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Diwali
 e indù (o indu)                                                                        (22/10//2011) 

«La festa di Diwali è celebrata da tutti gli indù ed è conosciuta come Deepavali ossia “fila di lampade ad olio”. Simbolicamente fondata su un’antica mitologia, essa rappresenta la vittoria della verità sulla menzogna, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, del bene sul male. La celebrazione vera e propria dura tre giorni segnando l’inizio di un nuovo anno, la riconciliazione familiare, specialmente tra fratelli e sorelle, e l’adorazione a Dio. Quest’anno la festa sarà celebrata da molti indù il 26 ottobre».
Quanto sopra è ripreso da un comunicato della Sala stampa vaticana in occasione del messaggio sul tema “Cristiani e Indù: insieme per promuovere la libertà religiosa” che il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha inviato agli indù.  Chi sono gli indù?   Sostantivo invariabile, indù sta per “nativo o abitante dell’India di religione non islamica” e dunque, come aggettivo, può riferirsi a questa popolazione, alla sua civiltà e alla sua religione (l’induismo).  Il termine ci viene attraverso vari passaggi dal francese hindou, dal persiano hindū, dal sanscrito Síndhu, nome del fiume Indo.  Interessante, al solito, la nota blu di Garzanti: più diffusa la pronuncia indù (con l’accento); meno comune, ma corrispondente alla pronuncia nella lingua originale, la forma indu (senza accento). 
 

Come tradurre collant?                                                                                                                     (22/10/2011)

Una gentile lettrice ci chiede quale termine italiano potrebbe sostituire  il francesismo collant. Risposta problematica, perché l’esatto corrispondente in italiano non c’è.  Esclusa l’idea balzana di italianizzare il termine in un orribile “collante”,  non resta che calzamaglia, come sembrano suggerire Devoto-Oli, Sabatini-Coletti, Garzanti, i quali nella definizione di collant  parlano appunto di “calzamaglia”.  Se a qualcuno calzamaglia non sembra rendere bene l’idea e la struttura di collant, non resta che tenerci il termine francese.  A proposito del quale Garzanti, in una delle sue utili note azzurre, avverte che «la pronuncia collànt, dovuta all’origine francese, è corretta; scorretta còllant».   
 

Questioni di calzamaglie e calzebrache                                               (2210//2011  

Peggio che peggio, a nessuno venga in mente di italianizzare collant in calzabraca,  che non può dirsi esattamente sinonimo di calzamaglia come pure qualche vocabolario sembra implicitamente suggerire.  Lo spunto, comunque, è buono per risolvere il dubbio del plurale:  calzamaglie o calzemaglie?  In entrambi i modi, almeno così sostengono Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti, Zingarelli, Palazzi-Folena.  La stessa regola varrebbe per calzabraca, anche se qui i vocabolari sono meno possibilisti e la preferenza va a calzebrache.  Che sono, per intenderci, le brache aderentissime del costume maschile medievale.  
 

Denari filati e decitex                                                                                                                         (22/10/2011)              

Conviene a questo punto passare ai denari, visto il tema di cui sopra. Sì, perché stiamo parlando del denaro non in quanto antica moneta romana o coniata nel Medioevo da vari Paesi, ma del denaro (simbolo den) in quanto “unità di misura della finezza di filati naturali come la seta o di filati sintetici come il nylon”.  È una vecchia misura, ma ancora oggi continua a connotare le caratteristiche delle calze femminili e dei collant per quanto riguarda la velatura e la consistenza del filato, che può andare da quello più leggero (15, 20 den) a quello più “pesante” e coprente (50, 70 den e oltre). Quasi tutti i vocabolari riportano denaro in questa particolare accezione.  Devoto-Oli ci spiega che «un filato ha titolo di 1 den quando 9000 metri di quel filo pesano un grammo».  Va dato atto a Sabatini-Coletti di essere l’unico a informare di una “novità” intervenuta nel frattempo, e cioè che il denaro come unità di misura tessile, è stato sostituito dal tex (sottomultiplo: decitex).   E difatti nelle confezioni di calze accanto ai vecchi denari (che restano comunque la misura più usuale e nota di riferimento) figura l’indicazione in decitex  (20 den equivalgono a 22 dtex).  
 

È ripresa la caccia … alla viscaccia                                                    (22/10/2011)

Non in Italia, dove pure s’è riaperta la caccia, ma non certamente alla viscaccia, che da noi non c’è.  La caccia alla viscaccia è invece regolamentata in varie province dell’Argentina, dove vive questo animale la cui specie rientra tra quelle protette. (Ma nelle suddette province sembra ce ne siano troppe, e allora, seppur controllato, ecco il “via libero”  ai cacciatori).  Presente in tutti i vocabolari – molti dei quali segnalano il plurale (viscacce) –, la viscaccia è un simpatico roditore il cui nome ci giunge da una voce di origine quechua attraverso lo spagnolo vizcacha.  De Mauro distingue tra viscaccia di montagna e viscaccia di pianura, mentre Zingarelli alla descrizione sommaria della viscaccia, «grosso roditore sudamericano, massiccio, con denso mantello grigio», aggiunge un’annotazione insolita per un vocabolario: «e con interessante vita sociale».  Cosa intenda Zingarelli per “interessante vita sociale” non è dato sapere.  Peccato.


Lei è un culterano!
                                                                            (18/10/2011)

No, non è un termine offensivo, però se lo dite a qualcuno voi siete della stessa pasta, perché state usando una parola ricercata e difficile, come appunto fanno, o meglio facevano, nella vecchia Spagna, i seguaci del culteranesimo (o culteranismo). Prendiamo da Zingarelli: «Tendenza letteraria del Seicento in Spagna, che prediligeva parole preziose e difficili». Da culterano (idem in spagnolo) “persona di cultura raffinata”.
 

… o gongorista, per rimanere nel difficile                                          (18/10/2011)

Tanto per restare in tema, Palazzi-Folena dà come sinonimo di culteranesimo, gongorismo, e – non bastasse – a gongorismo (da cui il gongorista) elenca questi altri sinonimi: cultismo, barocchismo, eufuismo, marinismo, preziosismo, secentismo.  
Inutile aggiungere che i seguaci di questi movimenti o tendenze letterarie hanno tutti un nome, pertanto avremo: il barocchista, leufuista, il marinista, il preziosista, il secentistaPrego accomodatevi: chi vuole  faccia ricerche per conto suo e trovi nel Vocabolario origini e sfumature, se ve ne sono, di tutti questi termini  sinonimi, o quasi.

 

Il citrato è pellettizzato                                                                       (18/10/2011)

Attenzione al verbo pellettizzare e alla pellettizzazione che nulla hanno a che vedere con la pelle né tanto meno con i pallet (le piattaforme sulle quali si depositano le merci per agevolare le operazioni di carico e scarico).  Da pallet vengono infatti i termini pallettizzare e pallettizzazione (o palettizzare e palettizzazione) per dire l’operazione di caricare merci su queste apposite piattaforme (o bancali).  Da pellet, invece (in inglese “pallottolina”), vengono pellettizzare e pellettizzazione che stanno a indicare il procedimento industriale di ridurre prodotti pulverulenti in pallottoline o cilindretti.  Ciò avviene per comodità di uso e di somministrazione: si pensi a molti fertilizzanti, ai mangimi per animali o, più semplicemente, al vecchio caro citrato effervescente.


Chi prende la transalaschianosiberiana?                                                (18/10/2011)

Nessuno, perché la transalaschianosiberiana, per dire la ferrovia, non esiste. Esisteva però sulla carta.  Così come sulla carta (lo registrava il vecchio, anche se Novissimo Melzi in edizioni anni ’50) esisteva l’aggettivo transalaschianosiberiano, costruito sul modello di altri già consolidati (transalpino, transamazzonico, transiberiano ecc.) e composto da alaschiano (italianizzato di alaskiano, da Alaska) e siberiano (da Siberia).  Effettivamente un ambizioso e un po’ stravagante (si pensi a tutte le complicazioni politiche da superare ai tempi della “guerra fredda) progetto dei primi anni ’50 prevedeva la costruzione di una ferrovia transalaschianosiberiana che avrebbe dovuto collegare New York a Mosca, e da qui i centri europei, passando per il Canada, l’Alaska, lo Stretto di Bering (traghetto) e la Siberia.  Per fortuna il progetto è rimasto tale e così ci siamo salvati dall’aggettivo transalaschianosiberiano e dalla lungaggine di un viaggio sulla transalaschianosiberiana.  


Dal dilemma al quadrilemma, e oltre?
                                                   (18/10/2011)  

Oltre al dilemma esiste il trilemma.  E, per Devoto-Oli  che lo registra,  anche il quadrilemma.  Parole legittime, dalla costruzione ineccepibile, come altrettanto potrebbe dirsi per pentalemma, esalemma, decalemma e via moltiplicando.  È innegabile infatti che il termine dilemma (prefisso di- “doppio” e lêmma “assunto, premessa”) esprime il concetto della necessità di una scelta tra due alternative, due soluzioni, due “corni” del problema.   E se le alternative, le soluzioni, i “corni” sono più di due, come la mettiamo?  Ecco in aiuto il trilemma, il quadrilemma e gli altri termini ipotizzati, certamente improbabili ma corretti dal punto di vista lessicale.
 

Tmesi Moretti                                                                                    (18/10/2011)  

Io, nulla. Quello che fu mio lo persi
strada facendo, quasi inavvertita-
mente, e adesso se ho un foglio e una matita
faccio, indovina un po’, faccio dei versi
.

È alla lettera, come l’ha scritta l’autore, la strofa finale di Poggiolini, una delicata poesia di rimembranze scolastiche di Marino Moretti. Quella parola, inavvertitamente, divisa quasi a metà per ottenere la rima e mantenere il verso endecasillabo, è una tmesi, ossia «nella metrica italiana, divisione della parola in due parti di cui una rimane alla fine di un verso e l’altra all’inizio del successivo».  La definizione è di De Mauro, che stranamente è l’unico vocabolario a non portare un esempio pratico per illustrare questo artificio poetico a cui hanno fatto ricorso nomi illustri.  Alla voce tmesi Zingarelli e Palazzi-Folena citano Dante, Devoto-Oli e Garzanti l’Ariosto, Sabatini-Coletti e De Felice-Duro Giovanni Pascoli.
 

Il baratto è moccobello                                                                      (18/10/2011)  

Se tu dai una cosa a me, io do una cosa a te.  Quello che in termini consueti e comprensibili sarebbe uno scambio, un baratto, con termine insolito e ricercato potrebbe dirsi un moccobello. Provate a chiedere agli amici che cos’è il moccobello e vedrete che 9 volte su 10 o capiranno coccobello o andranno a parare su Cicciobello, il celebre bambolotto, che però ancora non ha l’onore del Vocabolario. De Mauro e Zingarelli registrano moccobello appunto nel senso di “scambio, baratto”, ma anche “prezzo del baratto”.  Viene dal catalano antico mogobell, a sua volta dall’arabo muqābala “transazione” oppure, secondo Zingarelli,  “interesse sul capitale prestato”.


L’acirologia acirologica di Zingarelli                                                    (14/10/2011)

Zingarelli, come altri, registra acirologia:  «Nella retorica, uso improprio di termini: per esempio l’accostamento di loco e muto in: Io venni in loco d’ogne luce muto (Dante, Inferno V, 28)».  Sennonché nel citato verso di Dante l’uso improprio di termini non è dato dall’accostamento di loco e muto, bensì dall’accostamento di luce e muto (dove logica e coerenza avrebbero voluto che Dante scrivesse « … d’ogne luce cieco»), come del resto annota giustamente Palazzi-Folena alla stessa voce riportando il medesimo verso.  Per stare al termine in questione, si potrebbe dire che l’acirologia così come segnalata da Zingarelli è acirologica, ossia impropria.  Sia acirologia, sia acirologico (aggettivo per dire “usato in modo improprio”) vengono dal greco, dove il primo elemento ákyros sta appunto per “improprio”.


Sinonimi catacresi e sinestesia
                                                             (14/10/2011)

Il vecchiotto Palazzi-Folena, sempre arzillo e preciso, dà due sinonimi di acirologia: catacresi e sinestesia.  Della catacresi parliamo qui sotto. Il significato di sinestesia lo prendiamo dallo stesso Palazzi, il quale porta ancora l’esempio del verso dantesco che così trova logica spiegazione: «Fenomeno per cui si collegano strettamente parole che si riferiscono a percezioni sensoriali diverse».  Un secondo significato di sinestesia, associato a immagini mentali collegate a modalità sensoriali diverse, è riferibile alla psicologia e anche questo è puntualmente riportato da Palazzi-Folena.  Bella prova di completezza d’informazioni di cui altri vocabolari, più recenti e aggiornati, dovrebbero tener conto. 


Pane e catacresi
                                                                                 
(14/10/2011)  

Una definizione di catacresi la prendiamo da Garzanti: «L’uso metaforico di una parola per designare qualcosa che nella lingua non ha una denominazione specifica (per esempio il collo di una bottiglia)». La catacresi è una delle tante figure retoriche di cui abbonda (e si arricchisce) la lingua.  Deriva dal greco katákhrēsis, propriamente “abuso”, poiché in pratica con la catacresi si fa un uso quasi “abusivo” di una parola.  Un esempio di catacresi ci viene dall’uso che ne fa un nostro amico al ristorante, quando, al momento di chiedere pane casereccio, prega il cameriere se è possibile avere “il culetto”.  Il cameriere comprende subito e gli porta quello che in un italiano meno pittoresco potrebbe essere un “cantuccio”.
 

Un Caro catollo                                                                                 (14/10/2011)

Gentilmente ci scrive Patrizio Ciotti per chiederci il significato della parola catollo, «che non ho trovato nel vocabolario», da lui letta in un sonetto di Annibale Caro (1507-1566) di cui riportiamo la parte che interessa:

Noi ci stiam per aver di quei catolli
da far de le patacche, e de’ fiorini,
poiché tu con gli tuoi non ci satolli.

Il lettore non dice quale vocabolario ha consultato. Effettivamente catollo è parola antiquata, ma si trova tuttora in Zingarelli e De Mauro (col significato di «frammento, scheggia») e in Palazzi-Folena («pezzo, scheggia di pietra di grandi dimensioni»).  Più compiutamente un vecchio Zingarelli (1935) precisava: «Pezzo alquanto grande di sasso o metallo o altro». È incerta l’etimologia.


I filli fantasmi                                                                                      (14/10/2011)

Ci sono figli e filli.  I vocabolari registrano fillio, dal greco phyllíon  “foglietta”, nome di un «genere di insetti dal corpo appiattito e simile a una foglia secca» (Palazzi-Folena) tanto da confondersi perfettamente con l’ambiente. Non per niente appartengono all’ordine dei Fasmoidei (o Fasmidi) termine derivante dall’equivalente greco di “fantasma”.  La famiglia è quella dei Fillidi. Devoto-Oli a Fillidi ci dà un’altra caratteristica di questi singolari insetti: lo spiccato dimorfismo sessuale. Il che spiega perché Garzanti declina fillio in tutte le forme.  Insomma: come ci sono figli e figlie, così ci sono filli e fillie, plurali di fillio e fillia.  Adesso non chiedeteci come questi filli e fillie fanno i figli perché esula dalla nostra competenza.


Insetti fogliesecche
                                                                              (14/10/2011)

È tempo di foglie secche. Nei viali alberati si sprecano.  Attenzione perché tra le foglie secche, perfettamente mimetizzata, potreste trovare qualche fogliasecca.  Sì, proprio così, ancora un insetto della famiglia dei Fillidi, nome scientifico Phyllium siccifolium, «il cui corpo appiattito è attraversato sull’addome da diverse nervature che simulano perfettamente quelle di una foglia secca». Abbiamo trovato fogliasecca  non tra le … foglie secche ma in Devoto-Oli, il quale segnala anche il plurale: fogliesecche


Foglia secca acrobatica
                                                                       (14/10/2011)

Zingarelli (come altri vocabolari) non registra fogliasecca, in compenso tra le foglie (per dire alla voce foglia) registra una foglia secca, chiamata altrimenti “morta”.  Però non pensate subito alle foglie morte autunnali, perché questa particolare foglia secca (o morta) è «in aeronautica»,  quella «figura acrobatica per cui un aereo discende con una serie di scivolate pendolari a destra e a sinistra, come fanno certe foglie cadendo».  Foglie pericolose, dunque.


Vocabolario Camusso
                                                                       
(11/10/2011) 

Susanna Camusso: «La parola condono l’abbiamo abolita dal vocabolario: non esiste». Per quest’anno purtroppo non si fa in tempo, però prendano nota Zingarelli, Garzanti e Devoto-Oli dell’autorevole dichiarazione della segretaria Cgil e ne facciano buon uso, cancellando il termine in questione dalle edizioni dell’anno prossimo.
 

Pipistrelli amici e Vocabolario                                                            (11/10/2011) 

Una campagna di promozione pro pipistrelli si potrebbe definire quella avviata da tempo dal Museo di Storia naturale dell’Università di Firenze in collaborazione con la Coop.  Il titolo è significativo “Un pipistrello per amico”.  I pipistrelli non godono buona fama e sul loro conto esistono false credenze.  Sono invece utilissimi divoratori di insetti (specialmente zanzare) e finanche simpatici, almeno come li descrive una “Guida” distribuita dalla Coop nel quadro dell’iniziativa di sensibilizzazione.  Il Vocabolario come tratta questi mammiferi volanti (gli unici) alla voce pipistrello e Chirotteri?  Vediamolo brevemente insieme.
 

Simpatici, se non fosse per topi e vampiri                                            (11/10/2011)

Ricordiamo che Chirotteri (dal greco chéir  “mano” e pterón “ala”) è l’ordine di appartenenza dei pipistrelli e i vocabolari rimandano la descrizione all’una o all’altra voce.  Le migliori definizioni (particolareggiate) sono quelle di Devoto-Oli e Sabatini-Coletti, che però, unitamente a Garzanti, De Mauro e De Felice-Duro, cadono nel luogo comune di ricorrere all’immagine del topo  (“simile al topo” ) per descrivere le fattezze dei pipistrelli.  Errore, dice la “Guida” di cui sopra: i pipistrelli nulla hanno a che vedere con i topi, non ne sono nemmeno lontani parenti.  Si salva Zingarelli, l’unico a non citare i topi e l’unico – occorre dirlo – a ricordare esplicitamente le “benemerenze” del pipistrello comune:  «utilissimo divoratore di insetti».  Palazzi-Folena, dal canto suo, è l’unico a ricordare, alla voce pipistrello, che tra la specie c’è, ahimè, anche il vampiro.  Se si va al relativo lemma, nello stesso vocabolario, addio a tutta la simpatia per questi animali!   La “Guida pro pipistrelli” prudentemente, ma anche giustamente, accenna solo di sfuggita ai vampiri.  Vivono in America, non in Italia.
 

Un pipistrello sulle spalle                                                                    (11/10/2011)

Con tutta la simpatia per i pipistrelli, ancora non siamo arrivati a portarcene un esemplare a spasso sulle spalle, come facevano i vecchi marinai di una volta con i pappagalli..  Il pipistrello di cui trattasi, e di cui trattano tutti i vocabolari, è un soprabito, o mantello, o pastrano di colore scuro, senza maniche, con mantellina ricadente sulle spalle fino al gomito, in uso nell’Ottocento. Si chiamava così.
 

Bipartisan, ma senza allargarci troppo                                                  (11/10/2011)

L’aggettivo bipartisan (dall’inglese, in pratica “bipartigiano”) trova il suo impiego in italiano per definire un accordo, una linea politica, un provvedimento ecc, approvati o sostenuti “sia dalla maggioranza sia dall’opposizione”. I vocabolari su ciò sono precisi e concordi. Devoto-Oli estende alquanto il significato aggiungendo: «apprezzato o seguito da persone di tendenze politiche opposte» e portando l’esempio: giornale bipartisan.  Ad ogni modo – al di fuori di questo significato “politico” e tanto meglio se ristretto solo al binomio maggioranza e opposizione –, è  sconsigliabile qualsiasi altro uso di bipartisan,  come, ad esempio, in sostituzione di bilaterale o bipartitico. A ciascuno il suo. Tanto più se si tratta di parola “importata” che è bene restringere al solo significato specifico.
 

Pontino e bipontino                                                                            (11/10/2011)

L’aggettivo per definire tutto quanto fa riferimento al territorio della provincia di Latina è pontino, dal latino Pomptīnum, antico nome della regione:  agro pontino, paludi pontine.  Ma pontino (in questo caso da Pontĭa, l’isola di Ponza) è anche l’aggettivo per denominare il relativo arcipelago e le isole (pontine) che ne fanno parte, che altrimenti  possono dirsi anche arcipelago ponziano o ponzese e isole ponziane o ponzesi.  Non bastasse pontino, Devoto-Oli e Sabatini-Coletti registrano, per buona misura, bipontino, che certo non è un pontino doppio ma l’aggettivo per quanto attiene alla città tedesca di Zweibrücken nella Renania Palatinato. Tedesca sì, ma dall’antico nome latino Bipóntum, il che spiega l’origine di questo insolito aggettivo.


Ferlengo buon fungo                                                                           (11/10/2011)

Dall’estremo Lazio, a nord di Roma, in territorio etrusco, precisamente da Tarquinia (dove gia è maremma) arriva un aggettivo insolito per designare un particolare fungo: il fungo ferlengo.  Fungo “buono” (a Tarquinia, in ottobre, gli dedicano una sagra) che cresce ai piedi o sulle ceppaie della ferola (o ferula), pianta delle Ombrellifere simile al finocchio selvatico, chiamata popolarmente anche ferla : da qui l’aggettivo ferlengo. Chi non gradisce andar per funghi, vada ugualmente al Vocabolario dove non troverà ferlengo, ma ferula, e scoprirà che questo termine vuol dire un sacco di altre cose.

 



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E ridagli col “farmaco”.  Cambino i vocabolari                                   (20/10//2009)

Si ritorna, anzi si continua a parlare della Ru486 (questa volta per il via libera che ne autorizza l’utilizzo negli ospedali) e continua la solfa di quanti pedissequamente continuano a chiamare la pillola abortiva “farmaco”.  Ora è chiaro che a tutti costoro mai è venuta la curiosità – a Napoli direbbero “non è mai passato per la capa”  –  di andarsi a leggere la definizione di farmaco che danno i vocabolari.   È altrettanto chiaro che non si può incolpare qualcuno solo perché non ha la buona abitudine di andarsi a leggere il Vocabolario.  E allora?  Allora la colpa, o meglio la palla, passa ai Vocabolari.   Tenuto conto che il volgo – per dire una moltitudine  – continua a definire “farmaco” la pillola abortiva, i vocabolari, di grazia, usino la cortesia di modificare la definizione di farmaco e l’adattino alla bisogna del meccanismo d’azione e del risultato finale della Ru486.


RU486: nuove e repetita                                                                                         (4/8/2009)

Giorni di dibattito e commenti sulla RU486 dopo che l’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) ne ha autorizzato l’uso e il commercio in Italia.  Allo Sciogliscilinguagnolo non compete discutere sugli aspetti etici che pone questa pillola abortiva.  L’interesse dello Sciogliscilinguagnolo sono i vocabolari e poiché la sigla RU486 è riportata da almeno tre dei vocabolari presi abitualmente in esame (Garzanti la registra a lemma, Devoto-Oli e Zingarelli la citano nel repertorio delle sigle) non può fare a meno di parlarne, peraltro dopo averne già abbondantemente parlato.  Ma repetita iuvant.
 

RU486 e incoerenza dei vocabolari                                                        (4/8/2009)

A dir la verità non solo dei vocabolari, perché più volte in questi giorni abbiamo sentito e letto molti commentatori definire la RU486 un “farmaco”.  Passi per i commentatori a vario titolo (la cui imprecisione di linguaggio può pure perdonarsi), però per i vocabolari no, nessuna giustificazione è ammissibile.  Oltretutto l’incoerenza, per dire la contraddizione in termini, nei vocabolari colpisce come un pugno nell’occhio perché è immediatamente verificabile.  Prendiamo Zingarelli.  Definisce la RU486 «farmaco della Roussel Uclaf che interrompe la gravidanza».  Andiamo alla definizione di farmaco dello stesso vocabolario: «Sostanza che per le sue proprietà chimiche, chimico-fisiche e fisiche è dotata di virtù terapeutiche».  Alla faccia delle “virtù terapeutiche” ( da terapia, ossia sempre per Zingarelli: «Parte delle medicina che studia la cura delle malattie») della RU486 !    Zingarelli non si accorge che, stando alle sue stesse definizioni di farmaco e, in subordine, di terapia, avrebbe dovuto dire che la RU486 “cura” la gravidanza. Ora, poiché è pacifico che la gravidanza non è una malattia, è altrettanto pacifico che, a stretto rigore di termini (e se questo rigore non lo hanno i vocabolari, chi altri dovrebbe averlo?), è inappropriato definire la RU486 un farmaco.  Si chiami “pillola abortiva” e basta, oppure se non piace “pillola”, preparato, composto chimico, ecc. , ma non farmaco.
 

RU486 e cantonata Garzanti                                                                  (4/8/2009)

Ugualmente Garzanti definisce «farmaco» la RU486, contraddicendosi a sua volta con la definizione che dà di farmaco:  «sostanza naturale o sintetica che per le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici nella cura delle malattie», dove la precisazione in più (rispetto a Zingarelli), «nella cura delle malattie», mette maggiormente in risalto l’incoerenza nel definire la RU486 un “farmaco”.  Occorre dare atto a Garzanti di specificare dopo: «pillola abortiva», il che ristabilisce in certo qual modo la verità sulla reale natura della RU486.   Però Garzanti prende un’autentica cantonata quando spiega l’origine della sigla RU486:  «Dal numero di protocollo usato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo ad aver avviato la sperimentazione».  A parte che avrebbe potuto aggiungere “in Italia”, in quanto le prime sperimentazioni della pillola sono avvenute in Francia (Paese d’origine, dal 1977) e in altre nazioni, il numero di protocollo del Sant’Anna non c’entra per nulla.  Le lettere RU stanno per Roussel Uclaf, la prima azienda produttrice (ora è la Exelgyn), 486 è «il numero progressivo di fabbricazione» dato dagli stessi responsabili della casa farmaceutica francese.  Parole di Etienne Baulieu, “padre” della RU486, in una intervista a Radio 24 per la trasmissione Viva voce di giovedì 6 dicembre 2007.
 

 e inesattezze dei vocabolari                                                             (16/12/2008)

In questi giorni si è riaperto il dibattito sulla RU486, la pillola abortiva il cui uso dovrebbe essere introdotto anche in Italia. Abbiamo già trattato l’argomento segnalando un anno fa (vedi qui sotto) l’inesattezza che continua ad apparire in Garzanti a proposito del “perché” della sigla RU486, riportata dallo stesso vocabolario come lemma, mentre altri vocabolari (Devoto-Oli, Zingarelli) la riportano nel repertorio delle sigle.  Va detto che nell’attuale dibattito, come nei precedenti che sempre hanno accompagnato la RU486, la stampa in genere (per dire i vari mezzi d’informazione) preferisce usare la locuzione “pillola abortiva” e solo raramente parla di “farmaco”, dimostrando così, almeno una volta, più proprietà di linguaggio dei medesimi vocabolari (Garzanti, Devoto-Oli, Zingarelli) che impropriamente, e contraddicendo sé stessi, definiscono “farmaco”  la RU486.   La contraddizione è evidente soprattutto in Garzanti e Zingarelli, i quali definiscono farmaco «sostanza che per le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici» (Zingarelli parla di «virtù terapeutiche» e Garzanti – per buona misura, qualora il concetto non fosse chiaro – aggiunge:  «nella cura delle malattie»). Ora è chiaro che tutto si può dire fuorché la RU486 abbia “virtù terapeutiche”, non essendo fino a prova contraria la gravidanza una “malattia”.   Devoto-Oli in parte si salva poiché la sua definizione di farmaco è diversa: «Sostanza capace di provocare nell’organismo umano e animale modificazioni funzionali mediante un’azione chimica o fisica».  Rimane la perplessità, se una simile definizione fosse applicata al “farmaco” RU486, delle «modificazioni funzionali», laddove sarebbe più esatto, per la pillola abortiva, parlare di “distruzione”, funzionale o meno, visto l’effetto che ha sul feto.


RU486 e l’abbaglio di Garzanti
                                                           
(7/12/2007)

Avevamo già segnalato (vedi Voci rauche e l'Informalingua 18/9/2007, ora qui sotto) l’abbaglio preso da Garzanti nell’affermare alla voce RU486 che il nome di questa pillola abortiva deriva «dal numero di protocollo usato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo ad aver avviato la sperimentazione».  A parte il “primato” attribuito al suddetto ospedale (semmai si sarebbe dovuto specificare “il primo” in Italia), il numero di protocollo non ha nulla a che vedere con il nome della pillola messa a punto in Francia nel 1977, dunque molti anni prima delle sperimentazioni in Italia. A chiarirlo è lo stesso “padre” della RU486, Etienne Baulieu, in una intervista a Radio 24 per la trasmissione Viva voce di giovedì 6 dicembre scorso.  RU sta per Roussel Uclaf, il nome della prima azienda produttrice (e questo si sapeva), 486 altro non è che «il numero progressivo di fabbricazione» (parole di Baulieu) dato dai tecnici dell’azienda a questa “specialità”.
 

Garzanti e la RU486                                                                               (18/9/2007)

In Garzanti 2008, a proposito della pillola abortiva RU486, leggiamo testualmente che il nome, anzi la sigla, deriverebbe «dal numero di protocollo usato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo ad aver avviato la sperimentazione».  A parte che sarebbe bene precisare “il primo in Italia”, e premesso che non conosciamo il numero del suddetto protocollo, ci chiediamo come si possa far derivare il nome della RU486 dal protocollo dell’ospedale torinese, visto che questo ha iniziato  le prime sperimentazioni (ripetiamo: in Italia) in anni recenti (dal 2003), quindi successivamente alla data di uscita in Francia della pillola abortiva, nel 1977, da parte della Roussel Uclaf, l’azienda cui spetta la paternità della sigla RU486.  Ma non è questa l’unica “stranezza” della definizione, perché Garzanti contraddice sé stesso definendo in prima battuta la RU486 «farmaco». Nello stesso vocabolario a farmaco si legge: «sostanza naturale o sintetica che per le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici nella cura delle malattie». Salvo prova contraria, ancora non sembra che la gravidanza, per dire l’attesa di un figlio, che la RU486 dovrebbe “curare”, faccia parte delle malattie. 

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