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«La festa di Diwali è
celebrata da tutti gli indù ed è conosciuta come Deepavali ossia
“fila di lampade ad olio”. Simbolicamente fondata su un’antica
mitologia, essa rappresenta la vittoria della verità sulla menzogna,
della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, del bene sul male. La
celebrazione vera e propria dura tre giorni segnando l’inizio di un
nuovo anno, la riconciliazione familiare, specialmente tra fratelli e
sorelle, e l’adorazione a Dio. Quest’anno la festa sarà celebrata da
molti indù il 26 ottobre». Come tradurre collant? (22/10/2011) Una
gentile lettrice ci chiede quale termine italiano potrebbe sostituire
il francesismo collant. Risposta problematica, perché
l’esatto corrispondente in italiano non c’è. Esclusa l’idea balzana di
italianizzare il termine in un orribile “collante”, non resta
che calzamaglia, come sembrano suggerire Devoto-Oli,
Sabatini-Coletti, Garzanti, i quali nella definizione di collant
parlano appunto di “calzamaglia”. Se a qualcuno calzamaglia
non sembra rendere bene l’idea e la struttura di collant, non
resta che tenerci il termine francese. A proposito del quale Garzanti,
in una delle sue utili note azzurre, avverte che «la pronuncia collànt,
dovuta all’origine francese, è corretta; scorretta còllant».
Questioni di calzamaglie e calzebrache (2210//2011 Peggio che peggio, a
nessuno venga in mente di italianizzare collant in calzabraca,
che non può dirsi esattamente sinonimo di calzamaglia come
pure qualche vocabolario sembra implicitamente suggerire. Lo spunto,
comunque, è buono per risolvere il dubbio del plurale: calzamaglie
o calzemaglie? In entrambi i modi, almeno così sostengono
Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti, Zingarelli, Palazzi-Folena. La
stessa regola varrebbe per calzabraca, anche se qui i vocabolari
sono meno possibilisti e la preferenza va a calzebrache. Che
sono, per intenderci, le brache aderentissime del costume maschile
medievale. Denari
filati e decitex
(22/10/2011) È ripresa la caccia … alla viscaccia (22/10/2011) Non in Italia, dove pure s’è riaperta la caccia, ma non certamente alla viscaccia, che da noi non c’è. La caccia alla viscaccia è invece regolamentata in varie province dell’Argentina, dove vive questo animale la cui specie rientra tra quelle protette. (Ma nelle suddette province sembra ce ne siano troppe, e allora, seppur controllato, ecco il “via libero” ai cacciatori). Presente in tutti i vocabolari – molti dei quali segnalano il plurale (viscacce) –, la viscaccia è un simpatico roditore il cui nome ci giunge da una voce di origine quechua attraverso lo spagnolo vizcacha. De Mauro distingue tra viscaccia di montagna e viscaccia di pianura, mentre Zingarelli alla descrizione sommaria della viscaccia, «grosso roditore sudamericano, massiccio, con denso mantello grigio», aggiunge un’annotazione insolita per un vocabolario: «e con interessante vita sociale». Cosa intenda Zingarelli per “interessante vita sociale” non è dato sapere. Peccato.
No, non è un termine
offensivo, però se lo dite a qualcuno voi siete della stessa pasta,
perché state usando una parola ricercata e difficile, come appunto
fanno, o meglio facevano, nella vecchia Spagna, i seguaci del
culteranesimo (o culteranismo). Prendiamo da Zingarelli:
«Tendenza letteraria del Seicento in Spagna, che prediligeva parole
preziose e difficili». Da culterano (idem in spagnolo) “persona
di cultura raffinata”. … o
gongorista, per rimanere nel difficile
(18/10/2011) Attenzione al verbo pellettizzare e alla pellettizzazione che nulla hanno a che vedere con la pelle né tanto meno con i pallet (le piattaforme sulle quali si depositano le merci per agevolare le operazioni di carico e scarico). Da pallet vengono infatti i termini pallettizzare e pallettizzazione (o palettizzare e palettizzazione) per dire l’operazione di caricare merci su queste apposite piattaforme (o bancali). Da pellet, invece (in inglese “pallottolina”), vengono pellettizzare e pellettizzazione che stanno a indicare il procedimento industriale di ridurre prodotti pulverulenti in pallottoline o cilindretti. Ciò avviene per comodità di uso e di somministrazione: si pensi a molti fertilizzanti, ai mangimi per animali o, più semplicemente, al vecchio caro citrato effervescente.
Nessuno, perché la
transalaschianosiberiana, per dire la ferrovia, non esiste. Esisteva
però sulla carta. Così come sulla carta (lo registrava il vecchio,
anche se Novissimo Melzi in edizioni anni ’50) esisteva
l’aggettivo transalaschianosiberiano, costruito sul modello di
altri già consolidati (transalpino, transamazzonico,
transiberiano ecc.) e composto da alaschiano (italianizzato
di alaskiano, da Alaska) e siberiano (da Siberia).
Effettivamente un ambizioso e un po’ stravagante (si pensi a tutte le
complicazioni politiche da superare ai tempi della “guerra fredda)
progetto dei primi anni ’50 prevedeva la costruzione di una ferrovia
transalaschianosiberiana che avrebbe dovuto collegare New York a
Mosca, e da qui i centri europei, passando per il Canada, l’Alaska, lo
Stretto di Bering (traghetto) e la Siberia. Per fortuna il progetto è
rimasto tale e così ci siamo salvati dall’aggettivo
transalaschianosiberiano e dalla lungaggine di un viaggio
sulla transalaschianosiberiana. Oltre al
dilemma esiste il trilemma. E, per Devoto-Oli che lo
registra, anche il quadrilemma. Parole legittime, dalla
costruzione ineccepibile, come altrettanto potrebbe dirsi per
pentalemma, esalemma, decalemma e
via moltiplicando. È innegabile infatti che il termine dilemma
(prefisso di- “doppio” e lêmma “assunto, premessa”)
esprime il concetto della necessità di una scelta tra due alternative,
due soluzioni, due “corni” del problema. E se le alternative, le
soluzioni, i “corni” sono più di due, come la mettiamo? Ecco in aiuto
il trilemma, il quadrilemma e gli altri termini
ipotizzati, certamente improbabili ma corretti dal punto di vista
lessicale. Tmesi Moretti (18/10/2011)
Io, nulla. Quello che fu
mio lo persi È alla
lettera, come l’ha scritta l’autore, la strofa finale di Poggiolini,
una delicata poesia di rimembranze scolastiche di Marino Moretti. Quella
parola, inavvertitamente, divisa quasi a metà per ottenere la
rima e mantenere il verso endecasillabo, è una tmesi, ossia
«nella metrica italiana, divisione della parola in due parti di cui una
rimane alla fine di un verso e l’altra all’inizio del successivo». La
definizione è di De Mauro, che stranamente è l’unico vocabolario a non
portare un esempio pratico per illustrare questo artificio poetico a cui
hanno fatto ricorso nomi illustri. Alla voce tmesi Zingarelli e
Palazzi-Folena citano Dante, Devoto-Oli e Garzanti l’Ariosto,
Sabatini-Coletti e De Felice-Duro Giovanni Pascoli. Il
baratto è moccobello (18/10/2011)
Zingarelli, come altri, registra acirologia: «Nella retorica,
uso improprio di termini: per esempio l’accostamento di loco e
muto in: Io venni in loco d’ogne luce muto (Dante, Inferno V,
28)». Sennonché nel citato verso di Dante l’uso improprio di termini
non è dato dall’accostamento di loco e muto, bensì
dall’accostamento di luce e muto (dove
logica e coerenza avrebbero voluto che Dante scrivesse « … d’ogne
luce cieco»), come del resto annota giustamente Palazzi-Folena alla
stessa voce riportando il medesimo verso. Per stare al termine in
questione, si potrebbe dire che l’acirologia così come segnalata da
Zingarelli è acirologica, ossia impropria. Sia acirologia,
sia acirologico (aggettivo per dire “usato in modo improprio”)
vengono dal greco, dove il primo elemento ákyros sta appunto per
“improprio”. Il vecchiotto Palazzi-Folena, sempre arzillo e preciso, dà due sinonimi di acirologia: catacresi e sinestesia. Della catacresi parliamo qui sotto. Il significato di sinestesia lo prendiamo dallo stesso Palazzi, il quale porta ancora l’esempio del verso dantesco che così trova logica spiegazione: «Fenomeno per cui si collegano strettamente parole che si riferiscono a percezioni sensoriali diverse». Un secondo significato di sinestesia, associato a immagini mentali collegate a modalità sensoriali diverse, è riferibile alla psicologia e anche questo è puntualmente riportato da Palazzi-Folena. Bella prova di completezza d’informazioni di cui altri vocabolari, più recenti e aggiornati, dovrebbero tener conto.
Un Caro catollo (14/10/2011) Gentilmente ci scrive Patrizio Ciotti per chiederci il significato della parola catollo, «che non ho trovato nel vocabolario», da lui letta in un sonetto di Annibale Caro (1507-1566) di cui riportiamo la parte che interessa:
Noi ci stiam per aver di
quei catolli Il lettore non dice
quale vocabolario ha consultato. Effettivamente catollo è parola
antiquata, ma si trova tuttora in Zingarelli e De Mauro (col significato
di «frammento, scheggia») e in Palazzi-Folena («pezzo, scheggia di
pietra di grandi dimensioni»). Più compiutamente un vecchio Zingarelli
(1935) precisava: «Pezzo alquanto grande di sasso o metallo o altro». È
incerta l’etimologia. Ci sono figli e filli. I vocabolari registrano fillio, dal greco phyllíon “foglietta”, nome di un «genere di insetti dal corpo appiattito e simile a una foglia secca» (Palazzi-Folena) tanto da confondersi perfettamente con l’ambiente. Non per niente appartengono all’ordine dei Fasmoidei (o Fasmidi) termine derivante dall’equivalente greco di “fantasma”. La famiglia è quella dei Fillidi. Devoto-Oli a Fillidi ci dà un’altra caratteristica di questi singolari insetti: lo spiccato dimorfismo sessuale. Il che spiega perché Garzanti declina fillio in tutte le forme. Insomma: come ci sono figli e figlie, così ci sono filli e fillie, plurali di fillio e fillia. Adesso non chiedeteci come questi filli e fillie fanno i figli perché esula dalla nostra competenza.
È tempo di foglie
secche. Nei viali alberati si sprecano. Attenzione perché tra le foglie
secche, perfettamente mimetizzata, potreste trovare qualche
fogliasecca. Sì, proprio così, ancora un insetto della famiglia dei
Fillidi, nome scientifico Phyllium siccifolium, «il cui corpo
appiattito è attraversato sull’addome da diverse nervature che simulano
perfettamente quelle di una foglia secca». Abbiamo trovato
fogliasecca non tra le … foglie secche ma in Devoto-Oli, il quale
segnala anche il plurale: fogliesecche.
Zingarelli (come
altri vocabolari) non registra fogliasecca, in compenso tra le
foglie (per dire alla voce foglia) registra una foglia
secca, chiamata altrimenti “morta”. Però non pensate subito
alle foglie morte autunnali, perché questa particolare foglia
secca (o morta) è «in aeronautica», quella
«figura acrobatica per cui un aereo discende con una serie di scivolate
pendolari a destra e a sinistra, come fanno certe foglie cadendo».
Foglie pericolose, dunque. Susanna Camusso: «La
parola condono l’abbiamo abolita dal vocabolario: non esiste».
Per quest’anno purtroppo non si fa in tempo, però prendano nota
Zingarelli, Garzanti e Devoto-Oli dell’autorevole dichiarazione della
segretaria Cgil e ne facciano buon uso, cancellando il termine in
questione dalle edizioni dell’anno
prossimo. Pipistrelli amici e Vocabolario (11/10/2011) Una campagna di
promozione pro pipistrelli si potrebbe definire quella avviata da tempo
dal Museo di Storia naturale dell’Università di Firenze in
collaborazione con la Coop. Il titolo è significativo “Un pipistrello
per amico”. I pipistrelli non godono buona fama e sul loro conto
esistono false credenze. Sono invece utilissimi divoratori di insetti
(specialmente zanzare) e finanche simpatici, almeno come li descrive una
“Guida” distribuita dalla Coop nel quadro dell’iniziativa di
sensibilizzazione. Il Vocabolario come tratta questi mammiferi volanti
(gli unici) alla voce pipistrello e Chirotteri? Vediamolo
brevemente insieme. Simpatici, se non fosse per topi e vampiri (11/10/2011) Ricordiamo che
Chirotteri (dal greco chéir “mano” e pterón “ala”) è
l’ordine di appartenenza dei pipistrelli e i vocabolari rimandano
la descrizione all’una o all’altra voce. Le migliori definizioni
(particolareggiate) sono quelle di Devoto-Oli e Sabatini-Coletti, che
però, unitamente a Garzanti, De Mauro e De Felice-Duro, cadono nel luogo
comune di ricorrere all’immagine del topo (“simile al topo” ) per
descrivere le fattezze dei pipistrelli. Errore, dice la “Guida” di cui
sopra: i pipistrelli nulla hanno a che vedere con i topi, non ne sono
nemmeno lontani parenti. Si salva Zingarelli, l’unico a non citare i
topi e l’unico – occorre dirlo – a ricordare esplicitamente le
“benemerenze” del pipistrello comune: «utilissimo
divoratore di insetti». Palazzi-Folena, dal canto suo, è l’unico a
ricordare, alla voce pipistrello, che tra la specie
c’è, ahimè, anche il vampiro. Se si va al relativo
lemma, nello stesso vocabolario, addio a tutta la simpatia per questi
animali! La “Guida pro pipistrelli” prudentemente, ma anche
giustamente, accenna solo di sfuggita ai vampiri. Vivono in America,
non in Italia. Un pipistrello sulle spalle (11/10/2011) Con tutta la
simpatia per i pipistrelli, ancora non siamo arrivati a portarcene un
esemplare a spasso sulle spalle, come facevano i vecchi marinai di una
volta con i pappagalli.. Il pipistrello di cui trattasi, e di
cui trattano tutti i vocabolari, è un soprabito, o mantello, o pastrano
di colore scuro, senza maniche, con mantellina ricadente sulle spalle
fino al gomito, in uso nell’Ottocento. Si chiamava così. Bipartisan, ma senza allargarci troppo (11/10/2011) L’aggettivo
bipartisan (dall’inglese, in pratica “bipartigiano”) trova il
suo impiego in italiano per definire un accordo, una linea politica, un
provvedimento ecc, approvati o sostenuti “sia dalla maggioranza sia
dall’opposizione”. I vocabolari su ciò sono precisi e concordi.
Devoto-Oli estende alquanto il significato aggiungendo: «apprezzato o
seguito da persone di tendenze politiche opposte» e portando l’esempio:
giornale bipartisan. Ad ogni modo – al di fuori di questo
significato “politico” e tanto meglio se ristretto solo al binomio
maggioranza e opposizione –, è sconsigliabile qualsiasi altro uso di
bipartisan, come, ad esempio, in sostituzione di
bilaterale o bipartitico. A ciascuno il suo. Tanto più se si
tratta di parola “importata” che è bene restringere al solo significato
specifico.
Pontino e bipontino
(11/10/2011) Dall’estremo Lazio, a nord di Roma, in territorio etrusco, precisamente da Tarquinia (dove gia è maremma) arriva un aggettivo insolito per designare un particolare fungo: il fungo ferlengo. Fungo “buono” (a Tarquinia, in ottobre, gli dedicano una sagra) che cresce ai piedi o sulle ceppaie della ferola (o ferula), pianta delle Ombrellifere simile al finocchio selvatico, chiamata popolarmente anche ferla : da qui l’aggettivo ferlengo. Chi non gradisce andar per funghi, vada ugualmente al Vocabolario dove non troverà ferlengo, ma ferula, e scoprirà che questo termine vuol dire un sacco di altre cose.
***** E ridagli col “farmaco”. Cambino i vocabolari (20/10//2009) Si ritorna, anzi si continua a parlare della Ru486 (questa volta per il via libera che ne autorizza l’utilizzo negli ospedali) e continua la solfa di quanti pedissequamente continuano a chiamare la pillola abortiva “farmaco”. Ora è chiaro che a tutti costoro mai è venuta la curiosità – a Napoli direbbero “non è mai passato per la capa” – di andarsi a leggere la definizione di farmaco che danno i vocabolari. È altrettanto chiaro che non si può incolpare qualcuno solo perché non ha la buona abitudine di andarsi a leggere il Vocabolario. E allora? Allora la colpa, o meglio la palla, passa ai Vocabolari. Tenuto conto che il volgo – per dire una moltitudine – continua a definire “farmaco” la pillola abortiva, i vocabolari, di grazia, usino la cortesia di modificare la definizione di farmaco e l’adattino alla bisogna del meccanismo d’azione e del risultato finale della Ru486.
Giorni di dibattito e commenti sulla
RU486 dopo che l’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) ne ha autorizzato
l’uso e il commercio in Italia. Allo Sciogliscilinguagnolo non compete
discutere sugli aspetti etici che pone questa pillola abortiva.
L’interesse dello Sciogliscilinguagnolo sono i vocabolari e poiché la
sigla RU486 è riportata da almeno tre dei vocabolari presi
abitualmente in esame (Garzanti la registra a lemma, Devoto-Oli e
Zingarelli la citano nel repertorio delle sigle) non può fare a meno di
parlarne, peraltro dopo averne già abbondantemente parlato. Ma
repetita iuvant. RU486 e incoerenza dei vocabolari (4/8/2009) A dir la verità non solo dei
vocabolari, perché più volte in questi giorni abbiamo sentito e letto
molti commentatori definire la RU486 un “farmaco”. Passi per i
commentatori a vario titolo (la cui imprecisione di linguaggio può pure
perdonarsi), però per i vocabolari no, nessuna giustificazione è
ammissibile. Oltretutto l’incoerenza, per dire la contraddizione in
termini, nei vocabolari colpisce come un pugno nell’occhio perché è
immediatamente verificabile. Prendiamo Zingarelli. Definisce la
RU486 «farmaco della Roussel Uclaf che interrompe la gravidanza».
Andiamo alla definizione di farmaco dello stesso vocabolario:
«Sostanza che per le sue proprietà chimiche, chimico-fisiche e fisiche è
dotata di virtù terapeutiche». Alla faccia delle “virtù terapeutiche” (
da terapia, ossia sempre per Zingarelli: «Parte delle medicina
che studia la cura delle malattie») della RU486 ! Zingarelli non si
accorge che, stando alle sue stesse definizioni di farmaco e, in
subordine, di terapia, avrebbe dovuto dire che la RU486 “cura” la
gravidanza. Ora, poiché è pacifico che la gravidanza non è una malattia,
è altrettanto pacifico che, a stretto rigore di termini (e se questo
rigore non lo hanno i vocabolari, chi altri dovrebbe averlo?), è
inappropriato definire la RU486 un farmaco. Si chiami “pillola
abortiva” e basta, oppure se non piace “pillola”, preparato, composto
chimico, ecc. , ma non farmaco. RU486 e cantonata Garzanti (4/8/2009) Ugualmente Garzanti definisce
«farmaco» la RU486, contraddicendosi a sua volta con la definizione che
dà di farmaco:
«sostanza naturale o sintetica che per
le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici nella
cura delle malattie», dove la precisazione in più (rispetto a Zingarelli),
«nella cura delle malattie», mette maggiormente in risalto l’incoerenza
nel definire la RU486 un “farmaco”. Occorre dare atto a Garzanti di
specificare dopo: «pillola abortiva», il che ristabilisce in certo qual
modo la verità sulla reale natura della RU486. Però Garzanti prende
un’autentica cantonata quando spiega l’origine della sigla RU486: «Dal
numero di protocollo usato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo
ad aver avviato la sperimentazione». A parte che avrebbe potuto
aggiungere “in Italia”, in quanto le prime sperimentazioni della pillola
sono avvenute in Francia (Paese d’origine, dal 1977) e in altre nazioni,
il numero di protocollo del Sant’Anna non c’entra per nulla. Le lettere
RU stanno per Roussel Uclaf, la prima azienda produttrice (ora è
la Exelgyn), 486 è «il numero progressivo di fabbricazione» dato
dagli stessi responsabili della casa farmaceutica francese. Parole di
Etienne Baulieu, “padre” della RU486, in una intervista a Radio 24 per
la trasmissione Viva voce di giovedì 6 dicembre 2007. e inesattezze dei vocabolari (16/12/2008) In questi giorni si è riaperto il dibattito sulla RU486, la pillola abortiva il cui uso dovrebbe essere introdotto anche in Italia. Abbiamo già trattato l’argomento segnalando un anno fa (vedi qui sotto) l’inesattezza che continua ad apparire in Garzanti a proposito del “perché” della sigla RU486, riportata dallo stesso vocabolario come lemma, mentre altri vocabolari (Devoto-Oli, Zingarelli) la riportano nel repertorio delle sigle. Va detto che nell’attuale dibattito, come nei precedenti che sempre hanno accompagnato la RU486, la stampa in genere (per dire i vari mezzi d’informazione) preferisce usare la locuzione “pillola abortiva” e solo raramente parla di “farmaco”, dimostrando così, almeno una volta, più proprietà di linguaggio dei medesimi vocabolari (Garzanti, Devoto-Oli, Zingarelli) che impropriamente, e contraddicendo sé stessi, definiscono “farmaco” la RU486. La contraddizione è evidente soprattutto in Garzanti e Zingarelli, i quali definiscono farmaco «sostanza che per le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici» (Zingarelli parla di «virtù terapeutiche» e Garzanti – per buona misura, qualora il concetto non fosse chiaro – aggiunge: «nella cura delle malattie»). Ora è chiaro che tutto si può dire fuorché la RU486 abbia “virtù terapeutiche”, non essendo fino a prova contraria la gravidanza una “malattia”. Devoto-Oli in parte si salva poiché la sua definizione di farmaco è diversa: «Sostanza capace di provocare nell’organismo umano e animale modificazioni funzionali mediante un’azione chimica o fisica». Rimane la perplessità, se una simile definizione fosse applicata al “farmaco” RU486, delle «modificazioni funzionali», laddove sarebbe più esatto, per la pillola abortiva, parlare di “distruzione”, funzionale o meno, visto l’effetto che ha sul feto.
Avevamo già segnalato (vedi
Voci rauche
e l'Informalingua 18/9/2007, ora qui sotto) l’abbaglio preso da
Garzanti nell’affermare alla voce RU486 che il nome di questa
pillola abortiva deriva «dal numero di protocollo usato dall’ospedale
Sant’Anna di Torino, il primo ad aver avviato la sperimentazione». A
parte il “primato” attribuito al suddetto ospedale (semmai si sarebbe
dovuto specificare “il primo” in Italia), il numero di protocollo non ha
nulla a che vedere con il nome della pillola messa a punto in Francia
nel 1977, dunque molti anni prima delle sperimentazioni in Italia. A
chiarirlo è lo stesso “padre” della RU486, Etienne Baulieu, in una
intervista a Radio 24 per la trasmissione
Viva voce di giovedì 6 dicembre scorso. RU sta per
Roussel Uclaf, il nome della prima azienda produttrice (e questo si
sapeva), 486 altro non è che «il numero progressivo di
fabbricazione» (parole di Baulieu) dato dai tecnici dell’azienda a
questa “specialità”. Garzanti e la RU486 (18/9/2007) In Garzanti 2008, a proposito della pillola abortiva RU486, leggiamo testualmente che il nome, anzi la sigla, deriverebbe «dal numero di protocollo usato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo ad aver avviato la sperimentazione». A parte che sarebbe bene precisare “il primo in Italia”, e premesso che non conosciamo il numero del suddetto protocollo, ci chiediamo come si possa far derivare il nome della RU486 dal protocollo dell’ospedale torinese, visto che questo ha iniziato le prime sperimentazioni (ripetiamo: in Italia) in anni recenti (dal 2003), quindi successivamente alla data di uscita in Francia della pillola abortiva, nel 1977, da parte della Roussel Uclaf, l’azienda cui spetta la paternità della sigla RU486. Ma non è questa l’unica “stranezza” della definizione, perché Garzanti contraddice sé stesso definendo in prima battuta la RU486 «farmaco». Nello stesso vocabolario a farmaco si legge: «sostanza naturale o sintetica che per le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici nella cura delle malattie». Salvo prova contraria, ancora non sembra che la gravidanza, per dire l’attesa di un figlio, che la RU486 dovrebbe “curare”, faccia parte delle malattie. *****
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