questa grafia come “rara”).  De Mauro registra solo capodanno.  Per il plurale si può scegliere tra capodanni (unica grafia ammissibile per Zingarelli), capi d’anno (segnalata in alternativa da Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti), ma anche, in un’unica parola, capidanno (come riportano De Mauro, Palazzi-Folena, De Felice-Duro ).  Non registrate, e quindi da considerarsi errate, le forme “capo d’anni” e  “capidanni.  Nel singolare è meglio usare la maiuscola (Capodanno) quando si intende indicare il nome proprio della festa (come Natale, Pasqua, ecc.), la minuscola negli altri casi generici di “primo giorno” o “inizio dell’anno”.


Capodanno vindobonense
                                                                (29/12/2011)

De Felice-Duro è uno dei pochi  vocabolari a registrare l’aggettivo vindobonense, derivato dalla nota città di Vindobona.   Mai stati a Vindobona?  È qui dietro l’angolo!  Città ideale per  trascorrervi il Capodanno e ascoltare il famoso concerto. De Felice-Duro porta alcuni esempi:  le antiche tradizioni vindobonensi; codici vindobonensi … Va detto che anche Devoto-Oli registra vindobonense, anzi, di più, aggiunge vindoboniano, termine da usarsi in riferimento alle ere geologiche (corrisponde al Miocene medio).  Sia vindobonense, sia vindoboniano stanno per “viennese”, dal nome latino di Vienna, Vindŏbona.
 

Astrologhi e astrologastri                                                                  (29/12/2011)

Puntualmente, per l’inizio del nuovo anno, spuntano come funghi gli oroscopi e le previsioni degli astrologi.  Quanto siano attendibili tali previsioni sarebbe da vedere, ma gli astrologi campano sul fatto che nessuno ricorda le previsioni dell’anno precedente.  Il Vocabolario – come è giusto – non prende posizione sugli astrologi, se non per dirci che il plurale può essere anche astrologhi (ma Zingarelli e Garzanti giudicano tale forma “popolare”) e il femminile astrologa e astrologhe.  I vocabolari di una volta (abbiamo sottomano Zingarelli 1935 e Novissimo Melzi 1957) si spingevano più in là e prevedevano la possibilità che esistessero astrologhi da strapazzo registrando astrologastro, curioso alterato per dire appunto “astrologo da nulla”.   Se oggi tra tanti astrologhi ci siano anche astrologastri, questo sta al giudizio e al discernimento degli appassionati di astrologia.
 

Bora e boria: sempre aria è                                                                (29/12/2011)

Sono entrambi vento, ossia, in definitiva, aria, anche se la boria è l’aria dei palloni gonfiati, per dire “aria” di importanza, di presunta superiorità rispetto agli altri. I vocabolari fanno derivare bora e boria dal medesimo termine latino bŏrea(m), che tradotto nell’italiano borea, sta appunto per “vento di tramontana” e la bora, il classico vento di Trieste, altro non è che la forma dialettale veneta per borea. Se il passaggio da borea a bora è arcisicuro, non altrettanto lo è quello da borea a boria. I vocabolari lo segnalano, ma alcuni (De Mauro, Garzanti, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena) ci vanno cauti e premettono «probabilmente».  De Felice-Duro non arrischia e a boria scrive «etimo incerto».  Nei fatti di lingua è sempre bene lasciare un po’ d’aria… di mistero.
 

Dal borino al borione                                                                       (29/12/2011)      

Devoto-Oli e De Mauro registrano borino e borione, termini ignorati da Garzanti e Sabatini-Coletti, mentre Zingarelli registra solo il primo e Palazzi-Folena solo il secondo. Va subito detto che borino non è, come pure potrebbe sembrare, una variante di burino. È, invece, il diminutivo di bora (anche qui dal veneto borìn): un venticello. Quanto la bora è un vento impetuoso, tanto il borino è leggero, una «brezza», per dirla con Devoto-Oli, «che di notte interessa le coste orientali dell’Adriatico». Il borione non è l’accrescitivo di bora (dunque non è un vento ancora più impetuoso) né tanto meno di boria, ma semplicemente equivale a borioso, dunque “chi (che) è pieno di boria”.  Certo, a prima vista, borione sembrerebbe più “forte”, più grosso di borioso, un peggiorativo insomma, ma non è così. Il passaggio da boria a borione avviene secondo un modello consueto per altre parole: da burla → burlone, da chiacchiera → chiacchierone e così via.


Buona Pasqua!
                                                                                  (25/12/2011)

Non è per fare gli originali a tutti i costi, ma augurare buona Pasqua in tempo di Natale non è la stravaganza che a prima vista potrebbe sembrare.  Basta andare al Vocabolario e vedere che nei tempi antichi il nome pasqua (meglio con la maiuscola: Pasqua) era usato a livello popolare per indicare genericamente una solenne festa religiosa, qualsiasi festa, dunque anche il Natale.  Chiarisce bene il concetto Garzanti, portando l’esempio di un passo del Boccaccio (Decameron VII, 5): «Appressandosi la festa del Natale, la donna disse al marito che ella voleva andar la mattina della Pasqua alla chiesa». Sabatini-Coletti, tra le varie pasque, registra Pasqua di Natale o della Natività e specifica che equivalgono a “Natale”.  Il vecchio Zingarelli (1935), annotando già allora “arcaico” quest’uso popolare del termine pasqua, scriveva: «Grande festa della Chiesa, e specialmente, oltre alla Risurrezione, il Natale, l’Epifania…».  
Gli antichi ragionavano così: per loro il Natale era anche Pasqua e viceversa. Perciò, stiamo alle vecchie tradizioni e … buona Pasqua a tutti.


Da Natale a S. Stefano.  Ma quale?
                                                     (25/12/2011)

I vocabolari (Garzanti, Devoto-Oli, Sabatini-Coletti, Zingarelli) riportano il modo di dire “Durare da Natale a Santo Stefano” che equivale a: “durare pochissimo tempo”,  “per un periodo brevissimo”.  Giustamente Sabatini-Coletti esemplifica applicando il detto a un tema quanto mai effimero: «è una moda che durerà da Natale a Santo Stefano».  Sì, ma quale Stefano?, visto che di santi con questo nome ce ne sono più di una ventina. I vocabolari non specificano, mentre forse sarebbe opportuno accennare che il giorno dopo Natale si festeggia il primo martire cristiano e primo diacono della Chiesa (I sec.).  Non dunque il santo re Stefano d’Ungheria (16 agosto) o Stefano I papa (2 agosto), per citare soltanto due santi omonimi più conosciuti con i quali si potrebbe far confusione.
 

Meglio il magio                                                                                   (25/12/2011)

I Re Magi procedono sempre in tre. Ma per indicarne uno solo come si dovrà dire: mago o magio? La questione si ripropone ad ogni Natale, con sostenitori per l’una o l’altra versione.  Tranquillamente si può dire – anzi è preferibile –  magio, termine registrato da tutti i vocabolari.  Solo Sabatini-Coletti annota che si tratta di un «erroneo singolare rifatto su magi, plurale di mago». Ma la correttezza di magio l’avalla implicitamente Devoto-Oli affermando: «forma popolare di singolare suggerita dalla necessità di distinguere semanticamente la parola da mago». Non sfugge a nessuno, infatti, che magio ha in sé qualcosa di più serio, solenne, un connotato di antica saggezza, in contrapposizione a mago, parola abusata e decaduta, soprattutto nel mondo attuale in cui operano schiere di falsi maghi e autentici ciarlatani. Palazzi-Folena, che pure registra magio, dà la migliore definizione dei magi: «Dignitari orientali, esperti di astronomia che, secondo il Vangelo di Matteo, vennero ad adorare Gesù bambino; la tradizione cristiana li volle re, la chiesa latina ne fissò il numero (tre) e il Venerabile Beda (sec. VIII) diede loro i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre».
 

Anche le Regine magie?                                                                     (25/12/2011) 

Eventualità fantasiosa ma prevista da Garzanti, al solito attento a risolvere questi dubbi, il quale a magio registra anche il femminile màgia, plurale màgie o mage.  Attenzione agli accenti, per non trasformare ... magicamente una màgia in magìa.  È ben vero che in una favola potrebbero fare la loro comparsa le magie, anzi le Regine magie, oppure essere chiamate così le mogli dei Re Magi, nell’ipotesi, tutt’altro che improbabile, che i tre sapienti venuti dall’Oriente fossero legittimamente sposati.
 

Vocabolario e tombola                                                                      (25/12/2011)   

È il gioco più popolare giocato in famiglia nelle festività di fine d’anno.  I vocabolari come se la cavano a tombola?  Non molto bene Zingarelli, Garzanti e Sabatini-Coletti che si limitano a una descrizione sommaria e alla vincita finale, appunto “fare tombola”, senza nulla accennare delle vincite parziali che pure caratterizzano questo gioco.  La descrizione più minuziosa del meccanismo della tombola è di Palazzi-Folena, che però cita solo la cinquina.  Altrettanto precisa la definizione di De Felice-Duro, che aggiunge terno e quaterna.  La più “ricca” è ora la tombola di Devoto-Oli, che, dall’edizione 2009 fa vincere – bontà sua – anche l’ambo e il terno, in precedenza snobbati, portandosi così al pari della tombola di De Mauro, meno ricca, però, in quanto a meccanismo del gioco.  


Chi tombola capitombola
                                                                   (25/12/2011)  

Giocate pure a tombola, ma attenzione a tombolare, che non significa, come qualcuno potrebbe pensare, “giocare a tombola”, ma “capitombolare, ruzzolare” o anche semplicemente “cadere”.  De Mauro e Zingarelli riferiscono questo verbo non solo alle persone, che di solito tombolano a testa in giù, ma anche agli aerei, che possono tombolare per avaria o perdita di controllo. Zingarelli, nella rispettiva definizione, fino a due edizioni fa parlava testualmente, anche per gli aerei o i missili, di «ruzzolare per aria». Ora, più propriamente, parla di «capovolgersi in aria».  Nell’uso familiare il verbo è collegato all’espressione “tombola!”, usata per commentare la caduta di qualcuno, specialmente un bambino, oppure quando si rovescia qualcosa.

A Natale, se volete far tombola, regalatevi il Vocabolario e non tombolerete nei tranelli della lingua.


Chi gioca a numeretto?
                                                                        (25/12/2011)

Il Vocabolario gioca a tombola ma non gioca a numeretto.  Dei vocabolari che prendiamo in esame tutti registrano tombola ma nessuno registra numeretto come voce a parte e non solo, dunque, come diminutivo di numero.   In effetti per numeretto s’intende comunemente ogni numero della tombola, o meglio, il dischetto o la pallina sui cui sono impressi i numeri della tombola.  Il sacchetto con i numeretti fa parte del corredo tradizionale della tombola. Ma numeretto è anche il gioco che si fa con i numeretti e che consiste nel tirar su dal sacchetto il numero più alto o più basso. Gioco semplicissimo e immediato, di sicuro divertimento soprattutto se tra più giocatori. Si fissa una posta per ognuno e vince chi tira su il numero più alto o più basso, secondo quanto stabilito. D’accordo, è un gioco d’azzardo.  Ma da giocare in famiglia, tra una tombolata e l’altra. 
 

Strufoli cicerchiata o strufoli castagnole?                                                                           (21/12/2011)

Ci sono due tipi di strufoli (o struffoli). Per semplificare: quelli “napoletani” e quelli “romani”. La differenza è sostanziale.  I vocabolari sembra che conoscano soltanto i primi, in realtà diffusi in tutta l’Italia meridionale. Sono “gnocchetti” di pasta all’uovo, fritti in olio o strutto, che rimangono duri (croccanti) perché senza lievito, conditi poi con miele, disposti a forma di ciambella sul piatto di portata e guarniti con diavolini (palline di zucchero colorato). Questa specialità, tipicamente natalizia, è detta anche (Devoto-Oli, De Mauro, Zingarelli) cicerchiata, perché gli gnocchetti hanno press’a poco la forma dei semi di cicerchia, legume commestibile di cui abbiamo già parlato in Voci in capitolo,  E gli altri strufoli? Quelli “romani” sono, invece, vere e proprie frittelle, morbide, perché nell’impasto va il lievito, oltre che liquore, uova e ricotta. Una volta fritte vengono cosparse di zucchero e cannella. Per trovare questi strufoli, nel Vocabolario s’intende (nelle pasticcerie si trovano soprattutto a Carnevale), occorre andare al vecchio ma sempre valido De Felice-Duro (1992) il quale a strufolo, scrive: «Piccolo dolce fritto, tipico dell’Italia centrale, simile alle castagnole dell’Emilia-Romagna».  De Felice-Duro, l’unico a registrare quelli “romani”, collega giustamente questi strufoli alle castagnole, alle quali assomigliano per dimensioni (quanto una castagna) e impasto.
 

Presepio nel Vocabolario                                                                     (21/12//2011)

Presepio (o presepe), in pratica “greppia”,  mangiatoia”, letteralmente “recinto chiuso da una siepe”, come dice il Vocabolario che ne spiega l’origine dal latino praesēpĭum, composto da prae (prima) e saepīre (cingere, circondare) a sua volta derivato da saepēs (siepe).  Se ci fosse una gara tra presepi, come avviene in molti paesi, una menzione speciale andrebbe a De  Mauro.  Vediamo perché.


Presepio-asilo De Mauro
                                                                      (21/12/2011

De Mauro offre un quadro abbastanza completo della scena e dei personaggi (cita Maria, Giuseppe, il Bambino, il bue, l’asinello, i pastori) e aggiunge altri quattro significati poco noti di presepio :  1) estensivamente, una casa piena di animali: essere, sembrare il presepio; 2) l’asilo in cui, durante le ore di lavoro, erano accolti i figli lattanti delle operaie;  3) l’ammasso stellare simile a una grossa nebulosa situato fra le stelle Delta e Gamma della costellazione del Cancro;  4) in archeologia, il nome convenzionale che viene attribuito alle lunghe panche, simili a mangiatoie, che erano addossate alle pareti della sala ipogea dei santuari di Mitra.
Come si vede, quattro significati strettamente collegati al tema tradizionale e alla particolare atmosfera evocata dalla parola presepio.  È simpatico, al punto 2, rilevare la similitudine tra il presepio con il Bambinello e il presepio (asilo nido) con i bambinelli delle operaie. E per il terzo significato, quello astronomico, come non andare col pensiero alla stella cometa che guidò i Magi? 


Ciaramella e zampone
                                                                           (21/12/2011)

Per “addolcire” l’attuale clima pesante, soprattutto in politica, niente di meglio che caramelle e ciaramelle.  Appunto la ciaramella (o cennamella) è il primo argomento di Voci in capitolo dove si tenta di risolvere il dubbio su che cosa esattamente designa questa parola, evocante come poche altre, grazie alla nota poesia di Pascoli, l’atmosfera natalizia.  Il secondo argomento è lo zampone. Chi preferisce quest'altra "musica" troverà pane, anzi carne, per i suoi denti. 
Voci in capitolo
 

Attenti a ciaramellare                                                                            (21/12/2011)

Da ciaramella deriva ciaramellare (registrato da tutti i dizionari), verbo che ha in sé connotati tutt’altro che positivi.  Quanto la ciaramella richiama qualcosa di solido (legato alle sane tradizioni popolari), di autentico e genuino, tanto il verbo derivato richiama qualcosa di fatuo, di falso, di ingannevole.   E sì, perché ciaramellare significa «parlare a vanvera, cianciare»,  ma anche (De Mauro, Devoto-Oli, Zingarelli)  «parlare allo scopo di trarre in inganno».   Dunque attenti, almeno a Natale, a non ciaramellare.  E, tutto l’anno, attenti a quanti ciaramellano


La ciaramilla di Pasqua
                                                                         (21/12/2011)

Devoto-Oli registra ciaramilla che non è, come a prima vista potrebbe sembrare,  una variante di ciaramella e che con lo strumento musicale tipico del Natale c’entra come i cavoli a merenda, non fosse altro perché la ciaramilla è un «dolce di Pasqua a forma di ciambella, tipico di alcune regioni dell’Italia centrale».
 

La ciaramicola tutto l’anno                                                                   (21/12/2011)

Sempre grazie a Devoto-Oli, l’unico a registrare quest’altra parola (tra ciaramella e ciaramilla), apprendiamo che la ciaramicola  è una «focaccia di farina e uova, lievitata, aromatizzata con alchermes e decorata con confettini multicolori, specialità umbra».  Poiché nulla è detto circa il periodo “canonico” della ciaramicola, è logico supporre che sia una specialità “valida” per tutto l’anno, con buona pace dei golosi.


Caprette per cambrette                                                                        (21/12/2011)  

Un caro amico, allestitore abituale del presepe in una chiesa della periferia romana, ha avuto in questi giorni necessità di acquistare delle cambrette.  Si è recato perciò in un negozio non lontano, ben fornito, dove nel periodo natalizio è attivo un reparto di articoli per l’albero e il presepio, ed ha chiesto al commesso: «Avete delle cambrette?». Costui ha risposto: «No, mi dispiace, abbiamo solo pecore». Equivoci di Natale. Aveva capito “caprette”!  Di chi la colpa? Del nostro amico, che per farsi capire avrebbe dovuto usare parole più semplici, o del commesso del negozio di …?   Già, negozio di che?   Dove si vendono le cambrette?  La risposta, per chi non lo sa, nel Vocabolario o giù in fondo nella Confusione delle lingue.

 

******************************************
 


 
 * La Confusione delle lingue *

 

Cambrette o chiodi a U                                                                         (21/11/2011)

Le cambrette si vendono normalmente nei negozi di ferramenta.  Cambretta,  diminutivo di cambra (dal francese cambre “curvatura”, a sua volta dal latino cămur  “ricurvo”)  è un particolare tipo di chiodo a due punte, piegato ad U, usato per fissare fili elettrici, cordoni, tubi, ecc.

 


torna su

 

 

 

Ranz des vaches.  Un corno in San Pietro                                           (30/10/2009)

Padre Emidio Papinutti ha accolto l’invito a dirci qualcosa in più sul ranz des vaches, curiosa locuzione francese riportata da quasi tutti i vocabolari della lingua italiana (ne abbiamo parlato il 23/10/2009), e ci offre sull’argomento un gustoso pezzo di bravura in Voci in capitolo.  Se non fosse sufficientemente chiaro chi era “l’organista”  che compare nel finale, ci piace qui rammentare che era lo stesso Papinutti, il quale, tra i molti prestigiosi incarichi, è stato anche, per 20 anni, organista della basilica di San Pietro in Vaticano.          Voci in capitolo ►


Sfilata di mucche svizzere
                                                                   (23/10//2009)

Garzanti, De Mauro, Sabatini-Coletti, Zingarelli registrano una curiosa locuzione francese della Svizzera romanda, ranz des vaches, alla lettera “sfilata delle vacche”, secondo quanto riportano i vocabolari.  C’era necessità nel vocabolario della lingua italiana di questa sfilata di mucche franco-svizzere?  Evidentemente sì, per spiegare (Zingarelli) che trattasi di una «melodia per canto o per corno tipica delle Alpi svizzere come richiamo delle greggi; si usa nella musica colta per evocare atmosfere campestri».  Chiederemo al nostro esperto musicale padre Emidio Papinutti se ne sa qualcosa in più.   


 


torna su