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Privilegio palme, papa Sisto a capitan Bresca (26/3/2010) La tradizione dei parmureli in dono
al Papa risale al 1586, al tempo di Sisto V. Se ne trovava traccia nei
vecchi Zingarelli, quando, paradossalmente, i vocabolari della lingua
italiana dicevano molte più cose di adesso. Scriveva, tra l’altro,
Zingarelli alla voce palma: «Le palme per il papa sono provvedute
dalla famiglia Bresca di Genova per concessione di Sisto V». Ecco
spiegata l’origine della tradizione. Un “Capitan Bresca”, marittimo
ligure, entra nella storia (o nella leggenda) per aver gridato la
celebre frase: «Acqua alle corde!» agli operai che stavano innalzando
l’obelisco in piazza San Pietro sotto il pontificato di Sisto V.
Il Papa aveva imposto il silenzio. Ma perdonò Capitan Bresca per il
prezioso suggerimento che impedì alle funi in tensione di spezzarsi e
gli concesse il privilegio di fornire le palme per le celebrazioni
pontificie della domenica precedente la Pasqua. Palme per tutti i gusti (26/3/2010) In Italia per
palma, anzi per palme, intendiamo generalmente i rami o
ramoscelli d’olivo che nella domenica d’inizio della settimana santa
portiamo a casa dopo la benedizione in chiesa. Ma il termine palma
è inflazionato, perché indica infinite specie di piante per tutti i
gusti e tutti gli usi, tanto che i vocabolari
fanno fatica ad elencarle tutte. De
Mauro ricorda quella azzurra, da cera, da cocco, da
datteri, da olio, di Cristo (o concordia), di San
Pietro (o nana) e infine la palma giunco e la
palma reale. Sabatini-Coletti aggiunge la palma da vino e
da zucchero. Zingarelli e Devoto-Oli citano la palma dum,
comune in Eritrea, con foglie che forniscono una fibra tessile e semi da
cui si ricava l’avorio vegetale. De Felice-Duro cita la palma
della Cina. I parmureli di cui
parliamo sopra sono fatti ora con le foglie della palma
canariense , mentre fino a venti anni fa si usava la palma
dattilifera. Dal Dies palmarum (26/3/2010) Tutti vocabolari (tranne De Mauro)
alla voce palma riportano la locuzione Domenica delle
Palme che ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. È interessante
uno studio di Carlo Tagliavini, Storia di parole pagane e cristiane
attraverso i tempi (Brescia, 1963), che ci dice come anticamente,
ai tempi di Isidoro di Siviglia (560-636), la denominazione ufficiale in
latino ecclesiastico fosse Dies palmarum, poi Dominica in
palmis (VII secolo), Dominica ad palmas (inizio IX secolo),
Dominica palmarum (X secolo), infine Dies festus palmarum
(XI secolo) per giungere alle attuali denominazioni Domenica delle
palme o Festa delle palme o anche semplicemente Le Palme. Palmata, colpo … maestro (26/3/2010) Ebbene sì, dopo aver parlato di
palme è inevitabile parlare di palmata. Che non è, come con una
certa punta di logica si potrebbe pensare, un colpo dato con una foglia
di palma, che pure potrebbe far male, bensì un «colpo con la riga o con
una verga che un tempo i maestri davano sulla palma della mano degli
scolari indisciplinati; più in generale, colpo assestato con il palmo
della mano». A proposito di questo significato più generico, Garzanti
cita Ippolito Nievo: Il vecchio gentiluomo si diede una gran palmata
sulla fronte. Palmata bustarella (26/3/2010) Per palmata, nel senso di
colpo dato con la riga dai maestri agli scolari indisciplinati,
Zingarelli fino alla ristampa 2006 citava questo curioso passaggio di
Franco Sacchetti (1332-1400): «maestro Conso … che era vago delle
femmine, come i fanciulli delle palmate». Testuale, compresi i
puntini. Cosa intendesse dire Sacchetti ognuno interpreti a proprio
modo, magari andando all’opera originale (quale?) da cui è tratta la
citazione. Comunque la frase è stata depennata dalle ristampe
successive. Non è l’unica modifica per la voce palmata apportata
da Zingarelli, il quale a palmata dava anche questo significato:
«Regalo per corrompere». Ora il “regalo” è diventato – più
realisticamente e in versione aggiornata: «tangente, bustarella». Come ti spiego il nazireato … (26/3/2010) Facilmente, fidando nell’interpretazione “a senso” , il che fa intuire che si tratta di una parola composta il cui primo elemento nazi- sta per “nazismo, nazista”. Dunque il nazireato è un reato che trae origine e ispirazione dalle ideologie naziste, o è riconducibile ad esse, oppure che è commesso da chi persegue e professa tali ideologie. In questi casi, però, è reato anche non andare subito al Vocabolario o alla Confusione delle lingue.
Oggi più che mai è
importante conoscere le lingue. Alzi la mano chi conosce la
lingua di Menelik citata dai vocabolari alla voce lingua.
Prendiamo da Devoto-Oli 2008, il quale preferisce la variante
italianizzata lingua di Menelicche: «Giocattolino
carnevalesco formato da un lungo tubo di carta variopinta, schiacciato e
arrotolato su sé stesso; allorché vi si soffia dentro, si svolge
rapidamente fischiando; quando cessa il soffio, torna, con l’aiuto di
una molla, alla posizione primitiva». Mai lingua ebbe definizione più
precisa (e difatti nelle edizioni successive è stata rimaneggiata) .
Menelik, chi era costui? I libri di storia narrano di un Menelik II
imperatore d’Etiopia, discendente alla lontana di un leggendario Menelik
I, figlio di Salomone e della regina di Saba. Che cosa c’entri l’uno o
l’altro con la “lingua”, non è dato sapere. Ai lettori il divertimento
di trovare collegamenti. Zingarelli, da par suo, aggiunge una piccola
malignità: la lingua di Menelik può dirsi altresì “lingua
delle donne”. Panfrutto ignorato, plum-cake privilegiato (24/3/2010) Già abbiamo parlato in passato del
panfrutto, dolce squisito, genuinamente italiano anche nel nome,
a base di farina, uova, burro zucchero, uva passa e canditi (molti
canditi) cotto in forno in stampi rettangolari. È possibile trovarlo in
tutta Italia, preparato da pasticcerie artigiane, dopo che l’industria
sembra averlo abbandonato per prodotti più insipidi. E avevamo
rilevato l’ostracismo dei vocabolari italiani nell’ignorare il nome
panfrutto per privilegiare, invece, il suo equivalente inglese,
plum-cake, parola che, oltre tutto, solo a pronunciarla, si presenta
meno invitante. Zingarelli elenca panfrutto nella nomenclatura
dei dolci, però non lo registra a lemma, talché chi andasse a trovare
panfrutto per sapere che cos’è resterebbe con un palmo di naso. Il panfrutto? Nel vocabolario inglese (24/3/2010) Paradossi. Mentre nei vocabolari della lingua italiana non risulta da nessuna parte che plum-cake è uguale a panfrutto o viceversa, per apprendere l’equivalenza conviene consultare il vocabolario …inglese. E difatti nel dizionario Hazon Garzanti (inglese-italiano e italiano-inglese) alla voce plum-cake c’è la traduzione: panfrutto; alla voce panfrutto c’è la traduzione: plum-cake. Perfetto. Come volevasi dimostrare . Ormai, vista la moda dei vocabolari italiani di privilegiare i termini inglesi, per trovare una parola italiana occorre andarla a cercare nel vocabolario inglese.
Dal panfrutto al panfocus
(24/3/2010) Denari
e decitex
(24/3/2010) Lingua caduca, come la memoria (20/3/2010) «Circa dieci anni è durata la
compilazione della presente opera; e questo breve tempo è stato
sufficiente a sperimentare quanto sia mutevole ed instabile il nostro
parlare; parole nuove sono sorte e anche tramontate; molte altre non si
usano più. (...). In questo è la necessità del vocabolario. La
volubilità e caducità della lingua, la frequente incertezza,
l’estensione alle cose più lontane da ciascuno, sono continue cause di
dovervi ricorrere». Considerazioni, sempre attuali, che Nicola
Zingarelli scriveva nella prefazione (datata “Primavera del 1922)
per la prima edizione del suo Vocabolario. Quest’anno, il 31 agosto,
ricorrono centocinquanta anni dalla nascita dell’illustre linguista e
lessicografo pugliese (Zingarelli era nato a Cerignola, in provincia di
Foggia, nel 1860). Tra tante celebrazioni commemorative, qualcuno si
ricorderà di questo anniversario? Speriamo di sì, anche se la memoria,
al pari della lingua, è altrettanto caduca e volubile. Scioglilingua Fiat (20/3/2010) La Fiat non ha trovato di meglio,
per una serie di annunci pubblicitari radiofonici sulla Panda, che
affidarsi, tra altri argomenti, a uno scioglilingua classico, quello
della capra, recitato con il consueto brio da Piero Chiambretti.
Sostituite alla panca la Panda e, voilà, il gioco è fatto: “Sopra la
Panda la capra campa, sotto la Panda la capra crepa”. Scioglilingua più
realistico dell’originale. È inevitabile che la povera capra crepi se
finisce sotto una Panda. Chi malassa? (20/3/2010) Di regola malassa il panettiere, ma tutti noi potremmo malassare se solo ci mettessimo a impastare la farina con l’acqua. Perché malassare (dal greco malássein “rendere molle”) significa proprio questo: stemperare, mescolare, impastare una sostanza con acqua o altro liquido. Da cui anche la malassatrice, per dire con termine non comune (come d’altronde il verbo), la macchina impastatrice. I vocabolari offrono un secondo significato di malassare: “effettuare la malassatura”, operazione con cui si determina la dose di glutine presente in una data quantità di farina dopo averla impastata con acqua ed eliminato l’amido. Ma ciò attiene a lavorazioni industriali o di analisi chimica. Per tornare a usi caserecci del verbo, una massaia potrebbe malassare la farina con vino e melassa. Per farne ottime ciambelle.
Provate
e vedete l’effetto che fa. Invitate gli amici a casa vostra dicendo
proprio così: stasera vi aspetto per un pusigno. Dalle
risposte, anzi – è più probabile dalle domande –, potrete capire
quanti tra i vostri amici frequentano abitualmente il Vocabolario.
Parola inconsueta, pusigno, ma che comunque si trova in De Mauro,
Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena, Zingarelli, con il significato di
“spuntino [per De Mauro “appetitoso” ] che si fa a tarda ora dopo la
cena”. Dal latino postcēnium. Attenzione al titolo “Stasera
pusigno”: potrebbe voler dire: io pusigno (nel senso che faccio
uno spuntinoi). Esiste infatti anche il verbo pusignare, “fare
pusigno”. Intransitivo, vuole l’ausiliare avere. C’era una volta, puseismo e puseista (20/3/2010) Che
cos’è il puseismo? La risposta viene “navigando” a ritroso nei
vocabolari. Ora, tra pus e pusignare, Zingarelli
(similmente ad altri) registra una serie di parole inglesi la prima
delle quali è pusher, “spacciatore di droga”. Per Devoto-Oli è
push, termine dell’informatica. Una volta, invece, in Zingarelli
edizione anteguerra, dopo pus venivano puseismo e
puseista, parole di cui si sono perse le tracce. Parole italiane ma
con “aggancio” britannico perché derivate da Edward Bouverie di Pusey
(1800-1882), teologo inglese, iniziatore a Oxford del «movimento
ritualista che portò una parte della Chiesa anglicana verso il
cattolicesimo». Così il vecchio Zingarelli, per il quale puseista
era (anzi è) il “seguace del puseismo”. A disagio con trisagio (20/3/2010) Attenzione che il trisagio
non è un disagio più forte, quasi un disagio triplo. E non è
neppure (per chi lo volesse intendere in questa maniera) un agio
che vale per tre, un tris di agi. In realtà trisagio non
c’entra nulla né con agio, né con il suo corrispondente negativo
disagio. In trisagio, dal greco triságios,
effettivamente tris- sta per “tre volte”, ma la seconda parte
viene dalla parola hágios che significa “santo”: in pratica
“santo tre volte”. Garzanti e De Mauro da trisagio rimandano a
sanctus. Le due parole si equivalgono. Indicano il momento della
Messa in cui si recita (o si canta) la formula: «Santo, santo, santo il
Signore ...» e anche la composizione musicale che l’accompagna. Parola
non comune trisagio, come giustamente avvertono i vocabolari.
Metterebbe a disagio chiunque si sentisse dire, invece che «siamo al
Sanctus», «siamo al trisagio».
Giuseppino e giuseppina (16/3/2010) San Giuseppe è ricordato dal
Vocabolario in almeno tre voci: giuseppino, presepe,
zeppola. Tralasciando presepe (o presepio) dove
si parla della statuina (appunto di san Giuseppe), qui interessano le
altre due parole. Diciamo subito che non tutti i vocabolari registrano
giuseppino, che troviamo invece in Zingarelli e De Mauro. Altri
registrano solo giuseppinismo o anche giuseppismo, che
però non c’entrano con il Santo, facendo riferimento entrambi i termini
all’imperatore Giuseppe II d’Asburgo e alla particolare forma di
giurisdizionalismo da lui adottata. Dunque giuseppino (o
giuseppina) è il religioso, o la religiosa, appartenente a una
congregazione che si richiama a (o ha come protettore) san Giuseppe.
L’Annuario Pontificio elenca tre istituti di giuseppini e due di
giuseppine, religiosi e religiose che si chiamano “ufficialmente”
così, perché in realtà di istituti religiosi maschili e femminili
ispirati a san Giuseppe ne esistono molti di più. Dal Sud le zeppole (16/3/2010) A San Giuseppe si mangiano le
zeppole. Dove? E, esattamente, che cosa sono le zeppole? Diciamo
subito che zeppola può essere anche una variante/diminutivo di
zeppa, nel senso di “pezzo di legno o di metallo a forma di cuneo”,
ma qui si parla della zeppola dolce, sulla quale i vocabolari sono
alquanto imprecisi. Frittella, ciambella o pasticcino? A Napoli, in
Puglia, Abruzzo, Calabria o Basilicata? Per San Giuseppe o a Carnevale?
Le definizioni sono discordi, così come nulla è detto sugli
ingredienti. Sabatini-Coletti azzarda: «perlopiù farcita con frutta
candita», particolare sul quale sia lecito qualche dubbio. Nel
Napoletano la zeppola è il dolce tipico di San Giuseppe, con impasto
simile a quello dei bignè – farina, acqua, uova (almeno 6), pochissimo
zucchero, grasso (burro o strutto) – tradizionalmente fritto, oggi più
spesso passato al forno, per assecondare le diete salutistiche, guarnito
dopo la cottura con crema pasticciera e un tocco di confettura di
ciliege. In altre regioni del Meridione (sulla tipicità “meridionale” i
vocabolari sono concordi) le zeppole possono avere ricette
diverse. Circa la provenienza della parola, Zingarelli e
Sabatini-Coletti indicano il latino tardo zìppula(s).
Qualche studioso ha prospettato una possibile origine turca. Dal
Chianti la zeppolina
(16/3/2010) C’è bassina … (16/3/2010) La bassina è un recipiente a forma di grossa bacinella circolare, di rame o acciaio inossidabile, piuttosto bassa e dal fondo tondeggiante, che ruota intorno al proprio asse leggermente inclinato mentre sotto è riscaldata a gas. È usata dall’industria dolciaria per la preparazione dei confetti.
La lingua italiana ci dà anche la bassetta, antico gioco d’azzardo originario del Veneto e diffuso nel Settecento, chiamato così perché si giocava con le carte basse (da 1 a 5). È un gioco ormai disusato e di cui probabilmente si sono perse le regole. Forse per questo i vocabolari dalla bassetta rimandano a un altro gioco, sempre di carte, di cui parliamo appresso. Curioso è invece un modo di dire, ignorato dai moderni vocabolari, che troviamo sul Fanfani 1865 e forse in uso, allora, a Firenze. Secondo Pietro Fanfani «Fare una bassetta, dicesi di chi dà in tisico, di chi, dallo stato prosperoso e florido, a un tratto comincia a perdere il fiore e divien macilento, senza cagione manifesta: Guarda! quel povero sor Giuseppe, che pareva un carnevale, ha fatto una bassetta così a un tratto».
La bolgia di Napolitano (12/3/2010) «Qui si
è respirata una bella aria, altrove c’è la bolgia». Così ha detto il
presidente Giorgio Napolitano – riferiscono le agenzie – lasciando
l’Università di Tor Vergata a Roma, dove aveva partecipato a un convegno
sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Non sappiamo a che cosa
esattamente si riferisse il capo dello Stato, certo è che bolgia
non è solo parola “infernale” (per intenderci: ciascuna delle
dieci fosse dell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco), ma ha assunto un
significato estensivo e figurato che De Mauro riassume con questi
sinonimi: grande affollamento, disordine, calca, babele, babilonia,
bailamme, caos, casino, confusione. Tra queste parole ognuno trovi
quella più appropriata per la situazione (o l’argomento principale di
questi giorni) cui forse intendeva riferirsi Napolitano con la sua
“bolgia”. Se l’abito fa una bolgia AGGIUNTO (13/3/2010) Inferno
e confusione a parte, bolgia ha altri due significati meno
inquietanti. Il primo significato riportato da tutti i vocabolari è
quello di “borsa, tasca di grosse dimensioni”, tanto grosse da arrivare
alle dimensioni di “valigia”. Qui il termine non fa altro che rifarsi
all’originale significato del francese antico bolge, a sua volta
dal latino tardo bulga “sacca di cuoio”. De Mauro aggiunge un
altro significato, tratto dal parlare toscano, secondo cui bolgia
è anche il«difetto sartoriale di un abito che presenta pieghe o
rigonfiamenti». Prego, controllate i vostri abiti nell’eventualità che
presentino bolge (così va il plurale). La bolgetta dei postini AGGIUNTO (13/3/2010) Il
diminutivo di bolgia è bolgetta, che assume un significato
specifico in riferimento a bolgia “sacca, borsa”. La bolgetta è
una piccola cartella per portare i documenti ma anche il sacco per la
posta e, in particolare, la borsa con serratura dei postini. È tempo buzzo (12/3/2010) L’espressione è in tutti i vocabolari, alla voce buzzo, per dire “tempo nuvoloso, piovoso”. Cosa c’entri il tempo, oppure il carattere o gli stati d’animo (buzzo, qui in funzione di aggettivo, può voler dire anche “imbronciato, di cattivo umore”) con la “pancia”, che nel linguaggio popolare è il significato di buzzo sostantivo, non è dato sapere, né i vocabolari lo spiegano. Perché semplicemente si tratta di … buzzi diversi, ognuno con una propria etimologia che però i vocabolari liquidano sbrigativamente come sconosciuta o incerta. Da buzzo “pancia” viene la locuzione di buzzo buono per dire “con impegno, di buona lena”. De Mauro e Zingarelli registrano un terzo buzzo, voce settentrionale che vale “arnia”, per intenderci la “casa” delle api. Idem come sopra: etimologia incerta.
Il Grande Dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia
registra un quarto buzzo il cui significato è riconducibile
al buzzo “pancia”. Difatti si tratta di un appuntaspilli, ossia
un cuscinetto imbottito che si presenta rigonfio, dunque panciuto, e sul
quale si infiggono gli spilli (o gli aghi). Marzo marzeggia (12/3/2010) E che altro potrebbe
fare? Pronti a ricrederci, ma riteniamo che marzeggiare sia
l’unico verbo derivato dal nome di un mese, non avendo conoscenza di
verbi corrispondenti ad altri mesi, come un ipotetico aprileggiare,
o agosteggiare, o ottobreggiare. Gli onomaturghi possono
sbizzarrirsi. Tutti, invece, con l’avallo del Vocabolario che lo
registra, possiamo marzeggiare, ossia cambiare improvvisamente
d’umore, passando dalla tristezza all’allegria o viceversa, come fa
marzo con gli improvvisi cambiamenti di tempo. In senso figurato
marzeggiare, di norma (pur se raramente) usato in riferimento alla
variabilità delle condizioni meteorologiche, può essere riferito alle
persone e, perché no?, agli animali. Aggettivi marzolini ma non marziali (12/3/2010) Oltre a
marzeggiare, marzo ci dà gli aggettivi marzaiolo o
marzaiuolo, marzolino, marzuolo. Inutile dire che
marzamino o marzemino (il nome di un vitigno e del relativo
vino), marziale e marziano, e così marzio (da
Marte, divinità e pianeta) con marzo non hanno nulla da spartire.
Da marzo viene anche marzirolo registrato da Devoto-Oli solamente
come sostantivo per indicare il «Gorgonzola prodotto in primavera».
Ricordiamo che gli aggettivi derivati dai mesi sono in genere usati in
campo agricolo per definire varietà di frutti che maturano nei
rispettivi periodi dell’anno.
Mesi e aggettivi, manca gennarino
AGGIUNTO
(13/3/2010) Zotico il più votato (9/3/2010) La parola più votata
da oltre 800 insegnanti, tra le 200 parole proposte da Zanichelli per il
6° premio di scrittura “Salva parola”, è risultata zotico.
Al secondo posto uggioso, al terzo artefice. Le 200 parole
fanno parte delle 2800 parole da salvare indicate con il segno del fiore
nel vocabolario Zingarelli. Adesso la parola, anzi le parole
passano ai ragazzi. Dovranno utilizzarne 10, di quelle prescelte,
con le quali scrivere un testo per partecipare all’assegnazione del
premio la cui scadenza è stata prorogata al 15 marzo. Sorprende la
scelta di zotico
da parte degli insegnanti. Uno psicologo potrebbe individuarne
meglio le segrete motivazioni. Aumentano gli zotici? (9/3/2010) Un motivo della
scelta di zotico potrebbe essere quello dell’aumento degli zotici
in vari ambienti della vita sociale, aumento riscontrato dagli
insegnanti nella loro attività quotidiana. Zotici potrebbero essere
sempre più i genitori, quelli maneschi, che non esitano a malmenare gli
insegnanti se questi, poco poco, si permettono di bocciarne il figliolo
o di dargli un cattivo voto. Ma gli zotici potrebbero essere in aumento
tra gli studenti, quelli degli episodi di bullismo, che altro non sono
se non manifestazioni di zoticheria, anzi no, di zoticaggine o
zotichezza (sono queste le parole registrare da Zingarrelli, di cui
zoticaggine con il “fiorellino” e dunque, anche questa, da
salvare). Forse gli insegnanti hanno visto giusto: zotico è
decisamente da salvare. Può tornare utile per designare i tanti
zotici in circolazione nonostante la crescente (presunta?)
civilizzazione. Purga russa (9/3/2010) Chi prende più la purga? In
questo senso è passata decisamente di moda perché le purghe tradizionali
(per intenderci, il classico olio di ricino) sono state sostituite da
moderni lassativi ad effetto più controllato e … publicizzato. Il
termine, però, ha un significato figurato – tuttora valido per alcuni
Paesi dove la democrazia non è di casa – che risale ai tempi dell’URSS
di Stalin, quando le purghe consistevano non solo
nell’allontanamento dal Pcus (il Partito comunista dell’Unione
Sovietica) dei dissidenti, ma spesso anche nella loro eliminazione
fisica. In questa specifica accezione il termine è pervenuto in
Europa dal russo čistka, tradotto inizialmente, alla lettera,
“purificazione”, poi “epurazione”, quindi “purga”,
traduzione “forte” che, meglio delle altre due (ad effetto più blando),
evoca efficacemente i drastici metodi repressivi del regime sovietico.
Lodevoli Garzanti e Zingarelli per ricordare l’origine russa della
purga “politica”. Oscar, zii e storielle (9/3/2010) «Ecco Oscar!». Da questa esclamazione, pronunciata dal segretario dell'Accademia che aveva scambiato per suo zio Oscar il fattorino che portava il primo esemplare della statuetta in metallo dorato, sarebbe nato il nome del celebre premio assegnato annualmente dall'Accademia statunitense delle arti cinematografiche a personalità distintesi nel mondo del cinema. Un cronista avrebbe sentito le parole del segretario e, equivocando, avrebbe diffuso la notizia che il premio si chiamava “Oscar”. La storiella è citata dai vocabolari (Garzanti, Zingarelli, Sabatini- Coletti, Devoto-Oli) alla voce oscar, che Zingarelli registra con la maiuscola. Storiella inverosimile, da prendere con le molle. Perché, almeno qui in Italia – non sappiamo le usanze americane –, qualsiasi nipote, vedendo arrivare suo zio, avrebbe esclamato: «Ecco mio zio!» e non «Ecco Oscar!». Al limite avrebbe potuto specificare: «Ecco zio Oscar!», con il che l’equivoco non sarebbe sorto. Ma si sa che gli americani sono speciali … nell’inventare le storielle.
La lingua è piena di equivoci. Non alludiamo a quando si dice una cosa e se ne capisce un’altra oppure si confondono i significati delle parole, ma proprio alle parole nate dagli equivoci. Una è oscar, il nome della statuetta del celebre premio cinematografico, la cui origine i vocabolari spiegano con l’equivoco dello “zio Oscar”. Un’altra parola, meno conosciuta, è il nome della scimmia, anzi, proscimmia indri, diffusa nel Madagascar. In lingua malgascia indry! corrisponde al nostro imperativo “guarda!”, esclamazione che il naturalista francese P. Sonnerat (1749-1814), sentendola pronunziare dal suo accompagnatore indigeno, scambiò per il nome dall’animale. Cose che succedono e poi finiscono nei vocabolari. De Mauro e Zingarelli non citano Sonnerat, ma tutti spiegano l’equivoco all’origine del nome indri (maschile invariabile; per Garzanti anche femminile).
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Nazireato, voto religioso (26/3/2010) Mai fidarsi delle interpretazioni “a senso”. Il termine nazireato con c’entra nulla col nazismo e non è un reato. Prendiamo da Sabatini-Coletti: «Nella tradizione ebraica, voto a Dio che prevedeva tutta una serie di astensioni dagli aspetti materiali del mondo e vari impegni rituali», ad esempio «lasciandosi crescere barba e capelli» aggiunge lo stesso vocabolario a nazireo, cioè colui che faceva il voto del nazireato. I due nomi, attraverso il passaggio dal greco, derivano dall’ebraico nazīr “separato”.
Ranz des vaches. Un corno in San Pietro (30/10/2009) Padre Emidio Papinutti ha accolto l’invito a dirci qualcosa in più sul ranz des vaches, curiosa locuzione francese riportata da quasi tutti i vocabolari della lingua italiana (ne abbiamo parlato il 23/10/2009), e ci offre sull’argomento un gustoso pezzo di bravura in Voci in capitolo. Se non fosse sufficientemente chiaro chi era “l’organista” che compare nel finale, ci piace qui rammentare che era lo stesso Papinutti, il quale, tra i molti prestigiosi incarichi, è stato anche, per 20 anni, organista della basilica di San Pietro in Vaticano. Voci in capitolo ►
Garzanti, De Mauro, Sabatini-Coletti, Zingarelli registrano una curiosa locuzione francese della Svizzera romanda, ranz des vaches, alla lettera “sfilata delle vacche”, secondo quanto riportano i vocabolari. C’era necessità nel vocabolario della lingua italiana di questa sfilata di mucche franco-svizzere? Evidentemente sì, per spiegare (Zingarelli) che trattasi di una «melodia per canto o per corno tipica delle Alpi svizzere come richiamo delle greggi; si usa nella musica colta per evocare atmosfere campestri». Chiederemo al nostro esperto musicale padre Emidio Papinutti se ne sa qualcosa in più.
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