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Oltre
alla nube di ceneri che dalla bocca del vulcano sale in aria (e porta
guai) c’è una nube che scende in basso e porta altri guai. Può una nube
scendere in basso? Evidentemente sì, se questa particolare nube si
chiama nube ardente. La locuzione è riportata, alla voce nube,
da Sabatini-Coletti, Devoto-Oli, Garzanti, Zingarelli. Prendiamo da
quest’ultimo, che vanta una certa esperienza in fatto di vulcani non
fosse altro perché fino a poche edizioni fa metteva in copertina lo
spaccato di un vulcano con tutta la relativa terminologia. Dunque la
nube ardente è una «miscela di gas, frammenti, materiale lavico
incandescente che discende dai fianchi di un vulcano». Manca la
precisazione “in attività” ma forse era superflua. Morale? Anche per
le nubi il mondo è fatto a scale: chi le scende e chi le sale. La nubecola? Una nuvoletta (16/12/2011) La
nube può essere una nuvola, e difatti i due termini in certo
qual modo si equivalgono tanto da essere considerati sinonimi e, se pure
con qualche limitazione dovuta a sfumature di significato,
intercambiabili. Ma mentre il termine nuvola per gli alterati
non presenta problemi (abbiamo la nuvolina, la
nuvoletta, la nuvolaccia), per nube il
discorso è diverso, tanto è vero che la lingua non ci ha dato né la
nubetta né la nubaccia. E allora? Per il diminutivo
possiamo rimediare con nubecola (Devoto-Oli e Sabatini-Coletti
registrano anche nubicola), dal latino nubēcula(m)
diminutivo di nūbes “nube”. La nubecola (o nubicola)
è la nuvoletta. Il termine, però, ha anche altri significati … che
ognuno può scoprire nel proprio Vocabolario. Dalle nuvole alle nevole (d’Abruzzo) (16/12/2011)
Dall’Abruzzo ci arriva la nevola, «tipo di cialda sottile e
leggera, fatta di farina impastata con mosto e cotta tra due ferri
arroventati» (De Mauro). Ma qui le nuvole c’entrano come i cavoli a
merenda perché nevola viene dal latino nĕbulam “nebbia”,
passato poi in latino medievale a indicare una “focaccia sottile”. I
vocabolari non s’allungano nella ricetta, ma oltre alla farina e al
mosto (cotto) occorrono olio, meglio se d’oliva, cannella e buccia
d’arancia grattugiata. E occorre ovviamente la pressa, due piastre di
ferro roventi tra cui schiacciare la pasta. Altrimenti che cialda
sarebbe! Dalle nevole alle neole (16/12/2011) Il passo è talmente breve che … sono la stessa cosa, ossia le cialde abruzzesi di cui sopra chiamate altrimenti neole, ferratelle, pizzelle, cancellate. La variante neola non è segnalata dai vocabolari che registrano nevola, almeno da quelli che prendiamo abitualmente in esame. Ma confermiamo l’uso corrente di neola, anziché nevola, anche in ambito extraregionale, per aver visto in supermercati di Roma queste cialde vendute in confezione con la dicitura “neole”.
Succede
navigando nel Vocabolario (navigazione sempre ricca di sorprese) di
saltare di palo in frasca, come nel nostro caso da neola (che non
abbiamo trovato) a neolalia. Disturbo, presente in alcune
malattie mentali, consistente nell’inframmezzare il discorso con parole
inventate. Devoto-Oli a suo modo spiega: «In psichiatria, patologica
prevalenza di neologismi nel linguaggio». Detta così, qualcuno potrebbe
obiettare non trattarsi propriamente di patologia, in quanto gli
inventori di neologismi (in termine specifico: onomaturghi) sono
oggi abbastanza frequenti e non tutti e non sempre, almeno, possono
essere considerati dei malati mentali. Ma la neolalia nulla
c’entra con l’onomaturgia. La composizione stessa delle due
parole suggerisce la differenza. Da gaufre a waffel (16/12/2011) Ancora cialde, ma straniere. I
vocabolari registrano
gaufre, voce francese che sta per «cialda cotta tra due stampi
che le imprimono un disegno simile a cellette di favo» (Zingarelli).
Ma il nome con cui queste cialde, buone per accompagnarsi a creme,
gelati e marmellate, vanno facendosi strada in Italia è waffel.
«Piastra per Waffel», leggiamo nel volantino di una catena di
distribuzione, per chi vuol prepararsele in casa. Negli stessi
supermercati si trovano prodotte industrialmente (all’estero), e la
dicitura in italiano sulla confezione è chiara: “Waffel”, così come
è scritto nello scontrino rilasciato alla cassa. Del resto waffel
è implicitamente avallato dagli stessi vocabolari (oltre a Zingarelli,
De Mauro, Sabatini-Coletti, Devoto-Oli) che registrano gaufre e
fanno derivare questo termine dal francone o antico germanico wafel
, “favo di miele”, a cui sembra collegato – tanto per stare in tema di
cialde – anche wafer. Dalla ristampa 2010 Zingarelli, invece,
registra a lemma la forma waffle, meno usuale, e dà
waffel come variante. Se il gioco è un GAP (16/12/2011) Il
gap non è solo il divario tecnologico. È anche una sigla che non
abbiamo trovato in nessuno dei vocabolari esaminati. O meglio, in alcuni
c’è GAP, ma con altro significato, ad esempio: Gruppo di azione
partigiana (o patriottica). In tempi recenti, usato nel linguaggio
medico-psicologico, GAP sta per Gioco d’Azzardo Patologico. Ossia
quando la passione per il gioco d’azzardo diventa una mania, una
fissazione, una vera e propria malattia con risvolti drammatici che
investono non solo l’interessato ma anche i suoi familiari. Insomma,
quando il gioco diventa un Gap. Dallo zenzero allo zenziglio (16/12/2011) Il passo è breve, e non solo perché nei vocabolari subito dopo lo zenzero viene lo zenziglio, ma perché, a ben vedere, si tratta pur sempre di erbe … aromatiche. È sconsigliabile, però, usare l’una per l’altra. Un pollo con zenziglio avrebbe, forse, odore piacevole, ma non altrettanto il sapore. Lo zenzero si potrebbe usare al posto dello zenziglio, ma attenti al naso! Insomma, avrete capito che qui occorre fiuto! Chi ha fiutato qualcosa, per non sbagliare vada come al solito al Vocabolario o alla Confusione delle lingue.
Ci sono parole che farebbero la gioia degli scioglilinguisti se solo non fossero così “difficili” da sconsigliarne l’uso. Tra le parole composte con il primo elemento crono- (“tempo”) ci sono cronotopo e cronotropo. Attenzione alla differenza. La prima è un sostantivo, la seconda un aggettivo. Cronòtopo (-topo, dal greco tópos, sta per “luogo”) è, secondo la definizione più facile (Palazzi-Folena), lo «spazio quadridimensionale ipotizzato dalla teoria della relatività». Per De Felice-Duro il cronotopo è il «rapporto spazio-tempo» e la sua «misurazione geometrica, come principio della teoria della relatività». Zingarelli aggiunge un altro significato: «Nel linguaggio della critica letteraria», il cronotopo è «la dimensione spazio-temporale del raccontare». Devoto-Oli per spiegare il “suo” cronotopo, sempre in riferimento alla teoria della relatività, si avventura in una definizione particolareggiata, quanto elaborata, che – forse – finisce per complicare le idee. Saggia conclusione: chi vuol saperne di più si rivolga a …Einstein.
Subito dopo cronotopo, nei vocabolari (De Mauro, Zingarelli, Devoto-Oli, altri lo ignorano) viene cronotropo. Qui -tropo, dal greco tropos, sta per “movimento” o anche “variazione”. Dunque cronòtropo è aggettivo riferibile a fenomeni che si svolgono secondo un ritmo regolare; in particolare, in fisiologia, è riferibile alle variazioni di frequenza del ritmo cardiaco. Si parla, infatti, di effetto cronotropo negativo per quelle sostanze che rallentano i battiti del cuore, e di effetto cronotropo positivo per quelle sostanze che lo accelerano. Uno scioglilingua esemplificativo? Il cardiologo, col cronografo, cronometra se il ritmo è cronotropo.
Chi infila nel discorso forestierismi inutili e quindi parla in modo affettato. Quinci è su tutti i vocabolari: termine un po’ arcaico per dire “di qui, da questo luogo” (da quinci non passa nessuno), oppure “poi, da ora in poi” (da quinci non parlerò più). Ma quinci si trova anche, insieme con quindi, in vari modi di dire: parlare in quinci e quindi; stare sul quinci e sul quindi, ossia parlare o comportarsi con ostentata ricercatezza, con affettazione. Aggiungete che, in questo particolare uso, quinci e quindi possono sostituirsi con le varianti “rafforzate” squinci e squindi (parimenti registrate dai vocabolari) e il panorama scioglilinguistico per oggi è completo. Se parli in quinci e quindi non ci convinci, quindi parla senza tanti squinci e squindi.
I vocabolari su mostacciolo si dividono: Palazzi-Folena, De Felice-Duro, Sabatini-Coletti, Zingarelli mettono tra gli ingredienti il mosto. Per Devoto-Oli, De Mauro, Garzanti, invece, il mosto non va. Come la mettiamo? Del resto, si può dar torto ai “sostenitori” del mosto, quando la stessa parola, mostacciolo (o mostacciuolo) deriva proprio dal latino mustācĕum, a sua volta derivato da mustum (mosto)? Personalmente conosciamo solo mostaccioli senza mosto. Quelli napoletani, preparati a Natale, quelli di Oristano, con sola farina, zucchero e cannella, quelli di Reggio Calabria (chiamati n’zudda) con farina e miele in parti uguali e un bicchierino di anice.
Tra i tanti pani
dolci delle regioni italiane, di cui spesso la tradizione si rinnova in
questi giorni, Devoto-Oli e Zingarelli alla voce pane registrano
pan schiavonesco, accreditandolo come dolce tipico del Molise.
Peccato che di questo dolce si siano perse le tracce, non avendolo
trovato che raramente citato in altre fonti, Internet compreso.
Incrociando le “ricette” di Devoto-Oli e Zingarelli – a volte i
vocabolari fanno anche da libri di cucina – il pan
schiavonesco si potrebbe prepararlo in casa: mollica di pane
impastata con mosto cotto, miele, mandorle e noci tritate, il tutto
aromatizzato – puntualizza Devoto-Oli – «con cannella e scorza di
arancio».
Panficato Sabatini-Coletti
(13/12/2011)
Il passo è breve.
Sono più di 200 le “-manzie”, ossia le parole costruite con
questo secondo elemento, -manzia, indicanti le varie pratiche
divinatorie altrimenti dette mantiche. Si va da quelle più
conosciute e comprensibili come cartomanzia, chiromanzia,
a quelle intuibili, come caffeomanzia, bibliomanzia, a
quelle meno note e difficili come capnomanzia (auspici dal fumo),
catottromanzia (dagli specchi), tefromanzia (dalle
ceneri). I vocabolari non le registrano tutte. Sarà difficile trovare
nel vocabolario parole come anagrammatomanzia (auspici dagli
anagrammi) o molibdomanzia (dal piombo fuso) o stafilomanzia
(dall’uva). Tutte pratiche divinatorie create dalla fantasia di chi,
forse nun tenenno che fa’, come direbbero a Napoli, si è messo a
osservare gli oggetti, i fenomeni e i gesti più disparati nel tentativo
di predire il futuro. È il caso di rilevare che queste parole cambiano
significato semplicemente cambiando il secondo elemento da -manzia
a -mania. Così la cartomanzia diventa cartomania;
la caffeomanzia caffeomania; la bibliomanzia bibliomania;
la grafomanzia, che pure esiste, grafomania. In pratica ognuno,
potendo (o credendo) di scorgere il futuro in ciò che più gli aggrada,
può farsi la sua “manzia” personale. Nulla vieta, ad esempio, che chi
credesse di intravedere auspici o presagi negli scioglilingua, si
costruisca la sua brava scioglilinguomanzia. Attenzione però,
come abbiamo visto, che tutte queste -manzie non si trasformino
in altrettante manie. In questi casi la parola (per dire la cura) passa
agli specialisti. Bibliomanzia col Vocabolario (6/12/2011) Quasi tutti i vocabolari alla voce bibliomanzia citano la Bibbia, spiegando che il termine sta per quel «tipo di divinazione consistente nell’interpretare il primo passo che capita aprendo a caso la Bibbia o un altro testo considerato sacro», così Sabatini-Coletti. Altri (Zingarelli, De Mauro) sono più possibilisti, parlando genericamente di «un libro», uno qualsiasi, salvo poi precisare: «specialmente la Bibbia». Il più “laico” in proposito è Devoto-Oli, il quale non nomina affatto la Bibbia. Ora noi non vorremmo apparire sacrileghi paragonando il Vocabolario alla Bibbia o considerandolo tra i testi sacri, però confortati dai vocabolari che accennano alla possibilità che il libro da aprire a caso possa essere uno qualsiasi, ci permettiamo di dire che la bibliomanzia può farsi benissimo con il Vocabolario. Apritelo a caso e poi interpretate la prima parola che vi capita sott’occhio, magari traendone consigli o presagi per il futuro.
Pansotti,
panciuti con le noci
(6/12/2011) Dal pansotto al pancotto (6/12/2011) Attenzione alle
solite stravaganti e pericolose interpretazioni del computer. Da
ignorante perfetto di gastronomia (in particolare di quella regionale) e
alieno dai piaceri della buona tavola, correggerà inevitabilmente
pansotto in pancotto. Il che – anche senza ricorrere al
Vocabolario – è cosa leggermente diversa, e più insipida, del
pansotto. Ingaggio è parola venuta di moda per via delle “regole d’ingaggio” alle quali devono sottostare i militari impegnati in missione. Deriva da ingaggiare, a sua volta derivato dal francese engager = arruolare, assoldare, scritturare, incominciare, impegnare, vincolare ecc. In francese esiste, con opposti significati, anche dégager, che in italiano può tradursi in: liberare, svincolare, sgombrare, distaccare, disimpegnare. Dégager non ci ha dato “disingaggiare” né “disingaggio” (che non esistono) ma solo disgaggio, termine registrato dai vocabolari della lingua italiana con questo preciso significato: “rimozione manuale di frammenti rocciosi pericolanti che minacciano la sicurezza di strade, miniere, cave, specialmente dopo l’esplosione di mine”. Come si vede, un significato ben delimitato, che non lascia spazio ad altre interpretazioni. Perciò nessuno pensi che oltre alle “regole d’ingaggio” ci siano anche le “regole di disgaggio”.
A inizio settembre
abbiamo parlato del settembrizzatore
(vedi
►)
e a
ottobre dell’ottobrista
(vedi
►).
Ora a dicembre indovinate
di chi mai possiamo parlare? Del decabrista, termine inconsueto,
con valore di aggettivo o sostantivo. Viene dal russo dekabrist,
da dekabr “dicembre”. Chi è costui? Per una definizione
“completa” – nei limiti del vocabolario – dovremmo prendere un po’ da
tutti, con qualche dubbio residuo. Garzanti: «Chi prese parte alla
fallita insurrezione del 18 dicembre 1825 contro lo zar Nicola I di
Russia». De Felice-Duro specifica: «…a Pietroburgo per costringere lo
zar Nicola I a concedere la costituzione». Devoto-Oli e
Sabatini-Coletti fanno sapere che coloro che prepararono e presero parte
all’insurrezione erano «gli ufficiali della guardia imperiale». Il
dubbio che rimane è quello della data: Garzanti dice 18 dicembre,
alcune enciclopedie (tra cui la Zanichelli) 14 dicembre 1825. Quale il
giorno esatto? Questa volta un compitino lo lasciamo al lettore
curioso. Si precipiti ad altre fonti e risolva il dubbio per conto suo.
Parfait senza amour e senza alcol (2/12/2011) Una gentile lettrice
ci chiede qual è il nome italiano del liquore color viola e dal sapore
di violetta e se tale termine è registrato dai vocabolari. Ringraziamo
la lettrice, che forse sopravvaluta la nostra cultura “liquoristica”,
ma pensiamo voglia riferirsi al liquore – passato di moda, come in
genere tutti i liquori dolci – diffuso un tempo col nome di
parfait amour, di cui ricordiamo le versioni dell’olandese Bols
e della francese Marie Brizard. Il corrispondente italiano e “alcolico”
di parfait amour francamente ci sfugge, né la locuzione francese
è riportata dai vocabolari italiani, i quali registrano solo parfait
(Devoto-Oli, Zingarelli) nel significato di “preparazione dolce
francese: gelato molto soffice e delicato confezionato con un unico
composto di base”. Un liquore italiano simile al parfait amour
potrebbe chiamarsi crema violetta, secondo una denominazione (crema)
già usata per liquori dolci variamente aromatizzati.
Bottiglioni, non solo geroboamo
(2/12/2011) Motta, nel vocabolario e senza panettone (2/12/2011) No, nessun
collegamento, anche se il nome motta inevitabilmente rimanda a un
panettone di solida tradizione (ma la vecchia azienda fondata da Angelo
Motta non c’è più, bensì altre aziende che ne sfruttano il marchio).
Panettone a parte, nei vocabolari si trova il termine motta
con vari significati “regionali” che vanno dalla “frana” allo
“smottamento di terreno”, dal “mucchio di sabbia lungo il greto di un
fiume” all’ “isolotto fluviale o lagunare” (in Veneto). Per Zingarelli
motta è voce arcaica. Un’annotazione interessante la fa
Devoto-Oli a proposito di un altro significato di motta,
che sta anche per “altura”, “lieve rialzo di terreno”. Ebbene, aggiunge
Devoto-Oli, in tale accezione «il termine è assai diffuso nella
toponomastica» e porta gli esempi di Motta di Livenza, Motta
Visconti. L’elenco potrebbe continuare con almeno altri dieci
comuni e oltre una trentina di frazioni in Italia che nel loro nome
hanno motta come primo (o unico) elemento. Mantovana: cornice, frangia o torta (2/12/2011) Questa parola ha tre
significati che con tutta probabilità – i Vocabolari sorvolano
bellamente sulla questione – con Mantova c’entrano come i cavoli a
merenda. Dunque la mantovana è: 1) cornice sagomata che corre
lungo lo spiovente del tetto; 2) frangia di tessuto che sormonta le
tende come ornamento; 3) torta tipica di Prato con mandorle.
Quest’ultima mantovana sembra quella più singolare: perché mai
dovrebbe chiamarsi “mantovana” una torta tipica di Prato? I vocabolari
che pure citano Prato (Zingarelli, Sabatini-Coletti, Garzanti) si
guardano bene dal rispondere, così come non spiegano il perché delle
altre due “mantovane”. Muti in proposito anche Devoto-Oli, De Mauro,
Palazzi-Folena e De Felice-Duro. La lingua ha di questi misteri, né i
vocabolari possono soddisfare tutte le domande. È un bene, perché così
spingono alla ricerca personale. Per la torta mantovana c’è chi
parla di una ricetta lasciata da una suora di Mantova a un pasticciere
di Prato … Segnalazione: per chi vuol provare, le “ricette” più
complete sono quelle di Devoto-Oli e De Felice-Duro. Crisi: crisona no, crisetta sì (2/12/2011) Non c’è dubbio che crisi è la parola del momento. Tutti la pronunciano, la proclamano, la temono. Ma cos’è questa crisi? Da dove viene la crisi? La crisi viene (etimologicamente s’intende) dal latino crĭsi(m), a sua volta dal greco krísis “scelta, decisione”, derivato del verbo krínein “distinguere, decidere”. Tra i vocabolari la crisi più articolata nella definizione è quella di Devoto-Oli, la più completa è quella di De Mauro, che elenca 19 crisi, dalla crisi al buio alla crisi pilotata. Quasi tutti ricordano la grande crisi, per antonomasia, quella del 1929. Consoliamoci col fatto che crisona, per dire la “grande crisi”, non esiste, almeno stando ai vocabolari, nessuno dei quali registra questo termine. Esiste invece il diminutivo, crisetta, registrato da Zingarelli, Devoto-Oli, De Felice-Duro. Ecco, speriamo che la crisi, da tutti paventata, si riveli poi, alla prova dei fatti, non una grande crisi, ma una crisetta.
Un cortese lettore
chiede quali parole sono passate dal turco all’italiano. Citiamo quelle
più note, prendendo pari pari dalla preziosa Appendice di De
Felice-Duro: bailamme (turco bayram) nel senso di
“baraonda”, “confusione”; bricco, la brocca, la caraffa (turco
ibrīq ); caffè, la bevanda (turco kahve); chiosco
(turco kösk ); sorbetto, il gelato (turco şerbet).
Noi, per parte nostra, aggiungiamo cacciucco (la tipica zuppa
livornese di pesce) dal turco kačukli; pascià (turco
paša); zamberlucco (turco yağmurluk). Sono parole che
si trovano in tutti i vocabolari, insieme ad altre di origine turca.
Dubbi sul cacciucco (28/11/2011) In merito a cacciucco, premesso che ogni vocabolario trascrive il turco a modo suo (noi abbiamo “mediato” tra Garzanti, Zingarelli e Palazzi-Folena, ma De Mauro, ad esempio, trascrive küçüklü e Devoto-Oli küçük), sorge un altro dubbio: cacciucco o caciucco? Mai come in questo caso se non è zuppa è pan bagnato, però i buongustai possono scegliere da che parte stare. O con Zingarelli, Sabatini-Coletti, Garzanti, De Mauro che ammettono caciucco (oltre a cacciucco) o con Devoto-Oli che invece, categorico, decreta caciucco «variante erronea di cacciucco».
Per carità, nessuno
prenda fischi per fiaschi e pensi che noi si voglia intendere che il
minareto sia da … minare, ossia – in italiano – “collocare mine”. No,
decisamente no. Qui minare non è italiano, ma turco, e nulla
c’entra con le mine. È solo il termine, ripetiamo turco, da cui giunge
in italiano, attraverso il francese minaret, la parola
minareto. A sua volta il minare turco viene dall’arabo
manāra “faro”. Appunto il minareto come “faro” che guida, che
chiama i fedeli alla preghiera. Osserviamo che questi passaggi di
lingue, in particolare arabo → turco → italiano, sono comuni ad altre
numerose parole attestate nel Vocabolario. Muezzino italiano, muezzin turco (28/11/2011) Qui la parola è
rimasta come l’originale, müezzin, in turco; ma, volendo, i
vocabolari registrano l’italianizzato muezzino. A sua volta il
termine turco viene dall’arabo mu’adhdhin che Devoto-Oli traduce
così: «colui che pronuncia lo ’adhān (cioè l’invito alla
preghiera)». Tu informaggi? O incaci? (28/11/2011) E chi è
che non informaggia? Salvo idiosincrasie, tutti più o meno
informaggiano, anzi informaggiamo. Devoto-Oli registra questo verbo,
informaggiare, “cospargere di formaggio grattugiato”, che a prima
vista potrebbe sembrare termine recente e invece è attestato al 1689.
Per coerenza Devoto-Oli registra, col medesimo significato,
incaciare, registrato anche da De Mauro e Zingarelli. Si sa
che il cacio (l’antico casĕum) è più “vecchiotto” del
formaggio e dunque anche incaciare viene prima. I tre
vocabolari si trovano d’accordo nel datarlo avanti al 1541.
Più Brambilla che Rossi nel Vocabolario (28/11/2011) Perché mai il signor Brambilla e il signor Rossi dovrebbero stare nel Vocabolario? Perché il primo, cognome molto diffuso a Milano, è registrato come sinonimo, scherzoso e stereotipo, di “piccolo industriale lombardo”. De Mauro specifica: «rappresentante della piccola e media borghesia imprenditoriale milanese e lombarda, attivo e soddisfatto del proprio ruolo». Zingarelli riporta l’esempio «i Brambilla milanesi si ribellano all’aumento delle imposte» che sembra fatto apposta per le attuali misure anticrisi. Curiosamente solo Sabatini-Coletti, oltre a Brambilla, provvede a registrare un altro cognome meno “borghese” e diffuso in tutta Italia: Rossi. Sta a indicare l’italiano tipo e perciò è sempre preceduto da signor: il signor Rossi.
Io asciolvo, tu asciolvi, egli asciolve … E via di seguito perché, chi più chi meno, tutti asciolvono, anzi asciolviamo. È importante asciolvere bene dicono i … linguisti, soprattutto la mattina, per iniziare al meglio lo studio della lingua o altre attività. Di che stiamo parlando? Chi non lo sa e non vuole restare a digiuno, guardi il Vocabolario o giù in fondo la Confusione delle lingue. Buon asciolvere.
Tutti presi dal
correre appresso ai neologismi che fanno “moda”, i curatori dei
vocabolari snobbano parole nuove italianissime costruite su modelli già
consolidati. Una di queste è scioglilinguista. Se lingua
ci dà linguista, perché scioglilingua non potrebbe darci
scioglilinguista ? Ammettiamo che il discorso può sembrare, e
difatti è, “interessato”. Detto questo, però, c’è da rilevare che il
Vocabolario già registra anagrammista, cruciverbista,
rebussista, sciaradista, nel significato di “chi compone o
risolve” tali giochi di parole. Scioglilinguista, oltre al
significato proprio di “chi compone, recita o si diletta di
scioglilingua”, assume altri significati, con sfumature più o meno
negative, già sfruttati da vari autori per designare di volta in volta
chi parla “a raffica” senza farsi capire, o un azzeccagarbugli che
vuole, o tenta, di confondere le persone con giri di parole inutili,
prive di senso, o comunque chi si compiace di parlar difficile e
complicato. Ai curatori dei vocabolari manca un qualche personaggio di
moda per cui giustificare, anzi avallare, la registrazione di
scioglilinguista? Eccolo qua, è Beppe Grillo, il quale più volte ha
usato questa parola, o nel suo sito (riscontrare) o nelle sue concioni
in piazza. Italianissimo non proprio italianissimo (22/11/2011) Sopra, vedi nota
precedente, appare l’aggettivo “italianissime”. Se qualche professore
italianissimo di italiano storcesse la bocca non avrebbe tutti i
torti. Come avverte giustamente Garzanti, in una delle sue
provvidenziali note blu, «alcuni aggettivi che esprimono di per sé una
qualità assoluta, non graduabile, non potrebbero avere, in teoria, il
superlativo. Tuttavia italianissimo è usato in modo espressivo
per indicare qualche cosa di tipicamente italiano» o, in passato, «con
riferimento a un forte sentimento nazionalista di italianità». Il magiarista? L’ungarologo (22/11/2011)
Radioinform, emittente che via internet trasmette in italiano da
Budapest, ha proposto un’intervista a Roberto Ruspanti, docente di
Lingua e letteratura ungherese nella facoltà di Lingue e letterature
straniere dell’Università di Udine. Il tema erano i rapporti culturali
tra Ungheria e Italia e Ruspanti ha rilevato che gli italiani conoscono
ancora poco della nazione magiara, colpa anche delle istituzioni
culturali ungheresi, ad esempio l’Accademia d’Ungheria a Roma, che fanno
poco per farsi maggiormente apprezzare e favorire la conoscenza della
cultura ungherese da parte dell’Italia. Ma intanto l’incontro con
Ruspanti ha fatto conoscere agli ascoltatori italiani una parola poco
comune, magiarista, e la materia oggetto di studio
del magiarista (quale è Ruspanti) ossia la magiaristica. Dal magiarista al lusitanista (22/11/2011) In
effetti magiarista e magiaristica non le abbiamo trovate
nei vocabolari, al contrario di altre parole più comuni sul cui modello
sono costruite, ad esempio anglista, anglistica; francesista,
francesistica; ispanista, ispanistica; germanista, germanistica. Un po’
meno comuni, e difatti non sono in tutti vocabolari, lusitanista
e lusitanistica, ossia lo studioso di lingua e letteratura
portoghese, e la materia oggetto del suo studio.
Turcologo, studioso di cose turche
(22/11/2011) Beninesi o beniniani? (22/11/2011) Rispondiamo a una gentile lettrice, Vera Palombi (facciamo il nome di chi ci autorizza), che ci chiede se gli abitanti del Benin sono i beninesi o i beniniani . Il dubbio – scrive – le è venuto in occasione del recente viaggio di Benedetto XVI nel Benin, quando ha osservato che tutti i mezzi di informazione hanno detto o scritto beninesi (e anche beninese nell’uso di aggettivo) mentre Zingarelli, nella pagina in appendice dedicata agli “Abitanti del mondo”, per il Benin dà il termine beniniani. La lettrice ha ragione di dubitare, bisognerebbe chiedere a Zingarelli perché beniniani?, quando appena sotto, per il Buthan, registra invece buthanesi. Misteri della lingua italiana che non ha regole fisse, specialmente in questi casi di termini derivati da nomi propri. Comunque, nulla toglie che beninesi o beniniani potrebbero convivere … pacificamente. Saremo più precisi in seguito.
Dodici anni fa, il
21 novembre 1999, moriva a Roma Giovanni Fallani, direttore del Sir
(Servizio informazione religiosa) dal 1989 al 1997. Lo
Sciogliscilinguagnolo lo ricorda perché Fallani è stato uno strenuo
difensore della lingua italiana e persona amabilmente di spirito, dotato
com’era di quell’ironia tipica dei toscani (era nato a Firenze) ma mai
incline all’astio o al sarcasmo. In 50 anni di professione giornalistica
Fallani ha difeso la lingua italiana dalle frasi sfatte, dagli orpelli,
dalla retorica, insegnando la semplicità e la chiarezza nello scrivere.
Nemico dell’ecclesialese, per mettere in burla la neolingua
farcita spesso di luoghi comuni e giri di parole senza senso, una volta
ebbe a giocare uno scherzo ai “sapientoni” della Conferenza episcopale
italiana, raccogliendo un frasario di cento “perle” linguistiche tratte
da testi ufficiali della stessa Cei e annunciando che era disponibile un
programma informatizzato del frasario per consentire a chiunque di
redigere documenti su qualsiasi argomento con la certezza di poter dire
tutto e il contrario di tutto senza dire niente. Molti erano caduti
nella burla ed avevano chiesto alla Cei una copia del programma.
Celebre il suo “cassonetto”, un cartello in un angolino della redazione
del Sir, dove finivano, rigorosamente anonime, le frasi più
sconclusionate e umoristiche “pescate” dall’attenta lettura dei
giornali.
Almeno la Chiesa parli semplice
Che fiuto, lo zenziglio! (16/12/2011) Prendiamo da Sabatini-Coletti la definizione, abbastanza esauriente, di zenziglio (plurale: zenzigli): «Tabacco da fiuto di qualità pregiata, di monopolio italiano, in uso sino al primo Novecento». D’accordo Sabatini-Coletti con gli altri vocabolari nell’indicare “incerta” l’etimologia della parola.
Buona
colazione
(28/11/2011)
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