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 arcobaleno bagna, inzuppitura belpaese biancomangiare catana e katana cherry brandy cicerchia cruscotto griffa gulasch mangiafagioli, mangiagatti  passo pastiera sacrista sfogliatella sfogliatrice superotto
 

arcobaleno

La storia dell’arcobaleno inizia dalla balena.  Può sembrare strano ma è proprio così.  Da balena, o pesce baleno, come gli antichi chiamavano questo cetaceo, sono derivati i termini baleno (nel significato di lampo, bagliore, luce improvvisa, insomma qualcosa di rapido) e balenare (lampeggiare, risplendere di colpo, apparire fugacemente). I linguisti spiegano questa derivazione da balena in vari modi:  «nel senso dell’apparire improvviso di un animale fantastico»
(DEVOTO-OLI); o perché «tale animale appare e scompare rapidamente nell’acqua» (DE MAURO); oppure «per i bagliori che manda nel rapido apparire e scomparire sulla superficie marina» (GARZANTI).  Ce ne vuole di fantasia per accostare la balena (animale) al baleno (lampo, bagliore). Stabilito comunque che baleno viene da balena, ci si aspetterebbe che la parola arcobaleno (composta di arco e baleno) derivasse, almeno per la seconda parte, da baleno, come appunto un “qualcosa (a forma di arco) che appare improvvisamente”.  E invece no, anche l’arcobaleno discende direttamente dalla balena. Una prima conferma in tal senso ce la dà DEVOTO-OLI, che alla voce arcobaleno scrive: «Composto di arco e balena, probabilmente per la rappresentazione zoomorfa del fenomeno nell’immaginario popolare».  In parole povere il popolo, e per esso il linguista, vedrebbero nell’arcobaleno una balena!  Ulteriori conferme vengono dal DIZIONARIO ETIMOLOGICO (Zanichelli) dove è spiegato il motivo per cui non è sostenibile la tesi secondo cui arcobaleno derivi da baleno, indicando il secondo termine un fenomeno che dura un tempo brevissimo, mentre l’arcobaleno persiste a lungo nel cielo.  E allora le uniche spiegazioni plausibili sono date dal fatto che l’apparizione improvvisa dell’arcobaleno, come quella della balena, suscitano entrambe sorpresa, meraviglia, stupore, da qui il collegamento. Oppure, ultimo tocco di fantasia, perché «la forma della schiena e lo stesso arco che descrive il cetaceo guizzando nell’acqua» sono elementi  che giocano a favore dell’accostamento della balena all’arcobaleno.
 

 

bagna

Proprio così, al femminile, e non bagno (come qualcuno dice, sbagliando).  La parola indica in pasticceria e nell’uso commerciale un liquore destinato specificamente all’inzuppitura (termine ancora ignorato dai dizionari) dei dolci.  I vocabolari danno in proposito una definizione esatta a metà e con qualche inesattezza. Ad esempio quando affermano che bagna ha solo il significato di «sugo, intingolo» (Garzanti), oppure che è voce dialettale, settentrionale o, in particolare, piemontese (forse pensando alla bagna cauda).  No, la bagna per pasticceria è conosciuta con questo nome dai pasticcieri di tutta Italia.  Ed è vera solo in parte laffermazione: «liquore a bassa gradazione alcolica». Questo semmai e il “punto d’arrivo”, poiché, normalmente, nella pratica quotidiana, i pasticcieri usano bagnare i dolci con un liquore che non superi i 30 gradi.  Ma all’origine (per dire il prodotto come esce dalla fabbrica) le bagne migliori sono proprio quelle “secche” ad alta gradazione (anche 90 gradi), che i pasticcieri preferiscono per l’ottima resa (in sapore e aroma) e che poi portano alla gradazione di consumo con l’aggiunta di sciroppo di zucchero.


inzuppitura                                                                                          

Per stare nel tema, i vocabolari registrano inzuccheratura, ma, subito dopo, saltano” (ignorano) inzuppitura, termine ormai entrato nell’uso corrente, soprattutto settoriale, per indicare sia l’operazione di inzuppare i dolci, sia la sostanza liquida impiegata per inzupparli.  Dunque inzuppitura potrebbe essere sinonimo di bagna?  In senso largo e generico sì, ma bagna è più termine “tecnico” per indicare il prodotto alcolico, mentre l’inzuppitura può essere anche non alcolica, ad esempio caffè, succo di ananas, arancio e via … inzuppando.  Attenzione che, stando al verbo di derivazione,  inzuppare, sembrerebbe più logico dire inzuppatura, così come da inzuccherare viene inzuccheratura.  Invece no, è prevalsa e ormai consolidata, la forma inzuppitura.  Atteniamoci, questa volta, ai pasticcieri.


 

belpaese

Tra le Voci rauche abbiamo segnalato in questi giorni belpaese. È un termine registrato da tutti i vocabolari sia nel significato classico, che sta a indicare l’Italia, sia nel significato commerciale (si tratta infatti di un marchio registrato) che sta a indicare un noto formaggio a pasta molle prodotto dalla società Galbani (ovviamente i dizionari non fanno il nome del produttore, ma noi possiamo dirlo tranquillamente). Perché abbiamo inserito belpaese tra le Voci rauche?  Perché quattro dei cinque vocabolari esaminati (Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti, De Mauro), nello spiegare l’origine del nome deriva da un’opera dell’abate-scrittore Antonio Stoppani (1824-1891) dal titolo Il bel Paese aggiungono che «l’effigie dell’autore compare sulla confezione del formaggio».  Ahimè, non è più vero; perché la Galbani, dimostrando scarsa riconoscenza verso chi le aveva “suggerito” il fortunato nome, ha nel frattempo eliminato dalle etichette del formaggio e dei formaggini (Crema Bel Paese) l’effigie di Antonio Stoppani.  Che dire?  Si potrebbe concludere che i curatori dei vocabolari non sono attenti alle etichette oppure che non mangiano i formaggini.  La storia però è interessante. Alzi la mano chi, tra i consumatori del formaggio, sapeva che il nome deriva da un’opera letteraria.  E alzi la mano, tra quanti ricordano la vecchia etichetta, chi sapeva che il personaggio raffigurato fosse uno scrittore.  Molti, tra i quali il sottoscritto, pensavano che fosse il fondatore della Galbani, l’industriale Egidio Galbani (1859-1950).  Una proposta agli attuali responsabili dell’industria casearia: perché non ripristinare la vecchia etichetta e tornare a dare a Cesare quel che è di Cesare?  Oltretutto farebbero un favore ai vocabolari che non sarebbero costretti a correggere, nel senso di aggiornare, la voce belpaese.

 

biancomangiare

Con una battuta si potrebbe dire che il biancomangiare è un mangiare controverso, perchè la parola è usata per designare preparazioni spesso diverse, accomunate dal fatto di presentarsi di colore bianco o comunque bianchiccio.  Secondo Garzanti, De Mauro e Devoto-Oli (prendiamo da tutti e tre) biancomangiare sta a indicare:  1) Un dolce a base di latte di mandorle, panna, zucchero e rum, tipico della cucina francese;  2) Un budino a base di pollo tritato e latte;  3) Un fritto di “bianchetti”, ossia i neonati delle acciughe e delle sardine, chiamati così, in molte regioni meridionali, perché si presentano di colore bianco trasparente. Zingarelli, sull’argomento il più sbrigativo, dà i significati di «vivanda dolce o salata a base di latte o latte di mandorle e farina rappresi» e «bianchetti fritti».   Sempre Zingarelli, ma in una vecchia edizione, citava  come sinonimo di biancomangiare  la parola bramangiere, tuttora registrata come tale da alcuni dizionari.  Entrambi i termini derivano dal francese blanc-manger.
Dato per buono ciò che dicono i vocabolari, sorgono alcune perplessità dal fatto che la parola biancomangiare appare in altri contesti e in altre latitudini.  In Sicilia, ad esempio, in provincia di Ragusa, si chiama così un dolce preparato con latte, mandorle tritate, zucchero, amido (di frumento o mais), buccia di limone e cannella.  Dunque la domanda: dolce siciliano o francese?  Altra incertezza sorge dalle ricette che prevedono per il biancomangiare l’aroma dei fiori d’arancio, aroma che male si accorda con il rum del dolce “francese”.  Una nota azienda di aromi casalinghi per dolci, indica espressamente il “fior d’arancio” per la pastiera napoletana e il biancomangiare.  In alcune ricette di biancomangiare abbiamo trovato il riso, mentre in altre, dove è previsto il pollo, si parla di gelatina …  A meno che – è l’inevitabile conclusione – per biancomangiare  non si intenda una parola “tuttofare”, buona cioè per indicare ogni tipo di vivanda, semiliquida o cremosa, dolce o salata, di carne o pesce, purché si presenti di aspetto più o meno bianco.

 

catana, katana 

Era intitolata “La catana” una poesia di Dino Burtini, poeta estemporaneo, che incominciava con questi versi: «Salve catana di Tolfa / che superba ed orgogliosa / t’aggiri per le vie / di Roma, a tracolla / di belle signore / e baldi giovanotti».  La poesia è tratta dalla raccolta Nuvole pubblicata nel 1981.  Già allora l’autore, immaginando che non tutti sapessero il significato della parola (la cui origine rimane incerta), aggiungeva una nota per spiegare che la catana altro non è che un “tascapane di cuoio”.  In seguito la catana, la borsa di cuoio “vera Tolfa”, si è fatta strada, ne hanno parlato riviste di moda, fino quasi a diventare un mito tra giovani e meno giovani.  I vocabolari o ignorano (GARZANTI,  DEVOTO-OLI, ZINGARELLI) questo particolare significato di catana, o ne accennano come sinonimo di “carniere” (DE MAURO, SABATINI-COLETTI) allorché parlano della “giacca da cacciatore” (detta anche “cacciatora”) che è poi uno dei significati con cui viene comunemente registrata la parola catana. Solo PALAZZI-FOLENA non parla di “giacche”, ma dà questa definizione: «Borsa da caccia in cui viene messa la preda».  Insomma, siamo sempre nel campo del carniere (dato anche qui come sinonimo) e dei cacciatori.  Nessun vocabolario che accenni alla borsa di cuoio venuta di moda come accessorio elegante in grado di abbinarsi a qualsiasi tipo di abbigliamento, classico o sportivo.  Un altro significato di catana si riferisce, invece, a una pistola a canna corta un tempo diffusa in Corsica.  Definizione su cui i vocabolari sono concordi, così come sull’origine del nome: deriva infatti dai Catani, una vecchia famiglia di fabbricanti di armi in Corsica.  C’è infine la katana, con la k, ma in italiano può scriversi ugualmente catana.  È voce giapponese che significa “spada”.  È «la tipica spada usata un tempo dai samurai e poi,  fino al termine della seconda guerra mondiale, dagli ufficiali giapponesi» (DEVOTO-OLI).    



cherry brandy 

Dall’inglese cherry = ciliegia, brandy = acquavite, dunque cherry brandy = acquavite di ciliegie.  I dizionari presi in esame riportano questa spiegazione ma le cose non stanno così. Da noi, in Italia, il termine ha sempre indicato un liquore dolce, dal colore rosso intenso, ottenuto nel migliore dei casi aggiungendo all’alcol succo di ciliegie (più comunemente coloranti e aromi) e zucchero.  Può un liquore dolce e rosso essere definito acquavite, cioè un distillato che per sua natura è bianco e secco? Diverso è il caso del tedesco Kirsch (abbreviazione di Kirschwasser, letteralmente  “acqua di ciliegie”), termini anche questi riportati dai dizionari e che stanno per “acquavite di ciliegie”, come giustamente indicato nelle rispettive definizioni.   Del resto la differenza la registrava il contrassegno di Stato, almeno quando questa fascetta di carta aveva valore, oltre che ai fini fiscali, anche di certificazione della natura del prodotto. Il cherry brandy pagava l’imposta di fabbricazione sugli spiriti, il Kirsch l’imposta sui distillati di frutta
A proposito di cherry brandy una interessante annotazione la fa il Devoto-Oli alla voce morlacco, ricordando che D’Annunzio ribattezzò con il nome di sangue morlacco [appunto per il suo colore rosso cupo, ndr]  “l’acquavite di ciliegie” prodotta dalla Luxardo di Zara.  Ma, anche qui, non si può parlare di acquavite. Lo stesso Girolamo Luxardo, fondatore dell’azienda, onestamente lo dichiarava in etichetta chiamando il suo cherry brandy “liquore” e indicando come ingredienti: “succo di marasche [varietà di ciliegia, da cui anche maraschino, ndr], alcole, zucchero”.
 


cicerchia

È una pianta erbacea annua del gruppo delle Leguminose e della famiglia delle Papilionacee.  Il nome scientifico è Lathyrus sativus.  La cicerchia è dunque un legume, con semi variamente colorati. Legume controverso, se non addirittura inquietante, circondato com'è da giudizi diametralmente opposti.  Velenoso per alcuni, quasi un elisir di lunga vita per altri.  I vocabolari ne danno un giudizio sostanzialmente negativo.  Secondo Garzanti, Palazzi-Folena, Zingarelli, Sabatini-Coletti i semi della pianta sarebbero a malapena buoni per l'alimentazione animale,  mentre provocherebbero disturbi ("neurologici" specifica De Mauro) sia nell'uomo, e sia "negli animali"   aggiunge Devoto-Oli –, perché contenenti un principio velenoso.  Per buona misura Garzanti e Devoto-Oli riportano l'espressione "aver mangiato le cicerchie", che equivale ad "avere le traveggole", ossia a sragionare.  Ma le cicerchie sono abitualmente consumate in molte località di produzione, dove spesso costituiscono un piatto prelibato, con estimatori locali e altri che si partono da lontano per gustarleLa zuppa di cicerchie, insieme a quella di fagioli o ceci,  è uno dei piatti tradizionali e abituali di Campodimele, il paese in provincia di Latina noto in Italia e all'estero (è stato "studiato" da illustri scienziati) per avere il più  alto numero di ultracentenari o comunque di anziani in buona salute.  Per carità, le nostre sono solo osservazioni per esprimere qualche perplessità su quanto detto dai vocabolari.  Nessuno si metta a mangiare cicerchie in quantità per cercare di emulare i vegliardi di Campodimele.        


cruscotto
                                                                                                            

La prima originalità di questo termine è che anticamente (1875 è l’anno di prima attestazione) indicava qualcosa che stava ai piedi del guidatore. Zingarelli in proposito è chiaro: «Nelle carrozze, luogo in cui i cocchieri poggiavano i piedi».  Altri vocabolari (Devoto-Oli, De Mauro, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena) parlano, più o meno, di “riparo in cuoio, attaccato al parafango, per proteggere il cocchiere dagli spruzzi”, sempre comunque all’altezza dei piedi.   Perché poi il cruscotto,  nella moderna accezione di pannello recante gli strumenti di comando e di controllo dei veicoli a motore, sia passato all’altezza delle mani (se non del viso!) del guidatore, resta una di quelle piccole curiosità inappagate. Per l’etimologia bisogna accontentarsi di quanto propongono, con la cautela dei “forse” e dei punti interrogativi, Zingarelli, Sabatini-Coletti e Garzanti: la parola avrebbe indicato in origine, testualmente, un «riparo nel mulino per non ricevere addosso la crusca».  Insomma, da crusca cruscotto, alla stregua di altri derivati di crusca, come cruscaiolo, cruscante, cruschello, cruscone. Non sappiamo se questa ipotesi sia, o possa definirsi, una “cruscata”, ma è certo che il Dizionario etimologico Cortelazzo-Zolli (Zanichelli) nel riportarla, come altri dizionari etimologici, avverte che «bisognerebbe trovarne attestazioni precise (eventualmente dialettali) nella terminologia dei mulini o simili». 


griffa
                                                                                                                  

Effettivamente grazie alla griffa è stata possibile la nascita del cinema quale continuiamo a vederlo sugli schermi di tutto il mondo.  Senza questo semplice organo meccanico, che trasforma lo scorrimento della pellicola da continuo a intermittente, non sarebbe stato possibile scomporre il movimento in fotogrammi successivi e registrarlo sulla pellicola per poi riprodurlo, sempre grazie alla griffa, sullo schermo.  I vocabolari a volte equivocano sulla reale natura della griffa, scambiandola per «ciascuno dei dentelli sporgenti sui rulli o tamburi trascinatori che, inserendosi nei fori della pellicola, ne determinano il movimento» (DEVOTO-OLI).  Idem SABATINI-COLETTI:  «ciascuno dei dentelli che sporgono sui rulli della macchina da presa o del proiettore …».  È lo stesso concetto (sbagliato) del BATTAGLIA, e questo forse spiega la ripetizione dell’errore.  I denti dei rulli, ma meglio sarebbe dire rocchetti,  non c’entrano nulla con i denti della griffa, che è un organo a parte dotato di movimento alternativo autonomo. I rocchetti dentati hanno solo il compito di trascinare, con moto continuo, la pellicola dalla bobina debitrice alla bobina ricevente: in tale passaggio, all’altezza dell’obiettivo, interviene la griffa i cui denti impegnano le perforazioni della pellicola con movimenti successivi, a scatti.  È dunque anche inesatto, o quanto meno semplicistico, lasciar credere (GARZANTI, PALAZZI-FOLENA, DE MAURO, ZINGARELLI, DE FELICE-DURO) che la funzione principale della griffa sia quella di «far avanzare», «trascinare» la pellicola.  No, a ciò sono deputati in prima linea i rocchetti. La griffa ha una funzione più alta, essenziale.  È la griffa, in sincrono con l’otturatore, che opera quell’autentica magia di catturare prima, e restituire poi, il movimento, analizzandolo in una lunga teoria di fotogrammi.  In una parola è la griffa che “fa” il cinema.  Ed è anche riduttivo, quasi offensivo, definirla «dente» (ZINGARELLI), o «il dentello» (GARZANTI).  Se le prime, quelle degli albori, avevano un solo dente, ora le griffe, unilaterali o bilaterali (che impegnano entrambe le bande di perforazioni), arrivano fino ai dieci denti delle macchine da presa superpanoramiche con pellicola a scorrimento orizzontale.

 

gulasch                      ARCHIVIO                                                                                                                         

È inesatta la definizione di “spezzatino” (Zingarelli, De MauroSabatini-Coletti, Palazzi-Folena) ) data al gulasch, il tipico piatto della cucina ungherese. Il gulasch è originariamente una zuppa, appunto per la sua caratteristica consistenza brodosa.  La conferma viene dagli stessi ungheresi, una fonte autorevole come Radio Budapest.  I redattori del programma italiano (trasmissione di domenica 3 ottobre e domenica 10 ottobre 2005), in risposta alla specifica richiesta di un ascoltatore, hanno confermato: il gulasch è una zuppa di manzo e non c’entra niente con lo spezzatino. Lo spezzatino di manzo, in ungherese, è marhapörkölt.   Dallo spezzatino si salva il Devoto-Oli che definisce il gulasch “zuppa o stufato”.  La colpa, comunque, sembra essere dell’Austria e degli austriaci, attraverso i quali è arrivato in Italia il gulasch. In Austria lo cucinano come spezzatino, travisando la ricetta originale.  Un grazie a Radio Budapest, benemerita come le altre radio internazionali che hanno programmi in lingua italiana.  Purtroppo dal 28 febbraio 2007 Radio Budapest ha cessato le sue trasmissioni in lingua italiana. 
 

mangiafagioli, mangiagatti  e                          

Tra i tanti “mangiatori” elencati dal Vocabolario (ossia vocaboli composti il cui primo elemento è mangia-) ve ne sono alcuni che individuano intere popolazioni di città, regioni e nazioni.  I mangiafagioli sono i fiorentini, secondo Sabatini-Coletti e Devoto-Oli, il quale riporta anche il detto popolare: «Fiorentini mangiafagioli, leccapiatti e romaioli», dove “romaioli” sta come variante toscana di ramaiolo. I mangiagatti, secondo i due vocabolari già citati e De Felice-Duro, sono i vicentini. Qui Devoto-Oli autorevolmente conferma con una filastrocca: «Veneziani gran signori, Padovani gran dottori, Vicentini mangiagatti, Veronesi tutti matti».  Per i mangiapatate il riferimento è unanime: sono i tedeschi, e così per i mangiapolenta: italiani settentrionali in genere, lombardi, piemontesi e veneti in particolare, mentre i mangiasapone sono i meridionali.  Per i mangiasego il riferimento è “storico”: erano i soldati austriaci nel giudizio dei sudditi del regno Lombardo-Veneto.  E i mangiaspaghetti?  Devoto-Oli, l’unico a registrare la parola (ritenuta forse scontata  da altri), spiega che sono gli italiani, specialmente gli emigrati. Tutti questi termini, ovviamente usati come epiteti o nomignoli di volta in volta scherzosi o spregiativi, rientrano in quella categoria che i linguisti chiamano “stereotipi”, ossia (prendiamo  da Zingarelli) «espressioni proverbiali o singole parole nelle quali si riflettono pregiudizi e opinioni, spesso negative, su gruppi sociali, professionali, etnici».  I “mangiatori” di cui sopra sono tutti citati al plurale, ma si tratta di termini invariabili, da usarsi perciò indifferentemente tanto per il singolare quanto per il plurale, sia al maschile sia al femminile. Non si dirà mai, per intenderci, il mangiagatto o la mangiagatta.     

 

passo

In tema di passo cinematografico i vocabolari continuano a confondere le idee, prima parlando generalmente di un solo passo, mentre in realtà i passi da prendere in considerazione sono due, quello delle perforazioni e quello dei fotogrammi, e poi dando dei numeri, 8, 16, 35,  che non indicano il passo, bensì il formato della pellicola, che in cinematografia è dato dalla larghezza della pellicola stessa espressa in millimetri. Dire che una pellicola è a passo 35 mm, è cosa inesatta anche se diffusa (ma i vocabolari non ci stanno apposta per far evitare errori?) perché 35 mm è la larghezza, ossia il formato della pellicola.  Prendendo a campione questo formato (35 mm) che poi è quello standard, il passo delle perforazioni (ossia la distanza tra i centri di due perforazioni successive) è 4,75 mm;  il passo dei fotogrammi (ossia la distanza tra i centri di due fotogrammi successivi) è 19 mm. Come si vede valori totalmente diversi da quelli accreditati dai vocabolari come “passo”.  È passabile (visto il tema, ci si passi l’aggettivo) la distinzione tra “passo normale”, quello della pellicola 35 mm, e “passo ridotto”, quello delle pellicole 16 e 8 mm. Ma al di là di queste due definizioni,  peraltro migliorabili (perché non dire più esattamente “formato normale ” e “formato ridotto”?),  sarebbe meglio non andare e, soprattutto, non dare i numeri.  Abbiamo segnalato gli errori relativi al passo nelle Voci rauche, alle quali rimandiamo. E a proposito di numeri e cinematografia, segnaliamo anche ultrarallentatore, dove i vocabolari sono rimasti –  tutti, o quasi tutti, d’accordo – fermi a 5.000 fotogrammi.
Vedi Voci rauche


 

pastiera
                                                                                            

Sembrerebbe semplice e invece la pastiera è stata, e continua ad essere, di difficile “preparazione” per i vocabolari. O mettono un ingrediente che non va (ad esempio il cioccolato) oppure non riescono ad azzeccare l’aroma giusto – i fiori d’arancio – che è l’ingrediente che più caratterizza, per il suo profumo particolare, questo celebre dolce napoletano. Solo il vecchio (nel senso che dal 1992 non è stato più aggiornato) PALAZZI-FOLENA riusciva a dare la ricetta esatta, parlando giustamente di torta «profumata all’acqua di fiori d’arancio».  Attualmente anche ZINGARELLI dà una definizione corretta, ma dopo aver “pasticciato” anche lui nelle precedenti edizioni, prima coll’inserire il cioccolato e poi l’aroma sbagliato, ossia quello d’arancia. DEVOTO-OLI si salva (come il Grande Dizionario di Salvatore Battaglia) tacendo sull’aroma, ma nelle passate edizioni metteva anche lui il cioccolato.  In errore sono tuttora SABATINI-COLETTI (cioccolata) e DE MAURO, che cade nel trabocchetto dell’aroma indicando tra gli ingredienti l’essenza d’arancio.  A parte l’imprecisione dell’essenza d’arancio (a esser pignoli sarebbe più esatto parlare di “aroma d’arancia”),  rimane il fatto che l’aroma specifico per la pastiera è quello dei fiori d’arancio (qui sì:  arancio) che ha un sapore, ma soprattutto un profumo, diverso.  In commercio si trovano entrambi gli aromi, anche per preparazioni casalinghe, ognuno con la propria distinta denominazione.
 

 

sacrista

Il sacrista è figura antichissima, a cui era affidata, tra altri incarichi,  la custodia del Sacrario apostolico, dove sono conservate le suppellettili sacre e gli ornamenti preziosi del pontefice. Dal 1352 il sacrista era scelto, per consuetudine, dall’Ordine degli Eremitani di S. Agostino. Nel 1497 il papa Alessandro VI stabilì in via definitiva che fosse scelto esclusivamente tra agli Agostiniani; Clemente VIII lo elevò alla dignità di vescovo; Leone XII (1824) gli affidò anche l’incarico di parroco dei Palazzi apostolici;  Pio XI nel 1929, dopo il Concordato, lo elesse suo Vicario generale per la Città de Vaticano.  Con il motu proprio di Paolo VI Pontificalis Domus (1968), la denominazione sacrista fu abolita, ma non l’ufficio, che continuò ad essere svolto dal Vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano.  
Con il chirografo del 14 gennaio 1991, Giovanni Paolo II stabilì che le mansioni che erano proprie del sacrista della Casa pontificia fossero passate al Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, il quale è pertanto responsabile della Sacrestia pontificia e delle Cappelle del palazzo apostolico.  In conclusione si può dire che attualmente l’erede e il facente funzioni del sacrista è il Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, anch’egli figura antichissima e che col tempo è andata assumendo sempre maggiore importanza nel quadro della Curia romana.

 

sfogliatella

Il tipico dolce di Napoli sembrerebbe a prima vista un argomento facile, in realtà nasconde qualche “insidia”, come già la pastiera, della quale abbiamo parlato in precedenza e tuttora presente nelle Voci rauche.  L’insidia per i definitori della sfogliatella è che in realtà esistono due tipi di sfogliatelle, la riccia e la frolla.   Se per la sfogliatella riccia è esatto parlare di pasta sfoglia, per quella frolla occorre distinguere, perché la pasta per la preparazione è, come dice il nome, frolla. Cambia anche la tecnica di lavorazione, ma questo è un altro discorso.  Garzanti e De Mauro fanno giustamente la distinzione. Prendiamo da Garzanti: «piccolo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) o frolla (sfogliatella frolla) avvolta su sé stessa e farcito con crema alla ricotta, canditi e spezie varie». De Mauro, per la sfogliatella riccia, specifica: «il cui involucro, a base di farina e strutto, si sfoglia in lamelle sottili». Gli altri vocabolari (Devoto-Oli, Sabatini-Coletti) ignorano i due tipi di sfogliatella e parlano solo di “pasta sfoglia”. Più colpevole, ci si passi l’aggettivo, è in questo caso Zingarelli, il quale pur citando le due sfogliatelle (riccia e frolla), sorvola sul particolare importante che sono preparate con due paste diverse.              
  

sfogliatrice

Visto che siamo nel tema, poche righe per questa voce riportata da tutti i vocabolari nei suoi diversi significati, subito dopo sfogliatella.  Proprio la vicinanza con la sfogliatella, avrebbe dovuto suggerire, o per lo meno ispirare, i curatori dei vocabolari a inserire, tra le definizioni date per sfogliatrice,  quella più ovvia e consequenziale, ossia “la macchina usata in pasticceria per produrre la pasta sfoglia”.  Ahimè, a questo significato “dolce” ha pensato solo Zingarelli.  



superotto

I vocabolari registrano superotto ma al suo apparire sul mercato era scritto Super8 o, più abbreviato, S8.  L’idea della Kodak (1964) era stata semplice: racchiudere la pellicola 8 mm in un caricatore in plastica, per facilitare il caricamento della cinepresa, e aumentare la superficie del fotogramma riducendo lo spazio riservato alle perforazioni che nel vecchio 8 mm erano le stesse della pellicola 16 mm.  Il successo arrivò subito. Tra i cineamatori, allora divisi tra 8 mm e 16 mm (quelli più evoluti), molti passarono al Super8, tanto da far sorgere una nuova figura, il superottista.  I vocabolari (Garzanti, De Mauro, Devoto-Oli, Sabatini-Coletti) sono concordi nel ripetere che il superotto “consente di ottenere immagini di qualità migliore grazie alla maggiore superficie del fotogramma”.  Si salva solo Zingarelli, il quale sorvola sull’argomento, e forse a ragione.  Perché in effetti il caricatore in plastica, su cui era “costruito” tutto il Super8, se costituiva un vantaggio, era, però, anche un limite del sistema, per l’impossibilità di assicurare una perfetta e costante messa a fuoco dell’obiettivo sul piano pellicola. Gli esperti avrebbero da discutere sulla presunta “migliore qualità” dell’immagine in Super8 rispetto all’8 normale, dove la planeità e la fissità della pellicola erano assicurate dal pressore in metallo incorporato nella macchina, come avviene nelle cineprese professionali. Appunto per correggere tale limite del Super8 furono tentate variazioni (Single 8, Doppio Super8) che prevedevano il pressore incorporato nella macchina anziché nel caricatore. Ma in epoca digitale questi sono dettagli tecnici “buoni” soltanto per le definizioni dei vocabolari, i quali continuano (giustamente) a registrare termini ormai superati.  Non sarebbe superato, invece, il Supersedici, o Super 16,  nato in anni più recenti per usi professionali e tuttora preferito da alcuni registi.  Stranezze del cinema, che prima lascia un formato e poi … raddoppia.


 

 

VOCI  MUSICALI

canone neuma discanto sesquialtera melodia ● diatonismo puntillismo ut musica “sacra” o “liturgica”? musica toccata fuga accordo agogica polifonia   

 

canone                                                 (19/12/2008)

Canone è un lemma dai molti significati. In musica per canone s’intende una forma musicale in cui una melodia è ripetuta per intero da una o più voci, che iniziano successivamente, a distanza di un certo numero di movimenti o di misure. Sfogliando i vocabolari, ci si accorge subito che l’idea è espressa nella sostanza, se pur con qualche sfumatura. Tutto si riduce all’uso di un verbo. Nel canone, la melodia viene imitata, ripresa o ripetuta? ZINGARELLI afferma che il tema proposto viene “ripetuto”; DEVOTO-OLI e DE FELICE-DURO affermano che il tema viene “imitato”; DE MAURO e PALAZZI-FOLENA preferiscono dire che il tema viene “ripreso”; SABATINI-COLETTI usa due verbi: il tema viene “ripetuto e imitato”; GARZANTI specifica  che il canone è fondato sulla “ripresa e imitazione rigorosa” della melodia proposta. Forse basterebbe dire che il tema viene “ripetuto”. Infatti si tratta di una “ripetizione” vera e propria, e non di una imitazione, pur ammettendo che tale ripetizione avviene in varie forme e su vari gradi della scala musicale. – PALAZZI-FOLENA ha il merito di accennare alle diverse maniere con cui la stessa linea melodica può essere ripetuta dalle varie voci. Gli esempi riportati servono a chiarire le molteplici forme di canoni, in composizioni contrappuntistiche vocali (e anche strumentali). Ci sono canoni a una, due, tre o più voci; il canone inverso, in cui gli intervalli delle voci conseguenti sono in direzione inversa rispetto all’antecedente; canone a specchio, in cui la voce conseguente inizia contemporaneamente alla prima ma con intervalli simmetricamente opposti; canone infinito o perpetuo, in cui l’imitazione può essere riproposta all’infinito: canone per aggravamento o diminuzioni, in cui la risposta può presentare valori di durata dilatati o accorciati: canone enigmatico, in cui il procedimento per ricavare le parti conseguenti è celato in un enigma da risolvere. – Dopo tante disquisizioni, basterebbe mettersi in tre a cantare il canone Fra Martino campanaro e risulterebbe ben chiaro cosa sia il canone.

                                                                                                   (ep)
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neuma                                                  (21/10/2008)

Nella teoria del canto gregoriano si chiama neuma un gruppo di due o più note che si cantano con una sola vocale. I neumi variano di nome secondo il numero e la posizione delle note di cui sono composti. Etimologicamente la parola neuma, che deriva dal greco, indica un segno, un cenno qualsiasi che rappresenta un suono. I neumi di due note sono due (pes, clivis), quelli di tre note sono cinque (scandicus, salicus, climacus, torculus, porrectus), ai quali vanno aggiunti vari neumi di ornamento, subpuntati e resupini. – Il canto gregoriano viene chiamato con vari nomi. Sarebbe logico chiamarlo “canto proprio della liturgia romana”. Lo si chiama “gregoriano” in omaggio al papa Gregorio Magno (535 circa-604), per l’opera da lui svolta nell’organizzazione dei canti della liturgia romana. Alcuni lo chiamano “canto piano”, per il  carattere proprio delle sue melodie o in riferimento al papa Pio X (1835-1914), che è stato il restauratore di questo canto nel secolo scorso. Altri lo chiamano “canto neumatico”, in riferimento alla sua notazione “neumatica”. Dal Medio Evo viene chiamato “canto fermo”, per il fatto che, dagli inizi della polifonia, venivano aggiunte delle note ad ogni nota della melodia gregoriana preesistente, che così rimaneva tenuta e quasi “ferma”. – I vocabolari offrono varie definizioni al termine neuma: ogni definizione rispecchia il punto di vista col quale viene considerato. La definizione di ZINGARELLI è la più stringata, ma troppo generica e non chiara: «Segno dell’antica notazione del canto gregoriano». Più chiaro GARZANTI: «Nome generico di vari segni convenzionali usati per indicare l’altezza tonale di una nota». Esauriente la definizione di PALAZZI-FOLENA: «Ciascuno dei segni, posti sopra le sillabe del testo da intonare, che indicavano l’andamento ascendente o discendente della melodia; da questi si è originata la moderna notazione». Ottima la definizione di DEVOTO-OLI: «Segno grafico che indica una o più note da eseguire sulla stessa sillaba, o un certo modo di eseguire la melodia». Quasi si direbbe che  “il Vocabolario è musica”.             
                                                                                                                   (ep)
 

 


discanto
                                                                                                       (26/9/2008)

Di solito il prefisso dis-  ha valore negativo (incanto, disincanto). Però può esprimere anche separazione, indipendenza (disancorare gli stipendi dalla scala mobile).  In questo senso viene interpretato il termine discanto in musica: una melodia che si separa da un’altra per acquisire esistenza propria.  Bisogna rifarsi alla pratica polifonica medievale, quando si aggiungeva una seconda voce alla voce principale presa generalmente dal canto gregoriano.  Le due voci partono dalla stessa nota:  la voce inferiore ripete le note della melodia gregoriana, mentre la voce superiore si scosta, si rende indipendente proseguendo con intervalli di quarta, quinta e ottava. Celebre il “Discanto di Milano” del secolo XI: la voce principale esegue le note del Kyrie Cunctipotens, la voce superiore invece, partendo dall’unisono, si espande in una melodia nuova con intervalli di unisono, quinta, ottava, quinta eccetera.  Questa seconda melodia si chiama “vox organalis” o discanto. La definizione che ne dà DEVOTO-OLI è precisa: «Tipo di polifonia medievale, consistente nell’aggiunta di una voce in moto contrario all’andamento uniforme e parallelo dell’organum * primitivo, collocata al disopra del canto dato». Meno esatta la definizione di GARZANTI, in quanto non precisa quale, tra le due voci, sia il discanto.  Buona la definizione di DE FELICE-DURO, che parla di «aggiunta di una voce al disopra del canto dato».  In un primo tempo il discanto aggiungeva una nota contro un’altra nota del canto dato (contrappunto), in seguito si sviluppò contrapponendo più note a ciascuna nota del canto.  In alcuni casi il discanto posto sopra al canto dato, veniva improvvisato.  Per conseguenza, dal momento che il discanto stava al disopra del canto dato, attualmente la parte più acuta delle voci di una composizione polifonica vocale o strumentale viene chiamata discanto.  Su questo particolare tutti i vocabolari sono concordi: GARZANTI: «Parte di soprano di una polifonia»; DEVOTO-OLI: «Parte soprana di una polifonia»; DE MAURO: «In una composizione polifonica, voce più acuta»; SABATINI-COLETTI: «Parte superiore vocale o strumentale»; ZINGARELLI: «La parte più acuta delle voci di una composizione polifonica»; PALAZZI-FOLENA: «La parte più acuta in una composizione musicale a più voci»; DE FELICE-DURO: «La voce e lo strumento che ha la parte più alta in un complesso fonico».

                                                                                                                                Emidio Papinutti 

* organum (plurale organa) è termine generico per indicare le primitive forme di polifonia in uso dal IX al XIII secolo. [Ndr]
 



sesquialtera
                                                                                           (29/7/2008)

Ogni scienza e ogni arte ha le sue parole “difficili”, termini tecnici che diventano familiari solamente agli addetti ai lavori.  La musica non fa eccezione. Cos’è la sesquialtera?  La sesquialtera è un registro dell’organo. È stata definita “la sesta della quinta”, ossia la terza nota sopra la fondamentale. In concreto, prendendo come nota fondamentale il Do, la sesquialtera è il Mi sopra il Sol.  Combinandosi insieme con il suono fondamentale, si hanno l’ottava della quinta (dodicesima) e due ottave della terza (diciassettesima). Tanto è brutta la definizione, quanto è bello il suono della sesquialtera che, secondo un trattatista seicentesco, conferisce «un garbo assai grato alle orecchie delicate».  L’etimologia appare chiara se letta in latino: sex(ta)
qui(ntae est) altera
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I vocabolari non si dilungano in dettagli.  Alcuni neppure registrano il termine sesquialtera in questo senso (GARZANTI, DE FELICE-DURO, DE MAURO); altri ripetono la stessa definizione: «Registro dell’organo che realizza il terzo e il quinto armonico del suono fondamentale» (ZINGARELLI, PALAZZI-FOLENA), altri se la cavano dicendo che si tratta di un registro dell’organo «produttore di intervalli di sesta» (DEVOTO-OLI).  Il termine sesquialtera si usava anche nella notazione mensurale per indicare una diminuzione del valore normale delle note nel rapporto di 3 a 2.  Come definisce ZINGARELLI: «Modo di diminuire il valore delle note analogo alla moderna terzina». In questa accezione ha come sinonimo emiolia.  Nell’uno e nell’altro senso si tratta di una parola “difficile”, tanto che il computer continua a sottolinearla in rosso.  

                                                                                                                   (ep)


melodia
                                                                                                            (30/5/2008)

Varie definizioni si possono dare al termine melodia: successione ritmica di suoni; serie di suoni considerati successivamente. La melodia si distingue dall’armonia, che è una successione multipla di suoni. Volgarmente si potrebbe dire che la melodia è una successione di suoni “a una voce”, mentre l’armonia è una successione di suoni a più voci: più suoni considerati simultaneamente.
Una definizione abbastanza buona di melodia è quella che offre GARZANTI: la melodia è una «successione di suoni di varia altezza e durata avente senso musicale compiuto». A voler essere pignoli, si potrebbe togliere qualche elemento a questa definizione. Infatti risulta per lo meno dubbio affermare che i suoni di una melodia devono essere di «varia altezza», in quanto ci sono delle melodie che si mantengono su una stessa corda, come i recitativi melodici. Anche l’affermazione che i suoni di una melodia sono «di varia durata» potrebbe essere contestata, in quanto ci sono delle melodie con valori uguali di durata, tipo alcune melodie del canto gregoriano. Importante la precisazione che una melodia musicale, per essere degna di questo nome, deve avere «senso musicale compiuto».  Un confronto, anche rapido, con le definizioni date da altri vocabolari, aiuta a chiarire ulteriormente cosa sia la melodia e quali sono le sue caratteristiche. DEVOTO-OLI precisa che la successione dei suoni di una melodia deve avere «senso compiuto, con propria intonazione e ritmo». Ottima questa sottolineatura del carattere artistico. DE MAURO, sempre attento nel trattare i termini musicali, chiarisce ulteriormente che i suoni di una melodia, «prendendo le mosse dal motivo e regolati dal ritmo, si succedono progressivamente entro una struttura unitaria».  Sembra invece alquanto discutibile la definizione di SABATINI-COLETTI, che attribuisce alla melodia «un ritmo generalmente dolce e malinconico», quando tutti conosciamo melodie con ritmo aspro, ridente o brioso. Si salva con quell’avverbio «generalmente».  Anche ZINGARELLI ricorre alle caratteristiche della melodia: “compiuta, gradevole e orecchiabile”. PALAZZI-FOLENA puntualizza che la melodia è un «successione di suoni modulati, da cui risulta un’espressione musicale di senso compiuto». Per esperienza ognuno sa che, quando sente parlare di melodia, istintivamente intona il motivo di qualche “celebre melodia”. Buone cantate!

                                                                                                                    (ep)
 

diatonismo                                                                                              (8/4/2008)

Giova chiarire che il settore “musica” è entrato nello Sciogliscilinguagnolo semplicemente per confrontare le definizioni date dai vocabolari su alcune voci di carattere musicale. Non c’è un piano organico. Sarebbe stato logico, prima di parlare del puntillismo, parlare del diatonismo e, prima ancora, dei suoni e della scala musicale.  Per scala musicale si intende una successione di suoni che, secondo intervalli stabiliti e procedendo per gradi congiunti, vanno da una nota base alla sua ottava (cioè a una nota che ha il doppio di vibrazioni della nota base). L’ottava può essere divisa in cinque gradi (scala pentafonica), in dodici gradi (scala cromatica) e via dividendo. La sensibilità musicale europea chiama “scala naturale” la scala costituita da cinque toni e due semitoni. Questa scala si chiama diatonica e il sistema che usa questa scala è il diatonismo. I vocabolari offrono nozioni sufficienti sul diatonismo. DE MAURO: «Sistema musicale che rispetta la scala diatonica». DEVOTO-OLI: «Successione dei toni e dei semitoni naturali nell’ambito delle scale cui appartengono». SABATINI-COLETTI: «Successione dei toni e dei semitoni naturali all’interno delle scale di cui fanno parte». ZINGARELLI: «Sistema di composizione caratterizzato dalla disposizione delle note secondo la scala diatonica».

                                                                                                                       (ep)
 

 

puntillismo                                          (18/3/2008)

Già verso la fine dell’Ottocento molti musicisti erano convinti che il diatonismo fosse ormai esaurito. Da qui la ricerca affannosa di nuove dimensioni musicali. Una prima “rivoluzione” fu provocata, agli inizi del secolo scorso, da Arnold Schönberg (1874–1951) con la dodecafonia. Purtroppo Schönberg non era diplomato in musica e, per conseguenza, poteva permettersi tutte le libertà che gli passavano per la testa. Il suo discepolo Anton Webern (1883–1945) decise di andare oltre, considerando come elementi formativi dell’idea musicale, non determinati ordini di rapporti fra i suoni, ma i suoni stessi singolarmente concepiti e realizzati di volta in volta da timbri distinti. Questa teoria è stata seguita solo da pochi compositori e il puntillismo non si è diffuso fuori dell’ambito in cui era nato, la corrente musicale viennese.  Sfogliando i vocabolari, riscontriamo che PALAZZI-FOLENA e DE FELICE-DURO (i più “vecchi” per data d’edizione) non registrano il termine. La definizione più essenziale e chiara di puntillismo la troviamo in DE MAURO: «Nella musica moderna, sistema di composizione consistente nel trattare i suoni, per quanto riguarda sia il ritmo sia il suono, come elementi isolati». GARZANTI specifica: «…che utilizza i suoni come eventi timbrici e temporali isolati». Sullo stesso tono le definizioni degli altri vocabolari. Interessanti alcune puntualizzazioni: per GARZANTI e SABATINI-COLETTI il puntillismo è una «corrente», per DEVOTO-OLI e ZINGARELLI un «metodo», per DE MAURO un «sistema» di composizione. Più interessante ancora sottolineare che GARZANTI e SABATINI-COLETTI giudicano il puntillismo una corrente «contemporanea», DE MAURO invece la considera genericamente «moderna». Bisogna riconoscere che il termine puntillismo  e i derivati puntillista e puntillistico sono stati scelti bene, perché richiamano il contrappunto, di felice memoria.
                                                                                                                     (ep)
 

 

ut                                                                                                                                 (22/2/2008)

La storia del nome delle note musicali è lunga e complessa. La storia di Ut si può riassumere in questa equivalenza: C = Ut = Do.  Anticamente, per esprimere l’altezza dei suoni, si usavano le lettere dell’alfabeto. Si partiva dal La, che veniva indicato con la lettera A maiuscola per le note centrali, e si seguiva con le lettere minuscole per le superiori. Se la melodia scendeva sotto A, si usava la lettera greca Gamma. Da qui deriva il nome a tutta la serie delle note: la gamma musicale. Questo sistema è usato ancora nel canto gregoriano.-  Guido d’Arezzo (†1050), per facilitare agli scolari l’apprendimento degli intervalli di tono e di semitono della scala, applicò ad ogni nota la prima sillaba dei versi della prima strofa dell’Inno a San Giovanni Battista composto da Paolo Diacono:
Ut queant laxis - Resonare fibris - Mira gestorum - Famuli tuorum - Solve polluti - Labii reatum -  Sancte Iohannes.*  (Il testo è riportato da Garzanti alla voce Ut).  Un ottimo sussidio mnemonico, dato che i singoli emistichi dell’inno cominciano con un suono di grado più elevato, secondo il sistema ascendente della gamma. Questi nomi delle note sono stati adottati in quasi tutta Europa. Però in Germania e in Inghilterra si usano ancora le lettere dell’alfabeto. Per conseguenza la famosa Toccata e Fuga in Re minore di Bach viene indicata in “D moll”.-  Qualche vocabolario scrive che quelle sillabe sono ricavate da ogni «versetto» dell’inno (GARZANTI): sembra più corretto dire da ogni «emistichio» (DE MAURO, PALAZZI-FOLENA).-  Altro problema: quando e perché la prima nota Ut prese il nome di Do?  Questo cambiamento viene attribuito al fatto che Ut risultava un suono piuttosto sgradevole all’orecchio, specialmente nel solfeggio cantato. La prima testimonianza di questa sostituzione (Ut = Do) si ha nel 1645.  Il cambio viene attribuito al fiorentino Giovanni Battista Doni (†1647) che al posto di Ut mise Do, la prima sillaba del suo cognome. I francesi però preferiscono continuare a chiamare Ut il Do

                                                                                                                       (ep)

* La traduzione suona così: «Perché i devoti possan celebrare / a piena voce le tue gesta in canto / il nostro labbro degnati snodare / Giovanni Santo». (Zaccaria Carlucci)

 

Musica “sacra” o “liturgica”?                (1/2/2008)     

Il signor Patrizio Ciotti chiede quale sia (se c’è) la differenza tra le espressioni “musica sacra” e “musica liturgica” . Purtroppo oggi non è più facile stabilire cosa significhi la parola “sacro”.  Se “sacro” è usato come sostantivo, si capisce o almeno se ne intuisce il significato. I giornali di questi giorni parlano dell’irresistibile richiamo del “sacro”, di un ritorno del “sacro”. E va bene. L’aggettivo “sacro”, invece, dalla moderna dogmatica-filosofica è considerato un termine ambiguo, un prodotto culturale, una variante storica, una terminologia non più in vigore.  La Sacra Romana Rota – sottolineava la volta scorsa Lo Sciogliscilinguagnolo  – non è più “sacra” e l’aggettivo “sacro” è stato abolito dalle denominazioni della Curia romana. Infatti non si parla più di sacri palazzi apostolici, del sacro Collegio cardinalizio, del sacro convento ecc.  Resiste tuttavia il Sacro Cuore di Gesù e la Sacra Scrittura e anche il Pontificio Istituto di musica sacra.  E, perché no?, il sacro Corano e perfino la sacra Costituzione repubblicana.  Giova ricordare che nei documenti del Concilio Vaticano II l’aggettivo “sacro” è usato una ventina di volte: arte sacra, suppellettili sacre, luogo sacro, esercizi sacri, ornamenti sacri, immagini sacre, ministri sacri, silenzio sacro e via con…sacrando.  Il capitolo VI della Costituzione liturgica porta il titolo De musica sacra e all’articolo 112 precisa: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica».  L’Istruzione Musicam sacram del 5 marzo 1967 (al n. 4) spiega: «Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e di bontà di forme»; specifica inoltre che, per musica sacra, si intende il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella liturgia, il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso.-  Per questo i musicisti non demordono e continuano a usare il termine “musica sacra”: parola consacrata dall’uso, equivalente a musica destinata al culto.  Non pare che le espressioni “musica sacra” e “musica liturgica” siano intercambiabili.  Il termine “musica sacra” è più ampio e comprende ogni musica scritta per il culto, anche se non più utilizzabile nella liturgia attuale.  Per conseguenza “musica liturgica” è quella attualmente adatta all’azione liturgica.  Un esempio forse chiarisce l’idea: il Requiem di Verdi è musica sacra, ma non liturgica.
                                                                                                                             Emidio Papinutti  
   


musica
                                                                                                             (18/1/2008)

La musica è un’arte. Fin qui tutti i vocabolari sono concordi nel definirla tale. DE FELICE-DURO e SABATINI-COLETTI aggiungono che, oltre che arte, la musica è anche “tecnica”. Nessuno dei testi consultati considera la musica come “scienza”. Eppure in tempi passati la musica faceva parte del quadrivium, con l’aritmetica, la geometria e l’astronomia.  La musica è l’arte dei suoni. Più precisamente, secondo GARZANTI e DE MAURO,  «l’arte di combinare insieme i suoni»; DEVOTO-OLI la definisce «arte fondata sul valore, la funzionalità e la concatenazione dei suoni». DE FELICE-DURO aggiunge: «l’attività di esprimersi per mezzo di immagini sonore» e specifica: «di comporre, cioè, e di eseguire una serie organica di suoni di altezza, timbro, intensità e durata diversi». Preziosa questa puntualizzazione in quanto inserisce le quattro qualità del suono e le mette in relazione alla capacità e validità espressive.  Non ogni musica è “musica”. Opportunamente alcuni vocabolari tengono a precisare che per essere musica (dunque arte) la combinazione dei suoni deve osservare «determinate leggi e convenzioni» (GARZANTI, DE MAURO), svolgersi «secondo regole e generi diversi» (SABATINI-COLETTI) e infine – chiarisce ulteriormente ZINGARELLI – «in base a regole definite, diverse a seconda dei luoghi e delle epoche».  Per quanto si riferisce ai molti modi di eseguire la musica, ogni vocabolario usa una diversa terminologia che, però, porta sempre alle stesse conclusioni: la musica viene eseguita da strumenti o dalla voce umana.  Qualche vocabolario esprime un giudizio sulla “espressività” della musica, argomento che divide i musicisti, in quanto alcuni affermano che la musica “esprime” qualcosa, mentre altri lo negano. SABATINI-COLETTI considera la musica «espressione culturale», PALAZZI-FOLENA  «mezzo espressivo»; per DE FELICE-DURO è «l’attività di esprimersi per mezzo di immagini sonore».  Ovvie, ma pur sempre interessanti, le ulteriori precisazioni dei vocabolari su i vari generi della musica (sacra, profana, colta, popolare ecc.), le diverse forme musicali, i diversi stili musicali, le varie destinazioni.  Non c’è dubbio che, leggendo i vocabolari, s’aprono spazi immensi di ricerca. 
                                                                                                                  (ep) 

 

toccata                                        Un po’di storia                              (20/11/2007)

In spagnolo per dire “suonare” si dice tocar.  Un verbo espressivo che indica come viene prodotto il suono: toccando la tastiera o le corde di uno strumento.  Il termine toccata anche in italiano indica una composizione musicale destinata a uno strumento a tastiera (pianoforte, cembalo, organo), con qualche illustre eccezione (come le toccate per violino). Attraverso i secoli questo termine ha indicato varie forme musicali. Nel Cinquecento indica un pezzo con funzione preludiante o conclusiva (Andrea Gabrieli). Nel Seicento significa una libera successione di suoni diversamente caratterizzati (Girolamo Frescobaldi ha scritto vari tipi di toccata: Avanti la Messa, All’Elevazione, Avanti il Ricercare, Con durezze, ecc.). Nel Settecento indica una composizione virtuosistica che generalmente precede la fuga. Sono celebri le toccate di Bach, che precedono la fuga scritta nella stessa tonalità (Toccata e fuga in fa maggiore, Toccata adagio e fuga in do maggiore, Toccata dorica …).  La più conosciuta di queste composizioni bachiane è appunto la Toccata e fuga in re minore.  Dalla fine dell’Ottocento il termine indica, nella maggior parte dei casi, una composizione di carattere brillante, nella quale alle mani sono affidati i motivi di bravura, mentre il pedale s’impone con un tema incisivo e potente. Tali sono le celebri toccate di Widor, Boëllmann, Bossi e di altri compositori, eseguite spesso nei concerti organistici.

                                               Come la suona il Vocabolario

Il termine toccata, preso nel significato musicale, da alcuni vocabolari viene definito «composizione musicale» (GARZANTI, DE MAURO), da altri «forma di composizione» (DEVOTO-OLI), da altri semplicemente «composizione» (SABATINI-COLETTI, ZINGARELLI, DE FELICE-DURO).  PALAZZI-FOLENA usa «componimento» e specifica «breve», ma forse questa precisazione va presa in modo relativo, in quanto ci sono delle toccate di lunghezza ragguardevole. A quali strumenti è destinata la toccata? GARZANTI, DE FELICE-DURO, DE MAURO, SABATINI-COLETTI e ZINGARELLI specificano che la toccata è destinata «a strumenti a tastiera». PALAZZI-FOLENA, giustamente, aggiunge un «perlopiù»: infatti ci sono delle toccate destinate anche al violino, all’arpa e ad altri strumenti. Per quanto si riferisce al carattere della toccata, non c’è unanimità tra i vari vocabolari, anzi talvolta si arriva ad affermare il contrario. SABATINI-COLETTI dice che è «senza virtuosismi» e cita le toccate di Bach; DE FELICE-DURO invece afferma che la toccata è caratterizzata da «virtuosismi» e che questi virtuosismi le danno un aspetto quasi di improvvisazione e, a conferma, cita la Toccata e fuga in re minore di Bach. Ognuno può decidere chi dei due abbia ragione.  Non è facile interpretare cosa intenda dire SABATINI-COLETTI quando afferma che la toccata è di «stile alto». Purtroppo si trovano sul mercato anche toccate di “stile basso”. Altra contraddizione: SABATINI-COLETTI afferma che la toccata è «a un solo tempo», invece DEVOTO-OLI assicura che è caratterizzata da «suddivisione in più tempi». Ma in questo caso forse hanno ragione tutti e due, in quanto molte toccate sono scritte in forma tripartita: A B A, dove la parte intermedia funge da contrasto tra le altre due e quindi la toccata può essere considerata “in tre tempi”.
                                                                                                               (ep) 


fuga
                                                                                                                        (9/11/2007)

“Ogni vocabolario dice qualche cosa che  gli altri non dicono”. Quest’affermazione, letta sullo Sciogliscilinguagnolo, vale certamente anche per il lemma fuga. GARZANTI registra sei accezioni di questo termine, TOMMASEO ne registra dieci e BATTAGLIA sedici. Prendendo il termine fuga solamente nel significato musicale, è possibile riscontrare che ogni vocabolario dice qualche cosa che gli altri non dicono. Dei sette vocabolari presi in esame, cinque definiscono la fuga una “forma” musicale, due invece la definiscono “composizione” musicale. Indicativo l’esempio di PALAZZI: nell’edizione del 1957 la chiamava “composizione”, in PALAZZI-FOLENA (1992), invece, è usato il termine “forma” musicale, che sembra più esatto. Tre vocabolari specificano che la fuga è di “struttura complessa”, cinque aggiungono un accenno al “contrappunto”. Passando allo svolgimento della fuga, ogni vocabolario presenta una definizione particolare: GARZANTI: «Due o più voci che ripetono ed elaborano lo stesso disegno melodico»; DEVOTO-OLI: «Uno o più temi vengono esposti, imitati ed elaborati, rincorrendosi  e intrecciandosi tra di loro»; DE MAURO: «Due o più voci che ripetono lo stesso disegno melodico»; SABATINI-COLETTI: «Un tema principale che viene successivamente ripetuto in forme diverse»; ZINGARELLI: «Le voci, in numero variabile, intervengono l’una dopo l’altra». Più dettagliato PALAZZI-FOLENA: «Un unico tema principale (soggetto) esposto da una voce e ripreso dalle successive, che entrano quando la precedente ha finito di intonarlo (e prosegue con un tema secondario detto controsoggetto); all’esposizione segue uno svolgimento basato su episodi (divertimenti) e riesposizioni, infine uno stretto». Anche DE FELICE-DURO ricorda i vari momenti della fuga, ma aggiunge che va a finire con la stretta. Ora è lecito chiedersi: si dice stretto o stretta?  Pare più probabile e di uso più comune chiamare stretto la parte finale della fuga e non stretta, che si riferisce all’opera.

                                                                                          (ep)

accordo                                                                                                              (30/10/2007)

Forse l’accordo, in musica, si potrebbe definirlo: «Combinazione simultanea di più suoni». Infatti i vocabolari usano dei sinonimi, per esprimere la stessa cosa. GARZANTI: «Combinazione armonica di più suoni …»; DEVOTO-OLI: «Esecuzione simultanea di tre o più suoni…»; DE MAURO: «Associazione armonica di suoni diversi»; SABATINI-COLETTI: «Emissione simultanea di più suoni secondo i princìpi dell’armonia»; ZINGARELLI: «Unione simultanea di più suoni…»; PALAZZI-FOLENA: «L’assieme di tre o più suoni…»; DE FELICE-DURO: «Produzione contemporanea di più suoni…». Il concetto è chiaro, espresso appena con qualche lieve differenza lessicale. Non altrettanto chiara riesce la definizione quando i vocabolari tentano di esprimere concetti più specifici, non sempre comprensibili a chi è digiuno di musica. Tra una definizione breve e non troppo approfondita e una più completa e tecnica, è preferibile la prima. Perché un dizionario non specialistico non potrà esaurire tutta la materia che si trova nascosta sotto una sola parola. Detto che l’accordo è una combinazione simultanea di più suoni, potrebbe bastare. Il di più può ingenerare confusione. Così nel caso. DEVOTO-OLI specifica che l’accordo «viene classificato in base al rapporto fra la nota tonica e la nota dominante all’interno di esso: accordo maggiore se l’intervallo fra tonica e dominante è di terza maggiore (per esempio do-mi-sol); accordo minore se l’intervallo è di terza minore (per esempio la-do-mi)». La dicitura «fra tonica e dominante» non è chiara. A parte che tonica-dominante è un intervallo di quinta, sarebbe forse stato preferibile specificare che è la terza, che si trova tra la tonica e la dominante e che si chiama mediana o mediante, a classificare l’accordo. Invece DE FELICE-DURO appare più chiaro e comprensibile specificando che si tratta «dei tre suoni che hanno la stessa funzione tonale (cioè la nota fondamentale e le relative terza e quinta)». Ulteriori specificazioni dei vari accordi (consonanti e dissonanti, perfetti, eccedenti ecc.) possono essere lasciate ai trattati di armonia.
                                                                                                                   (ep)


agogica
                                                                                                               (25/9/2007)

Il termine agogica, nella teoria musicale, solitamente va accoppiato a “dinamica”: l’agogica si riferisce all’andamento della musica (Lento - Adagio), la dinamica indica l’intensità del suono (Piano - Forte).  Lo stesso lemma agogica può assumere due significati: può significare le indicazioni agogiche poste all’inizio del brano (Adagio - Allegro), ma può indicare anche le leggere modificazioni apportate dai musicisti durante l’esecuzione di un brano. In pratica i vocabolari accolgono la parola agogica solo con questo secondo significato. ZINGARELLI precisa che per agogica s’intende il «complesso delle piccole modificazioni di tempo apportate a un pezzo durante la sua esecuzione per ragioni interpretative».  SABATINI-COLETTI conferma parlando di «insieme di piccole variazioni di tempo». DE MAURO restringe il campo: «L’insieme delle leggere oscillazioni di tempo di una melodia dipendenti dall’espressione e dall’interpretazione soggettiva». GARZANTI giustamente specifica che si tratta delle «momentanee variazioni espressive e di tempo apportate durante l’esecuzione di un brano». PALAZZI-FOLENA definisce l’agogica: «Insieme delle modificazioni apportabili a un brano musicale nel corso della sua esecuzione». Il PALAZZI, che nelle prime edizioni non registrava questa parola, ora assicura che l’agogica «dimostra il talento interpretativo del musicista». Benissimo!  Anche per GARZANTI tali variazioni sono apportate «per ragioni interpretative». DEVOTO-OLI aggiunge che l’agogica rivela il «talento interpretativo personale dell’esecutore». Volgarmente si può dire che agogica equivale a “espressione”.
                                                                                                                   (ep)


polifonia 
                                                                                                         (23/1/2007)

Il termine è chiaro e le definizioni sgorgano spontanee. Dal greco polýs, molto, e phōné, suono: molti suoni insieme. Sennonché alcuni dizionari vogliono essere più completi e abbondano in spiegazioni, complicando le cose. Così GARZANTI non si accontenta di dare la definizione essenziale della polifonia: «Insieme simultaneo di più combinazioni di suoni», ma aggiunge una precisazione ovvia e quindi superflua: «eseguiti da voci o strumenti», e perfino vuole specificare ulteriormente che quei suoni «svolgono ciascuno un proprio disegno melodico distinto». Anche DEVOTO-OLI è generoso (fin troppo) informando che si tratta de «l’unione di più voci» e precisa che ciascuna di quelle voci «svolge un proprio disegno melodico» e aggiunge che, estensivamente, s’intende «l’unione di più suoni anche non appartenenti ognuno a una parte melodica», generando in questo modo un sacco di incertezze. DE MAURO ricorre alla terminologia collaudata, con qualche aggiunta: «Insieme simultaneo di due o più linee melodiche, vocali o strumentali, indipendenti e collegate fra loro da particolari leggi armoniche». Quasi identica la definizione di SABATINI-COLETTI: «Insieme di più suoni vocali o strumentali simultaneamente eseguiti, appartenenti ognuno a una diversa melodia ma collegati fra loro da particolari leggi armoniche». Benissimo, se fosse aggiunto un accenno al contrappunto, caratteristica della polifonia del Palestrina e dalla polifonia fiamminga, essenzialmente contrappuntistiche. ZINGARELLI: «Molteplicità simultanea di suoni». L’idea centrale è comune a tutti i vocabolari. Zingarelli precisa: «Genere musicale in cui più voci o parti con proprie linee melodiche risuonano contemporaneamente, secondo le regole di armonia e contrappunto». Ottimo e opportuno questo richiamo al contrappunto. PALAZZI-FOLENA (ultima edizione 1992) offre una definizione completa ma piuttosto contorta: «Genere musicale caratterizzato dalla compresenza di più linee melodiche combinate secondo le leggi dell’armonia e del contrappunto, dotate ciascuna di un senso autonomo» eccetera. Tutto fa pensare che la definizione di polifonia sia passibile di ulteriore precisazioni. Infatti il PALAZZI del 1939 e del 1973 riportava questa definizione: «Procedimento concomitante delle voci o degli strumenti in un pezzo musicale, secondo le regole del contrappunto». Anche la definizione del BATTAGLIA, pur esauriente, presenta qualche neo: «Insieme simultaneo di due o più linee melodiche, vocali o strumentali, indipendenti quanto al ritmo e collegate fra loro da particolari leggi armoniche». A voler essere pignoli, si desidererebbe una precisazione sull’indipendenza delle linee quanto al ritmo e sarebbe opportuno aggiungere che, oltre alle leggi armoniche, esistono in polifonia anche le leggi contrappuntistiche. Forse la definizione più breve e più chiara, seppur alquanto generica, è quella della “Garzantina” Enciclopedia della Musica (Garzanti, 1996): «Insieme simultaneo di più suoni o di successioni combinate di suoni aventi distinta individualità».
                                                                                                                                 (Emidio Papinutti)
 


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