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Perché “buon fine settimana”
e “buona fine d’anno”? Stabilito che in ambedue i casi si tratta
proprio di fine nel senso di conclusione temporale, ci si
potrebbe domandare perché nell’un caso al maschile e nell’altro al
femminile. Francesco Sabatini, ora presidente emerito dell’Accademia
della Crusca, ha fatto rilevare che la fine di qualcosa poteva in
passato essere anche maschile e ha ricordato le espressioni, tuttora
rimaste, “a buon fine”, “lieto fine”. Noi ricordiamo “fine secolo”, che
autori autorevoli declinano indifferentemente al femminile o al
maschile: “questa fine secolo”, ma anche “questo fine secolo”. Il
professor Sabatini fa derivare “buon fine settimana” dall’uso ormai
generalizzato del termine inglese weekend. Tutti diciamo “buon
weekend” e allora il maschile è passato al fine settimana. Per
concludere: buon fine settimana e buona fine d’anno.
Grattacapo di Capodanno (29/12/2011) Il problema non è tanto il singolare, quanto il plurale, specialmente per chi, avanti nell’età, di capodanni ne ha festeggiati parecchi. Come si scrive? Zingarelli, Garzanti, Sabatini-Coletti, Devoto-Oli registrano, per il singolare, capodanno e capo d’anno (ma Zingarelli segnala questa grafia come “rara”). De Mauro registra solo capodanno. Per il plurale si può scegliere tra capodanni (unica grafia ammissibile per Zingarelli), capi d’anno (segnalata in alternativa da Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti), ma anche, in un’unica parola, capidanno (come riportano De Mauro, Palazzi-Folena, De Felice-Duro ). Non registrate, e quindi da considerarsi errate, le forme “capo d’anni” e “capidanni”. Nel singolare è meglio usare la maiuscola (Capodanno) quando si intende indicare il nome proprio della festa (come Natale, Pasqua, ecc.), la minuscola negli altri casi generici di “primo giorno” o “inizio dell’anno”.
De Felice-Duro è uno dei pochi
vocabolari a registrare l’aggettivo vindobonense, derivato
dalla nota città di Vindobona. Mai stati a Vindobona? È
qui dietro l’angolo! Città ideale per trascorrervi il Capodanno e
ascoltare il famoso concerto. De Felice-Duro porta alcuni esempi: le
antiche tradizioni vindobonensi; codici vindobonensi … Va
detto che anche Devoto-Oli registra vindobonense, anzi, di più,
aggiunge vindoboniano, termine da usarsi in riferimento alle ere
geologiche (corrisponde al Miocene medio). Sia vindobonense, sia
vindoboniano stanno per “viennese”, dal nome latino di Vienna,
Vindŏbona. Astrologhi e astrologastri (29/12/2011) Puntualmente, per
l’inizio del nuovo anno, spuntano come funghi gli oroscopi e le
previsioni degli astrologi. Quanto siano attendibili tali previsioni
sarebbe da vedere, ma gli astrologi campano sul fatto che nessuno
ricorda le previsioni dell’anno precedente. Il Vocabolario – come è
giusto – non prende posizione sugli astrologi, se non per dirci
che il plurale può essere anche astrologhi (ma Zingarelli e
Garzanti giudicano tale forma “popolare”) e il femminile astrologa
e astrologhe. I vocabolari di una volta (abbiamo sottomano
Zingarelli 1935 e Novissimo Melzi 1957) si spingevano più in là e
prevedevano la possibilità che esistessero astrologhi da strapazzo
registrando astrologastro, curioso alterato per dire appunto
“astrologo da nulla”. Se oggi tra tanti astrologhi ci siano
anche astrologastri, questo sta al giudizio e al discernimento
degli appassionati di astrologia. Bora e boria: sempre aria è (29/12/2011) Sono entrambi
vento, ossia, in definitiva, aria, anche se la boria è l’aria dei
palloni gonfiati, per dire “aria” di importanza, di presunta superiorità
rispetto agli altri. I vocabolari fanno derivare bora e boria
dal medesimo termine latino bŏrea(m), che tradotto nell’italiano
borea, sta appunto per “vento di tramontana” e la bora, il
classico vento di Trieste, altro non è che la forma dialettale veneta
per borea. Se il passaggio da borea a bora è
arcisicuro, non altrettanto lo è quello da borea a boria.
I vocabolari lo segnalano, ma alcuni (De Mauro, Garzanti,
Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena) ci vanno cauti e premettono
«probabilmente». De Felice-Duro non arrischia e a boria scrive
«etimo incerto». Nei fatti di lingua è sempre bene lasciare un po’
d’aria… di mistero. Dal borino al borione (29/12/2011) Devoto-Oli e De Mauro registrano borino e borione, termini ignorati da Garzanti e Sabatini-Coletti, mentre Zingarelli registra solo il primo e Palazzi-Folena solo il secondo. Va subito detto che borino non è, come pure potrebbe sembrare, una variante di burino. È, invece, il diminutivo di bora (anche qui dal veneto borìn): un venticello. Quanto la bora è un vento impetuoso, tanto il borino è leggero, una «brezza», per dirla con Devoto-Oli, «che di notte interessa le coste orientali dell’Adriatico». Il borione non è l’accrescitivo di bora (dunque non è un vento ancora più impetuoso) né tanto meno di boria, ma semplicemente equivale a borioso, dunque “chi (che) è pieno di boria”. Certo, a prima vista, borione sembrerebbe più “forte”, più grosso di borioso, un peggiorativo insomma, ma non è così. Il passaggio da boria a borione avviene secondo un modello consueto per altre parole: da burla → burlone, da chiacchiera → chiacchierone e così via.
Non è per fare gli
originali a tutti i costi, ma augurare buona Pasqua in tempo di Natale
non è la stravaganza che a prima vista potrebbe sembrare. Basta andare
al Vocabolario e vedere che nei tempi antichi il nome pasqua
(meglio con la maiuscola: Pasqua) era usato a livello popolare
per indicare genericamente una solenne festa religiosa, qualsiasi festa,
dunque anche il Natale. Chiarisce bene il concetto Garzanti, portando
l’esempio di un passo del Boccaccio (Decameron VII, 5):
«Appressandosi la festa del Natale, la donna disse al marito che ella
voleva andar la mattina della Pasqua alla chiesa». Sabatini-Coletti, tra
le varie pasque, registra Pasqua di Natale o
della Natività e specifica che equivalgono a “Natale”. Il
vecchio Zingarelli (1935), annotando già allora “arcaico” quest’uso
popolare del termine pasqua, scriveva: «Grande festa della
Chiesa, e specialmente, oltre alla Risurrezione, il Natale,
l’Epifania…».
I
vocabolari (Garzanti, Devoto-Oli, Sabatini-Coletti, Zingarelli)
riportano il modo di dire “Durare da Natale a Santo Stefano” che
equivale a: “durare pochissimo tempo”, “per un periodo brevissimo”.
Giustamente Sabatini-Coletti esemplifica applicando il detto a un tema
quanto mai effimero: «è una moda che durerà da Natale a Santo Stefano».
Sì, ma quale Stefano?, visto che di santi con questo nome ce ne sono più
di una ventina. I vocabolari non specificano, mentre forse sarebbe
opportuno accennare che il giorno dopo Natale si festeggia
il primo
martire cristiano e primo diacono della
Chiesa (I sec.). Non dunque
il santo re Stefano d’Ungheria (16 agosto) o Stefano I papa (2 agosto),
per citare soltanto due santi omonimi più conosciuti con i quali si
potrebbe far confusione. Meglio
il magio
(25/12/2011) Anche le Regine magie? (25/12/2011) Eventualità
fantasiosa ma prevista da Garzanti, al solito attento a risolvere questi
dubbi, il quale a magio registra anche il femminile màgia,
plurale màgie o mage. Attenzione agli accenti, per non
trasformare ... magicamente una màgia in magìa. È ben
vero che in una favola potrebbero fare la loro comparsa le magie,
anzi le Regine magie, oppure essere chiamate così le mogli dei Re
Magi, nell’ipotesi, tutt’altro che improbabile, che i tre sapienti
venuti dall’Oriente fossero legittimamente sposati. Vocabolario e tombola (25/12/2011) È il gioco più popolare giocato in famiglia nelle festività di fine d’anno. I vocabolari come se la cavano a tombola? Non molto bene Zingarelli, Garzanti e Sabatini-Coletti che si limitano a una descrizione sommaria e alla vincita finale, appunto “fare tombola”, senza nulla accennare delle vincite parziali che pure caratterizzano questo gioco. La descrizione più minuziosa del meccanismo della tombola è di Palazzi-Folena, che però cita solo la cinquina. Altrettanto precisa la definizione di De Felice-Duro, che aggiunge terno e quaterna. La più “ricca” è ora la tombola di Devoto-Oli, che, dall’edizione 2009 fa vincere – bontà sua – anche l’ambo e il terno, in precedenza snobbati, portandosi così al pari della tombola di De Mauro, meno ricca, però, in quanto a meccanismo del gioco.
Giocate pure a tombola, ma attenzione a tombolare, che non significa, come qualcuno potrebbe pensare, “giocare a tombola”, ma “capitombolare, ruzzolare” o anche semplicemente “cadere”. De Mauro e Zingarelli riferiscono questo verbo non solo alle persone, che di solito tombolano a testa in giù, ma anche agli aerei, che possono tombolare per avaria o perdita di controllo. Zingarelli, nella rispettiva definizione, fino a due edizioni fa parlava testualmente, anche per gli aerei o i missili, di «ruzzolare per aria». Ora, più propriamente, parla di «capovolgersi in aria». Nell’uso familiare il verbo è collegato all’espressione “tombola!”, usata per commentare la caduta di qualcuno, specialmente un bambino, oppure quando si rovescia qualcosa. A Natale, se volete far tombola, regalatevi il Vocabolario e non tombolerete nei tranelli della lingua.
Il
Vocabolario gioca a tombola ma non gioca a numeretto. Dei
vocabolari che prendiamo in esame tutti registrano tombola ma
nessuno registra numeretto come voce a parte e non solo, dunque,
come diminutivo di numero. In effetti per numeretto
s’intende comunemente ogni numero della tombola, o meglio, il dischetto
o la pallina sui cui sono impressi i numeri della tombola. Il sacchetto
con i numeretti fa parte del corredo tradizionale della tombola.
Ma numeretto è anche il gioco che si fa con i numeretti e che
consiste nel tirar su dal sacchetto il numero più alto o più basso.
Gioco semplicissimo e immediato, di sicuro divertimento soprattutto se
tra più giocatori. Si fissa una posta per ognuno e vince chi tira su il
numero più alto o più basso, secondo quanto stabilito. D’accordo, è un
gioco d’azzardo. Ma da giocare in famiglia, tra una tombolata e
l’altra. Strufoli cicerchiata o strufoli castagnole? (21/12/2011) Ci sono due tipi di strufoli
(o struffoli). Per semplificare: quelli “napoletani” e
quelli “romani”. La differenza è sostanziale. I vocabolari sembra che
conoscano soltanto i primi, in realtà diffusi in tutta l’Italia
meridionale. Sono “gnocchetti” di pasta all’uovo, fritti in olio o
strutto, che rimangono duri (croccanti) perché senza lievito, conditi
poi con miele, disposti a forma di ciambella sul piatto di portata e
guarniti con diavolini (palline di zucchero colorato). Questa
specialità, tipicamente natalizia, è detta anche (Devoto-Oli, De Mauro,
Zingarelli) cicerchiata, perché gli gnocchetti hanno press’a poco
la forma dei semi di cicerchia, legume commestibile di cui abbiamo già
parlato in
Voci in capitolo,
E gli altri strufoli? Quelli “romani” sono, invece, vere e proprie
frittelle, morbide, perché nell’impasto va il lievito, oltre che
liquore, uova e ricotta. Una volta fritte vengono cosparse di zucchero e
cannella. Per trovare questi strufoli, nel Vocabolario s’intende (nelle
pasticcerie si trovano soprattutto a Carnevale), occorre andare al
vecchio ma sempre valido De Felice-Duro (1992) il quale a
strufolo, scrive: «Piccolo dolce fritto, tipico dell’Italia
centrale, simile alle castagnole dell’Emilia-Romagna». De Felice-Duro,
l’unico a registrare quelli “romani”, collega giustamente questi
strufoli alle castagnole, alle quali assomigliano per
dimensioni (quanto una castagna) e impasto. Presepio nel Vocabolario (21/12//2011) Presepio (o presepe), in pratica “greppia”, mangiatoia”, letteralmente “recinto chiuso da una siepe”, come dice il Vocabolario che ne spiega l’origine dal latino praesēpĭum, composto da prae (prima) e saepīre (cingere, circondare) a sua volta derivato da saepēs (siepe). Se ci fosse una gara tra presepi, come avviene in molti paesi, una menzione speciale andrebbe a De Mauro. Vediamo perché.
De Mauro offre un
quadro abbastanza completo della scena e dei personaggi (cita Maria,
Giuseppe, il Bambino, il bue, l’asinello,
i pastori) e aggiunge altri quattro significati poco noti di
presepio : 1) estensivamente, una casa piena di animali: essere,
sembrare il presepio; 2) l’asilo in cui, durante le ore di
lavoro, erano accolti i figli lattanti delle operaie; 3) l’ammasso
stellare simile a una grossa nebulosa situato fra le stelle Delta e
Gamma della costellazione del Cancro; 4) in archeologia, il nome
convenzionale che viene attribuito alle lunghe panche, simili a
mangiatoie, che erano addossate alle pareti della sala ipogea dei
santuari di Mitra.
Per “addolcire”
l’attuale clima pesante, soprattutto in politica, niente di meglio che
caramelle e ciaramelle. Appunto la ciaramella (o cennamella)
è il primo argomento di Voci in capitolo dove si tenta di risolvere il
dubbio su che cosa esattamente designa questa parola, evocante come
poche altre, grazie alla nota poesia di Pascoli, l’atmosfera natalizia.
Il secondo argomento è lo zampone. Chi preferisce quest'altra
"musica" troverà pane, anzi carne, per i suoi denti. Attenti a ciaramellare (21/12/2011) Da ciaramella deriva ciaramellare (registrato da tutti i dizionari), verbo che ha in sé connotati tutt’altro che positivi. Quanto la ciaramella richiama qualcosa di solido (legato alle sane tradizioni popolari), di autentico e genuino, tanto il verbo derivato richiama qualcosa di fatuo, di falso, di ingannevole. E sì, perché ciaramellare significa «parlare a vanvera, cianciare», ma anche (De Mauro, Devoto-Oli, Zingarelli) «parlare allo scopo di trarre in inganno». Dunque attenti, almeno a Natale, a non ciaramellare. E, tutto l’anno, attenti a quanti ciaramellano.
Devoto-Oli registra
ciaramilla che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, una
variante di ciaramella e che con lo strumento musicale tipico del
Natale c’entra come i cavoli a merenda, non fosse altro perché la
ciaramilla è un «dolce di Pasqua a forma di ciambella, tipico di
alcune regioni dell’Italia centrale». La ciaramicola tutto l’anno (21/12/2011) Sempre grazie a Devoto-Oli, l’unico a registrare quest’altra parola (tra ciaramella e ciaramilla), apprendiamo che la ciaramicola è una «focaccia di farina e uova, lievitata, aromatizzata con alchermes e decorata con confettini multicolori, specialità umbra». Poiché nulla è detto circa il periodo “canonico” della ciaramicola, è logico supporre che sia una specialità “valida” per tutto l’anno, con buona pace dei golosi.
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Cambrette o chiodi a U (21/11/2011) Le cambrette si vendono normalmente nei negozi di ferramenta. Cambretta, diminutivo di cambra (dal francese cambre “curvatura”, a sua volta dal latino cămur “ricurvo”) è un particolare tipo di chiodo a due punte, piegato ad U, usato per fissare fili elettrici, cordoni, tubi, ecc.
Ranz des vaches. Un corno in San Pietro (30/10/2009) Padre Emidio Papinutti ha accolto l’invito a dirci qualcosa in più sul ranz des vaches, curiosa locuzione francese riportata da quasi tutti i vocabolari della lingua italiana (ne abbiamo parlato il 23/10/2009), e ci offre sull’argomento un gustoso pezzo di bravura in Voci in capitolo. Se non fosse sufficientemente chiaro chi era “l’organista” che compare nel finale, ci piace qui rammentare che era lo stesso Papinutti, il quale, tra i molti prestigiosi incarichi, è stato anche, per 20 anni, organista della basilica di San Pietro in Vaticano. Voci in capitolo ►
Garzanti, De Mauro, Sabatini-Coletti, Zingarelli registrano una curiosa locuzione francese della Svizzera romanda, ranz des vaches, alla lettera “sfilata delle vacche”, secondo quanto riportano i vocabolari. C’era necessità nel vocabolario della lingua italiana di questa sfilata di mucche franco-svizzere? Evidentemente sì, per spiegare (Zingarelli) che trattasi di una «melodia per canto o per corno tipica delle Alpi svizzere come richiamo delle greggi; si usa nella musica colta per evocare atmosfere campestri». Chiederemo al nostro esperto musicale padre Emidio Papinutti se ne sa qualcosa in più.
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