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Un gentile lettore ci segnala una pubblicità della Granarolo, apparsa domenica in tutti i quotidiani italiani, nella quale l’azienda romagnola riporta un comunicato della redazione di Annozero. Leggete bene il passo: «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge, è risultato composto in misura rilevante da latte in polvere rigenerato, ma tra i campioni di latte UHT da noi analizzati non c’erano prodotti Granarolo». Vicenda a parte – in pratica è un riconoscimento della qualità del latte Granarolo da parte di Annozero, forse messa in dubbio in una precedente trasmissione –, il lettore si domanda e ci domanda se quell’inciso, da noi sottolineato, «contro quanto previsto dalla legge», sia stato messo al posto giusto e se, così com’è, non dia adito a un’interpretazione sbagliata o comunque non chiara. Il lettore ha ragione. Le sue perplessità sono più che legittime. Leggendo «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge», sembra di intendere che quelli di Annozero, per aver “campionato” il latte, abbiano agito “contro” quanto prevede la legge. Logicamente non è così, però è questo il senso che può emergere dalla lettura. In realtà, chi ha redatto il testo, ha sbagliato posizione: l’inciso andava messo o dopo «è risultato composto», oppure dopo l’ulteriore specificazione «in misura rilevante». Si sarebbe letto allora: «Il latte da noi campionato è risultato composto in misura rilevante, contro quanto previsto dalla legge, da latte in polvere rigenerato, ecc. », e tutto sarebbe stato più chiaro, eliminando ogni possibilità di errate interpretazioni. Che dire al gentile lettore? Da una redazione giornalistica ci si dovrebbe aspettare maggiore precisione.
Pierio e Pierino, nei vocabolari (29/6/2010)
Ovviamente l’uno non c’entra niente con l’altro, perché se avete letto
bene e non avete pensato a un errore, pierio non è il Piero da
cui deriva il Pierino. Personaggio passato agli onori del
Vocabolario (Zingarelli, Devoto-Oli , De Mauro) per le sue
caratteristiche di «bambino o ragazzo particolarmente vivace e
impertinente» oltre che per essere protagonista di numerose
barzellette. Zingarelli, bontà sua, ne dà anche il significato
(scherzoso) di «primo della classe». Diverso il discorso per pierio:
è un aggettivo, di uso soprattutto letterario, e viene da Pieria,
regione della Grecia, mitica patria delle Muse, o dal monte Pierio,
sacro ad Apollo. Le dee pierie (De Mauro) sono le Muse. Le pieridi, muse o farfalle (29/6/2010) Molti vocabolari registrano pieridi al plurale, di genere femminile , nel significato più comune di una famiglia di farfalle diurne cui appartengono la cavolaia, la rapaiola e la navoncella. Dai nomi si comprende quali siano i “piatti” preferiti da costoro quando sono allo stato di bruchi: rispettivamente i cavoli, le rape, il ravizzone (pianta coltivata per i semi oleiferi, di cui navone è il sinonimo). Con quale allegria per i coltivatori, che tale piante coltivano, ve lo lascio immaginare. Decisamente meno voraci, anzi con interessi in tutt’altri campi, le pieridi nel significato di Muse. Sì, le Pieridi possono essere anche le nove dee protettrici delle arti e delle scienze.
Dalle prossime settimane cominceremo
a esaminare più a fondo i vocabolari millesimati 2011 e a dare il
resoconto delle “voci rauche” schiarite. Quest’anno il compito è più
semplice: due sono infatti i vocabolari usciti col millesimo 2011:
Devoto-Oli e Zingarelli. Non è uscito Garzanti: e un po’,
sinceramente, ci dispiace, come sempre quando un “giocatore” abbandona
il campo. Ma pensiamo sia meglio così. Un anno, per aggiornare
veramente un vocabolario, non è sufficiente. Le “novità” sono più
apparenti che reali. Due, tre anni, tra un’edizione e l’altra, sono
l’intervallo minimo – tenuto conto dei tempi redazionali di un
vocabolario – per offrire ai lettori un prodotto decentemente “nuovo” e
aggiornato, non con una manciata di parole nuove (le cosiddette “new
entry”), ma con un serio lavoro di aggiornamento, attualizzazione,
revisione e correzione delle definizioni, anche delle parole “vecchie”.
Un lavoro che richiede tempo, e calma. Non la fretta, la corsa per
uscir primi, ogni anno, in libreria. Garzanti ci ha ripensato. Uscirà
senz’altro meglio, quando uscirà con una nuova edizione, tra due o tre
anni. Speriamo ci ripensino anche gli altri vocabolari e così finirà
questa “moda” dei vocabolari millesimati a uscita annuale. Perderanno
gli editori? Chissà chi lo sa? Di sicuro ci guadagneranno gli utenti,
per dire i lettori, non più abbindolati dal miraggio dell’anno nuovo
messo in bella mostra in copertina, come su le agende e gli almanacchi. Dov’è nascosto il gerbillo? (25/6/2010) Il gerbillo continua a
rimanere nascosto anche nello Zingarelli 2011. Noi non l’abbiamo
trovato, e così nelle edizioni precedenti. Provate voi, nella tavola a
colori in appendice degli ambienti naturali, quella dedicata al deserto.
Può darsi che il disegnatore l’abbia nascosto così bene, magari
camuffato, tanto da riuscire difficile a individuarlo, come in quei
giochi in cui bisogna trovare l’oggetto nascosto in una vignetta.
Dovrebbe esserci, perché Zingarrelli alla voce gerbillo continua
a rimandare, per l’illustrazione, al numero preciso di pagina degli
ambienti naturali. Ma il gerbillo non c’è, o almeno non
l’abbiamo visto. Dove diavolo sarà andato a cacciarsi? Che sia un
animale scomparso, per dire estinto? Sì, perché il gerbillo è un
animale. Che razza d’animale, questa volta vi facciamo lavorare.
Cercatevela voi, anche in altri vocabolari. Occasionalismo Sabatini-Coletti (25/6/2010) I vocabolari
registrano occasionalismo, ossia la dottrina filosofica secondo
cui tutto dipende da Dio e i fenomeni naturali sono solo occasioni
per mezzo delle quali Dio manifesta la sua volontà. Ma c’è un altro
significato di occasionalismo, registrato da Sabatini-Coletti, in
cui la filosofia non c’entra per nulla, perché in questo caso il termine
sta a indicare un «neologismo nato in un’occasione di scarso rilievo e
che si presume non sia destinato a rimanere nell’uso». Osiamo pensare
che questa particolare accezione sia cara (forse perché da lui stesso
coniata) a Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della
Crusca e autore, con Vittorio Coletti, del medesimo vocabolario. Un
esempio pratico di occasionalismo? Mentre tentate di afferrare il
vocabolario, posto su in alto della vostra libreria, il volume vi cade
sulla testa. Ebbene, per l’occasione potete usare un occasionalismo e
dire di aver preso una vocabolariata. Conclusione: il
vocabolario è meglio tenerlo a portata di mano, sulla scrivania. Quel
po’ po’ di confusione tra piè, fra e Po
(25/6/2010)
Precisione estrema della lingua
italiana! Ha una parola per tutto e per tutti. Anche per designare il
personaggio, di solito importante e influente, pronto a dare la
cosiddetta “spintarella” che, in Italia, serve immancabilmente per
aprire porte e porticine. Chi dà la “spintarella” è dunque lo
spintore. Se non avete spintori, rassegnatevi. E se
credete nelle spintarelle, ma non agli spintori, allora sarà bene andare
subito al vocabolario o alla Confusione
delle lingue. Che volete farci? Anche
noi abbiamo preso la cattiva abitudine dei recensori di romanzi a peso,
che leggono la prima pagina e subito saltano all’ultima per vedere come
finisce. Poi fanno la loro brava recensione. Il vocabolario non è
proprio un romanzo (potrebbe esserlo: il romanzo della lingua) ma
abbiamo fatto lo stesso con il nuovo Zingareli 2011,
incominciando letteralmente dell’ultima pagina, quella degli autori
citati,
della quale la scorsa volta (vedi)
abbiamo dato le nuove entrate. Ora proseguiamo, sempre dalle ultime
pagine, quelle delle illustrazioni a colori, e qui si pone un problema:
sta a vedere che oltre alle “voci rauche” dovremo aprire una sezione
delle “illustrazioni rauche”. Perché tra le illustrazioni c’è qualcosa
che non va, insomma qualcosa da “schiarire”. Pesci d’aprile Zingarelli (22/6/2010) Sì, aprile è
passato, ma ha tutta l’aria di un pesce d’aprile quello “giocato” da
Zingarelli in appendice nella tavola dei pesci, dove sono raffigurati un
pesce di nome pagaro e due pesci di nome tordo che … non
esistono. O almeno non esistono registrati dallo stesso Zingarelli. Se
tra i lemmi si cerca pagaro, semplicemente non
c’è. Se si cerca tordo, anche in Zingarelli si trova ciò
che tutti comunemente conosciamo e cioè che si tratta di un uccello. E
allora che ci fanno due tordi (apparentemente “abusivi”, perché
per Zingarelli sono solo uccelli) e un pagaro “inesistente” tra
le figure dei pesci? Se questo non è un pesce d’aprile, come altrimenti
chiamarlo? In realtà il nome vero e più corretto del pesce che Zingarelli illustra come “pagaro” è pagro (così lo registrano altri dizionari); pagaro è solo una variante regionale, peraltro non registrata da nessuno dei vocabolari esaminati e tanto meno da Zingarelli, il più criticabile nel caso specifico, perché scrive pagaro nella tavola dei pesci e pagro come lemma, senza alcun rimando all’illustrazione. Per tordo, solo in De Mauro, oltre al volatile, abbiamo trovato il significato meno usuale del termine che, in ittiologia, identifica «il nome comune di alcune specie della famiglia dei Labridi, specialmente quelle del genere Labro». In pratica tordo è un altro nome del pesce labro, presente in tutti i vocabolari, anche in Zingarelli, il quale però non dice trattarsi del “fratello gemello” dei tordi raffigurati in appendice, così come alla voce tordo tace sul significato di pesce. È vero che sotto il disegno dei due tordi zingarelliani è riportato tra parentesi il nome scientifico, rispettivamente Labrus turdus e Crenilabrus quinquemaculatus. Ma bisognerebbe decifrare questi per poter arrivare a labro e quindi ai “tordi” pesci .
Uccelli “UFO”: non identificati (22/6/2010) Sempre in Zingarelli e
sempre nelle ultime pagine d’appendice, tra le tavole a colori degli
ambienti naturali, in quella dedicata al “mare” – peraltro pregevole nel
disegno e nei particolari – figurano in alto a destra, appollaiati su
uno scoglio, due uccelli non identificati. Chi sono costoro, di cui uno
con un enorme pancione rosso, e l’altro con becco più lungo e petto
bianco? Tanto valeva dare un nome anche a questi due “personaggi”,
così come, col proprio nome, sono ritratti gli altri animali, gabbiani
compresi, che popolano la scena. Non fanno parte dell’ambiente marino?
Ma allora a che pro metterli in bella mostra?
C’è capraggine
e capruggine, due parole che solo a sentirle nominare fanno
sospettare un qualche collegamento con le capre. La prima sicuramente,
la seconda un po’ meno. La capraggine è una pianta erbacea delle
Leguminose (altrimenti detta galega), dal sapore amarognolo,
coltivata per foraggio e particolarmente apprezzata dalle capre. Da qui
il nome. La capruggine è invece ognuno degli incavi praticati
nella parte interna delle botti (sulle singole doghe quindi) e nei quali
va incastrarsi il fondo. Cosa c’entri questo incavo con le capre non è
dato sapere. I vocabolari se la cavano con un “etimo incerto", o
“probabilmente connesso con capra” senza spiegare il perché. Chi capruggina? (22/6/2010) Semplice: chi fa le
capruggini. Non bastasse capruggine, i vocabolari (De Mauro,
Palazzi-Folena, Devoto-Oli, Sabatini-Coletti) forniscono agli
appassionati anche il verbo, caprugginare, e lo strumento, il
caprugginatoio, “con manico di legno e lama d’acciaio”, per scavare
le capruggini. Terzina in campo (22/6/2010) È tempo di terzini, anche se il termine terzino nel calcio sembra passato un po’ di moda. Ma a padre Emidio Papinutti piacciono le terzine, per lui sono sempre di moda, e dunque, da par suo, parla di terzina e di come la trattano i vocabolari. È l’occasione per scoprire che c’è anche la duina. Con ciò rispondiamo alla gentile Diana Campogrande – ha scritto altre volte – che due settimane fa ci aveva chiesto di padre Papinutti. Decisamente un’ammiratrice. Eccola accontentata. Voci in capitolo ►►
S’intende, ovviamente, che i nostri errori non sono casuali … Li spargiamo a bella posta, qua e là, per stimolare lo spirito d’osservazione dei lettori e rendere la lettura più divertente e interessante. Dismembrazione vaticana (18/6/2010) Comprendiamo che la Chiesa, o meglio la Santa Sede, o meglio il Vaticano ha la sua terminologia e in un certo qual modo la sua “lingua”. Non comprendiamo, però, la necessita di parlare, in comunicati semi-ufficiali (Sala stampa vaticana) di dismembrazione. Parola da far accapponare la pelle, tanto sembra appartenere più alle cronache di Jack lo Squartatore che al linguaggio curiale. E invece, pochi giorni fa la Sala stampa vaticana comunicava appunto la creazione della nuova diocesi di Salgueiro, in Brasile, dal «territorio dismembrato» di altre due diocesi confinanti e riportava i dati statistici della nuova diocesi insieme a quelli delle «diocesi-madri dopo la dismembrazione». Insomma avete capito in che senso – territoriale – è qui usata la parola dismembrazione. Che resta, però, una parola orribile, secondo il senso più comune che ne dà, prendiamo a caso, Devoto-Oli: «Ridurre in pezzi, tagliare membro a membro, smembrare». I burocrati vaticani potrebbero usare parole più acconce, ad esempio far riferimento al “nuovo assetto” delle diocesi create dalla nuova “ripartizione territoriale” di quelle preesistenti e parlare di “accorpamento” e “scorporo” . I termini non mancano. Mette tristezza leggere di quelle povere “diocesi-madri” rimaste dismembrate dopo la dismembrazione. I “sadici” (della lingua) possono nascondersi anche nei luoghi più impensati.
Sette
“nuovi” autori sono stati inseriti da Zingarelli 2011 tra quelli le cui
citazioni figurano nel testo. Sono: Carlo Cassola (1917-1987), Mario
Rigoni Stern (1921-2008), Emilio Salgari (1862-1911), Matilde Serao
(1856-1927), Ignazio Silone (1900-1978), Federigo Tozzi (1883-1920),
Pietro Verri (1728-1797). Gli autori citati sono ora 123; erano 116
dalla ristampa 2007, nella quale erano entrati tra gli altri, per la
prima volta, Mazzini, D’Azeglio, Palazzeschi. Tra le nuove entrate,
tutti nomi significativi, ci piace particolarmente rilevare quelle della
Serao (sono ancora poche le donne citate rispetto agli uomini) e di
Salgari. Finalmente anche Zingarelli rende giustizia a Emilio Salgari,
la cui opera in questi ultimi tempi è stata rivalutata dopo che per
molti anni lo scrittore veronese era stato snobbato dai critici
schizzinosi che gli rimproveravano uno stile rozzo e una lingua povera.
Salgari in Battaglia (18/6/2010) A Emilio Salgari va
il merito di aver fatto conoscere in Italia molte parole di origine
indiana o malese fino ad allora (un secolo e mezzo fa) sconosciute.
Parole che sono entrate a pieno diritto nella lingua italiana anche se i
vocabolari (salvo qualche eccezione) continuano ad ignorarle. Non così
– ed è tutto dire – il Grande dizionario Battaglia che, sia pure
in ritardo (anche lui!), ha preso atto dell’esistenza di alcune di
queste parole facendo sempre riferimento a Salgari. Vediamole assieme. Thug, già De Felice-Duro (18/6/2010) Il Grande
Dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia registra
thug nell’aggiornamento 2004. Meglio tardi che mai, visto che la
parola proprio nuova non è e che già De Felice-Duro, unico tra i
vocabolari monovolume, registrava thug nel 1993 con questa
definizione: «Membro di una società segreta dell’India che sacrificava
vittime umane in onore della dea Kali». Va dato merito al Battaglia di
citare Emilio Salgari, tra i primi in Italia a far conoscere usi e
costumi dei thug con il suo romanzo I misteri della jungla
nera il cui primitivo titolo era Gli strangolatori del
Gange. In effetti la “specializzazione” dei thug era quella
di strangolare le persone servendosi di un laccio di seta terminante con
una palla di piombo che lanciavano sul collo della vittima predestinata
alla dea Kali. Salgari scrive Kalì con l’accento e thugs
per il plurale. In italiano è meglio, come altre parole straniere,
considerare il termine invariabile. Da una voce hindi, thag, che
equivale a “ingannatore”. Nei
Misteri della jungla
nera fa la sua comparsa il ramsinga,
le cui lugubri note fanno quasi da colonna sonora alla narrazione. In
nessuno dei vocabolari abitualmente esaminati abbiamo trovato
ramsinga, ma il vecchio, anzi… Novissimo Melzi del 1957 lo
registrava. C’è invece nell’aggiornamento 2004 del Battaglia con questa
definizione: «Strumento indiano a fiato, costituito da quattro canne di
metallo inserite l’una dentro l’altra. Adattamento di una voce hindi».
È citato appunto un passo di Salgari. Parang, marrancio malese (18/6/2010) Nel
ciclo dei Pirati della Malesia fa la sua comparsa il parang.
L’abbiamo trovato solo in Devoto-Oli, con una definizione meno
dettagliata del Battaglia, il quale, sempre nell’aggiornamento 2004
scrive in proposito: «Coltello malese con lama ricurva lunga fino a 30
cm, usato come arma o, anche, per tagliare il legno. Adattamento di una
voce malese». Se si volesse trovare qualcosa di simile nella lingua
italiana si potrebbe dire che al parang malese corrisponde il
marrancio (dialettale marraccio) nostrano. Chi ricorda le bordate dai sabordi? (18/6/2010) Non solo parole
esotiche della lingua malese o indiana, ma Salgari ha contribuito a far
conoscere anche parole più vicine a noi, dell’area europea. Una di
queste è sabordo. Nei suoi romanzi di avventure sui mari,
Salgari ha usato spesso questo termine in grado di connotare, insieme ad
altri elementi caratteristici, l’identità delle vecchie navi da guerra.
È significativo, nei Pirati della Malesia, l’avvistamento
dell’incrociatore nemico da parte di Kammamuri che ne dà conferma a
Sandokan: «Ecco la sua prua tagliata ad angolo retto, eccò là i suoi
alberi tutti d’un pezzo, ecco i suoi dodici sabordi. Sì, Tigre, sì, è l’Helgoland
!». Che cosa sono i sabordi? Per trovare la parola occorre
andare a un vocabolario francese-italiano e vedere a sabord
il significato: “portello”. Sì, i sabordi sono i portelli
(sportelli) sulle fiancate delle vecchie navi da guerra dai quali si
affacciavano le bocche dei cannoni durante i combattimenti. È strano che
nessuno dei vocabolari italiani più diffusi abbia pensato di registrare
il termine francese italianizzato da Salgari. Tutti Apollo con il laserpizio (18/6/2010) Il laserpizio
è l’ultima novità in fatto di tecnologia laser. Si tratta di un laser a
bassa frequenza, usato in medicina estetica, in grado di migliorare in
poche sedute i connotati delle persone, uomini soprattutto, facendo
assumere loro i lineamenti di Apollo, il dio della bellezza. Da qui il
nome di questo particolare laser: pizio è infatti l’epiteto
greco di Apollo. Chi non crede a questa storia del laser laserpizio
farà bene a controllare subito il Vocabolario o giù in fondo la Confusione
delle lingue. Ai tempi del tautogramma (16/6/2010) “Se
solo si sapesse spendere senza sprecare soldi, si salverebbero
sicuramente stipendi striminziti, spesso scarsamente sufficienti, salvo
spese straordinarie sostenute su superiori sollecitazioni sanitarie
senza sostegno sociale”.
Non è una riflessione, in verità un po’ contorta, sulle note difficoltà
di arrivare a fine mese, ma un esempio di ciò che i vocabolari chiamano
tautogramma, ossia una frase dove le parole incominciano tutte
con la medesima lettera. (Dal greco táutó “lo stesso” e
grámma “lettera”). Devoto-Oli lo definisce “gioco enigmistico ” e
aggiunge che nel Medioevo era oggetto di esercitazioni poetiche. Bei
tempi, quando i nostri antenati si divertivano con i tautogrammi
invece di guardare i Mondiali in tv. La gentile
Ivana Palomba (ci ha scritto altre volte) questa volta ci segnala la
motivazione del detto “Andare a Buda” di cui avevamo parlato in
una nota precedente (vedi).
Scrive la lettrice: « Nel 1686 i Turchi assediavano Buda, una parte
dell’attuale Budapest, e durante questo durissimo assedio vi fu una
strage di cristiani che erano accorsi da ogni parte d’Europa per
difendere la città. Da ciò il detto “andare a Buda”
significò andare in un posto da cui non si torna».
Ringraziamo per la segnalazione e da parte nostra aggiungiamo la
spiegazione che Pietro Fanfani dava nel suo Vocabolario (1865) di un
altro detto in cui entra Buda: «Gli par d’aver preso Buda:
si dice a chi, per aver fatto cosa di non gran momento, la magnifica e
la millanta per modo che parrebbe da pareggiarsi alle imprese più
grandi. Modo di dire originato dalla presa che, nel 1686, ne fece il
Duca di Lorena contro i Turchi, dopo essere stata assediata altre volte
inutilmente». Un grazie a Zanichelli (16/6/2010)
Ringraziamo la Zanichelli che gentilmente ha voluto inviarci in omaggio
il nuovo Zingarelli 2011. Lo accettiamo quale segno di attenzione e
apprezzamento per il nostro lavoro. Del resto in diverse occasioni, e
specialmente in sede di riscontro delle “voci rauche” schiarite, abbiamo
dato atto a Zingarelli di essere il vocabolario più attento e più pronto
a considerare le nostre pur modeste segnalazioni. Detto questo, e al di
là del doveroso ringraziamento, nulla di più. Continueremo a
comportarci come sempre, ossia a criticare quando e quanto c’è da
criticare e a proporre correzioni quando, a nostro parere, c’è da
correggere. Con Zingarelli, così come con gli altri Vocabolari.
Che bello monitorare (11/6/2010) «Stiamo
monitorando la situazione». Novantanove volte su cento questa frase,
specialmente se detta da politici, ambasciatori o dai cosiddetti
“osservatori” a vario titolo, equivale a dire: «Poiché non possiamo fare
assolutamente niente, stiamo alla finestra, con le mani in mano, a
guardare lo svolgersi degli eventi». Ma vuoi mettere quanto suona
meglio e fa più effetto monitorare? Il bello è che su questo
verbo, a parte Palazzi-Folena e Sabatini-Coletti che non lo registrano
affatto, i vocabolari sono sbrigativi: «Fare un monitoraggio»,
«Osservare con il monitor». Grazie tante. Peggio che peggio, De Mauro
rimanda a monitorizzare. Balle e rotoballe (11/6/2010) È tempo di balle (se
ne vedono parecchie in giro) e di rotoballe, perché è cominciata
la raccolta del fieno. Una volta le balle di fieno che uscivano
dalla macchina imballatrice o pressaforaggio erano a forma
di parallelepipedo. Poi, in anni più recenti, ha preso piede la “moda”
delle balle di forma cilindrica e la lingua italiana ha dovuto trovare
una parola che distinguesse tra le nuove balle e quelle tradizionali, e
ha inventato la rotoballa. Prodotta, ovviamente, dalla
rotoimballatrice. Registrano i termini De Mauro, Zingarelli
(dalla dodicesima edizione, 1993), Devoto-Oli (solo rotoballa).
Gli altri vocabolari sono rimasti alle balle. Quando andare è morire (11/6/2010) La morte in ogni
epoca, maggiormente l’attuale, si è cercato di esorcizzarla, evitando di
nominare la parola o sostituendola con altre parole o espressioni che ne
mitigano l’impatto tutt’altro che allegro. Ai più noti andare
all’altro mondo, andare al Creatore o semplicemente
andarsene (già di per sé sufficiente a esprimere il concetto, salvo
volerlo precisare ancora meglio: se ne è andato via per sempre),
si possono aggiungere altri modi di dire meno consueti nei quali il
verbo andare gioca da protagonista. Vediamoli assieme e chi legge, se
vuole, faccia scongiuri. I vocabolari
registrano babboriveggoli (o babboriveggioli) unicamente
perché il termine entra nell’espressione andare a babboriveggoli,
inventata dai buontemponi toscani per dire “andare a rivedere il babbo”,
ossia morire. Andare
a Buda o a Patrasso
(11/6/2010) A ingrassare i petronciani (11/6/2010) Zingarelli, alla
voce andare, riporta quest’altro modo di dire che ricorre alle …
melanzane per alleggerire la gravità del significato sottinteso, ossia
(c’era da aspettarselo) “morire”. Andare a ingrassare i petronciani,
o i petonciani. I vocabolari registrano entrambe le forme,
petonciano e petronciano, di quello che è il nome meno
comune della comune melanzana. I petonciani di Artusi (11/6/2010) E a proposito di
petonciano (deformazione dell’arabo bādinğān, da cui deriva
anche melanzana con sovrapposizione di mela),
Zingarelli è l’unico a fare il nome del celebre Pellegrino Artusi, la
cui citazione costituisce un autentico suggerimento gastronomico: «I
petonciani fritti possono servire di contorno a un piatto di pesce
fritto». Buono a sapersi. Provare per credere. Anglomani Rai (11/6/2010) Continua su Radio
Uno la tiritera di un messaggio autopromozionale che recita
testualmente: «Rai Radio Uno, pochi secondi per riconoscerla,
ventiquattro ore per ascoltarla». E invece no, la prima parte di questo
messaggio non corrisponde a verità. A meno di non avere un
sintonizzatore automatico, come si fa a “riconoscere”, ossia a
sintonizzarsi su una radio, per giunta italiana e pubblica, che giorno e
notte trasmette quasi esclusivamente canzoni in lingua inglese? A parte
che in alcune zone il segnale Rai si riceve peggio di quello delle varie
emittenti private, le quali anche loro trasmettono prevalentemente brani
in lingua inglese. Che almeno la radio di Stato si potesse distinguere,
e “riconoscere” in pochi secondi, per il fatto di cantare italiano!
L’unica radio che si “riconosce” subito è – sia consentito – Radio
Radicale. Non trasmette canzonette e parla sempre italiano. La lombardata? Un’americanata (11/6/2010) La lombardata si trova in parecchi vocabolari. La definizione? Presto detto: “Azione tipica, plateale, smargiassata, spesso di protesta, messa in atto dai lumbard, i seguaci della Lega lombarda o Lega Nord. Sul modello di americanata” . Dai lumbard agli americani il passo ci sembra un po’ azzardato. Chi non crede a queste americanate farà bene ad andare al Vocabolario o, come al solito, alla Confusione delle lingue.
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Spintore in acqua (25/6/2010) Lo spintore non è un
personaggio. Il termine è registrato dai vocabolari nel significato di
“imbarcazione” a motore usata per spingere chiatte, di solito lungo il
corso dei fiumi, ma anche in mare. È sul modello di “rimorchiatore”: il
rimorchiatore rimorchia, traina; lo spintore spinge. Laser inventato … di sana pianta (18/6/2010) Il laserpizio non c’entra nulla né con il laser, né con Apollo (di cui però, effettivamente, pizio è l’epiteto greco). Il laserpizio (De Mauro, Devoto-Oli, Zingarelli) è una pianta delle Ombrellifere con foglie pennate e fiori bianchi, la cui radice era un tempo usata dalla medicina popolare. Dal latino laserpīcium, composto di lăc “latte” e serpīcium, derivato di sĭrpe “silfio”.
La lombardata dei muratori (11/6/2010) Da lombardo, nel significato medievale di “muratore”. La lombardata è la «fila di muratori che, disposti in catena, si passano mattoni o altri materiali» (Garzanti). Anche in altri vocabolari.
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