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Inciso equivoco da Annozero
                                                     
(29/6/2010)

Un gentile lettore ci segnala una pubblicità della Granarolo, apparsa domenica in tutti i quotidiani italiani, nella quale l’azienda romagnola riporta un comunicato della redazione di Annozero. Leggete bene il passo: «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge, è risultato composto in misura rilevante da latte in polvere rigenerato, ma tra i campioni di latte UHT da noi analizzati non c’erano prodotti Granarolo».  Vicenda a parte  – in pratica è un riconoscimento della qualità del latte Granarolo da parte di Annozero, forse messa in dubbio in una precedente trasmissione –, il lettore si domanda e ci domanda se quell’inciso, da noi sottolineato, «contro quanto previsto dalla legge», sia stato messo al posto giusto e se, così com’è,  non dia adito a un’interpretazione sbagliata o comunque non chiara.  Il lettore ha ragione.  Le sue perplessità sono più che legittime.  Leggendo «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge», sembra di intendere che quelli di Annozero, per aver “campionato” il latte, abbiano agito “contro” quanto prevede la legge.  Logicamente non è così, però è questo il senso che può emergere dalla lettura.   In realtà, chi ha redatto il testo, ha sbagliato posizione:  l’inciso andava messo o dopo «è risultato composto», oppure dopo l’ulteriore specificazione «in misura rilevante».  Si sarebbe letto allora: «Il latte da noi campionato è risultato composto in misura rilevante, contro quanto previsto dalla legge, da latte in polvere rigenerato, ecc. », e tutto sarebbe stato più chiaro, eliminando ogni possibilità di errate interpretazioni.  Che dire al gentile lettore?  Da una redazione giornalistica ci si dovrebbe aspettare maggiore precisione. 


Dal pallio ai palli                                                                         (29/6/2010)

Oggi il Papa, nel corso della celebrazione eucaristica per la festività dei santi apostoli Pietro e Paolo, ha imposto il pallio agli arcivescovi metropoliti nominati durante l’ultimo anno.Tutti i vocabolari registrano pallio, nel particolare significato religioso-liturgico, con definizioni più o meno buone.  Una definizione, che per la provenienza potrebbe dirsi “ufficiale”, viene ogni anno dalla Sala stampa della Santa Sede, il 21 gennaio: «Il Pallio è un’insegna liturgica d’onore e di giurisdizione che viene indossata dal Papa e dagli Arcivescovi Metropoliti nelle loro Chiese e in quelle delle loro Province. È costituito da una fascia di lana bianca su cui spiccano sei croci di seta nera». Perché proprio il 21 gennaio?  Perché è il giorno della festa di sant’Agnese e in tale occasione il Papa benedice gli agnelli la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli. Attenzione al plurale. È più corretto con una sola i, come registrano Garzanti, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena, Devoto-Oli, Hoepli-Gabrielli.   La grafia con la doppia i, pallii, è un po’ antiquata, non usandosi più per il plurale dei nomi terminanti in -io  (è meglio scrivere l’olio, gli oli) la cui i sia atona.  
 

Pierio e Pierino, nei vocabolari                                                     (29/6/2010)

Ovviamente l’uno non c’entra niente con l’altro, perché se avete letto bene e non avete pensato a un errore, pierio non è il Piero da cui deriva il Pierino. Personaggio passato agli onori del Vocabolario (Zingarelli, Devoto-Oli , De Mauro) per le sue caratteristiche di «bambino o ragazzo particolarmente vivace e impertinente» oltre che per essere protagonista di numerose barzellette.  Zingarelli, bontà sua, ne dà anche il significato (scherzoso) di «primo della classe».  Diverso il discorso per pierio:  è un aggettivo, di uso soprattutto letterario, e viene da Pieria, regione della Grecia, mitica patria delle Muse, o dal monte Pierio, sacro ad Apollo.  Le dee pierie (De Mauro) sono le Muse. 
 

Le pieridi, muse o farfalle                                                            (29/6/2010)

Molti vocabolari registrano pieridi al plurale, di genere femminile , nel significato più comune di una famiglia di farfalle diurne cui appartengono la cavolaia, la rapaiola  e la navoncella.  Dai nomi si comprende quali siano i “piatti” preferiti da costoro quando sono allo stato di bruchi:  rispettivamente i cavoli, le rape, il ravizzone (pianta coltivata per i semi oleiferi, di cui navone è il sinonimo).  Con quale allegria per i coltivatori, che tale piante coltivano, ve lo lascio immaginare.  Decisamente meno voraci, anzi con interessi in tutt’altri campi, le pieridi nel significato di Muse. Sì, le Pieridi possono essere anche le nove dee protettrici delle arti e delle scienze.


Millesimati: rimangono in 2.  Garzanti lascia                                 (25/6/2010) 

Dalle prossime settimane cominceremo a esaminare più a fondo i vocabolari millesimati 2011 e a dare il resoconto delle “voci rauche” schiarite.  Quest’anno il compito è più semplice:  due sono infatti i vocabolari usciti col millesimo 2011: Devoto-Oli e Zingarelli.  Non è uscito Garzanti: e un po’, sinceramente, ci dispiace, come sempre quando un “giocatore” abbandona il campo. Ma pensiamo sia meglio così.  Un anno, per aggiornare veramente un vocabolario, non è sufficiente.  Le “novità” sono più apparenti che reali.  Due, tre anni, tra un’edizione e l’altra, sono l’intervallo minimo  – tenuto conto dei tempi redazionali di un vocabolario – per offrire ai lettori un prodotto decentemente “nuovo” e aggiornato, non con una manciata di parole nuove (le cosiddette “new entry”), ma con un serio lavoro di aggiornamento, attualizzazione, revisione e correzione delle definizioni, anche delle parole “vecchie”.  Un lavoro che richiede tempo, e calma.  Non la fretta, la corsa per uscir primi, ogni anno, in libreria.  Garzanti ci ha ripensato. Uscirà senz’altro meglio, quando uscirà con una nuova edizione, tra due o tre anni.  Speriamo ci ripensino anche gli altri vocabolari e così finirà questa “moda” dei vocabolari millesimati a uscita annuale.  Perderanno gli editori?  Chissà chi lo sa?  Di sicuro ci guadagneranno gli utenti, per dire i lettori, non più abbindolati dal miraggio dell’anno nuovo messo in bella mostra in copertina, come su le agende e gli almanacchi.
 

Dov’è nascosto il gerbillo?                                                         (25/6/2010) 

Il gerbillo continua a rimanere nascosto anche nello Zingarelli 2011.  Noi non l’abbiamo trovato, e così nelle edizioni precedenti.  Provate voi, nella tavola a colori in appendice degli ambienti naturali, quella dedicata al deserto. Può darsi che il disegnatore l’abbia nascosto così bene, magari camuffato, tanto da riuscire difficile a individuarlo, come in quei giochi in cui bisogna trovare l’oggetto nascosto in una vignetta.  Dovrebbe esserci, perché Zingarrelli alla voce gerbillo continua a rimandare, per l’illustrazione, al numero preciso di pagina degli ambienti naturali.  Ma il gerbillo non c’è, o almeno non l’abbiamo visto.  Dove diavolo sarà andato a cacciarsi?  Che sia un animale scomparso, per dire estinto?  Sì, perché il gerbillo è un animale.  Che razza d’animale, questa volta vi facciamo lavorare.  Cercatevela voi, anche in altri vocabolari.
 

Occasionalismo Sabatini-Coletti                                                  (25/6/2010)

I vocabolari registrano occasionalismo, ossia la dottrina filosofica secondo cui tutto dipende da Dio e i fenomeni naturali sono solo occasioni per mezzo delle quali Dio manifesta la sua volontà.  Ma c’è un altro significato di occasionalismo, registrato da Sabatini-Coletti, in cui la filosofia non c’entra per nulla, perché in questo caso il termine sta a indicare un «neologismo nato in un’occasione di scarso rilievo e che si presume non sia destinato a rimanere nell’uso».  Osiamo pensare che questa particolare accezione sia cara (forse perché da lui stesso coniata) a Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca e autore, con Vittorio Coletti, del medesimo vocabolario.  Un esempio pratico di occasionalismo? Mentre tentate di afferrare il vocabolario, posto su in alto della vostra libreria, il volume vi cade sulla testa.  Ebbene, per l’occasione potete usare un occasionalismo e dire di aver preso una vocabolariata.  Conclusione: il vocabolario è meglio tenerlo a portata di mano, sulla scrivania.
 

Quel po’ po’ di confusione tra piè, fra e Po                                 (25/6/2010)

Stranezze della lingua.  Stranezze che complicano la vita agli stranieri alle prese con lo studio dell’italiano.  Prendiamo po’, piè e fra: sono forme tronche (da troncamento) o apocopate (da apocope, parola che è già uno scioglilingua) rispettivamente di poco, piede e frate.  In teoria dovrebbero scriversi allo stesso modo, cioè con lo stesso segno grafico che avverte della caduta della sillaba, o senza nulla, come vuole la regola generale del troncamento.  Invece un po’ va scritto con l’apostrofo,  un piè con l’accento grave, fra (per frate) senza niente. Qui la coerenza va a farsi benedire.  Vallo a spiegare agli stranieri. Come vai a spiegare che in Italia sul Po non va accento, sull’oltrepò sì, e  che il popò e la popò non c’entrano nulla con tutto questo po’ po’ di confusione. Può tornar utile, per un esempio pratico delle differenze, lo scioglilingua che avverte del pericolo di prender acqua dal Po:  Se prendi un po di Po, prendi popò.  


Lo spintore?  Chi dà la spintarella
                                               
(25/6/2010) 

Precisione estrema della lingua italiana!  Ha una parola per tutto e per tutti. Anche per designare il personaggio, di solito importante e influente, pronto a dare la cosiddetta “spintarella”  che, in Italia, serve immancabilmente per aprire porte e porticine. Chi dà la “spintarella” è dunque lo spintore.  Se non avete spintori, rassegnatevi.  E se credete nelle spintarelle, ma non agli spintori, allora sarà bene andare subito al vocabolario o alla Confusione delle lingue.  


Oltre le “voci”, anche le “illustrazioni rauche”?
                            
(22/6/2010)

Che volete farci?  Anche noi abbiamo preso la cattiva abitudine dei recensori di romanzi a peso, che leggono la prima pagina e subito saltano all’ultima per vedere come finisce. Poi fanno la loro brava recensione.  Il vocabolario non è proprio un romanzo (potrebbe esserlo: il romanzo della lingua) ma abbiamo fatto lo stesso con il nuovo Zingareli 2011, incominciando letteralmente dell’ultima pagina, quella degli autori citati, della quale la scorsa volta (vedi) abbiamo dato le nuove entrate.  Ora proseguiamo, sempre dalle ultime pagine, quelle delle illustrazioni a colori, e qui si pone un problema: sta a vedere che oltre alle “voci rauche” dovremo aprire una sezione delle “illustrazioni rauche”.  Perché tra le illustrazioni c’è qualcosa che non va, insomma qualcosa da “schiarire”.
 

Pesci d’aprile Zingarelli                                                               (22/6/2010)

Sì, aprile è passato, ma ha tutta l’aria di un pesce d’aprile quello “giocato” da Zingarelli in appendice nella tavola dei pesci, dove sono raffigurati un pesce di nome pagaro e due pesci di nome tordo che … non esistono.  O almeno non esistono registrati dallo stesso Zingarelli. Se tra i lemmi si cerca pagaro, semplicemente  non c’è. Se si cerca tordo, anche in Zingarelli si trova ciò che tutti comunemente conosciamo e cioè che si tratta di un uccello.  E allora che ci fanno due tordi (apparentemente “abusivi”, perché per Zingarelli sono solo uccelli)  e un pagaro “inesistente” tra le figure dei pesci?  Se questo non è un pesce d’aprile, come altrimenti chiamarlo?


Il pagaro è il pagro e il tordo è il labro
                                          (22/6/2010) 

In realtà il nome vero e più corretto del pesce che Zingarelli illustra come “pagaro” è pagro (così lo registrano altri dizionari); pagaro è solo una variante regionale, peraltro non registrata da nessuno dei vocabolari esaminati e tanto meno da Zingarelli, il più criticabile nel caso specifico, perché scrive pagaro nella tavola dei pesci e pagro come lemma, senza alcun rimando all’illustrazione.  Per tordo, solo in De Mauro, oltre al volatile, abbiamo trovato il significato meno usuale del termine che, in ittiologia, identifica «il nome comune di alcune specie della famiglia dei Labridi, specialmente quelle del genere Labro». In pratica tordo è un altro nome del pesce labro, presente in tutti i vocabolari, anche in Zingarelli, il quale però non dice trattarsi del “fratello gemello” dei tordi raffigurati in appendice, così come alla voce tordo tace sul significato di pesce.  È vero che sotto il disegno dei due tordi zingarelliani è riportato tra parentesi il nome scientifico, rispettivamente Labrus turdus e Crenilabrus quinquemaculatus. Ma bisognerebbe decifrare questi per poter arrivare a labro e quindi ai “tordi” pesci .


Il manfrone?  Un furbacchione
                                                   
(22/6/2010) 
  

Zingarelli, alla voce pagro – pesce tra l’altro dalle carni prelibate – non dà la variante pagaro, usata per l’illustrazione in appendice, però in compenso dà il sinonimo manfrone.  Parola ambivalente, perché secondo Zingarelli e De Mauro, che la registrano con entrambi i significati, sta anche per “furbacchione, marpione”.  Questa seconda accezione è localizzata dagli stessi vocabolari nell’area linguistica centromeridionale.
 

Uccelli “UFO”: non identificati                                                    (22/6/2010)

Sempre in Zingarelli e sempre nelle ultime pagine d’appendice, tra le tavole a colori degli ambienti naturali, in quella dedicata al “mare” – peraltro pregevole nel disegno e nei particolari – figurano in alto a destra, appollaiati su uno scoglio, due uccelli non identificati. Chi sono costoro, di cui uno con un enorme pancione rosso, e l’altro con becco più lungo e petto bianco?   Tanto valeva dare un nome anche a questi due “personaggi”, così come, col proprio nome, sono ritratti gli altri animali, gabbiani compresi, che popolano la scena.  Non fanno parte dell’ambiente marino?  Ma allora a che pro metterli in bella mostra?


Parole caprine
                                                                            (22/6/2010)

C’è capraggine e capruggine, due parole che solo a sentirle nominare fanno sospettare un qualche collegamento con le capre. La prima sicuramente, la seconda un po’ meno.  La capraggine è una pianta erbacea delle Leguminose (altrimenti detta galega), dal sapore amarognolo, coltivata per foraggio e particolarmente apprezzata dalle capre. Da qui il nome.  La capruggine è invece ognuno degli incavi praticati nella parte interna delle botti (sulle singole doghe quindi) e nei quali va incastrarsi il fondo. Cosa c’entri questo incavo con le capre non è dato sapere.  I vocabolari se la cavano con un “etimo incerto", o “probabilmente connesso con capra” senza spiegare il perché.
 

Chi capruggina?                                                                          (22/6/2010)

Semplice: chi fa le capruggini.  Non bastasse capruggine, i vocabolari (De Mauro, Palazzi-Folena, Devoto-Oli, Sabatini-Coletti) forniscono agli appassionati anche il verbo, caprugginare, e lo strumento, il caprugginatoio, “con manico di legno e lama d’acciaio”, per scavare le capruggini.
 

Terzina in campo                                                                         (22/6/2010)

È tempo di terzini, anche se il termine terzino nel calcio sembra passato un po’ di moda.  Ma a padre Emidio Papinutti piacciono le terzine, per lui sono sempre di moda, e dunque, da par suo, parla di terzina e di come la trattano i vocabolari. È l’occasione per scoprire che c’è anche la duina.  Con ciò rispondiamo alla gentile Diana Campogrande – ha scritto altre volte – che due settimane fa ci aveva chiesto di padre Papinutti.  Decisamente un’ammiratrice.  Eccola accontentata.     Voci in capitolo ►►
 


Grazie Girolamo, ma …
                                                               
(19/6/2010)

Aggiungiamo questa nota sabato 19 giugno unicamente per ringraziare un gentile e attento lettore che desidera essere citato solo con il nome, Girolamo, il quale ci ha segnalato un errore che appariva da molte settimane in prima pagina nel sommario, là dove si leggeva  “30° Certamen Ciceronianum Arpinas 20010”  invece che “2010”.  C’era uno zero in più.  Quasi una sorta di augurio perché il Certamen di Cicerone arrivi al bel traguardo del 20010!  Grazie a Girolamo per la segnalazione.  
S’intende, ovviamente, che i nostri errori non sono casuali …  Li spargiamo a bella posta, qua e là, per stimolare lo spirito d’osservazione dei lettori e rendere la lettura più divertente e interessante.   

 

Dismembrazione vaticana                                                             (18/6/2010)  

Comprendiamo che la Chiesa, o meglio la Santa Sede, o meglio il Vaticano ha la sua terminologia e in un certo qual modo la sua “lingua”.  Non comprendiamo, però, la necessita di parlare, in comunicati semi-ufficiali (Sala stampa vaticana) di dismembrazione.  Parola da far accapponare la pelle, tanto sembra appartenere più alle cronache di Jack lo Squartatore che al linguaggio curiale. E invece, pochi giorni fa la Sala stampa vaticana comunicava appunto la creazione della nuova diocesi di Salgueiro, in Brasile, dal «territorio dismembrato» di altre due diocesi confinanti  e riportava i dati statistici della nuova diocesi insieme a quelli delle «diocesi-madri dopo la dismembrazione».  Insomma avete capito in che senso – territoriale – è qui usata la parola dismembrazione.  Che resta, però, una parola orribile, secondo il senso più comune che ne dà, prendiamo a caso, Devoto-Oli: «Ridurre in pezzi, tagliare membro a membro, smembrare».  I burocrati vaticani potrebbero usare parole più acconce, ad esempio far riferimento al “nuovo assetto” delle diocesi create dalla nuova “ripartizione territoriale” di quelle preesistenti e parlare di “accorpamento” e “scorporo” . I termini non mancano.  Mette tristezza leggere di quelle povere “diocesi-madri” rimaste  dismembrate dopo la dismembrazione.  I “sadici” (della lingua) possono nascondersi anche nei luoghi più impensati.


Salgari e Serao in Zingarelli 2011
                                                  
18/6/2010)

Sette “nuovi” autori sono stati inseriti da Zingarelli 2011 tra quelli le cui citazioni figurano nel testo.  Sono: Carlo Cassola (1917-1987), Mario Rigoni Stern (1921-2008), Emilio Salgari (1862-1911), Matilde Serao (1856-1927), Ignazio Silone (1900-1978), Federigo Tozzi (1883-1920), Pietro Verri (1728-1797).  Gli autori citati sono ora 123; erano 116 dalla ristampa 2007, nella quale erano entrati tra gli altri, per la prima volta, Mazzini, D’Azeglio, Palazzeschi.  Tra le nuove entrate, tutti nomi significativi, ci piace particolarmente rilevare quelle della Serao (sono ancora poche le donne citate rispetto agli uomini) e di Salgari. Finalmente anche Zingarelli rende giustizia a Emilio Salgari, la cui opera in questi ultimi tempi è stata rivalutata dopo che per molti anni lo scrittore veronese era stato snobbato dai critici schizzinosi che gli rimproveravano uno stile rozzo e una lingua povera. 
 

Salgari in Battaglia                                                                       (18/6/2010)

A Emilio Salgari va il merito di aver fatto conoscere in Italia molte parole di origine indiana o malese fino ad allora (un secolo e mezzo fa) sconosciute.  Parole che sono entrate a pieno diritto nella lingua italiana anche se i vocabolari (salvo qualche eccezione) continuano ad ignorarle.  Non così – ed è tutto dire – il  Grande dizionario Battaglia che, sia pure in ritardo (anche lui!), ha preso atto dell’esistenza di alcune di queste parole facendo sempre riferimento a Salgari. Vediamole assieme.
 

Thug, già De Felice-Duro                                                              (18/6/2010)   

Il Grande Dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia registra thug nell’aggiornamento 2004.  Meglio tardi che mai, visto che la parola proprio nuova non è e che già De Felice-Duro, unico tra i vocabolari monovolume, registrava thug nel 1993 con questa definizione: «Membro di una società segreta dell’India che sacrificava vittime umane in onore della dea Kali».  Va dato merito al Battaglia di citare Emilio Salgari,  tra i primi in Italia a far conoscere usi e costumi dei thug con il suo romanzo I misteri della jungla nera il cui primitivo titolo era Gli strangolatori del Gange. In effetti  la “specializzazione” dei thug era quella di strangolare le persone servendosi di un laccio di seta terminante con una palla di piombo che lanciavano sul collo della vittima predestinata alla dea Kali.  Salgari scrive Kalì con l’accento e thugs per il plurale.  In italiano è meglio, come altre parole straniere, considerare il termine invariabile.  Da una voce hindi, thag, che equivale a “ingannatore”.


Ramsinga, lo suonava Melzi
                                                          (18/6/2010)     

Nei Misteri della jungla nera fa la sua comparsa il ramsinga, le cui lugubri note fanno quasi da colonna sonora alla narrazione.  In nessuno dei vocabolari abitualmente esaminati abbiamo trovato ramsinga, ma il vecchio, anzi… Novissimo Melzi del 1957 lo registrava.  C’è invece nell’aggiornamento 2004 del Battaglia con questa definizione: «Strumento indiano a fiato, costituito da quattro canne di metallo inserite l’una dentro l’altra. Adattamento di una voce hindi».  È citato appunto un passo di Salgari.
 

Parang, marrancio malese                                                            (18/6/2010)

Nel ciclo dei Pirati della Malesia fa la sua comparsa il parang.  L’abbiamo trovato solo in Devoto-Oli, con una definizione meno dettagliata del Battaglia, il quale, sempre nell’aggiornamento 2004 scrive in proposito: «Coltello malese con lama ricurva lunga fino a 30 cm, usato come arma o, anche, per tagliare il legno. Adattamento di una voce malese».  Se si volesse trovare qualcosa di simile nella lingua italiana si potrebbe dire che al parang malese corrisponde il marrancio (dialettale marraccio) nostrano.
 

Chi ricorda le bordate dai sabordi?                                               (18/6/2010)  

Non solo parole esotiche della lingua malese o indiana, ma Salgari ha contribuito a far conoscere anche parole più vicine a noi, dell’area europea. Una di queste è sabordo.  Nei suoi romanzi di avventure sui mari, Salgari ha usato spesso questo termine in grado di connotare, insieme ad altri elementi caratteristici, l’identità delle vecchie navi da guerra. È significativo, nei Pirati della Malesia,  l’avvistamento dell’incrociatore nemico da parte di Kammamuri che ne dà conferma a Sandokan: «Ecco la sua prua tagliata ad angolo retto, eccò là i suoi alberi tutti d’un pezzo, ecco i suoi dodici sabordi. Sì, Tigre, sì, è l’Helgoland !».  Che cosa sono i sabordi?   Per trovare la parola occorre andare a un vocabolario francese-italiano e vedere a sabord il significato: “portello”.  Sì, i sabordi sono i portelli (sportelli) sulle fiancate delle vecchie navi da guerra dai quali si affacciavano le bocche dei cannoni durante i combattimenti. È strano che nessuno dei vocabolari italiani più diffusi abbia pensato di registrare il termine francese italianizzato da Salgari.  
 

Tutti Apollo con il laserpizio                                                        (18/6/2010)

Il laserpizio è l’ultima novità in fatto di tecnologia laser. Si tratta di un laser a bassa frequenza, usato in medicina estetica, in grado di migliorare in poche sedute i connotati delle persone, uomini soprattutto, facendo assumere loro i lineamenti di Apollo, il dio della bellezza.  Da qui il nome di questo particolare laser:  pizio è infatti l’epiteto greco di Apollo.  Chi non crede a questa storia del laser laserpizio farà bene a controllare subito il Vocabolario o giù in fondo la Confusione delle lingue.  

 

Ai tempi del tautogramma                                                             (16/6/2010)

 Se solo si sapesse spendere senza sprecare soldi, si salverebbero sicuramente stipendi striminziti, spesso scarsamente sufficienti, salvo spese straordinarie sostenute su superiori sollecitazioni sanitarie senza sostegno sociale.  Non è una riflessione, in verità un po’ contorta, sulle note difficoltà di arrivare a fine mese, ma un esempio di ciò che i vocabolari chiamano tautogramma, ossia una frase dove le parole incominciano tutte con la medesima lettera.  (Dal greco táutó  “lo stesso” e grámma  “lettera”).   Devoto-Oli lo definisce “gioco enigmistico ” e aggiunge che nel Medioevo era oggetto di esercitazioni poetiche.   Bei tempi, quando i nostri antenati si divertivano con i tautogrammi invece di guardare i Mondiali in tv.


Due detti da Buda
                                                                       
(16/6/2010) 

La gentile Ivana Palomba (ci ha scritto altre volte) questa volta ci segnala la motivazione del detto “Andare a Buda” di cui avevamo parlato in una nota precedente (vedi).  Scrive la lettrice: « Nel 1686 i Turchi assediavano Buda, una parte dell’attuale Budapest, e durante questo durissimo assedio vi fu una strage di cristiani che erano accorsi da ogni parte d’Europa per difendere la città. Da ciò il detto “andare a Buda” significò andare in un posto da cui non si torna». Ringraziamo per la segnalazione e da parte nostra aggiungiamo la spiegazione che Pietro Fanfani dava nel suo Vocabolario (1865) di un altro detto in cui entra Buda: «Gli par d’aver preso Buda: si dice a chi, per aver fatto cosa di non gran momento, la magnifica e la millanta per modo che parrebbe da pareggiarsi alle imprese più grandi. Modo di dire originato dalla presa che, nel 1686, ne fece il Duca di Lorena contro i Turchi, dopo essere stata assediata altre volte inutilmente».
 

Un grazie a Zanichelli                                                                   (16/6/2010) 

Ringraziamo la Zanichelli che gentilmente ha voluto inviarci in omaggio il nuovo Zingarelli 2011.  Lo accettiamo quale segno di attenzione e apprezzamento per il nostro lavoro.  Del resto in diverse occasioni, e specialmente in sede di riscontro delle “voci rauche” schiarite, abbiamo dato atto a Zingarelli di essere il vocabolario più attento e più pronto a considerare le nostre pur modeste segnalazioni.  Detto questo, e al di là del doveroso ringraziamento, nulla di più.  Continueremo a comportarci come sempre, ossia a criticare quando e quanto c’è da criticare e a proporre correzioni quando, a nostro parere, c’è da correggere.  Con Zingarelli, così come con gli altri Vocabolari.
 

Che bello monitorare                                                                   (11/6/2010)

«Stiamo monitorando la situazione».  Novantanove volte su cento questa frase, specialmente se detta da politici, ambasciatori o dai cosiddetti “osservatori” a vario titolo, equivale a dire: «Poiché non possiamo fare assolutamente niente, stiamo alla finestra, con le mani in mano, a guardare lo svolgersi degli eventi».  Ma vuoi mettere quanto suona meglio e fa più effetto monitorare?  Il bello è che su questo verbo, a parte Palazzi-Folena e Sabatini-Coletti che non lo registrano affatto, i vocabolari sono sbrigativi: «Fare un monitoraggio», «Osservare con il monitor».  Grazie tante.  Peggio che peggio, De Mauro rimanda a monitorizzare.
 

Balle e rotoballe                                                                            (11/6/2010)

È tempo di balle (se ne vedono parecchie in giro) e di rotoballe, perché è cominciata la raccolta del fieno. Una volta le balle di fieno che uscivano dalla macchina imballatrice o pressaforaggio erano a forma di parallelepipedo.  Poi, in anni più recenti, ha preso piede la “moda” delle balle di forma cilindrica e la lingua italiana ha dovuto trovare una parola che distinguesse tra le nuove balle e quelle tradizionali, e ha inventato la rotoballa.  Prodotta, ovviamente, dalla rotoimballatrice.  Registrano i termini De Mauro, Zingarelli (dalla dodicesima edizione, 1993), Devoto-Oli (solo rotoballa).  Gli altri vocabolari sono rimasti alle balle.
 

Quando andare è morire                                                               (11/6/2010)

La morte in ogni epoca, maggiormente l’attuale, si è cercato di esorcizzarla, evitando di nominare la parola o sostituendola con altre parole o espressioni che ne mitigano l’impatto tutt’altro che allegro.  Ai più noti andare all’altro mondo, andare al Creatore o semplicemente andarsene (già di per sé sufficiente a esprimere il concetto, salvo volerlo precisare ancora meglio: se ne è andato via per sempre),  si possono aggiungere altri modi di dire meno consueti nei quali il verbo andare gioca da protagonista. Vediamoli assieme e chi legge, se vuole, faccia scongiuri.


Andare a babboriveggoli                                                               (11/6/2010)

I  vocabolari registrano babboriveggoli (o babboriveggioli) unicamente perché il termine entra nell’espressione andare a babboriveggoli, inventata dai buontemponi toscani per dire “andare a rivedere il babbo”, ossia morire.
 

Andare a Buda o a Patrasso                                                          (11/6/2010)
 
Anche qui il consiglio e l’augurio sarebbero di non andare, ma… non si può:  a Buda o a Patrasso, prima o dopo, occorre andarci tutti.  I vocabolari di una volta (prendiamo da Fanfani 1865, ma in anni più recenti Zingarelli 1935 e il Novissimo Melzi 1957) registravano buda, nel senso proprio di Buda, l’antica città ungherese sulla destra del Danubio, che nel 1873, unendosi a Pest, sulla sponda sinistra, dava origine all’attuale Budapest.  Il termine, scomparso dai moderni vocabolari, era registrato perché entrava in un tipico modo di dire:  andare a Buda. Significa “morire”, similmente all’espressione: andare a Patrasso.  L’antica città greca è stata tirata in ballo per una vaga assonanza alla locuzione biblica  ire ad patres  “andare dagli antenati”.  Dunque, per questa alterazione scherzosa della frase originale, andare a Patrasso equivale a “morire”.  Registrano tuttora patrasso, in quest’uso specifico, Devoto-Oli, Garzanti, Palazzi-Folena, Sabatini-Coletti, Zingarelli.
 

A ingrassare i petronciani                                                               (11/6/2010)

Zingarelli, alla voce andare, riporta quest’altro modo di dire che ricorre alle … melanzane per alleggerire la gravità del significato sottinteso, ossia (c’era da aspettarselo) “morire”.  Andare a ingrassare i petronciani, o i petonciani.  I vocabolari registrano entrambe le forme, petonciano e petronciano, di quello che è il nome meno comune della comune melanzana.
 

I petonciani di Artusi                                                                    (11/6/2010)

E a proposito di petonciano (deformazione dell’arabo bādinğān, da cui deriva anche melanzana con sovrapposizione di mela), Zingarelli è l’unico a fare il nome del celebre Pellegrino Artusi, la cui citazione costituisce un autentico suggerimento gastronomico: «I petonciani fritti possono servire di contorno a un piatto di pesce fritto». Buono a sapersi. Provare per credere.
 

Anglomani Rai                                                                            (11/6/2010)

Continua su Radio Uno la tiritera di un messaggio autopromozionale che recita testualmente: «Rai Radio Uno, pochi secondi per riconoscerla, ventiquattro ore per ascoltarla».  E invece no, la prima parte di questo messaggio non corrisponde a verità.  A meno di non avere un sintonizzatore automatico, come si fa a “riconoscere”, ossia a sintonizzarsi su una radio, per giunta italiana e pubblica, che giorno e notte trasmette quasi esclusivamente canzoni in lingua inglese?  A parte che in alcune zone il segnale Rai si riceve peggio di quello delle varie emittenti private, le quali anche loro trasmettono prevalentemente brani in lingua inglese.  Che almeno la radio di Stato si potesse distinguere, e “riconoscere” in pochi secondi, per il fatto di cantare italiano!  L’unica radio che si “riconosce” subito è – sia consentito – Radio Radicale.  Non trasmette canzonette e parla sempre italiano.
 

La lombardata?  Un’americanata                                                  (11/6/2010)

La lombardata si trova in parecchi vocabolari. La definizione? Presto detto: “Azione tipica, plateale, smargiassata, spesso di protesta, messa in atto dai lumbard, i seguaci della Lega lombarda o Lega Nord.  Sul modello di americanata” .  Dai lumbard agli americani il passo ci sembra un po’ azzardato. Chi non crede a queste americanate farà bene ad andare al Vocabolario o, come al solito, alla Confusione delle lingue.    

 

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 * La Confusione delle lingue *

 

Spintore in acqua                                                                        (25/6/2010)  

Lo spintore non è un personaggio.  Il termine è registrato dai vocabolari nel significato di “imbarcazione”  a motore usata per spingere chiatte, di solito lungo il corso dei fiumi, ma anche in mare.  È sul modello di “rimorchiatore”: il rimorchiatore rimorchia, traina; lo spintore spinge.
 

Laser inventato … di sana pianta                                                  (18/6/2010) 

Il laserpizio non c’entra nulla né con il laser, né con Apollo (di cui però, effettivamente, pizio è l’epiteto greco).  Il laserpizio  (De Mauro, Devoto-Oli, Zingarelli) è una pianta delle Ombrellifere con foglie pennate e fiori bianchi, la cui radice era un tempo usata dalla medicina popolare. Dal latino laserpīcium, composto di lăc “latte” e serpīcium, derivato di sĭrpe “silfio”. 

 

La lombardata dei muratori                                                            (11/6/2010)

Da lombardo, nel significato medievale di “muratore”.  La lombardata  è la «fila di muratori che, disposti in catena, si passano mattoni o altri materiali» (Garzanti).  Anche in altri vocabolari.

 


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