●●●●●●●●●●● arcobaleno La
storia dell’arcobaleno inizia dalla balena. Può sembrare strano ma è
proprio così. Da balena, o pesce baleno, come gli antichi
chiamavano questo cetaceo, sono derivati i termini baleno (nel
significato di lampo, bagliore, luce improvvisa, insomma qualcosa di
rapido) e balenare (lampeggiare, risplendere di colpo, apparire
fugacemente). I linguisti spiegano questa derivazione da balena
in vari modi: «nel senso dell’apparire improvviso di un animale fantastico»
bagna Proprio così, al femminile, e non bagno (come qualcuno dice, sbagliando). La parola indica in pasticceria e nell’uso commerciale un liquore destinato specificamente all’inzuppitura (termine ancora ignorato dai dizionari) dei dolci. I vocabolari danno in proposito una definizione esatta a metà e con qualche inesattezza. Ad esempio quando affermano che bagna ha solo il significato di «sugo, intingolo» (Garzanti), oppure che è voce dialettale, settentrionale o, in particolare, piemontese (forse pensando alla bagna cauda). No, la bagna per pasticceria è conosciuta con questo nome dai pasticcieri di tutta Italia. Ed è vera solo in parte l’affermazione: «liquore a bassa gradazione alcolica». Questo semmai e il “punto d’arrivo”, poiché, normalmente, nella pratica quotidiana, i pasticcieri usano bagnare i dolci con un liquore che non superi i 30 gradi. Ma all’origine (per dire il prodotto come esce dalla fabbrica) le bagne migliori sono proprio quelle “secche” ad alta gradazione (anche 90 gradi), che i pasticcieri preferiscono per l’ottima resa (in sapore e aroma) e che poi portano alla gradazione di consumo con l’aggiunta di sciroppo di zucchero.
Per stare nel tema, i vocabolari registrano inzuccheratura, ma, subito dopo, “saltano” (ignorano) inzuppitura, termine ormai entrato nell’uso corrente, soprattutto settoriale, per indicare sia l’operazione di inzuppare i dolci, sia la sostanza liquida impiegata per inzupparli. Dunque inzuppitura potrebbe essere sinonimo di bagna? In senso largo e generico sì, ma bagna è più termine “tecnico” per indicare il prodotto alcolico, mentre l’inzuppitura può essere anche non alcolica, ad esempio caffè, succo di ananas, arancio e via … inzuppando. Attenzione che, stando al verbo di derivazione, inzuppare, sembrerebbe più logico dire inzuppatura, così come da inzuccherare viene inzuccheratura. Invece no, è prevalsa e ormai consolidata, la forma inzuppitura. Atteniamoci, questa volta, ai pasticcieri.
belpaese Tra le Voci
rauche abbiamo segnalato in questi giorni belpaese. È un
termine registrato da tutti i vocabolari sia nel significato classico,
che sta a indicare l’Italia, sia nel significato commerciale (si tratta
infatti di un marchio registrato) che sta a indicare un noto formaggio a
pasta molle prodotto dalla società Galbani (ovviamente i dizionari non
fanno il nome del produttore, ma noi possiamo dirlo tranquillamente).
Perché abbiamo inserito belpaese tra le Voci rauche?
Perché quattro dei cinque vocabolari esaminati (Devoto-Oli, Garzanti,
Sabatini-Coletti, De Mauro), nello spiegare l’origine del nome
–
deriva da un’opera dell’abate-scrittore
Antonio Stoppani (1824-1891) dal titolo Il bel Paese
–
aggiungono che «l’effigie dell’autore compare sulla confezione del
formaggio». Ahimè, non è più vero; perché la Galbani, dimostrando
scarsa riconoscenza verso chi le aveva “suggerito” il fortunato nome, ha
nel frattempo eliminato dalle etichette del formaggio e dei formaggini
(Crema Bel Paese) l’effigie di Antonio Stoppani. Che dire? Si potrebbe
concludere che i curatori dei vocabolari non sono attenti alle etichette
oppure che non mangiano i formaggini. La storia però è interessante.
Alzi la mano chi, tra i consumatori del formaggio, sapeva che il nome
deriva da un’opera letteraria. E alzi la mano, tra quanti ricordano la
vecchia etichetta, chi sapeva che il personaggio raffigurato fosse uno
scrittore. Molti, tra i quali il sottoscritto, pensavano che
fosse il fondatore della Galbani, l’industriale Egidio Galbani
(1859-1950). Una proposta agli attuali responsabili
dell’industria casearia: perché non ripristinare la vecchia etichetta e
tornare a dare a Cesare quel che è di Cesare? Oltretutto farebbero un
favore ai vocabolari che non sarebbero costretti a correggere, nel senso
di aggiornare, la voce belpaese.
Con una battuta si potrebbe dire che il biancomangiare
è un mangiare controverso, perchè la parola è usata per designare
preparazioni spesso diverse, accomunate dal fatto di presentarsi di
colore bianco o comunque bianchiccio. Secondo Garzanti, De Mauro e
Devoto-Oli (prendiamo da tutti e tre) biancomangiare sta a
indicare: 1) Un dolce a base di latte di mandorle, panna, zucchero
e rum, tipico della cucina francese; 2) Un budino a base di pollo
tritato e latte; 3) Un fritto di “bianchetti”, ossia i neonati
delle acciughe e delle sardine, chiamati così, in molte regioni
meridionali, perché si presentano di colore bianco trasparente. Zingarelli, sull’argomento il
più sbrigativo, dà i significati di «vivanda dolce o salata a base di
latte o latte di mandorle e farina rappresi» e «bianchetti fritti».
Sempre Zingarelli, ma in una vecchia edizione, citava come sinonimo di
biancomangiare la parola bramangiere, tuttora registrata
come tale da alcuni dizionari. Entrambi i termini derivano dal francese
blanc-manger.
catana, katana Era intitolata “La catana” una poesia di Dino Burtini, poeta estemporaneo, che incominciava con questi versi: «Salve catana di Tolfa / che superba ed orgogliosa / t’aggiri per le vie / di Roma, a tracolla / di belle signore / e baldi giovanotti». La poesia è tratta dalla raccolta Nuvole pubblicata nel 1981. Già allora l’autore, immaginando che non tutti sapessero il significato della parola (la cui origine rimane incerta), aggiungeva una nota per spiegare che la catana altro non è che un “tascapane di cuoio”. In seguito la catana, la borsa di cuoio “vera Tolfa”, si è fatta strada, ne hanno parlato riviste di moda, fino quasi a diventare un mito tra giovani e meno giovani. I vocabolari o ignorano (GARZANTI, DEVOTO-OLI, ZINGARELLI) questo particolare significato di catana, o ne accennano come sinonimo di “carniere” (DE MAURO, SABATINI-COLETTI) allorché parlano della “giacca da cacciatore” (detta anche “cacciatora”) che è poi uno dei significati con cui viene comunemente registrata la parola catana. Solo PALAZZI-FOLENA non parla di “giacche”, ma dà questa definizione: «Borsa da caccia in cui viene messa la preda». Insomma, siamo sempre nel campo del carniere (dato anche qui come sinonimo) e dei cacciatori. Nessun vocabolario che accenni alla borsa di cuoio venuta di moda come accessorio elegante in grado di abbinarsi a qualsiasi tipo di abbigliamento, classico o sportivo. Un altro significato di catana si riferisce, invece, a una pistola a canna corta un tempo diffusa in Corsica. Definizione su cui i vocabolari sono concordi, così come sull’origine del nome: deriva infatti dai Catani, una vecchia famiglia di fabbricanti di armi in Corsica. C’è infine la katana, con la k, ma in italiano può scriversi ugualmente catana. È voce giapponese che significa “spada”. È «la tipica spada usata un tempo dai samurai e poi, fino al termine della seconda guerra mondiale, dagli ufficiali giapponesi» (DEVOTO-OLI). Dall’inglese cherry
= ciliegia, brandy = acquavite, dunque cherry brandy =
acquavite di ciliegie. I dizionari presi in esame riportano questa
spiegazione ma le cose non stanno così. Da noi, in Italia, il termine ha
sempre indicato un liquore dolce, dal colore rosso
intenso, ottenuto nel migliore dei casi aggiungendo all’alcol succo di
ciliegie (più comunemente coloranti e aromi) e zucchero. Può un liquore
dolce e rosso essere definito acquavite, cioè un distillato che per
sua natura è bianco e secco? Diverso è il caso del tedesco Kirsch
(abbreviazione di Kirschwasser, letteralmente “acqua di
ciliegie”), termini anche questi riportati dai dizionari e che stanno per
“acquavite di ciliegie”, come giustamente indicato nelle rispettive
definizioni. Del resto la differenza la registrava il contrassegno di
Stato, almeno quando questa fascetta di carta aveva valore, oltre che
ai fini fiscali, anche di certificazione della natura del prodotto. Il
cherry brandy pagava l’imposta di fabbricazione sugli spiriti,
il Kirsch l’imposta sui distillati di frutta.
La prima originalità
di questo termine è che anticamente (1875 è l’anno di prima
attestazione) indicava qualcosa che stava ai piedi del guidatore.
Zingarelli in proposito è chiaro: «Nelle carrozze, luogo in cui i
cocchieri poggiavano i piedi». Altri vocabolari (Devoto-Oli, De Mauro,
Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena) parlano, più o meno, di “riparo in
cuoio, attaccato al parafango, per proteggere il cocchiere dagli
spruzzi”, sempre comunque all’altezza dei piedi. Perché poi il
cruscotto, nella moderna accezione di pannello recante gli
strumenti di comando e di controllo dei veicoli a motore, sia passato
all’altezza delle mani (se non del viso!) del guidatore, resta una di
quelle piccole curiosità inappagate. Per l’etimologia bisogna
accontentarsi di quanto propongono, con la cautela dei “forse” e dei
punti interrogativi, Zingarelli, Sabatini-Coletti e Garzanti: la parola
avrebbe indicato in origine, testualmente, un «riparo nel mulino per non
ricevere addosso la crusca». Insomma, da crusca cruscotto, alla
stregua di altri derivati di crusca, come cruscaiolo,
cruscante, cruschello, cruscone. Non sappiamo se
questa ipotesi sia, o possa definirsi, una “cruscata”, ma è certo che il
Dizionario etimologico Cortelazzo-Zolli (Zanichelli) nel riportarla,
come altri dizionari etimologici, avverte che «bisognerebbe trovarne
attestazioni precise (eventualmente dialettali) nella terminologia dei
mulini o simili». Effettivamente grazie alla griffa è stata possibile la nascita del cinema quale continuiamo a vederlo sugli schermi di tutto il mondo. Senza questo semplice organo meccanico, che trasforma lo scorrimento della pellicola da continuo a intermittente, non sarebbe stato possibile scomporre il movimento in fotogrammi successivi e registrarlo sulla pellicola per poi riprodurlo, sempre grazie alla griffa, sullo schermo. I vocabolari a volte equivocano sulla reale natura della griffa, scambiandola per «ciascuno dei dentelli sporgenti sui rulli o tamburi trascinatori che, inserendosi nei fori della pellicola, ne determinano il movimento» (DEVOTO-OLI). Idem SABATINI-COLETTI: «ciascuno dei dentelli che sporgono sui rulli della macchina da presa o del proiettore …». È lo stesso concetto (sbagliato) del BATTAGLIA, e questo forse spiega la ripetizione dell’errore. I denti dei rulli, ma meglio sarebbe dire rocchetti, non c’entrano nulla con i denti della griffa, che è un organo a parte dotato di movimento alternativo autonomo. I rocchetti dentati hanno solo il compito di trascinare, con moto continuo, la pellicola dalla bobina debitrice alla bobina ricevente: in tale passaggio, all’altezza dell’obiettivo, interviene la griffa i cui denti impegnano le perforazioni della pellicola con movimenti successivi, a scatti. È dunque anche inesatto, o quanto meno semplicistico, lasciar credere (GARZANTI, PALAZZI-FOLENA, DE MAURO, ZINGARELLI, DE FELICE-DURO) che la funzione principale della griffa sia quella di «far avanzare», «trascinare» la pellicola. No, a ciò sono deputati in prima linea i rocchetti. La griffa ha una funzione più alta, essenziale. È la griffa, in sincrono con l’otturatore, che opera quell’autentica magia di catturare prima, e restituire poi, il movimento, analizzandolo in una lunga teoria di fotogrammi. In una parola è la griffa che “fa” il cinema. Ed è anche riduttivo, quasi offensivo, definirla «dente» (ZINGARELLI), o «il dentello» (GARZANTI). Se le prime, quelle degli albori, avevano un solo dente, ora le griffe, unilaterali o bilaterali (che impegnano entrambe le bande di perforazioni), arrivano fino ai dieci denti delle macchine da presa superpanoramiche con pellicola a scorrimento orizzontale.
gulasch ARCHIVIO È inesatta la
definizione di “spezzatino” (Zingarelli, De Mauro, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena) ) data al
gulasch, il tipico piatto della cucina ungherese. Il gulasch è
originariamente una zuppa, appunto per la sua caratteristica
consistenza brodosa. La conferma viene dagli stessi ungheresi, una
fonte autorevole come Radio Budapest. I redattori del
programma italiano (trasmissione di domenica 3 ottobre e domenica
10
ottobre 2005), in risposta alla specifica richiesta di un ascoltatore, hanno
confermato: il gulasch è una zuppa di manzo e non c’entra niente
con lo spezzatino. Lo spezzatino di manzo, in ungherese, è marhapörkölt.
Dallo spezzatino si salva il Devoto-Oli che definisce il
gulasch “zuppa o stufato”. La colpa, comunque, sembra essere
dell’Austria e degli austriaci, attraverso i quali è arrivato in Italia il
gulasch. In Austria lo cucinano come spezzatino, travisando la ricetta
originale. Un grazie a Radio Budapest, benemerita come le
altre radio internazionali che hanno programmi in lingua italiana.
Purtroppo dal 28 febbraio 2007 Radio Budapest ha cessato le sue
trasmissioni in lingua italiana. mangiafagioli, mangiagatti e … Tra i tanti “mangiatori” elencati dal Vocabolario (ossia vocaboli composti il cui primo elemento è mangia-) ve ne sono alcuni che individuano intere popolazioni di città, regioni e nazioni. I mangiafagioli sono i fiorentini, secondo Sabatini-Coletti e Devoto-Oli, il quale riporta anche il detto popolare: «Fiorentini mangiafagioli, leccapiatti e romaioli», dove “romaioli” sta come variante toscana di ramaiolo. I mangiagatti, secondo i due vocabolari già citati e De Felice-Duro, sono i vicentini. Qui Devoto-Oli autorevolmente conferma con una filastrocca: «Veneziani gran signori, Padovani gran dottori, Vicentini mangiagatti, Veronesi tutti matti». Per i mangiapatate il riferimento è unanime: sono i tedeschi, e così per i mangiapolenta: italiani settentrionali in genere, lombardi, piemontesi e veneti in particolare, mentre i mangiasapone sono i meridionali. Per i mangiasego il riferimento è “storico”: erano i soldati austriaci nel giudizio dei sudditi del regno Lombardo-Veneto. E i mangiaspaghetti? Devoto-Oli, l’unico a registrare la parola (ritenuta forse scontata da altri), spiega che sono gli italiani, specialmente gli emigrati. Tutti questi termini, ovviamente usati come epiteti o nomignoli di volta in volta scherzosi o spregiativi, rientrano in quella categoria che i linguisti chiamano “stereotipi”, ossia (prendiamo da Zingarelli) «espressioni proverbiali o singole parole nelle quali si riflettono pregiudizi e opinioni, spesso negative, su gruppi sociali, professionali, etnici». I “mangiatori” di cui sopra sono tutti citati al plurale, ma si tratta di termini invariabili, da usarsi perciò indifferentemente tanto per il singolare quanto per il plurale, sia al maschile sia al femminile. Non si dirà mai, per intenderci, il mangiagatto o la mangiagatta.
In tema di passo cinematografico i
vocabolari continuano a confondere le idee, prima parlando
generalmente di un solo passo, mentre in realtà i passi da prendere in
considerazione sono due, quello delle perforazioni e quello dei
fotogrammi, e poi dando dei numeri, 8, 16, 35, che non indicano il
passo, bensì il formato della pellicola, che in cinematografia è
dato dalla larghezza della pellicola stessa espressa in millimetri. Dire
che una pellicola è a passo 35 mm, è cosa inesatta anche se diffusa (ma
i vocabolari non ci stanno apposta per far evitare errori?) perché 35 mm
è la larghezza, ossia il formato della pellicola. Prendendo a campione
questo formato (35 mm) che poi è quello standard, il passo delle
perforazioni (ossia la distanza tra i centri di due perforazioni
successive) è 4,75 mm; il passo dei fotogrammi (ossia la distanza tra i
centri di due fotogrammi successivi) è 19 mm. Come si vede valori
totalmente diversi da quelli accreditati dai vocabolari come “passo”.
È
passabile (visto il tema, ci si passi l’aggettivo) la distinzione tra
“passo normale”, quello della pellicola 35 mm, e “passo ridotto”, quello
delle pellicole 16 e 8 mm. Ma al di là di queste due definizioni, peraltro migliorabili (perché non dire più esattamente “formato normale
” e “formato ridotto”?), sarebbe meglio non andare e, soprattutto, non
dare i numeri. Abbiamo segnalato gli errori relativi al passo
nelle Voci rauche, alle quali rimandiamo. E a proposito di
numeri e cinematografia, segnaliamo anche ultrarallentatore,
dove i vocabolari sono rimasti – tutti, o quasi tutti, d’accordo –
fermi a 5.000 fotogrammi.
pastiera
sacrista sfogliatella
Il tipico dolce di Napoli sembrerebbe a
prima vista un argomento facile, in realtà nasconde qualche “insidia”,
come già la pastiera, della quale abbiamo parlato in precedenza e
tuttora presente nelle Voci rauche. L’insidia per i definitori
della sfogliatella è che in realtà esistono due tipi di sfogliatelle, la
riccia e la frolla. Se per la sfogliatella riccia
è esatto parlare di pasta sfoglia, per quella frolla occorre
distinguere, perché la pasta per la preparazione è, come dice il nome,
frolla. Cambia anche la tecnica di lavorazione, ma questo è un altro
discorso. Garzanti e De Mauro fanno giustamente la distinzione.
Prendiamo da Garzanti: «piccolo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia
(sfogliatella riccia) o frolla (sfogliatella frolla)
avvolta su sé stessa e farcito con crema alla ricotta, canditi e spezie
varie». De Mauro, per la sfogliatella riccia, specifica: «il cui
involucro, a base di farina e strutto, si sfoglia in lamelle sottili».
Gli altri vocabolari (Devoto-Oli, Sabatini-Coletti) ignorano i due tipi
di sfogliatella e parlano solo di “pasta sfoglia”. Più colpevole, ci si
passi l’aggettivo, è in questo caso Zingarelli, il quale pur citando le
due sfogliatelle (riccia e frolla), sorvola sul
particolare importante che sono preparate con due paste diverse. sfogliatrice Visto che siamo nel tema, poche righe per questa voce riportata da tutti i vocabolari nei suoi diversi significati, subito dopo sfogliatella. Proprio la vicinanza con la sfogliatella, avrebbe dovuto suggerire, o per lo meno ispirare, i curatori dei vocabolari a inserire, tra le definizioni date per sfogliatrice, quella più ovvia e consequenziale, ossia “la macchina usata in pasticceria per produrre la pasta sfoglia”. Ahimè, a questo significato “dolce” ha pensato solo Zingarelli.
VOCI
MUSICALI
canone (19/12/2008) Canone è un lemma dai molti significati. In musica per canone s’intende una forma musicale in cui una melodia è ripetuta per intero da una o più voci, che iniziano successivamente, a distanza di un certo numero di movimenti o di misure. Sfogliando i vocabolari, ci si accorge subito che l’idea è espressa nella sostanza, se pur con qualche sfumatura. Tutto si riduce all’uso di un verbo. Nel canone, la melodia viene imitata, ripresa o ripetuta? ZINGARELLI afferma che il tema proposto viene “ripetuto”; DEVOTO-OLI e DE FELICE-DURO affermano che il tema viene “imitato”; DE MAURO e PALAZZI-FOLENA preferiscono dire che il tema viene “ripreso”; SABATINI-COLETTI usa due verbi: il tema viene “ripetuto e imitato”; GARZANTI specifica che il canone è fondato sulla “ripresa e imitazione rigorosa” della melodia proposta. Forse basterebbe dire che il tema viene “ripetuto”. Infatti si tratta di una “ripetizione” vera e propria, e non di una imitazione, pur ammettendo che tale ripetizione avviene in varie forme e su vari gradi della scala musicale. – PALAZZI-FOLENA ha il merito di accennare alle diverse maniere con cui la stessa linea melodica può essere ripetuta dalle varie voci. Gli esempi riportati servono a chiarire le molteplici forme di canoni, in composizioni contrappuntistiche vocali (e anche strumentali). Ci sono canoni a una, due, tre o più voci; il canone inverso, in cui gli intervalli delle voci conseguenti sono in direzione inversa rispetto all’antecedente; canone a specchio, in cui la voce conseguente inizia contemporaneamente alla prima ma con intervalli simmetricamente opposti; canone infinito o perpetuo, in cui l’imitazione può essere riproposta all’infinito: canone per aggravamento o diminuzioni, in cui la risposta può presentare valori di durata dilatati o accorciati: canone enigmatico, in cui il procedimento per ricavare le parti conseguenti è celato in un enigma da risolvere. – Dopo tante disquisizioni, basterebbe mettersi in tre a cantare il canone Fra Martino campanaro e risulterebbe ben chiaro cosa sia il canone. (ep) neuma (21/10/2008) Nella
teoria del canto gregoriano si chiama neuma un gruppo di due o
più note che si cantano con una sola vocale. I neumi variano di nome
secondo il numero e la posizione delle note di cui sono composti.
Etimologicamente la parola neuma, che deriva dal greco, indica
un segno, un cenno qualsiasi che rappresenta un suono. I neumi di due
note sono due (pes, clivis), quelli di tre note sono
cinque (scandicus, salicus, climacus, torculus,
porrectus), ai quali vanno aggiunti vari neumi di ornamento,
subpuntati e resupini. – Il canto gregoriano viene chiamato con vari
nomi. Sarebbe logico chiamarlo “canto proprio della liturgia romana”.
Lo si chiama “gregoriano” in omaggio al papa Gregorio Magno (535
circa-604), per l’opera da lui svolta nell’organizzazione dei canti
della liturgia romana. Alcuni lo chiamano “canto piano”, per il
carattere proprio delle sue melodie o in riferimento al papa Pio X
(1835-1914), che è stato il restauratore di questo canto nel secolo
scorso. Altri lo chiamano “canto neumatico”, in riferimento alla sua
notazione “neumatica”. Dal Medio Evo viene chiamato “canto fermo”, per
il fatto che, dagli inizi della polifonia, venivano aggiunte delle
note ad ogni nota della melodia gregoriana preesistente, che così
rimaneva tenuta e quasi “ferma”. – I vocabolari offrono varie
definizioni al termine neuma: ogni definizione rispecchia il
punto di vista col quale viene considerato. La definizione di
ZINGARELLI è la più stringata, ma troppo generica e non chiara: «Segno
dell’antica notazione del canto gregoriano». Più chiaro GARZANTI:
«Nome generico di vari segni convenzionali usati per indicare
l’altezza tonale di una nota». Esauriente la definizione di
PALAZZI-FOLENA: «Ciascuno dei segni, posti sopra le sillabe del testo
da intonare, che indicavano l’andamento ascendente o discendente della
melodia; da questi si è originata la moderna notazione». Ottima la
definizione di DEVOTO-OLI: «Segno grafico che indica una o più note da
eseguire sulla stessa sillaba, o un certo modo di eseguire la
melodia». Quasi si direbbe che “il Vocabolario è
musica”.
Di solito il
prefisso dis- ha valore negativo (incanto,
disincanto). Però può esprimere anche separazione, indipendenza
(disancorare gli stipendi dalla scala mobile). In questo
senso viene interpretato il termine discanto in musica: una
melodia che si separa da un’altra per acquisire esistenza propria.
Bisogna rifarsi alla pratica polifonica medievale, quando si
aggiungeva una seconda voce alla voce principale presa generalmente
dal canto gregoriano. Le due voci partono dalla stessa nota: la
voce inferiore ripete le note della melodia gregoriana, mentre la
voce superiore si scosta, si rende indipendente proseguendo con
intervalli di quarta, quinta e ottava. Celebre il “Discanto di
Milano” del secolo XI: la voce principale esegue le note del Kyrie
Cunctipotens, la voce superiore invece, partendo
dall’unisono, si espande in una melodia nuova con intervalli di
unisono, quinta, ottava, quinta eccetera. Questa seconda melodia si
chiama “vox organalis” o discanto. La definizione che
ne dà DEVOTO-OLI è precisa: «Tipo di polifonia medievale,
consistente nell’aggiunta di una voce in moto contrario
all’andamento uniforme e parallelo dell’organum
*
primitivo, collocata al disopra del canto dato». Meno esatta la
definizione di GARZANTI, in quanto non precisa quale, tra le due
voci, sia il discanto. Buona la definizione di DE
FELICE-DURO, che parla di «aggiunta di una voce al disopra del canto
dato». In un primo tempo il discanto aggiungeva una nota
contro un’altra nota del canto dato (contrappunto), in seguito si
sviluppò contrapponendo più note a ciascuna nota del canto. In
alcuni casi il discanto posto sopra al canto dato, veniva
improvvisato. Per conseguenza, dal momento che il discanto
stava al disopra del canto dato, attualmente la parte più acuta
delle voci di una composizione polifonica vocale o strumentale viene
chiamata discanto. Su questo particolare tutti i vocabolari
sono concordi: GARZANTI: «Parte di soprano di una polifonia»;
DEVOTO-OLI: «Parte soprana di una polifonia»; DE MAURO: «In una
composizione polifonica, voce più acuta»; SABATINI-COLETTI: «Parte
superiore vocale o strumentale»; ZINGARELLI: «La parte più acuta
delle voci di una composizione polifonica»; PALAZZI-FOLENA: «La
parte più acuta in una composizione musicale a più voci»; DE
FELICE-DURO: «La voce e lo strumento che ha la parte più alta in un
complesso fonico».
*
organum (plurale organa) è termine generico per
indicare le primitive forme di polifonia in uso dal IX al XIII
secolo. [Ndr]
Ogni scienza e ogni arte ha le sue
parole “difficili”, termini tecnici che diventano familiari solamente
agli addetti ai lavori. La musica non fa eccezione. Cos’è la
sesquialtera? La sesquialtera è un registro dell’organo. È stata
definita “la sesta della quinta”, ossia la terza nota sopra la
fondamentale. In concreto, prendendo come nota fondamentale il Do, la
sesquialtera è il Mi sopra il Sol. Combinandosi insieme con
il suono fondamentale, si hanno l’ottava della quinta (dodicesima) e due
ottave della terza (diciassettesima). Tanto è brutta la definizione,
quanto è bello il suono della sesquialtera che, secondo un
trattatista seicentesco, conferisce «un garbo assai grato alle orecchie
delicate». L’etimologia appare chiara se letta in latino: sex(ta)
Varie definizioni si possono dare al
termine melodia: successione ritmica di suoni; serie di suoni
considerati successivamente. La melodia si distingue dall’armonia,
che è una successione multipla di suoni. Volgarmente si potrebbe dire
che la melodia è una successione di suoni “a una voce”, mentre l’armonia
è una successione di suoni a più voci: più suoni considerati
simultaneamente. diatonismo (8/4/2008) Giova chiarire che il settore “musica” è entrato nello Sciogliscilinguagnolo semplicemente per confrontare le definizioni date dai vocabolari su alcune voci di carattere musicale. Non c’è un piano organico. Sarebbe stato logico, prima di parlare del puntillismo, parlare del diatonismo e, prima ancora, dei suoni e della scala musicale. Per scala musicale si intende una successione di suoni che, secondo intervalli stabiliti e procedendo per gradi congiunti, vanno da una nota base alla sua ottava (cioè a una nota che ha il doppio di vibrazioni della nota base). L’ottava può essere divisa in cinque gradi (scala pentafonica), in dodici gradi (scala cromatica) e via dividendo. La sensibilità musicale europea chiama “scala naturale” la scala costituita da cinque toni e due semitoni. Questa scala si chiama diatonica e il sistema che usa questa scala è il diatonismo. I vocabolari offrono nozioni sufficienti sul diatonismo. DE MAURO: «Sistema musicale che rispetta la scala diatonica». DEVOTO-OLI: «Successione dei toni e dei semitoni naturali nell’ambito delle scale cui appartengono». SABATINI-COLETTI: «Successione dei toni e dei semitoni naturali all’interno delle scale di cui fanno parte». ZINGARELLI: «Sistema di composizione caratterizzato dalla disposizione delle note secondo la scala diatonica».
(ep)
puntillismo (18/3/2008)
Già verso la fine dell’Ottocento molti musicisti
erano convinti che il diatonismo fosse ormai esaurito. Da qui la
ricerca affannosa di nuove dimensioni musicali. Una prima
“rivoluzione” fu provocata, agli inizi del secolo scorso, da Arnold
Schönberg (1874–1951) con la dodecafonia. Purtroppo Schönberg non
era diplomato in musica e, per conseguenza, poteva permettersi tutte
le libertà che gli passavano per la testa. Il suo discepolo Anton
Webern (1883–1945) decise di andare oltre, considerando come
elementi formativi dell’idea musicale, non determinati ordini di
rapporti fra i suoni, ma i suoni stessi singolarmente concepiti e
realizzati di volta in volta da timbri distinti. Questa teoria è
stata seguita solo da pochi compositori e il puntillismo non
si è diffuso fuori dell’ambito in cui era nato, la corrente musicale
viennese. Sfogliando i vocabolari, riscontriamo che PALAZZI-FOLENA
e DE FELICE-DURO (i più “vecchi” per data d’edizione) non registrano
il termine. La definizione più essenziale e chiara di puntillismo
la troviamo in DE MAURO: «Nella musica
moderna, sistema di composizione consistente nel trattare i suoni,
per quanto riguarda sia il ritmo sia il suono, come elementi
isolati». GARZANTI specifica: «…che utilizza i suoni come eventi
timbrici e temporali isolati». Sullo stesso tono le definizioni
degli altri vocabolari. Interessanti alcune puntualizzazioni: per
GARZANTI e SABATINI-COLETTI il puntillismo è una «corrente»,
per DEVOTO-OLI e ZINGARELLI un «metodo», per DE MAURO un «sistema»
di composizione. Più interessante ancora sottolineare che GARZANTI e
SABATINI-COLETTI giudicano il puntillismo una corrente
«contemporanea», DE MAURO invece la considera genericamente
«moderna». Bisogna riconoscere che il termine puntillismo e
i derivati puntillista e puntillistico sono stati
scelti bene, perché richiamano il contrappunto, di felice memoria.
ut
(22/2/2008)
* La
traduzione suona così: «Perché i devoti possan celebrare / a
piena voce le tue gesta in canto / il nostro labbro degnati
snodare / Giovanni Santo». (Zaccaria Carlucci) Musica “sacra” o “liturgica”? (1/2/2008) Il
signor Patrizio Ciotti chiede quale sia (se c’è) la differenza tra
le espressioni “musica sacra” e “musica liturgica” . Purtroppo oggi
non è più facile stabilire cosa significhi la parola “sacro”. Se
“sacro” è usato come sostantivo, si capisce o almeno se ne intuisce
il significato. I giornali di questi giorni parlano
dell’irresistibile richiamo del “sacro”, di un ritorno del “sacro”.
E va bene. L’aggettivo “sacro”, invece, dalla moderna
dogmatica-filosofica è considerato un termine ambiguo, un prodotto
culturale, una variante storica, una terminologia non più in vigore.
La Sacra Romana Rota – sottolineava la volta scorsa Lo
Sciogliscilinguagnolo – non è più “sacra” e l’aggettivo “sacro”
è stato abolito dalle denominazioni della Curia romana. Infatti non
si parla più di sacri palazzi apostolici, del sacro Collegio
cardinalizio, del sacro convento ecc. Resiste tuttavia il Sacro
Cuore di Gesù e la Sacra Scrittura e anche il Pontificio Istituto di
musica sacra. E, perché no?, il sacro Corano e perfino la sacra
Costituzione repubblicana. Giova ricordare che nei documenti del
Concilio Vaticano II l’aggettivo “sacro” è usato una ventina di
volte: arte sacra, suppellettili sacre, luogo sacro, esercizi sacri,
ornamenti sacri, immagini sacre, ministri sacri, silenzio sacro e
via con…sacrando. Il capitolo VI della Costituzione liturgica porta
il titolo De musica sacra e all’articolo 112 precisa: «La
musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita
all’azione liturgica». L’Istruzione Musicam sacram del 5
marzo 1967 (al n. 4) spiega: «Musica sacra è quella che, composta
per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e di bontà
di forme»; specifica inoltre che, per musica sacra, si intende il
canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi
diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti
legittimamente ammessi nella liturgia, il canto popolare sacro, cioè
liturgico e religioso.- Per questo i musicisti non demordono e
continuano a usare il termine “musica sacra”: parola consacrata
dall’uso, equivalente a musica destinata al culto. Non pare che le
espressioni “musica sacra” e “musica liturgica” siano
intercambiabili. Il termine “musica sacra” è più ampio e comprende
ogni musica scritta per il culto, anche se non più utilizzabile
nella liturgia attuale. Per conseguenza “musica liturgica” è quella
attualmente adatta all’azione liturgica. Un esempio forse chiarisce
l’idea: il Requiem di Verdi è musica sacra, ma non liturgica.
toccata Un po’di storia (20/11/2007) In spagnolo per dire
“suonare” si dice tocar. Un verbo espressivo che indica come
viene prodotto il suono: toccando la tastiera o le corde di uno
strumento. Il termine toccata anche in italiano indica una
composizione musicale destinata a uno strumento a tastiera (pianoforte,
cembalo, organo), con qualche illustre eccezione (come le toccate
per violino). Attraverso i secoli questo termine ha indicato varie forme
musicali. Nel Cinquecento indica un pezzo con funzione preludiante o
conclusiva (Andrea Gabrieli). Nel Seicento significa una libera
successione di suoni diversamente caratterizzati (Girolamo Frescobaldi
ha scritto vari tipi di toccata: Avanti la Messa, All’Elevazione,
Avanti il Ricercare, Con durezze,
ecc.). Nel Settecento indica una composizione virtuosistica che
generalmente precede la fuga. Sono celebri le toccate di Bach, che
precedono la fuga scritta nella stessa tonalità (Toccata e fuga in fa
maggiore, Toccata adagio e fuga in do maggiore, Toccata
dorica …). La più conosciuta di queste composizioni bachiane è
appunto la Toccata e fuga in re minore. Dalla fine
dell’Ottocento il termine indica, nella maggior parte dei casi, una
composizione di carattere brillante, nella quale alle mani sono affidati
i motivi di bravura, mentre il pedale s’impone con un tema incisivo e
potente. Tali sono le celebri toccate di Widor, Boëllmann, Bossi
e di altri compositori, eseguite spesso nei concerti organistici.
(ep) accordo (30/10/2007) Forse l’accordo,
in musica, si potrebbe definirlo: «Combinazione simultanea di più
suoni». Infatti i vocabolari usano dei sinonimi, per esprimere la stessa
cosa. GARZANTI: «Combinazione armonica di più suoni …»; DEVOTO-OLI:
«Esecuzione simultanea di tre o più suoni…»; DE MAURO: «Associazione
armonica di suoni diversi»; SABATINI-COLETTI: «Emissione simultanea di
più suoni secondo i princìpi dell’armonia»; ZINGARELLI: «Unione
simultanea di più suoni…»; PALAZZI-FOLENA: «L’assieme di tre o più
suoni…»; DE FELICE-DURO:
«Produzione contemporanea di più suoni…». Il concetto è chiaro, espresso
appena con qualche lieve differenza lessicale. Non altrettanto chiara
riesce la definizione quando i vocabolari tentano di esprimere concetti
più specifici, non sempre comprensibili a chi è digiuno di musica. Tra
una definizione breve e non troppo approfondita e una più completa e
tecnica, è preferibile la prima. Perché un dizionario non specialistico
non potrà esaurire tutta la materia che si trova nascosta sotto una sola
parola. Detto che l’accordo è una combinazione simultanea di più
suoni, potrebbe bastare. Il di più può ingenerare confusione. Così nel
caso. DEVOTO-OLI specifica che l’accordo «viene classificato in
base al rapporto fra la nota tonica e la nota dominante all’interno di
esso: accordo maggiore se l’intervallo fra tonica e dominante è
di terza maggiore (per esempio do-mi-sol);
accordo minore se l’intervallo è di terza minore (per esempio la-do-mi)».
La dicitura «fra tonica e dominante» non è chiara. A parte che
tonica-dominante è un intervallo di quinta, sarebbe forse stato
preferibile specificare che è la terza, che si trova tra la tonica e la
dominante e che si chiama mediana o mediante, a
classificare l’accordo. Invece DE FELICE-DURO appare più chiaro e
comprensibile specificando che si tratta «dei tre suoni che hanno la
stessa funzione tonale (cioè la nota fondamentale e le relative terza e
quinta)». Ulteriori specificazioni dei vari accordi (consonanti e
dissonanti, perfetti, eccedenti ecc.) possono
essere lasciate ai trattati di armonia.
Il termine agogica,
nella teoria musicale, solitamente va accoppiato a “dinamica”: l’agogica
si riferisce all’andamento della musica (Lento - Adagio), la
dinamica indica l’intensità del suono (Piano - Forte). Lo stesso lemma
agogica può assumere due significati: può significare le
indicazioni agogiche poste all’inizio del brano (Adagio - Allegro), ma
può indicare anche le leggere modificazioni apportate dai musicisti
durante l’esecuzione di un brano. In pratica i vocabolari accolgono la
parola agogica solo con questo secondo significato. ZINGARELLI
precisa che per agogica s’intende il «complesso delle piccole
modificazioni di tempo apportate a un pezzo durante la sua esecuzione
per ragioni interpretative». SABATINI-COLETTI conferma parlando di
«insieme di piccole variazioni di tempo». DE MAURO restringe il campo:
«L’insieme delle leggere oscillazioni di tempo di una melodia dipendenti
dall’espressione e dall’interpretazione soggettiva». GARZANTI
giustamente specifica che si tratta delle «momentanee variazioni
espressive e di tempo apportate durante l’esecuzione di un brano».
PALAZZI-FOLENA definisce l’agogica: «Insieme delle modificazioni
apportabili a un brano musicale nel corso della sua esecuzione». Il
PALAZZI, che nelle prime edizioni non registrava questa parola, ora
assicura che l’agogica «dimostra il talento interpretativo del
musicista». Benissimo! Anche per GARZANTI tali variazioni sono
apportate «per ragioni interpretative». DEVOTO-OLI aggiunge che l’agogica
rivela il «talento interpretativo personale dell’esecutore». Volgarmente
si può dire che agogica equivale a “espressione”.
Il
termine è chiaro e le definizioni sgorgano spontanee. Dal greco
polýs, molto, e phōné, suono: molti suoni insieme.
Sennonché alcuni dizionari vogliono essere più completi e abbondano in
spiegazioni, complicando le cose. Così GARZANTI non si accontenta di
dare la definizione essenziale della polifonia: «Insieme
simultaneo di più combinazioni di suoni», ma aggiunge una precisazione
ovvia e quindi superflua: «eseguiti da voci o strumenti», e perfino
vuole specificare ulteriormente che quei suoni «svolgono ciascuno un
proprio disegno melodico distinto». Anche DEVOTO-OLI è generoso (fin
troppo) informando che si tratta de «l’unione di più voci» e precisa che
ciascuna di quelle voci «svolge un proprio disegno melodico» e aggiunge
che, estensivamente, s’intende «l’unione di più suoni anche non
appartenenti ognuno a una parte melodica», generando in questo modo un
sacco di incertezze. DE MAURO ricorre alla terminologia collaudata, con
qualche aggiunta: «Insieme simultaneo di due o più linee melodiche,
vocali o strumentali, indipendenti e collegate fra loro da particolari
leggi armoniche». Quasi identica la definizione di SABATINI-COLETTI:
«Insieme di più suoni vocali o strumentali simultaneamente eseguiti,
appartenenti ognuno a una diversa melodia ma collegati fra loro da
particolari leggi armoniche». Benissimo, se fosse aggiunto un accenno al
contrappunto, caratteristica della polifonia del Palestrina e dalla
polifonia fiamminga, essenzialmente contrappuntistiche. ZINGARELLI:
«Molteplicità simultanea di suoni». L’idea centrale è comune a tutti i
vocabolari. Zingarelli precisa: «Genere musicale in cui più voci o parti
con proprie linee melodiche risuonano contemporaneamente, secondo le
regole di armonia e contrappunto». Ottimo e opportuno questo richiamo al
contrappunto. PALAZZI-FOLENA (ultima edizione 1992) offre una
definizione completa ma piuttosto contorta: «Genere musicale
caratterizzato dalla compresenza di più linee melodiche combinate
secondo le leggi dell’armonia e del contrappunto, dotate ciascuna di un
senso autonomo» eccetera. Tutto fa pensare che la definizione di
polifonia sia passibile di ulteriore precisazioni. Infatti il
PALAZZI del 1939 e del 1973 riportava questa definizione: «Procedimento
concomitante delle voci o degli strumenti in un pezzo musicale, secondo
le regole del contrappunto». Anche la definizione del BATTAGLIA, pur
esauriente, presenta qualche neo: «Insieme simultaneo di due o più linee
melodiche, vocali o strumentali, indipendenti quanto al ritmo e
collegate fra loro da particolari leggi armoniche». A voler essere
pignoli, si desidererebbe una precisazione sull’indipendenza delle linee
quanto al ritmo e sarebbe opportuno aggiungere che, oltre alle leggi
armoniche, esistono in polifonia anche le leggi contrappuntistiche.
Forse la definizione più breve e più chiara, seppur alquanto generica, è
quella della “Garzantina” Enciclopedia della Musica (Garzanti,
1996): «Insieme simultaneo di più suoni o di successioni combinate di
suoni aventi distinta individualità». |
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