In questo periodo in cui molti italiani sono colpiti dall’influenza stagionale medici ed esperti di salute pubblica consigliano di non affollare inutilmente i pronto soccorso. O pronti soccorso? O pronto soccorsi? O pronti soccorsi? Ci è toccato in questi giorni di leggere, e ascoltare, tutte e quattro le versioni per il plurale di pronto soccorso. Plurale che invece è lo stesso, tale e quale, del singolare. Un plauso a Sabatini-Coletti il quale registra pronto soccorso come “locuzione sostantivata maschile” mettendoci accanto un provvidenziale “inv.” che sta per “invariabile”.
Alzi la mano chi
qualche volta non si è fatto una leggera scalfitura, trascurando
di “disinfettarsi” col …Vocabolario e senza accorgersi, perciò, di
essere incorso in errore. Si dice e si scrive, infatti,
scalfittura. Zingarelli potrebbbe inserire scalfitura nella
sua tabella dei “103 errori più frequenti e insidiosi” e fare numero
pari, 104. Il perché di scalfittura invece di scalfitura,
lo spiega Devoto-Oli: da un arcaico scalfitto, invece di
scalfito, participio passato di scalfire. Quando tragedia fa rima con poesia (18/1/2012) È una rima
sbagliata? No, perché tragedia oltre che con l’accento sulla
e, tragèdia, può dirsi anche con l’accento sulla i,
tragedìa. Tutti i vocabolari riportano questa variante
d’accento, di uso arcaico o letterario. Devoto-Oli fa di più e spiega
che «in Dante è tragedìa in quanto contrapposto a
comedìa» e, in questo senso, il termine «designa un
componimento di stile elevato, non necessariamente drammatico».
Singolare l’etimologia di tragedia, in qualsivoglia modo
s’intenda accentare. Viene dal greco tragōidía, composto di
trágos “capro” e óidé “canto”, che qualche vocabolario mette
in relazione col sacrificio propiziatorio dei capri. E sì che per loro
era una tragedia. Il
tragedo non bada all’accento
(18/1/2012) Due ventisettane (18/1/2012) “È
arrivato il 27” cantava Renato Rascel in una vecchia canzone, ma qui il
giorno degli stipendi non c’entra, conta l’anno: 1527 o 1827. Da questi
millesimi deriva infatti ventisettana, ossia: «Per antonomasia,
l’edizione del 1827 dei Promessi Sposi di Manzoni », come
telegraficamente spiega Sabatini-Coletti. Garzanti specifica trattarsi
della «prima» edizione. De Mauro e Zingarelli aggiungono anche
l’edizione del 1527 del Decameron di Boccaccio. Esaustivo
Devoto-Oli che segnala perfino editore e città: Giunti a Firenze per la
ventisettana del Decamerone e Ferrario a Milano per la
ventisettana dei Promessi Sposi. Come nasce il mariolo (18/1/2012)
Su mariolo (o mariuolo) i vocabolari sono concordi:
l’origine della parola è incerta o sconosciuta. Devoto-Oli, definendola
“voce gergale”, azzarda l’ipotesi che derivi dal nome Maria.
Osiamo immaginare un refuso: perché da Maria e non, come
sembrerebbe più logico, da Mario? Ma a volte le spiegazioni più
logiche sono proprio quelle rifiutate da alcuni linguisti, che magari si
arrampicano sugli specchi pur di non accettare la spiegazione “troppo
semplice” fornita da qualche loro collega. Pietro Fanfani nel suo
Vocabolario (riportiamo dall’edizione 1865) così spiegava l’origine
di mariolo: «
Noi intendiamo attribuir questo nome ad un furbo tristo. L’origine di
esso deriva da un certo Mario veneziano, che era astutissimo truffatore
nelle fiere; ed eccellente e destro nel tagliar le borse, il quale per
la piccolezza di sua statura era chiamato Mariolo». Ipotesi
finché si vuole, ma semplice, logica e tutto sommato verosimile. Perché
non prenderla in considerazione? Ciambella, sfogliatella, frittella, besciamella, stracciatella, mozzarella, mortadella, prospaltella. Quest’ultimo nome è forse quello meno conosciuto. Piatto tipico regionale? Tipo di focaccia paesana? Formaggio fresco o salume stagionato? I vocabolari dicono che la prospaltella è buona, ma si sa, i gusti son gusti… Chi vuol sapere perché la prospaltella è buona vada al Vocabolario o alla Confusione delle lingue.
Chi abbaglia e chi barbuglia. Classificato “raro” dai vocabolari, esiste barbagliare, verbo dal duplice significato di “brillare, sfavillare, abbagliare” (derivando da barbaglio “abbagliamento, lampo improvviso”), ma anche di “balbettare, tartagliare”, in ciò assimilabile al più noto barbugliare. Ecco che – per fare un esempio – una donna avvenente potrebbe barbugliare, nel senso di “abbagliare”, grazie al suo fascino, ma ahimè, barbagliare quando parla. In entrambi i significati barbagliare vuole l’ausiliare avere.
Adesso dimenticate
barbagliare, perché la barbagliata con quanto detto sopra
c’entra come i cavoli a merenda. Senz’altro più buona dei cavoli (almeno
a merenda) la barbagliata è una bevanda calda a base di
cioccolata, caffè e panna, inventata dall’impresario teatrale Domenico
Barbaja (1778-1841) da cui deriva il nome. I vocabolari classificano
barbagliata voce lombarda (barbajada in milanese ) ma non
dicono che Barbaja, personaggio meritevole per molti versi (contribuì a
far conoscere i maggiori operisti italiani), era nato a Napoli. Un volantino pubblicitario di una catena di supermercati ci mette davanti una parola “nuova” o comunque non ancora registrata dai vocabolari: caraco, o meglio, essendo termine francese, caracò, tanto per segnalare la corretta pronuncia in italiano. Il caraco è un top (per dirla con parola inglese che, invece, è su tutti i vocabolari), ossia «camicetta per donna senza maniche e molto scollata sul davanti e sul dietro, sostenuta da due spalline» (De Felice-Duro). Più che di “camicetta” sarebbe forse esatto parlare di “corpino” aderente, così come mostra la confezione del capo “in multifibra” riprodotta dal volantino, dove si legge la denominazione caraco e sotto, in inglese, thin straps top, “top a spalline sottili”. Il Dizionario della Moda scrive che il nome caraco «appare nell’VIII secolo riferito al costume di una provincia della Francia. La camicia, abbottonata sul davanti, era chiamata anche “robe à la Suzanne” e la portavano le contadine». Ma la descrizione, in chiave antica e moderna, che ne fa il Dizionario della Moda, ci sembra alquanto diversa dal caraco, “corpino a spalline sottili”, quale lo si intende e si commercializza oggi.
Attenzione che un caracò è registrato da Devoto-Oli, ma non è il
caraco di cui si è detto sopra, bensì il «nome regionale della
pianta nota comunemente col nome di caracalla», ossia «sorta di
fagiolo americano (Phaseolus caracalla), coltivato come pianta
ornamentale per i fiori grandi, gialli profumati». De Mauro e lo stesso
Devoto-Oli segnalano per questa caracalla la variante
caracollo. Entrambi i nomi vengono dallo spagnolo caracol
“chiocciola”, per la particolare forma dei fiori.
Con caracalla dal mondo vegetale torniamo a quello della moda,
sia pure nell’antica Roma. Sono le concatenazioni, a volte incredibili,
quasi un gioco delle scatole cinesi, in cui si è presi “navigando” nel
Vocabolario. Perché la caracalla, oltre alla pianta, è, anzi
era, una «veste di origine gallica aderente al corpo e provvista di
cappuccio e di maniche, introdotta nell’uso romano dall’imperatore
Antonino Bassiano, soprannominato per questo Caracalla». La definizione
è di Devoto-Oli, ma caracalla in tale significato è su tutti i
vocabolari. Annurca, mela aurunca (13/1/2012) L’annurca, originaria della Campania, è una mela dalla buccia rossa, con striature verdi-marrone, dal sapore dolce-acidulo che – particolare caratteristico – assume sfumature diverse in ogni frutto: niente a che vedere con il sapore uniforme delle mele “in serie” del Trentino. Perché annurca? Garzanti liquida subito: «etimo incerto». Concordi invece Devoto-Oli, Zingarelli, De Felice-Duro, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena nel far derivare la parola dal verbo latino indulcāre (addolcire) e di classificarla come voce “meridionale” o “napoletana”. In questo senso De Mauro ne spiega l’origine dal napoletano nnurca, nnurcà (inghiottire). Suggestiva, invece, la tesi fornitaci da un amico di Sessa Aurunca (Caserta) dove peraltro le annurche si coltivano in abbondanza: annurca non sarebbe altro che una sorta di anagramma, con relativa assonanza, di aurunca. Insomma “annurca” per dire “mela aurunca”.
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Tutte le note finora apparse
sull'argomento Tetra Pak, istruzioni per l’uso (29/3/2011) È uscito
un nuovo manualetto della Tetra Pak in cui sono spiegate, ancora una
volta, poche e semplici regole alle quali attenersi per scrivere
correttamente sia il marchio dell’azienda, sia i nomi commerciali dei
suoi prodotti. Un grazie alla gentile Silvia Tondelli, dell’ufficio
stampa della Tetra Pak Italia, che ha avuto la bontà di farcelo
conoscere. Queste “istruzioni per l’uso”, dettate e ripetute,
potrebbero sembrare un eccesso di pignoleria da parte dell’azienda, ma …
repetita iuvant. Specialmente ai vocabolari, dai quali ci si
dovrebbe attendere maggiore attenzione e precisione. E invece, abbiamo
già visto in precedenti note,
sono proprio i vocabolari – anche i “maggiori” (per mole) – a sbagliare
quasi tutto in fatto di Tetra Pak. A incominciare dalla grafia,
scrivendo unito il marchio dell’azienda e facendo confusione tra questo
e il nome commerciale del contenitore. Prendiamo tra le “istruzioni”
del manualetto: Ancora tetrapak: sbaglio doppio (31/8/2010) Un
cortese lettore, Daniele D’Errico, ci chiede ancora se i vocabolari
sbagliano a registrare tetrapak e a definirlo un “contenitore”, e
domanda allora come dovrebbero chiamarsi questi “benedetti” (testuale)
contenitori. Dopo quello che avevamo scritto credevamo di essere stati chiari. Sbagliano due
volte: prima perché si scrive Tetra Pak e poi perché è il nome
dell’azienda produttrice, non del contenitore. I
contenitori hanno altri nomi, a seconda della forma e dell’uso
specifico: Tetra Classic, Tetra Wedge, Tetra Prisma,
Tetra Rex, Tetra Brik, ecc. Finalmente chiarezza per “tetrapak” (21/7/2010) In precedenti note
(vedi in fondo pagina) abbiamo parlato del termine tetrapak (così è riportato a lemma da
quasi tutti i vocabolari, se non quando
tetrapack, come scrive Hoepli-Gabrielli) e
dell’errore di fondo commesso dagli stessi vocabolari nell’attribuire il
nome dell’azienda – oltretutto trascrivendolo male (quello esatto è
Tetra Pak) – al contenitore o ai contenitori prodotti da
questa azienda, nessuno dei quali, invece, si chiama tetrapak.
Vero è che nel linguaggio corrente è invalso l’uso di chiamare
tetrapak tali contenitori e anche il materiale con cui sono fatti.
Però i vocabolari, una volta chiarito il malinteso creato dall’uso
comune, devono (dovrebbero) riportare i termini della questione così
come sono nella realtà, tanto più se si tratta, come in questo caso, di
termini registrati e quindi riconosciuti giuridicamente. Superficialità? Purtroppo sì, anche dei “grandi” (21/7/2010) Non possiamo non rilevare, ancora una volta, la superficialità in cui spesso cadono i vocabolari, e purtroppo parliamo di tutti, compresi gli illustri Grande Dizionario Battaglia e Treccani, fino ai più modesti monovolume. Superficialità perché per alcune voci, prima di azzardare definizioni inesatte, basterebbe rivolgersi, come noi abbiamo fatto, ai diretti interessati per avere informazioni di prima mano, e non di seconda, copiate magari (il malcostume è generale) da altri vocabolari. Un’ultima annotazione. Con i
prossimi aggiornamenti, alla luce delle due definizioni-tipo che qui
pubblichiamo, segnaleremo nelle Voci rauche tutti gli errori, relativi a
queste due voci, riscontrati nei vocabolari presi abitualmente in
esame. Ma il lettore può già farsene un’idea confrontando le
definizioni, che ugualmente riportiamo, date dai vocabolari. Tra gli
errori più ricorrenti, a parte quello di confondere il nome dell’azienda
con quello del contenitore, segnaliamo: “cartone paraffinato”
invece di “cartone politenato”, l’indicazione per l’etimologia del
tedesco Pak(et)
invece dello svedese pak
“pacchetto”, le grafie sbagliate come quelle offerte in alternativa da
Treccani o usate dal Corriere della Sera negli esempi ripresi dal
Battaglia. Esempio di definizioni corrette (21/7/2010) Tetra Pak® , nome e marchio registrato di un’azienda multinazionale di origine svedese. Il nome, in senso estensivo e spesso con grafia unita, tetrapak, è passato a indicare genericamente e impropriamente, nel linguaggio comune, i contenitori di cartone politenato, prodotti da tale azienda, che invece hanno un nome specifico (per esempio: Tetra Brik®, vedi) a seconda del formato e delle caratteristiche. Etimologia: da tetra- , “quattro”, perché il primo contenitore prodotto aveva quattro facce triangolari, e dallo svedese pak “pacchetto”. Tetra Brik
® , nome commerciale, che costituisce marchio
registrato, di uno speciale contenitore di cartone politenato
prodotto dalla Tetra Pak ® (vedi). Nella forma abbreviata,
brik, il nome è passato a indicare genericamente, nel
linguaggio comune, qualsiasi tipo di contenitore simile. Da
tetra- (vedi Tetra Pak®) e dall’inglese bri(c)k ,
“mattone”, perché a forma di parallelepipedo.
Tetrapak Treccani
tetrapak
[dall’ingl. Tetra Pak (anche Tetra Pack o Tetrapack,
plurale Tetrapacks), marchio registrato, formato con tetra(hedral)
«tetraedrico» e pack «pacco, confezione, contenitore»]. -
Nome commerciale di un contenitore in cartoncino paraffinato a forma di
tetraedro, usato per la conservazione e il trasporto di latte, bevande o
altri alimenti liquidi (panna, salse e sim.).
Devoto-Oli tetrapak Nome commerciale ® di un recipiente di cartone paraffinato, usato specialmente per la vendita del latte e di altri prodotti liquidi, in confezioni ermetiche da asporto. 1960.
Sabatini-Coletti tetrapak
– Nome commerciale, che costituisce marchio
registrato, di un involucro ermetico di plastica, a forma di tetraedro,
usato specialmente per conservare o trasportare alimenti liquidi. - Dal
nome della società svizzera Tetra Pak, propriamente “pacco a
tetraedro”. 1970. De Mauro tetra pak
Contenitore di cartone
paraffinato fornito di una tipica apertura a strappo, usato per la
conservazione e il trasporto di latte, panna, bevande, salse e
simili.- Estensivamente, il materiale in cui è realizzato tale
contenitore. [1970; nome commerciale, composto di tetra- e del
tedesco Pak(et) “pacco”]. Palazzi-Folena
tetrapak ® –
tetraedro di carta paraffinata per il trasporto e la conservazione di
latte o bibite. Zingarelli (fino all’edizione 1995. Nelle successive la voce è stata depennata)
Tetrapak ®
[Marchio d’impresa della ditta Tetra-Pak di Lund (Svezia)].
tetrapack
Recipiente di cartone paraffinato, in origine a forma di tetraedro, per
latte e altri alimenti liquidi. Brik e brick non sono Tetra Pak (2/7/2010) Il gentile lettore Patrizio Ciotti, a proposito della nota «Come ti tratto “tetrapak”» del 16/6/2010 (vedi appresso), ci segnala che questo marchio è riportato da alcuni vocabolari anche alle voci brik o brick e ci fa l’esempio di Zingarelli, chiedendoci se la voce relativa di questo vocabolario è esatta. Rileviamo innanzi tutto che brick, in inglese “mattone”, non è esatto se riferito al prodotto della Tetra Pak, ma non è esatto neppure brik, semplicemente perché non esiste un “brik” Tetra Pak, ma solo il Tetra Brik. È insomma, ancora una volta, come dicevamo la volta precedente, una questione di marchi registrati, che, o si riportano come sono, o, a scanso di contestazioni da parte dei proprietari, è meglio lasciar perdere, come ha fatto Zingarelli per la voce tetrapak. Per la voce brik che possiamo dire? Zingarelli scrive testualmente: «Accorciativo di Tetra Brik ®, marchio registrato della ditta Tetra Pak ® * 1986. s.m. inv. - Contenitore di cartone per alimenti liquidi a forma di parallelepipedo». Sembrerebbe passabile, ma vallo a dire a quelli della Tetra Pak, che magari potrebbero obiettare che, essendo un marchio registrato, andrebbe riportato nel vocabolario non brik, ma alla lettera Tetra Brik, e che i marchi registrati – in quanto tali – non possono avere un “accorciativo”, come Zingarelli definisce brik.
Avevamo
avuto sentore che la Tetra Pak non gradiva particolarmente che il suo
nome apparisse nei vocabolari e ritenevamo un tale atteggiamento un po’
miope e “chiuso”. Perché se i vocabolari registrano un marchio
d’impresa o di prodotto, in un certo qual modo certificano il successo
di quell’impresa o di quel prodotto, il cui marchio è diventato tanto
popolare da entrare nell’uso della lingua scritta e parlata. Ora, però,
alla luce di un … illuminante libretto che la stessa Tetra Pak italiana
ha avuto la bontà di inviarci, dobbiamo ricrederci e dire che l’azienda
Tetra Pak (attenzione al nome e alla grafia) ha pienamente
ragione perché nei suoi confronti i vocabolari hanno sbagliato tutto. A
incominciare dal nome Tetra Pak, che, attenzione una seconda
volta!, non designa nessun contenitore, ma è solo il nome
dell’azienda. Invece cosa ti vanno a scrivere i vocabolari, dal Grande
Battaglia ai monovolume che abitualmente prendiamo in esame? Innanzi
tutto sbagliano la grafia, riportando a lemma tetrapak, che
semplicemente non esiste (Hoepli-Gabrielli registra addirittura
tetrapack) e poi facendo riferimento, nella definizione, al
“contenitore”, mentre invece i contenitori prodotti dalla Tetra Pak
hanno altri nomi (Tetra Brik, Tetra Rex, Tetra
Recart, ecc.) e nessuno di essi si chiama
tetrapak. Non è esatto nemmeno parlare di tetrapak per
definire il materiale con cui sono fatti tali contenitori. Tetra Pak è
solo il nome dell’azienda. Altro errore, o meglio, un mancato
aggiornamento (permane in Sabatini-Coletti, vedi
Voci rauche,
ma suo tempo lo avevamo segnalato per Garzanti 2006 e Devoto 2008, che
poi lo hanno corretto nelle edizioni successive) è quello di fare
esclusivo riferimento al contenitore «a forma di tetraedro». Forma
superata, essendo oggi i contenitori della Tetra Pak generalmente a
forma di parallelepipedo. Il primo prodotto (nel 1952), a
quattro facce triangolari, si chiama comunque correttamente Tetra
Classic. Altro errore di Sabatini-Coletti , lo abbiamo
rilevato adesso grazie sempre alle informazioni della Tetra Pak, è
quando parla di «società svizzera». No, è svedese. De Mauro “tetra pak”, Zingarelli taglia (16/6/2010) Dagli
errori di cui sopra, in particolare la grafia sbagliata, si salva (in
parte) De Mauro che registra a lemma
tetra pak (ma
trattandosi di marchio commerciale andrebbe scritto com’è in realtà,
ossia con le iniziali maiuscole). Si salva in tutto Zingarelli,
per il semplice motivo che, prudentemente, ha preferito tagliare la
testa al toro, depennando la voce in questione. Ma anche Zingarelli
sbagliava quando nell’edizione 1995, uscita nel 1994 – ultima volta in
cui vi appare il lemma Tetrapak ® (testuale) –, scriveva: «nome
commerciale di uno speciale recipiente». No, abbiamo visto che nessun
“recipiente” della Tetra Pak si chiama tetrapak. Battaglia per “Tetrapak” (16/6/2010)
Significativo il caso del Grande Dizionario della lingua italiana
di Salvatore Battaglia (Utet). La voce è stata inserita nel volume
d’aggiornamento (Supplemento 2004). Significativo, perché questo
vocabolario, dopo la solita storia del “contenitore”, riporta due frasi
esemplificative tratte dal Corriere della Sera, il quale sbaglia
la grafia scrivendo “tetra-pack”. Passi per il giornale: i
quotidiani, anche i più grossi, mai si sono distinti per l’attenzione a
questi particolari. Ma per i vocabolari no, a maggior ragione per
il Battaglia. Riprendiamo alla lettera: °°°°°°°°°°°° |
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