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Il lettore Angelo Giordano (facciamo
i nomi di chi ci autorizza) scrive per chiedere: «Poiché esiste il
verbo zippare “comprimere un file”, posso usare
diszippare per l’operazione inversa, ossia “decomprimere
un file”?». Il gentile lettore può fare quello che vuole. Non siamo
certo noi a stabilire l’uso o il non uso di un termine. Gli unici
“autorizzati” sono i Vocabolari. Se questi, come in effetti è,
registrano zippare non ci dovrebbero essere problemi a usare
diszippare, visto che il prefisso negativo dis- può
anteporsi in pratica ad ogni verbo, secondo il principio (fisico) che a
ogni azione corrisponde un’azione eguale ma contraria. Si potrebbe dire
anche zippare e dezippare, evitando così
l’accostamento sz estraneo alla nostra lingua, sul modello di
comprimere e decomprimere. Ma ecco, appunto: perché crearsi
problemi e non usare questi verbi italiani? Si decomprime anche disanamorfizzando (14/5/2010) Una compressione (ottica)
dell’immagine può ottenersi con un obiettivo anamorfico, quello
per intenderci del Cinemascope, per cui le figure si presentano
“compresse” nel senso della larghezza. Si parla in questo caso di
anamorfizzazione (da anamorfizzare, registrato dai
vocabolari). Anche in questo caso esistono i procedimenti contrari, di
“decompressione”, soprattutto in sede di stampa delle pellicole
cinematografiche. L’originale anamorfizzato di un film si può
disanamorfizzare e ottenere una copia disanamorfizzata con un
procedimento (ottico) di disanamorfizzazione. Sono termini
tecnici che i vocabolari non registrano, ma che hanno (al contrario dei
derivati di “zip”) una solida base greca. Zingarelli vita bassa (14/5/2010) Non è ancora arrivata, visto il
tempo inclemente, la moda dell’onfalofania (la “mostra” dell’ombelico)
da parte delle donne più giovani, ma va dato atto a Zingarelli di essere
stato il primo a registrare la locuzione vita bassa, la
quale ha il merito (o il demerito?) di aver dato via e reso praticamente
possibile questa moda dell’ombelico scoperto. Leggiamo la definizione
zingarelliana: «Caratteristica di gonne, pantaloni o simili la cui parte
superiore è più bassa del punto di vita e lascia scoperto l’ombelico e
talora i reni». Zingarelli guarda anche “dietro”. I finiani sono tra noi (14/5/2010) Rassegniamoci a convivere coi
finiani. Ormai sono in ogni dove, soprattutto sui giornali e in
Tv. Guardate anche nel frigo e sotto il letto. Quali sono i fini di
Fini? Si ha il vago sospetto che il presidente della Camera voglia
entrare nel Vocabolario. Finiano, finismo, finanche
finista, sono là, pronti ad essere accolti, con tanto di citazione
del personaggio da cui derivano. Purché non si arrivi alla
definizzazione, che certo non auguriamo – di cuore – a Gianfranco
Fini. Però nel Vocabolario si entra per meriti o demeriti.
Attenti all’oniomaniaco
(14/5/2010) A che serve il latino? Risponde Gramsci (11/5/2010) Un gentile lettore, dopo aver letto
del Certamen Ciceronianum Arpinas e dei tanti concorrenti
italiani e stranieri che vi hanno partecipato, ci scrive per domandarci:
«A che serve il latino?». Domanda retorica, perché è lo stesso lettore,
che ringraziamo di cuore, a segnalarci la risposta ricavata da un testo
di Antonio Gramsci: «Non si impara il latino e il greco per parlarli,
per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si
impara per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto
necessario della civiltà moderna, cioè per essere sé stessi e conoscere
sé stessi consapevolmente». Vescove anglicane (11/5/2010) Si torna a parlare
di ordinazione delle “donne vescovo” nella Chiesa anglicana
d’Inghilterra, anche se per il via definitivo si dovranno attendere le
risoluzioni del Sinodo generale
che si terrà a York dal 9 al 13 luglio. Ma
perché, da parte dei giornali, continuare ad usare la locuzione “donne
vescovo” quando si può dire tranquillamente vescove? Il
femminile regolare e grammaticalmente corretto di vescovo è vescova,
come osserva Garzanti, il vocabolario più attento al femminile dei nomi,
pur facendo notare che in Italia una vescova non c’è stata mai (e
forse mai ci sarà) poiché «la Chiesa cattolica, qui dominante, non ha
mai attribuito questa carica ecclesiastica a donne». Però all’estero le
vescove ci sono, e dunque prendiamone atto, anche quando si
tratta di parlare o scrivere in buon italiano. Una vescova,
Katharine Jefferts Schori, eletta nel 2006, è a capo della Chiesa
episcopale degli Stati Uniti, il ramo americano della comunione
anglicana. Vescova, tra l’altro, ma non solo: anche biologa e
oceanografa. Reliquie in lipsanoteca (11/5/2010) Parola
non comune, lipsanoteca, costruita sul modello di altre parole,
biblioteca, emeroteca, enoteca, dove qui il
secondo elemento -teca (dal greco thēkē) non sta per
“luogo, locale, ambiente, collezione”, ma proprio nel significato di
“custodia, cofanetto”, «teca preziosa», scrive Zingarelli, «per la
conservazione di reliquie». Altri vocabolari specificano opportunamente
«reliquie sacre». Il primo elemento di lipsanoteca è dato dal
greco léipsanon “reliquia”. Rosina appiccicosa (11/5/2010) Testuale sulla
confezione di un noto mastice universale: «Contiene rosina: può
provocare una reazione allergica». Che sarà mai questa rosina?
Nessun aiuto dai vocabolari, dove rosina non è previsto neppure
come diminutivo di rosa e dove al massimo (De Mauro, Zingarelli)
si può trovare rosino “di colore rosa chiaro”. E allora?
Ebbene, se gli amici chimici non ci ingannano, la rosìna è una
résina (attenzione ai rispettivi accenti) corrispondente alla più nota
colofonia, questa in tutti i vocabolari alle cui definizioni
rimandiamo. La colofonia è detta anche pece greca.
Evidentemente, a questi nomi un po’ antiquati i moderni alchimisti
preferiscono rosina. Considerato ciò, i vocabolari, per
le prossime edizioni, un pensiero alla rosina potrebbero pur
farlo. Rosina proibita (11/5/2010) In tema di lingua le
sorprese non finiscono mai. A sorprenderci, e a smentirci su quanto
abbiamo appena detto circa l’assenza di rosina dai vocabolari,
viene ancora il vecchio Zingarelli (1935 e giù di lì) che, invece, il
termine rosina lo registrava, ma con questa sorprendente
definizione: «Sorta di giuoco, proibito, consistente in una sfera
girevole regolata da una stecca». Non indaghiamo oltre, visto che
rischiamo di addentrarci nella sfera del ... proibito. Chi vuole
indagare su quest’altra rosina, indaghi. Da Gramsci al resinese (11/5/2010) Il resinese non c’entra nulla con la résina di cui abbiamo parlato sopra a proposito della rosina-colofonia. Il resinese è l’abitante o il nativo di Ercolano in provincia di Napoli. Devoto-Oli e Zingarelli svelano questa piccola curiosità registrando resinese (anche aggettivo) dal nome medievale Resìna, vecchia denominazione di Ercolano fino al 1969, anno in cui fu ripristinata l’attuale denominazione, risalente peraltro all’epoca romana quando la città fu distrutta dall’eruzione del Vesuvio insieme a Pompei. Dunque resinese equivale a ercolanese. Va detto che a Resina (così è ancora citata nelle biografie) nacque nel 1889, il 13 giugno, Amadeo Bordiga, uno dei fondatori e primo segretario del Partito comunista. Combinazione, sopra abbiamo nominato Gramsci … Anche qui ci sarebbe da approfondire. Chi vuole approfondisca pure.
Il presidente della Camera
Gianfranco Fini deve essere ben contento di aver “regalato”, sia pure
indirettamente, tramite i giornali, i termini finiano e
finismo alla lingua italiana, termini ora in attesa di essere
attestati “ufficialmente” – è probabile che accada – da qualche
vocabolario (ma ricordiamo che i curatori del Devoto-Oli si presero, a
suo tempo, degli “imbecilli” da Craxi per aver prima registrato e poi
depennato craxiano e craxismo). Ora Fini ha tirato fuori
il presentismo: «Oggi viviamo un inno al presentismo», così in
una sua dichiarazione. E cos’è mai il presentismo, che qualcuno
ha confuso con il presenzialismo? Parola nuova non è, l’abbiamo
trovata in Sabatini-Coletti (sia lode) e nel ben più grosso Battaglia.
Prendiamo da quest’ultimo: «L’essere esageratamente dipendente dal
presente, dalla realtà quotidiana ed effimera (e ha valore
spregiativo)». Copronimia, parola persa … in Battaglia (7/5/2010) Accade nelle migliori famiglie, come
nei migliori vocabolari, e può accadere anche nel supercompleto
Battaglia: perdere una parola, ossia citarla da qualche parte nel testo
del lemmario, ma poi, ahimè, non registrarla tra i lemmi. A
presentismo il Grande Dizionario della lingua italiana
cita questo aforisma di Italo Tavolato (1889-1963) tratto dalla rivista
Lacerba: «Sputo sul giornalismo, copronimia di
presentismo». A occhio, anzi a orecchio, ci sembra un giudizio non
troppo benevolo sul giornalismo. Che cos’è la copronimia? Non
abbiamo trovato la parola né in Battaglia né in altri vocabolari e
pertanto … chi vuole saperne il significato faccia, questa volta,
ricerche per conto suo. Presentismo Sabatini-Coletti (7/5/2010) Sopra dicevamo di qualcuno che ha
confuso presentismo con presenzialismo. Ebbene, chi ha
confuso è salvo, e sia graziato. Grazie a Sabatini-Coletti, il quale,
bontà sua, registrando presentismo, dà per prima questa
definizione: «Presenzialismo». In seconda battuta dice la stessa cosa
del Battaglia: «Lode esagerata e delirante del momento presente,
dell’oggi». Sempre a detta di Sabatini-Coletti il termine è datato al
1920. Vecchiotto anzichenò.
Qual è il contrario di eutanasia?
I vocabolari dicono distanasia. Le due parole hanno costruzione
simile, dove -tanasia, dal greco thánatos , sta per
“morte”. La differenza la fanno i prefissi eu- e dis-
, quest’ultimo con valore negativo. Dunque eutanasia “buona
morte”; distanasia , alla lettera, “cattiva morte”, anche se
Zingarelli e Garzanti giustamente precisano «morte dolorosa», facendo
riferimento all’accanimento terapeutico che non tiene conto delle
sofferenze del paziente. Ma al di là dell’aspetto linguistico, se si
considera la contrapposizione (o il binomio?) vita-morte, allora,
in altro senso, il contrario di eutanasia potrebbe essere
eubiosia. Peccato che i vocabolari non abbiano ancora preso in
considerazione questa parola che proprio nuova non è, essendo stata
coniata nel 1978 dal professor Franco Pannuti, già primario di Oncologia
al Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna e fondatore dell’Ant,
Associazione per lo studio e la cura dei tumori solidi. Eubiosia
significa “buona vita” (bíos = vita). Se esiste una “buona
morte” (ricordiamo che il primo elemento in comune con eutanasia,
dal greco êu, sta per “bene, buono”), dovrà pur esserci una
“buona vita”. Eubiosia esprime appunto il concetto di
buona vita inteso in senso più ampio, ossia vita vissuta in dignità
dall’inizio alla fine, secondo gli intendimenti del suo ideatore. Quando il maso è chiuso (4/5/2010) Non servono decongestionanti in gocce o spray. Maso chiuso è una locuzione citata da tutti i vocabolari alla voce maso. Il maso è quella proprietà fondiaria a conduzione familiare, diffusa nelle zone alpine, comprensiva di casa colonica, podere, attrezzature agricole. Ebbene il maso chiuso è un istituto giuridico tipico dell’Alto Adige e del Tirolo, per cui questo tipo di proprietà costituisce un’unità indivisibile per legge. Pertanto non si può vendere frazionata ed è assegnabile solo a un unico erede o legatario.C’è reggia e reggia (4/5/2010) Se ci sono le reggette dovranno pur esserci le regge. E invece i vocabolari registrano solo règgia, la dimora del re per intenderci (con la e aperta), e ignorano réggia (e chiusa) di cui reggetta, “nastro di metallo o plastica per sigillare imballaggi”, è il diminutivo. Il termine reggia, in questo significato specifico, è comunemente usato nel campo delle tecniche d’imballaggio, dove si parla anche di operazioni di reggiatura eseguite con la macchina reggiatrice, riservando i termini reggetta e reggettatrice nei casi d’impiego di regge più sottili. I vocabolari, nel registrare reggetta, la fanno derivare dal milanese réggia, a sua volta (probabilmente) da latino rēgulam “asticella”, ma a reggia nulla dicono del significato tecnico-specialistico del termine.Chi tuba e chi gruga? (4/5/2010) Il piccione. Perché la “voce” dei
piccioni è espressa appunto dai verbi tubare o grugare,
quest’ultimo termine sinonimo, ma di derivazione onomatopeica, cioè
costruito sul presunto verso dei piccioni che dovrebbe suonare gru
gru. Garzanti, Zingarelli, Palazzi-Folena alla voce animale
aggiungono una preziosa tabella con tutti i versi degli animali. In
proposito va osservato che il verbo e il sostantivo derivato (quando
esiste), ad esempio da grugnire →
grugnito, sono spesso riferibili anche agli esseri umani.
Tubare è passato così a indicare, in senso figurato, lo scambio di
tenere effusioni e parole affettuose tra due innamorati. Il bullionismo (4/5/2010) Attenzione al
bullionismo che non c’entra nulla né con i bulli e il bullismo, né
tantomeno con i bulloni. Parola non nuova e in tutti i vocabolari,
bullionisno viene dall’inglese bullion, che designa
genericamente i lingotti di metalli preziosi, per lo più di oro e
d’argento. E infatti il bullionismo (prendiano da De Mauro, con
una piccola aggiunta esplicativa) è il «sistema monetario in cui la
moneta [circolante, ndr] di una nazione è completamente garantita
da una corrispondente quantità di oro e d’argento posseduta», e anche la
dottrina economica che sostiene tale sistema. Non sempre perfettamente
sullo stesso tono le definizioni degli altri vocabolari, ma basti aver
dato il senso della parola. Da cui bullionista, aggettivo e
sostantivo per dire il sostenitore, il fautore del bullionismo. Buon Calendimaggio (30/4/2010) Il Primo
Maggio non è solo la festa del lavoro e la ricorrenza liturgica di san
Giuseppe lavoratore, ma anche calendimaggio, la festa della
primavera, il cui nome viene dalla locuzione calen di maggio, per
dire le calende, che nel calendario romano antico designavano il
primo giorno del mese. Garzanti di calendimaggio dà anche il
plurale: calendimaggi. Forse giustamente, per chi di
calendimaggi ne ha passati parecchi. Ma sentite come Devoto-Oli descrive
la ricorrenza: «L’antica festa del primo giorno di maggio, che si
celebrava specialmente a Firenze, inneggiando alla natura in fiore e
alla bellezza delle fanciulle, cui veniva offerto, in segno di devozione
e di augurio, un ramoscello verde (maio)». Più romantico di così? Mai alle innamorate (30/4/2010) Anzi, “sempre” si
dovrebbero donare i mai alle innamorate. Tutti gli innamorati
pensino seriamente a donare per il Primo maggio il maio (plurale
mai) alla propria innamorata e così rinnovare la simpatica
tradizione ricordata dai vocabolari alle voci maggio o maio,
come spiega De Mauro: «Ramo fiorito adornato di nastri che i giovani un
tempo portavano alla casa dell’amata nella festa di calendimaggio, come
pegno d’amore o come proposta di matrimonio». Non solo il ramo fiorito,
perché la parola maio (plurale: mai) sta a indicare
anche il componimento poetico con accompagnamento musicale,
altrimenti detto maggiolata, che gli innamorati (i maggiaioli,
rammenta Garzanti) dedicavano per l’occasione all’innamorata. Il
Belgio è la prima nazione europea a vietare il burqa o burka
(entrambe la grafie sono esatte), anche se la legge che di fatto lo
vieta non nomina il termine specifico ma si limita a proibire indumenti
o mascheramenti che celino completamento il viso impedendo
l’identificazione della persona. Tutti sappiamo che cos’è il burqa
o burka. Ma se ci domandassero a bruciapelo che cos’è la
burga, in quanti sapremmo rispondere? Magari faremmo confusione.
Al solito viene in aiuto il Vocabolario: burga (sostantivo
femminile) designa una sorta di grosso cesto di rete metallica o rami
d’albero, riempito con terra, ghiaia o pietre, e posto come sbarramento
o a difesa degli argini di un fiume, oppure un cesto di vimini che,
immerso in acqua, serve a mantenere vivo il pesce pescato. Il plurale
di burga è burghe. Invece burka o burqa al
plurale conviene lasciarli così, invariati. Anche se Zingarelli, per
curiosità, segnala il plurale in lingua araba: baràkia. Da burqa a niqab (30/4/2010)
Zingarelli dalla ristampa 2008 alla voce burqa (che
registra come nome maschile o femminile, e perciò anche la burqa)
rinvia all’analogo (solo maschile) niqab: «Lungo velo con cui le
donne islamiche coprono la testa e le spalle lasciando solo una fessura
per gli occhi». Anche qui segnala il plurale originale arabo: nùqub
o (raro) ànqiba, nel quale conviene assolutamente non
avventurarsi e dunque considerare invariabile niqab, similmente a
tutte le parole straniere. Il serraschiere è turco (27/4/2010) Alzi la
mano chi, leggendo la parola serraschiere, non penserebbe subito
trattarsi di una parola composta dal verbo serrare e da
schiere, nel senso di “reparti”o “gruppi” di soldati, in ciò
confortato da due fatti: dal modello di parole simili costruite col
verbo serrare (vedi ad esempio il Totovocabolario di questa
settimana) e dal significato di serraschiere, che sta appunto a
indicare il comandante supremo delle forze armate dell’antico impero
turco. Un comandante che può fare, se non serrare le schiere?
E invece no, serrare e schiere in questo caso non
c’entrano nulla: la parola deriva dal turco serasker, composto
di ser “capo” e äsker “esercito”. Zita, santa e pasta (27/4/2010) Il 27 aprile ricorre
le festa di santa Zita (1218-1278), patrona di Lucca e delle domestiche.
Ma zita è anche nel Vocabolario, a designare, specialmente al
plurale, un tipo di pasta a forma cilindrica, di diametro più grosso dei
bucatini e ugualmente forata. Come femminile di zito (da cui il
diminutivo zitello), la zita un tempo era
semplicemente una fanciulla, una ragazza, poi il termine è passato a
indicare la donna nubile, non sposata, per non dire la zitella.
Sull’origine del nome Zita, Zingarelli in appendice scrive così: ««Se
consideriamo l’area di diffusione di questo nome (la Toscana
soprattutto), possiamo spiegarlo col nome comune toscano zi(t)ta,
variante di ci(t)ta “piccola, ragazza”, di origine bambinesca». Alcol? Da cosmetico per sopracciglia (27/4/2010) L’origine delle
parole (per dire l’etimologia) presenta a volte aspetti che dire
stravaganti è dir poco. Prendiamo alcol. I linguisti sostengono
che viene dall’arabo al-kúhl, ossia, alla lettera, “polvere
finissima per tingere le sopracciglia”. Così De Mauro, il quale, non
aggiungendo altro, lascia il povero lettore nell’inquietante mistero di
come si possa, dalla “polvere finissima per tingere le sopracciglia”,
arrivare all’alcol. Sembrerebbe una battuta di … spirito, se non fosse
che tale origine è confermata dagli altri vocabolari, i quali – bontà
loro – citano Paracelso per spiegare un ulteriore passaggio: la “polvere
finissima per tingere le sopracciglia” diventa – grazie a Paracelso –
“essenza”, “elemento essenziale”. Zingarelli non cita Paracelso, ma
arriva, pure lui, dalla “polvere finissima … ecc.”, a “sostanza
purificata”. Con il che l’origine della parola alcol è bell’e
spiegata. La prossima volta che bevete un bicchierino pensate che
dentro c’è anche un po’ di “polvere finissima per annerire le
sopracciglia”. Quanti mangiano nel Vocabolario (23/4/2010) Esclusi gli
animali e gli strumenti (tipo mangiaformiche e mangianastri)
il Vocabolario elenca da 15 (Devoto-Oli) a 21 (De Mauro) mangiatori,
ossia persone che mangiano di tutto. Si parte dai bambini (ma nessuna
paura, il mangiabambini è, in fondo, una persona buona anche se
incute spavento ) e passando per le cose più disparate come le carte, i
cristiani, i fagioli, il fuoco, i gatti, il pane, le patate, i preti, il
sapone, si arriva fino agli uomini. Qui si ha la prima sorpresa in
senso sessista, perché, mentre (per fortuna) non esiste il
mangiadonne, c’è invece la mangiauomini o, in assoluto, la
mangiatrice che De Mauro definisce «donna che esercita una forte
attrazione sugli uomini». Per Zingarelli la mangiauomini è
«seduttrice, maliarda», per Sabatini-Coletti «donna con forti appetiti
sessuali». Palazzi-Folena e Devoto-Oli sono più spinti, con una
definizione tanto identica che sembra copiata: «Donna dalle ardite e
insaziabili ambizioni erotiche». Ma mangiauomini, in un
significato un po’ antiquato, è anche, genericamente, «persona
prepotente, che minaccia facilmente; sbruffone» (Garzanti).
Scorrendo l’elenco dei “mangiatori” c’è da stupirsi dell’incredibile
“voracità” della razza umana. C'è il mangiacarte (avvocato
di scarsa abilità) e il mangiafagioli (persona dai gusti rozzi).
C’è il mangiacristiani e il mangiapreti, il
mangiapolenta e (tutti i gusti son gusti) il mangiasapone e
il mangiasego . E c’è il mangiagatti, che Devoto-Oli
registra come "nomignolo tradizionalmente attribuito ai vicentini",
riportando la filastrocca: Veneziani gran signori, Padovani gran
dottori, Vicentini mangiagatti, Veronesi tutti matti.
Mangiacartucce De Felice-Duro (23/4/2010) Abbiamo visto le parole mangia-
riferite alle persone, agli umani. Ma l’abitudine di mangiare non è
solo umana. Anche gli animali mangiano. Di tutto. Qui ovviamente ci
riferiamo ai nomi composti col prefisso, tra i quali i vocabolari
elencano mangiaapi (un volatile), mangiaformiche (il
formichiere), mangiapelli e mangiapere (insetti),
mangiabotte e mangiarospi (bisce d’acqua), mangiaragni
(altro volatile). E ci sono, per De Felice-Duro, anche gli animali
mangiacartucce. Non le mangiano loro: le fanno
sprecare ai cacciatori. Termine gergale per designare animali selvatici
difficili a colpire: il beccaccino è un gran mangiacartucce. Quanti mangiano col Vocabolario (23/4/2010) C’è chi
mangia nel Vocabolario e chi mangia col Vocabolario. No,
non intendiamo editori, curatori, tipografi e librai, i quali a loro
modo, pur sempre “mangiano” col Vocabolario. Intendiamo proprio chi col
Vocalario ci mangia, ossia si nutre del Vocabolario, a parte i topi … di
biblioteca. Cara acciughina, amante del Vocabolario (23/4/2010) Tutti i
vocabolari l’accreditano come una frequentatrice di biblioteche, con una
netta predilezione per i libri antichi, e confidenzialmente la chiamano
con deliziosi vezzeggiativi: “acciughina” , “pesciolino d’argento”.
Lei, ingrata, per tutto ringraziamento i vocabolari se li divora,
insieme ad altri libri. La lepisma, con questo nome è
registrata, è un insetto dei Tisanuri, notturno, cosmopolita e possiamo
dire “acculturato”, corpo appiattito di colore argenteo con lunghe
antenne e filamenti caudali. Vive nelle case e nelle biblioteche
nutrendosi di carta. Ama particolarmente il Vocabolario perché, una
volta trovatone uno, ci campa per due anni. Lavanda lavender Sabatini-Coletti (23/4/2010) Sarebbe interessante conoscere la
ragione che ha spinto Sabatini-Coletti a registrare, unico tra i
vocabolari esaminati, la voce lavender, termine inglese
per designare la nostra lavanda, ossia la pianta delle Labiacee
dai cui fiori azzurro-violacei, molto odorosi, si estrae l’essenza o il
profumo di lavanda. Che bisogno c’era di registrare l’equivalente
inglese, quando già, poche righe prima, è registrato il termine
italiano? A meno che… A meno che Sabatini-Coletti non abbia voluto
riportare un termine specialistico, in uso nel gergo cinematografico, la
cui definizione però è rimasta nella penna dei curatori. A
lavender, infatti, è scritto solo «profumo di lavanda». Ed
invece lavender, o in italiano lavanda, è (era) anche una
speciale pellicola positiva bianco e nero, a basso contrasto, usata come
intermedio per controtipare (in parole semplici: duplicare) un
negativo originale. Una volta, quando il cinema era prevalentemente in
bianco e nero, tutte le lavorazioni di stampa delle pellicole partivano
da questa “copia lavanda” (o lavender), chiamata così per la sua
caratteristica colorazione azzurrina simile appunto ai fiori della
lavanda. L’orso in borsa (23/4/2010) Tra i significati di orso,
oltre a quelli più noti (l’animale o, in senso figurato, una persona
goffa o poco socievole) i dizionari ne registrano uno gergale, proprio
del linguaggio di borsa. L’orso è il ribassista, ossia
l’operatore finanziario che specula sul ribasso dei titoli per trarne
vantaggio. In questo ambito, estensivamente, orso può indicare
anche una situazione di mercato tendente al ribasso. Siamo avvertiti.
Se sentiamo espressioni del tipo: “Quell’uomo è un orso”, non
necessariamente dobbiamo pensare a una persona dal comportamento
impacciato o poco incline ai rapporti sociali. Potrebbe essere
semplicemente uno speculatore di borsa. L’orsatto, un orsetto o un Orsini (23/4/2010) In tema di orsi non si può
tralasciare una particolarità registrata da tutti i dizionari.
Classificato di uso letterario, il termine orsatto (non è un
refuso, anche se il computer è di parere contrario) sta per orsetto o
orsacchiotto, insomma un piccolo orso. De Mauro, Zingarelli,
Sabatini-Coletti (sua la definizione) aggiungono che orsatto, in
Dante, «ha valore metaforico per indicare i membri dell’antica famiglia
romana degli Orsini». Oltre
alla nube di ceneri che dalla bocca del vulcano sale in aria (e porta
guai) c’è una nube che scende in basso e porta altri guai. Può una nube
scendere in basso? Evidentemente sì, se questa particolare nube si
chiama nube ardente. La locuzione è riportata, alla voce nube,
da Sabatini-Coletti, Devoto-Oli, Garzanti, Zingarelli. Prendiamo da
quest’ultimo, che vanta una certa esperienza in fatto di vulcani non
fosse altro perché fino a poche edizioni fa metteva in copertina lo
spaccato di un vulcano con tutta la relativa terminologia. Dunque la
nube ardente è una «miscela di gas, frammenti, materiale lavico
incandescente che discende dai fianchi di un vulcano». Manca la
precisazione “in attività” ma forse era superflua. Morale? Anche per
le nubi il mondo è fatto a scale: chi le scende e chi le sale. La nubecola? Una nuvoletta (20/4/2010) La
nube può essere una nuvola, e difatti i due termini in certo
qual modo si equivalgono tanto da essere considerati sinonimi e, se pure
con qualche limitazione dovuta a sfumature di significato,
intercambiabili. Ma mentre il termine nuvola per gli alterati
non presenta problemi (abbiamo la nuvolina, la
nuvoletta, la nuvolaccia), per nube il
discorso è diverso, tanto è vero che la lingua non ci ha dato né la
nubetta né la nubaccia. E allora? Per il diminutivo
possiamo rimediare con nubecola (Devoto-Oli e Sabatini-Coletti
registrano anche nubicola), dal latino nubēcula(m)
diminutivo di nūbes “nube”. La nubecola (o nubicola)
è la nuvoletta. Il termine, però, ha anche altri
significati … che ognuno può scoprire nel proprio Vocabolario. Dalle nuvole alle nevole (d’Abruzzo) (20/4/2010)
Dall’Abruzzo ci arriva la nevola, «tipo di cialda sottile e
leggera, fatta di farina impastata con mosto e cotta tra due ferri
arroventati» (De Mauro). Ma qui le nuvole c’entrano come i cavoli a
merenda perché nevola viene dal latino nĕbulam “nebbia”,
passato poi in latino medievale a indicare una “focaccia sottile”. I
vocabolari non s’allungano nella ricetta, ma oltre alla farina e al
mosto (cotto) occorrono olio, meglio se d’oliva, cannella e buccia
d’arancia grattugiata. E occorre ovviamente la pressa, due piastre di
ferro roventi tra cui schiacciare la pasta. Altrimenti che cialda
sarebbe! Dalle nevole alle neole (20/4/2010) Il passo è talmente breve che … sono la stessa cosa, ossia le cialde abruzzesi di cui sopra chiamate altrimenti neole, ferratelle, pizzelle, cancellate. La variante neola non è segnalata dai vocabolari che registrano nevola, almeno da quelli che prendiamo abitualmente in esame. Ma confermiamo l’uso corrente di neola, anziché nevola, anche in ambito extraregionale, per aver visto in supermercati di Roma queste cialde vendute in confezione con la dicitura “neole”.
Succede
navigando nel Vocabolario (navigazione sempre ricca di sorprese) di
saltare di palo in frasca, come nel nostro caso da neola (che non
abbiamo trovato) a neolalia. Disturbo, presente in alcune
malattie mentali, consistente nell’inframmezzare il discorso con parole
inventate. Devoto-Oli a suo modo spiega: «In psichiatria, patologica
prevalenza di neologismi nel linguaggio». Detta così, qualcuno potrebbe
obiettare non trattarsi propriamente di patologia, in quanto gli
inventori di neologismi (in termine specifico: onomaturghi) sono
oggi abbastanza frequenti e non tutti e non sempre, almeno, possono
essere considerati dei malati mentali. Ma la neolalia nulla
c’entra con l’onomaturgia. La composizione stessa delle due
parole suggerisce la differenza.
Professione onomaturgo
(20/4/2010) E che
altro poteva fare? verrebbe da chiedersi. L’affermazione può suonare
curiosa ma, ovvietà a parte, è corretta perché il participio passato di
delinquere esiste ed è delinquito, anche se
vocabolari lo giudicato raro e antiquato. … alle
forze dell’ordine, secondo il senso di soccombere che può voler
dire “essere costretto a sottostare, a cedere”, o anche “arrendersi”,
oppure: soccombere in giudizio “perdere la causa”, fino
all’estremo “morire”. Idem come sopra: suonerà ridicolo, ma nulla vieta
di usare soccombuto. In proposito
i vocabolari sono possibilisti e i più
(De Mauro, Garzanti, Zingarelli, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena)
riportano soccombuto, pur classificandolo di uso antiquato e
raro, così come rari e desueti sono i tempi composti di soccombere
(vuole l’ausiliare essere). Ma non incombuto né procombuto (16/4/2010) Diverso il caso di
questi improbabili participi passati, rispettivamente di incombere
e procombere. Qui i vocabolari sono chiari: questi due verbi
semplicemente mancano del participio passato e dei tempi composti. Chi
proprio vuole, li usi pure, ma a suo rischio e pericolo …di cadere nel
ridicolo. Ci si potrebbe domandare come mai questi participi passati,
compresi i “tollerati” delinquito e soccombuto,
non hanno trovato credito e frequentazione nell’uso quotidiano – se non
scritto almeno parlato – della lingua. Il fatto è che nella lingua, e
più spesso di quanto si creda, anche l’orecchio vuole la sua parte e
incide sulla fortuna o meno delle parole. Uno scioglilingua per Vianello (16/4/2010) Alcuni
giornali, nel ricordare Raimondo Vianello, hanno rievocato la famosa
scenetta nella quale il comico, in coppia con Ugo Tognazzi, recitava con
la caratteristica “andata” fiorentina il classico scioglilingua di Tito:
«O Tito tu hai ritinto il tetto ma tanto
tu non t’intendi tanto di tetti ritinti». E ci sembra uno
scioglilingua, un gioco semplice, in fondo ingenuo ma genuino, pulito,
il modo migliore per ricordare un bravo attore che ha fatto
sempre sorridere e divertire senza cadere mai nella volgarità, ma anzi
con elegante semplicità e pacata ironia.
La bocca oscitante (16/4/2010) Un
gentile lettore, Tullio Masetti,
ha letto
in un vecchio
romanzo la seguente frase: «La
bocca oscitante
del marchese fu il segnale che la serata era finita» e ci chiede che
cosa esattamente vuol dire “bocca oscitante”. Vuol dire
“sbadigliante”, dal latino oscitănte(m), participio presente del
verbo oscitāre “sbadigliare”. Ma oscitante può voler
dire, in italiano, anche «pigro e svogliato, negligente», «incerto,
esitante», secondo De Mauro che riporta esclusivamente questi
significati. La garofanaia (16/4/2010) Chi è
costei? Semplice. Ricordate la piccola fiammiferaia? Vendeva i
fiammiferi. Oppure, senza andare troppo lontano, basta avere in mente
la fioraia, che vende in fiori. Ebbene la garofanaia è una
fioraia specializzata: perché è, precisamente, la venditrice di
garofani. Chi sente già il … profumo … d’imbroglio, farà bene andare
subito al Vocabolario o alla Confusione
delle lingue.
Il termine garofanaia deriva sempre da garofano, ma non c’entra nulla con la vendita di garofani. La garofanaia è una pianta delle Rosacee, nota anche col nome cariofillata, con foglie grandi, piccoli fiori gialli e rizomi che profumano di garofano.
***** E ridagli col “farmaco”. Cambino i vocabolari (20/10//2009) Si ritorna, anzi si continua a parlare della Ru486 (questa volta per il via libera che ne autorizza l’utilizzo negli ospedali) e continua la solfa di quanti pedissequamente continuano a chiamare la pillola abortiva “farmaco”. Ora è chiaro che a tutti costoro mai è venuta la curiosità – a Napoli direbbero “non è mai passato per la capa” – di andarsi a leggere la definizione di farmaco che danno i vocabolari. È altrettanto chiaro che non si può incolpare qualcuno solo perché non ha la buona abitudine di andarsi a leggere il Vocabolario. E allora? Allora la colpa, o meglio la palla, passa ai Vocabolari. Tenuto conto che il volgo – per dire una moltitudine – continua a definire “farmaco” la pillola abortiva, i vocabolari, di grazia, usino la cortesia di modificare la definizione di farmaco e l’adattino alla bisogna del meccanismo d’azione e del risultato finale della Ru486.
Giorni di dibattito e commenti sulla
RU486 dopo che l’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) ne ha autorizzato
l’uso e il commercio in Italia. Allo Sciogliscilinguagnolo non compete
discutere sugli aspetti etici che pone questa pillola abortiva.
L’interesse dello Sciogliscilinguagnolo sono i vocabolari e poiché la
sigla RU486 è riportata da almeno tre dei vocabolari presi
abitualmente in esame (Garzanti la registra a lemma, Devoto-Oli e
Zingarelli la citano nel repertorio delle sigle) non può fare a meno di
parlarne, peraltro dopo averne già abbondantemente parlato. Ma
repetita iuvant. RU486 e incoerenza dei vocabolari (4/8/2009) A dir la verità non solo dei
vocabolari, perché più volte in questi giorni abbiamo sentito e letto
molti commentatori definire la RU486 un “farmaco”. Passi per i
commentatori a vario titolo (la cui imprecisione di linguaggio può pure
perdonarsi), però per i vocabolari no, nessuna giustificazione è
ammissibile. Oltretutto l’incoerenza, per dire la contraddizione in
termini, nei vocabolari colpisce come un pugno nell’occhio perché è
immediatamente verificabile. Prendiamo Zingarelli. Definisce la
RU486 «farmaco della Roussel Uclaf che interrompe la gravidanza».
Andiamo alla definizione di farmaco dello stesso vocabolario:
«Sostanza che per le sue proprietà chimiche, chimico-fisiche e fisiche è
dotata di virtù terapeutiche». Alla faccia delle “virtù terapeutiche” (
da terapia, ossia sempre per Zingarelli: «Parte delle medicina
che studia la cura delle malattie») della RU486 ! Zingarelli non si
accorge che, stando alle sue stesse definizioni di farmaco e, in
subordine, di terapia, avrebbe dovuto dire che la RU486 “cura” la
gravidanza. Ora, poiché è pacifico che la gravidanza non è una malattia,
è altrettanto pacifico che, a stretto rigore di termini (e se questo
rigore non lo hanno i vocabolari, chi altri dovrebbe averlo?), è
inappropriato definire la RU486 un farmaco. Si chiami “pillola
abortiva” e basta, oppure se non piace “pillola”, preparato, composto
chimico, ecc. , ma non farmaco. RU486 e cantonata Garzanti (4/8/2009) Ugualmente Garzanti definisce
«farmaco» la RU486, contraddicendosi a sua volta con la definizione che
dà di farmaco:
«sostanza naturale o sintetica che per
le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici nella
cura delle malattie», dove la precisazione in più (rispetto a Zingarelli),
«nella cura delle malattie», mette maggiormente in risalto l’incoerenza
nel definire la RU486 un “farmaco”. Occorre dare atto a Garzanti di
specificare dopo: «pillola abortiva», il che ristabilisce in certo qual
modo la verità sulla reale natura della RU486. Però Garzanti prende
un’autentica cantonata quando spiega l’origine della sigla RU486: «Dal
numero di protocollo usato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo
ad aver avviato la sperimentazione». A parte che avrebbe potuto
aggiungere “in Italia”, in quanto le prime sperimentazioni della pillola
sono avvenute in Francia (Paese d’origine, dal 1977) e in altre nazioni,
il numero di protocollo del Sant’Anna non c’entra per nulla. Le lettere
RU stanno per Roussel Uclaf, la prima azienda produttrice (ora è
la Exelgyn), 486 è «il numero progressivo di fabbricazione» dato
dagli stessi responsabili della casa farmaceutica francese. Parole di
Etienne Baulieu, “padre” della RU486, in una intervista a Radio 24 per
la trasmissione Viva voce di giovedì 6 dicembre 2007. e inesattezze dei vocabolari (16/12/2008) In questi giorni si è riaperto il dibattito sulla RU486, la pillola abortiva il cui uso dovrebbe essere introdotto anche in Italia. Abbiamo già trattato l’argomento segnalando un anno fa (vedi qui sotto) l’inesattezza che continua ad apparire in Garzanti a proposito del “perché” della sigla RU486, riportata dallo stesso vocabolario come lemma, mentre altri vocabolari (Devoto-Oli, Zingarelli) la riportano nel repertorio delle sigle. Va detto che nell’attuale dibattito, come nei precedenti che sempre hanno accompagnato la RU486, la stampa in genere (per dire i vari mezzi d’informazione) preferisce usare la locuzione “pillola abortiva” e solo raramente parla di “farmaco”, dimostrando così, almeno una volta, più proprietà di linguaggio dei medesimi vocabolari (Garzanti, Devoto-Oli, Zingarelli) che impropriamente, e contraddicendo sé stessi, definiscono “farmaco” la RU486. La contraddizione è evidente soprattutto in Garzanti e Zingarelli, i quali definiscono farmaco «sostanza che per le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici» (Zingarelli parla di «virtù terapeutiche» e Garzanti – per buona misura, qualora il concetto non fosse chiaro – aggiunge: «nella cura delle malattie»). Ora è chiaro che tutto si può dire fuorché la RU486 abbia “virtù terapeutiche”, non essendo fino a prova contraria la gravidanza una “malattia”. Devoto-Oli in parte si salva poiché la sua definizione di farmaco è diversa: «Sostanza capace di provocare nell’organismo umano e animale modificazioni funzionali mediante un’azione chimica o fisica». Rimane la perplessità, se una simile definizione fosse applicata al “farmaco” RU486, delle «modificazioni funzionali», laddove sarebbe più esatto, per la pillola abortiva, parlare di “distruzione”, funzionale o meno, visto l’effetto che ha sul feto.
Avevamo già segnalato (vedi
Voci rauche
e l'Informalingua 18/9/2007, ora qui sotto) l’abbaglio preso da
Garzanti nell’affermare alla voce RU486 che il nome di questa
pillola abortiva deriva «dal numero di protocollo usato dall’ospedale
Sant’Anna di Torino, il primo ad aver avviato la sperimentazione». A
parte il “primato” attribuito al suddetto ospedale (semmai si sarebbe
dovuto specificare “il primo” in Italia), il numero di protocollo non ha
nulla a che vedere con il nome della pillola messa a punto in Francia
nel 1977, dunque molti anni prima delle sperimentazioni in Italia. A
chiarirlo è lo stesso “padre” della RU486, Etienne Baulieu, in una
intervista a Radio 24 per la trasmissione
Viva voce di giovedì 6 dicembre scorso. RU sta per
Roussel Uclaf, il nome della prima azienda produttrice (e questo si
sapeva), 486 altro non è che «il numero progressivo di
fabbricazione» (parole di Baulieu) dato dai tecnici dell’azienda a
questa “specialità”. Garzanti e la RU486 (18/9/2007) In Garzanti 2008, a proposito della pillola abortiva RU486, leggiamo testualmente che il nome, anzi la sigla, deriverebbe «dal numero di protocollo usato dall’ospedale Sant’Anna di Torino, il primo ad aver avviato la sperimentazione». A parte che sarebbe bene precisare “il primo in Italia”, e premesso che non conosciamo il numero del suddetto protocollo, ci chiediamo come si possa far derivare il nome della RU486 dal protocollo dell’ospedale torinese, visto che questo ha iniziato le prime sperimentazioni (ripetiamo: in Italia) in anni recenti (dal 2003), quindi successivamente alla data di uscita in Francia della pillola abortiva, nel 1977, da parte della Roussel Uclaf, l’azienda cui spetta la paternità della sigla RU486. Ma non è questa l’unica “stranezza” della definizione, perché Garzanti contraddice sé stesso definendo in prima battuta la RU486 «farmaco». Nello stesso vocabolario a farmaco si legge: «sostanza naturale o sintetica che per le sue proprietà chimiche e fisiochimiche ha effetti terapeutici nella cura delle malattie». Salvo prova contraria, ancora non sembra che la gravidanza, per dire l’attesa di un figlio, che la RU486 dovrebbe “curare”, faccia parte delle malattie. *****
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