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Sabatini: Alla Crusca nemmeno un triciclo (27/7/2010) “Altro che auto blu! L’Accademia
della Crusca non ha neanche un triciclo e gli accademici, quando
viaggiano, viaggiano in seconda classe”. Si è tolto un sassolino dalla
scarpa il presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco
Sabatini interpellato dal Gr1 Rai in merito a tutt’altra vicenda, quella
dell’intervista alle due ragazze sulla spiaggia di Ostia che tanto
successo ha suscitato su YouTube. Liquidata in due battute la vicenda:
niente di sensazionale in fondo, tanto meno un poema epico in romanesco,
a parte la simpatia e la carica comunicativa delle due ragazze (e del
dialetto), Sabatini in coda ha voluto cambiare argomento e concludere
con la puntualizzazione riportata sopra. Forse, anzi sicuramente, in
risposta a qualche giornale che aveva insinuato qualche dubbio sulle
reali possibilità economiche dell’Accademia (in crisi di finanziamenti))
e sulle spese degli accademici. Dipietrini o dipietristi? (27/7/2010) Come chiamare i seguaci, i
sostenitori di Antonio Di Pietro? Abbiano sentito o letto più volte
dipietristi, ma anche, in misura minore, dipietrini,
quest’ultima denominazione non disgiunta da una palese sfumatura di
ironia. Va detto che entrambi i termini potrebbero andar bene, non
essendoci regole precise e cogenti quando si tratta di creare sostantivi
o aggettivi derivati da nomi di personaggi. Ricordiamo che Tito (Josip
Broz, 1892-1980), il maresciallo e presidente iugoslavo, ha dato
titino e titoista (entrambi registrati dai vocabolari)
, e che i papi Leone hanno dato leonino e leoniano, quest’ultimo
chissà perché ignorato dai vocabolari, come diciamo appresso. Ognuno,
perciò, segua il termine che più gli aggrada e che più ha preso piede.
Ad esempio, per un termine recente, i seguaci di Fini è meglio
denominarli finiani, anche se nulla vieterebbe di
chiamarli finisti. Leonino o leoniano? (27/7/2010) I vocabolari, chissà perché,
registrano solo leonino. Il quale aggettivo, essendo in
condominio (se così può dirsi) tra il leone e i papi di nome Leone,
suona abbastanza curioso quando è riferito a questi ultimi. Sì,
d’accordo, a Roma esiste la città leonina (Vaticano e adiacenze)
delimitata dalle mura leonine, dette così perché fatte erigere
da papa Leone IV. Ma ad Anagni c’è il Collegio Leoniano, il
seminario maggiore per il Lazio, fatto costruire da papa Leone XIII, il
quale a Carpineto Romano, sua città natale, ha anche il suo bravo museo
leoniano. Sempre a Roma c’è il Convitto ecclesiastico
leoniano. E poi, per fare un esempio, se qualcuno dovesse citare il
coraggio fuori del comune di una enciclica promulgata da un papa di nome
Leone, come dovrebbe dire? Il coraggio leonino del documento
leonino? Suvvia, i vocabolari prendano atto che esiste, e in alcuni
casi è preferibile, l’aggettivo leoniano. Alieni e Vocabolario (27/7/2010) Non credete agli
extraterrestri? Male. I vocabolari ci credono e difatti registrano
gioviano, marziano, mercuriano, nettuniano, plutoniano,
saturniano, uraniano, venusiano. Chi sono costoro?
I possibili (o presunti) abitanti o nativi dei rispettivi pianeti.
Devoto-Oli li registra tutti e per buona misura cita il marzianetto.
De Mauro e Zingarelli, tra i possibili abitanti dei pianeti, escludono
solo il nettuniano (il termine è registrato per altri
significati), e così fa Sabatini-Coletti che esclude anche il
plutoniano. Non solo abitanti dunque, ma anche nativi di quel
pianeta, il che in pratica potrebbe dire che un saturniano, un
gioviano, un mercuriano e altri alieni potrebbero abitare
altrove, magari tra noi, qui sulla Terra, sotto le vesti di immigrati
... extracomunitari.
Nettuniani e nettunesi
(27/7/2010) Tutti i vocabolari citano Renato Cesarini, singolare caso di calciatore entrato nel Vocabolario per quella sua abilità di segnare reti in … zona Cesarini, secondo la fortunata locuzione coniata dal giornalista Eugenio Danese per dire “all’ultimo momento” e riportata dai dizionari sia nel significato strettamente sportivo sia figurato. Devoto-Oli ne fissa l’origine “storica” al 13 dicembre 1931, Italia-Ungheria 3-2, rete della vittoria segnata da Cesarini all’ultimo minuto. Era nato l’11 aprile 1906, a Senigallia, Renato Cesarini,. Morì nel 1969, dopo aver giocato in varie squadre argentine e in Italia con la maglia della Juventus.
Per questa volta, a causa di un
contrattempo tecnico, l’aggiornamento dell’Informalingua è rimandato al
prossimo martedì. Invitiamo i lettori a leggersi la prima pagina e in
particolare, nella Lingualunga, i gustosi epigrammi del nostro Mauro
Totteri, cui ogni tanto piace sconfinare nelle mansioni del “notista”
politico. La politica non interessa allo Sciogliscilinguagnolo, o
meglio, lo Sciogliscilinguagnolo non fa politica. Ma nella rubrica
Lingualunga ci permettiamo di criticare a destra, a manca e al centro
(altrimenti che lingua lunga sarebbe?). Sempre però nel rispetto delle
persone e della buona educazione.
In precedenti note (vedi)
abbiamo parlato del termine tetrapak (così è riportato a lemma da
quasi tutti i vocabolari, se non quando
tetrapack, come scrive Hoepli-Gabrielli) e
dell’errore di fondo commesso dagli stessi vocabolari nell’attribuire il
nome dell’azienda – oltretutto trascrivendolo male (quello esatto è
Tetra Pak) – al contenitore o ai contenitori prodotti da
questa azienda, nessuno dei quali, invece, si chiama tetrapak.
Vero è che nel linguaggio corrente è invalso l’uso di chiamare
tetrapak tali contenitori e anche il materiale con cui sono fatti.
Però i vocabolari, una volta chiarito il malinteso creato dall’uso
comune, devono (dovrebbero) riportare i termini della questione così
come sono nella realtà, tanto più se si tratta, come in questo caso, di
termini registrati e quindi riconosciuti giuridicamente. Superficialità? Purtroppo sì, anche dei “grandi” (21/7/2010) Non possiamo non rilevare, ancora una volta, la superficialità in cui spesso cadono i vocabolari, e purtroppo parliamo di tutti, compresi gli illustri Grande Dizionario Battaglia e Treccani, fino ai più modesti monovolume. Superficialità perché per alcune voci, prima di azzardare definizioni inesatte, basterebbe rivolgersi, come noi abbiamo fatto, ai diretti interessati per avere informazioni di prima mano, e non di seconda, copiate magari (il malcostume è generale) da altri vocabolari. Un’ultima annotazione. Con i
prossimi aggiornamenti, alla luce delle due definizioni-tipo che qui
pubblichiamo, segnaleremo nelle Voci rauche tutti gli errori, relativi a
queste due voci, riscontrati nei vocabolari presi abitualmente in
esame. Ma il lettore può già farsene un’idea confrontando le
definizioni, che ugualmente riportiamo, date dai vocabolari. Tra gli
errori più ricorrenti, a parte quello di fondo: “cartone paraffinato”
invece di “cartone politenato”, l’indicazione per l’etimologia del
tedesco Pak(et)
invece dello svedese pak
“pacchetto”, le grafie sbagliate come quelle offerte in alternativa da
Treccani o usate dal Corriere della Sera negli esempi ripresi dal
Battaglia. Esempio di definizioni corrette (21/7/2010) Tetra Pak® , nome e marchio registrato di un’azienda multinazionale di origine svedese. Il nome, in senso estensivo e spesso con grafia unita, tetrapak, è passato a indicare genericamente e impropriamente, nel linguaggio comune, i contenitori di cartone politenato, prodotti da tale azienda, che invece hanno un nome specifico (per esempio: Tetra Brik®, vedi) a seconda del formato e delle caratteristiche. Etimologia: da tetra- , “quattro”, perché il primo contenitore prodotto aveva quattro facce triangolari, e dallo svedese pak “pacchetto”. Tetra Brik
® , nome commerciale, che costituisce marchio
registrato, di uno speciale contenitore di cartone politenato
prodotto dalla Tetra Pak ® (vedi). Nella forma abbreviata,
brik, il nome è passato a indicare genericamente, nel
linguaggio comune, qualsiasi tipo di contenitore simile. Da
tetra- (vedi Tetra Pak®) e dall’inglese bri(c)k ,
“mattone”, perché a forma di parallelepipedo.
Tetrapak Treccani
tetrapak
[dall’ingl. Tetra Pak (anche Tetra Pack o Tetrapack,
plurale Tetrapacks), marchio registrato, formato con tetra(hedral)
«tetraedrico» e pack «pacco, confezione, contenitore»]. -
Nome commerciale di un contenitore in cartoncino paraffinato a forma di
tetraedro, usato per la conservazione e il trasporto di latte, bevande o
altri alimenti liquidi (panna, salse e sim.).
Devoto-Oli tetrapak Nome commerciale ® di un recipiente di cartone paraffinato, usato specialmente per la vendita del latte e di altri prodotti liquidi, in confezioni ermetiche da asporto. 1960.
Sabatini-Coletti tetrapak
– Nome commerciale, che costituisce marchio
registrato, di un involucro ermetico di plastica, a forma di tetraedro,
usato specialmente per conservare o trasportare alimenti liquidi. - Dal
nome della società svizzera Tetra Pak, propriamente “pacco a
tetraedro”. 1970. De Mauro tetra pak
Contenitore di cartone
paraffinato fornito di una tipica apertura a strappo, usato per la
conservazione e il trasporto di latte, panna, bevande, salse e
simili.- Estensivamente, il materiale in cui è realizzato tale
contenitore. [1970; nome commerciale, composto di tetra- e del
tedesco Pak(et) “pacco”]. Palazzi-Folena
tetrapak ® –
tetraedro di carta paraffinata per il trasporto e la conservazione di
latte o bibite. Zingarelli (fino all’edizione 1995. Nelle successive la voce è stata depennata)
Tetrapak ®
[Marchio d’impresa della ditta Tetra-Pak di Lund (Svezia)].
tetrapack
Recipiente di cartone paraffinato, in origine a forma di tetraedro, per
latte e altri alimenti liquidi.
Il
Governo potrebbe pure far acqua, come sostiene l’opposizione,
ma questa volta Berlusconi non c’entra. La locuzione
acquedotto di Silvio è segnalata da tutti i vocabolari alla voce
acquedotto (solo De Mauro la ignora), più o meno con l’identica
definizione, riferita all’anatomia del cervello:
«Sottile canale che
unisce il terzo al quarto ventricolo cerebrale»
(Palazzi-Folena) . Se un appunto può farsi – anche ai vocabolari più
precisi – è che nessuno spiega chi è questo “Silvio”. È, anzi era,
l’anatomista tedesco Franz de le Boë (1614-1672) più conosciuto con lo
pseudonimo di Silvio, adattamento italianizzato del latino (Franciscus)
Sylvius. Come t’intendo dimittendo (16/7/2010) È parola che non abbiamo trovato in nessuno dei vocabolari presi in esame ma che comunque è ormai di uso corrente nel linguaggio riguardante i problemi del mondo carcerario. E di problemi in questo momento ce ne sono, soprattutto legati al problema più grave: l’affollamento. Benvenuto dunque al dimittendo, il quale altro non è che il detenuto prossimo alla scarcerazione, il detenuto perciò da dimettere e per il quale si attua uno speciale programma di preparazione alla libertà. Ce ne fossero di dimittendi e dimittende, il problema del superaffollamento sarebbe risolto. Il termine viene ovviamente da dimettere, anzi meglio, dal latino dimittĕre, e in questo senso potrebbe essere usato, come avviene qualche volta, per il paziente prossimo a essere dimesso dall’ospedale.
Attenzione che dimettere può
voler dire anche “allontanare”, “esonerare” da un incarico e, nella
forma pronominale, dimettersi da un incarico, da un ufficio,
ossia, come si dice abitualmente, rassegnare le dimissioni. In
questo significato i vocabolari più accorti (Garzanti, Zingarelli)
specificano che dimettere, anziché da latino dimittĕre,
viene dal francese démettre, e ciò in epoca più moderna, intorno
al XIII secolo. Manzoni sull’amaca, anzi hamac (16/7/2010) Se in estate, magari nel giardino di casa, vi piace riposarvi dondolando su un’amaca, è il caso di ricordare che Renzo, invece, disdegnò questo giaciglio «sospeso per aria» e preferì stendersi in terra, su un po’ di paglia, per farsi una «dormitina». Stiamo parlando dei Promessi Sposi, dove al capitolo XVII s’incontra insolitamente una parola straniera, hamac, di origine spagnola, ossia, spiegano le note, una sorta di letto sospeso con funi tra due sostegni. Insomma, un’amaca. Perché Manzoni abbia scritto hamac, invece che il corretto hamaca (in spagnolo) o l’italiano amaca, non è dato sapere. Comunque la parola è datata dai vocabolari agli inizi del Cinquecento; Garzanti e Sabatini-Coletti ci informano che deriva da una voce indigena di Haiti. Attenzione che la pronuncia esatta è con l’accento sulla seconda a, dunque amàca.
Potrebbe sembrare un’imprecazione:
«Che ti prenda una paronomasia!». Al contrario le paronomasie
sono innocue, al più possono essere un po’ cattive, maligne, o ripetere
luoghi comuni, come nelle locuzioni “chi dice donna dice danno”, “ricci
capricci”, “parenti serpenti”, “fratelli coltelli”, “amore amaro”,
oppure avere fondamenti di verità: “il troppo stroppia”. La
paronomàsia (o paronomasìa, accento sulla i, secondo
la pronuncia greca) è una figura retorica che consiste nell’accostare
parole di suono uguale o assai simile ma di significato differente;
parole, però, che siano in qualche modo collegate, a formare un concetto
unico dal significato ben preciso. Attenzione che
l’origine napoletana di fasullo, nel senso di “falso, non valido,
contraffatto” – origine presunta magari pensando a qualche collegamento
col “fasulo” (fagiolo) partenopeo, celebrato nella rinomata “pasta e
fasuli” – è fasulla. Non dal napoletano viene fasullo, ma dal
romanesco, anzi meglio, dal gergo giudeo-romanesco, come affermano tutti
i vocabolari datando la parola in italiano intorno agli anni ’40 del
secolo scorso (1900 perciò). De Felice-Duro precisa che a Roma era già
usata alla fine dell’Ottocento. Fasullo è la versione italiana
dell’ebraico pāsūl “illegittimo, invalido”. Il
drosometro lavora di notte
(16/7/2010) Da ’ndrangheta ’ndranghetista (o ’ndranghista?) (14/7/2010) Da mafia
mafioso, da camorra camorrista, da ’ndrangheta? Devoto-Oli registra
’ndranghetista per dire «appartenente alla ’ndrangheta», ma abbiamo
sentito, o letto, più di qualcuno usare il termine ’ndranghista,
non del tutto campato in aria e con una sua certa validità. Ricordiamo
che ’ndrangheta, per i vocabolari, è parola abbastanza recente (Zingarelli
ha cominciato a registrarla dal 1983, con l’undicesima edizione)
e che per ovviare alla difficoltà di pronuncia è stato proposto, con
scarso successo, di scrivere andrangheta, grafia non molto
dissimile dal greco andragathía da cui secondo alcuni deriverebbe
’ndrangheta. Nessuno rida – le parole fanno di questi
scherzi – se andragathía, come riportano alcuni vocabolari
(Garzanti, Devoto-Oli) significa tra l’altro “fortezza d’animo”,
“valore”, “rettitudine”. Giustamente Devoto-Oli subito dopo aggiunge:
«Meno nobilitante la proposta di Franco Mosino», [noto grecista reggino,
Ndr], secondo cui ’ndrangheta verrebbe da ’ndranghiti,
voce gergale calabrese per dire “balordo”. Fanno propria quest’ultima
tesi anche Zingarelli, Sabatini-Coletti e Palazzi-Folena, il quale,
tanto per essere più chiaro, a “balordo” aggiunge “ladro”.
Zingarelli ’nduja
(14/7/2010) Afoso non è torrido, però … (14/7/2010) Una
gentile lettrice ci pone un quesito interessante e di attualità
chiedendoci se è esatto parlare, come fanno in questi giorni molti
organi di informazione, indifferentemente di caldo afoso o
torrido, e se non c’è contrasto tra i due termini. La lettrice ha
visto giusto e la risposta la suggerisce lei stessa quando si domanda: «Torrido
non significa “secco” e quindi “non umido”?». In effetti il caldo di
questi giorni, a detta degli esperti, è caratterizzato da notevole
umidità, il che giustifica l’aggettivo afoso, da afa:
«caldo umido e opprimente» (Garzanti), «caldo umido, soffocante» (De
Mauro), «aria atmosferica calda e umida» (De Felice-Duro). Dunque il
contrario di torrido, sia stando all’etimologia
(deriva dal latino torrēre “disseccare, rendere secco), sia alle
definizioni: «molto caldo, secco e ardente» (Garzanti), «caratterizzato
da un caldo secco, ardente» (Sabatini-Coletti), «opprimente, per il
calore secco e ardente» (Devoto-Oli). Però, umidità o secchezza a
parte, la lingua non è una scienza esatta e ognuno l’interpreta a modo
suo, soprattutto nell’uso corrente. E nell’uso corrente afoso
equivale a torrido. Non per niente gli stessi vocabolari, che
magari nelle rispettive definizioni hanno parlato per afoso di
caldo umido e per torrido di caldo secco, poi (vedi Garzanti,
Sabatini-Coletti) segnalano i due termini come sinonimi. Afa e canicola, sfumature Zingarelli (14/7/2010)
Zingarelli alle voci afa, afoso e torrido nulla
dice in merito all’umidità o alla secchezza, però ad afa rimanda
a canicola per le sfumature di significato tra queste due parole
ed anche tra calura, caldura, bollore.
Interessante ci sembra quanto scrive per le prime due: «Propriamente si
definisce canicola il periodo più caldo dell’estate; in senso
esteso, il termine si usa in riferimento al forte riscaldamento di
alcune ore del giorno. Con afa ci si riferisce a un’aria calda,
particolarmente pesante, stagnante, carica di umidità». Più camilliane che camillini (14/7/2010) Oggi, 14 luglio, è
la festa liturgica di Camillo de Lellis, il santo vissuto tra il 1550 e
il 1614, paladino dell’assistenza agli infermi. Appunto i “Ministri
degli infermi”, l’ordine di chierici regolari fondato da san Camillo,
possono chiamarsi camillini o camilliani, a detta dei
vocabolari che continuano a riportare tutte e due le forme. In verità
il nome camillini, simpatico nomignolo di origine popolare, è
stato abbandonato da tempo e la forma attualmente preferita è
camilliani, come risulta da documenti dello stesso ordine e come
riporta l’Annuario Pontificio. Il discorso vale anche per le
camilline o camilliane. In Italia nessuno dei tre istituti di
religiose che si richiamano al carisma di san Camillo usa per le proprie
aderenti la denominazione camilline, preferendo anche in questo
caso camilliane. Un cicchetto va fatto ai vocabolari (salvo
Garzanti e Zingarelli) che non registrano la forma femminile. Le
camilliane (o camilline) sono in realtà più numerose dei
camilliani (o camillini).
Geloterapia, quando il gelo fa buon sangue (9/7/2010) Con questo caldo forse per molti una
gelada sarebbe la benvenuta. Ma le gelade, si sa, possono
causare vari danni, soprattutto quando arrivano fuori stagione. Noi
consiglieremmo più opportuno e salutare, contro l’afa, un buon gelato.
La gelada potrebbe rivelarsi pericolosa. Ve lo immaginate il
parapiglia, se d’improvviso una gelada venisse a sorprendere i
bagnanti su una spiaggia affollata? Se qualcuno pensa che la gelada
sia una freddura guardi giù in fondo la Confusione
delle lingue.
Una volta, a teatro, si usava così. C’era “l’aria dei sorbetti”. La locuzione l’abbiamo trovata in un vecchio Zingarelli (edizione 1935) alla voce sorbetto, con questa spiegazione: «Al teatro, pezzo meno importante dell’opera, durante il quale gli spettatori prendevano il sorbetto». Ricordiamo che la parola sorbetto è attestata fin dal 1500, prima per indicare la bevanda fresca all’uso turco, poi per il gelato all’uso nostrano.
Gelare uno sciroppo,
un frullato di frutta per fare un sorbetto si dice sorbettare.
Ma il verbo, anche nella forma pronominale sorbettarsi, ha un
significato che potrebbe ascriversi tra le opere di misericordia
corporale, ossia sopportare le persone moleste. Oltre alle persone,
ovviamente, anche le cose, o le situazioni. E dunque, pazienza:
sorbettiamo, sorbettiamo, senza però apparire freddi, o peggio, …gelati. Tankini, primo Garzanti (9/7/2010) Zingarelli 2011 registra tankini, ma il primo a registrare (2008) il termine è stato Garzanti, con questa definizione: «Costume da bagno femminile a due pezzi, caratterizzato nella parte superiore da un top che copre il ventre». Per Zingarelli è « … costituito da uno slip e da un capo superiore simile a una canotta che arriva oltre l’ombelico». La prima parte della parola, tan- , viene dall’inglese tan(k top) “canottiera sportiva”, mentre la seconda parte è data da (bi)kini, sul cui modello di costruzione (linguistica) è stato ricavato anche monokini. Per un raffronto in termini di “superficie” scoperta si può dunque dire che il tankini è più castigato del bikini e tanto più del monokini.
Ma anche
lugliengo, lugliese (vecchi Zingarelli), lugliolo (Palazzi-Folena).
Sono gli aggettivi derivati da luglio, variamente
intercambiabili, ma di uso più comune i primi due, lugliatico e
lugliengo (in tutti i vocabolari), di solito riferiti a frutti,
uva in particolare, che maturano in questo mese; oppure «a fieno che si
falcia in luglio» (De Mauro), detto «fieno di secondo taglio»
(Devoto-Oli). Lugliatica e luglienga, uve di luglio (6/7/2010) La lugliatica
è detta così perché matura in luglio. È l’uva da cui si ottiene l’aleatico,
un vino rosso rubino, dolce e liquoroso, particolarmente gradevole con
la pasticceria secca. È diffuso in varie regioni ma l’aleatico
doc è quello di Gradoli (Viterbo) e di Puglia. Uva e vino derivano il
loro nome da una voce emiliana, aliädga, che sta per “(uva)
lugliatica”. Abbiamo visto che lugliatico non è il solo
aggettivo ricavato da luglio, in alternativa si può dire lugliengo,
anche se solitamente si usa il femminile, luglienga, con valore
di sostantivo, sottintendendo pure in questo caso “uva”. La luglienga
è una varietà di uva bianca da tavola a maturazione precoce.
Oltre all’aleatico, anche l’aglianico (nulla a che vedere con l’aglio), vino dal colore rosso intenso, robusto e profumato, è collegato stagionalmente a luglio, essendo ricavato da una varietà di uva che matura in questo mese. Il nome aglianico – vino e vitigno tipici della Campania e della Basilicata – viene dal napoletano agliàneca (derivato dal latino iūlius) per dire “lugliatica” sottinteso uva.
Zingarelli e
Devoto-Oli a luglio fanno scena muta sui modi di dire. Non così
gli altri vocabolari che riportano concordemente due detti popolari:
Farsi bello del sole di luglio, ossia “vantarsi di una cosa di cui
non si ha alcun merito” e Vendere il sole di luglio,
“promettere una cosa a disposizione di tutti”. Un appunto a De Mauro,
il quale cita il primo motto sostituendo la preposizione del
con al : «Farsi bello al sole di luglio».
Il che cambia alquanto il significato originale. Un sempliciotto: il dronte o dido o dodo (6/7/2010) E non
basta. Aggiungete anche rafo (registrato da De Mauro), ulteriore
nome del personaggio in questione, dal latino scientifico Raphus
cucullatus. Si tratta infatti di un uccello scomparso da tempo e
va dato merito ai vocabolari di ricordarne i possibili nomi: dronte,
dido o dodo. Per Garzanti declinabili tutti al
femminile: la dronta, la dida o la doda.
Zingarelli sul dronte è telegrafico: «Grosso uccello dei
Colombiformi oggi estinto». Ma in vecchie edizioni (1935) lo stesso
vocabolario dava maggiori particolari: «Specie d’uccello, oggi quasi
scomparso, delle Isole della Riunione, grigio, con ali non sviluppate,
piedi fatti a 4 dita, assai stupido, che ha qualche somiglianza col
cigno, con l’anitra e col gallinaccio». Come si vede già allora il
povero dronte, o dido, o dodo, era in via
d’estinzione e forse il giudizio che ne dava Zingarelli, definendolo
«assai stupido», spiega perché di questo simpatico animale si siano
perse le tracce. Dronte, secondo il vecchio Zingarelli, è
dall’inglese droned “dormiglione”. Dido o dodo,
invece, vengono dal portoghese doido “semplicione”.
Evidentemente in un mondo fattosi furbo, sveglio e complicato, anche
nella società degli animali non c’è più posto per gli stupidi, i
sempliciotti e i dormiglioni. La cotonella? È la bambagella (6/7/2010) Chi pensa a cotonella come a un marchio di biancheria intima o di carta igienica è fuori strada. Sì, i vocabolari registrano qualche marchio commerciale, però ancora alla biancheria intima o alla carta igienica non sono arrivati. Per Palazzi-Folena cotonella è il «nome comune di un insetto parassita dell’olivo» e Garzanti aggiunge: «le cui larve emettono e si ricoprono di una peluria simile alla bambagia». Utile l’accenno alla bambagia che rimanda subito al cotone, però solo Devoto-Oli e Sabatini-Coletti dicono che l’altro nome della cotonella è bambagella. Ognuno scelga il nome che gli sta più simpatico per designare quest’insetto tutt’altro che simpatico. E non deve star simpatico neppure a Zingarelli, il quale non registra né l’uno, né l’altro nome.
A parziale smentita di quanto detto sopra va precisato che se i vocabolari non sono arrivati ancora alla carta igienica (intendiamo i relativi marchi commerciali), sono però arrivati alla carta da cucina. De Mauro, Garzanti, Zingarelli registrano infatti scottex. Solo De Mauro, però, fa espresso riferimento alla carta da cucina. Garzanti parla generalmente di «carta assorbente per uso domestico»; Zingarelli, con tanto di maiuscola (Scottex), parla di «carta soffice e assorbente confezionata in rotoli e usata specialmente in cucina». Dove l’avverbio “specialmente” specifica, ma non esclude possibili usi in luoghi diversi dalla cucina.
Meglio tardi che mai, finalmente
Devoto-Oli nell’edizione 2011, alle voci mistero e rosario
ha scoperto tutti i misteri e aggiunto che ci sono anche – oltre ai
gaudiosi, dolorosi e gloriosi – i misteri luminosi. La “novità”
risale all’ottobre del 2002 quando papa Giovanni Paolo II istituì
quest’altra cinquina di misteri. Ma le grazie, si sa, come le
“illuminazioni”, difficilmente arrivano subito, hanno bisogno di una
lunga gestazione. La mancata citazione dei misteri luminosi era tra le
prime “voci rauche” individuate dallo Sciogliscilinguagnolo per il
Devoto-Oli (vedi).
Con i prossimi aggiornamenti daremo riscontro, se ce ne sono, delle
altre voci rauche “schiarite”. Achtung! Zingarelli 2011 scopre Doppelgänger (2/7/2010) Tra le parole nuove registrate da Zingarelli 2011 (quelle che i giornali “scoprono” a settembre o ottobre e chiamano “new entry”) c’è Doppelgänger. Adesso dite la verità. Alzi la mano chi avvertiva il bisogno di trovare questa parola nel vocabolario della lingua italiana. Che significa Doppelgänger? «Sosia, reale o immaginario, di una persona». Non c’è che dire, se ne sentiva proprio la mancanza. Zingarelli, da bravo, ha voluto colmare la lacuna. Come facevamo, prima, noi poveri italiani provincialotti, a ignorare che “sosia” si può dire anche Doppelgänger?
Il gentile lettore Patrizio Ciotti, a proposito della nota «Come ti tratto “tetrapak”» del 16/6/2010 (►►), ci segnala che questo marchio è riportato da alcuni vocabolari anche alle voci brik o brick e ci fa l’esempio di Zingarelli, chiedendoci se la voce relativa di questo vocabolario è esatta. Rileviamo innanzi tutto che brick, in inglese “mattone”, non è esatto se riferito al prodotto della Tetra Pak, ma non è esatto neppure brik, semplicemente perché non esiste un “brik” Tetra Pak, ma solo il Tetra Brik. È insomma, ancora una volta, come dicevamo la volta precedente, una questione di marchi registrati, che, o si riportano come sono, o, a scanso di contestazioni da parte dei proprietari, è meglio lasciar perdere, come ha fatto Zingarelli per la voce tetrapak. Per la voce brik che possiamo dire? Zingarelli scrive testualmente: «Accorciativo di Tetra Brik ®, marchio registrato della ditta Tetra Pak ® * 1986. s.m. inv. - Contenitore di cartone per alimenti liquidi a forma di parallelepipedo». Sembrerebbe passabile, ma vallo a dire a quelli della Tetra Pak, che magari potrebbero obiettare che, essendo un marchio registrato, andrebbe riportato nel vocabolario non brik, ma alla lettera Tetra Brik, e che i marchi registrati – in quanto tali – non possono avere un “accorciativo”, come Zingarelli definisce brik.
Detto alla Rai (RadioUno, Gr delle 7), ma scritto anche su diversi giornali, abbiamo fatto la scoperta degli «imballaggi a base cellulotica», a proposito di un rapporto del Consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi. Ora però si dà il caso che i vocabolari registrino cellulosico per l’aggettivo derivato da cellulosa e cellulitico per l’aggetivo ricavato da cellulite. Crediamo che per gli imballaggi, non soffrendo di cellulite, sia più appropriato l’aggettivo cellulosico e che l’aggettivo cellulotico sia solo cervellotico, frutto di chi, magari per un momento, in tema di imballaggi, si è trovato con il cervello “imballato”. Ma siamo pronti a ricrederci.
Un gentile lettore ci segnala una pubblicità della Granarolo, apparsa domenica in tutti i quotidiani italiani, nella quale l’azienda romagnola riporta un comunicato della redazione di Annozero. Leggete bene il passo: «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge, è risultato composto in misura rilevante da latte in polvere rigenerato, ma tra i campioni di latte UHT da noi analizzati non c’erano prodotti Granarolo». Vicenda a parte – in pratica è un riconoscimento della qualità del latte Granarolo da parte di Annozero, forse messa in dubbio in una precedente trasmissione –, il lettore si domanda e ci domanda se quell’inciso, da noi sottolineato, «contro quanto previsto dalla legge», sia stato messo al posto giusto e se, così com’è, non dia adito a un’interpretazione sbagliata o comunque non chiara. Il lettore ha ragione. Le sue perplessità sono più che legittime. Leggendo «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge», sembra di intendere che quelli di Annozero, per aver “campionato” il latte, abbiano agito “contro” quanto prevede la legge. Logicamente non è così, però è questo il senso che può emergere dalla lettura. In realtà, chi ha redatto il testo, ha sbagliato posizione: l’inciso andava messo o dopo «è risultato composto», oppure dopo l’ulteriore specificazione «in misura rilevante». Si sarebbe letto allora: «Il latte da noi campionato è risultato composto in misura rilevante, contro quanto previsto dalla legge, da latte in polvere rigenerato, ecc. », e tutto sarebbe stato più chiaro, eliminando ogni possibilità di errate interpretazioni. Che dire al gentile lettore? Da una redazione giornalistica ci si dovrebbe aspettare maggiore precisione.
Pierio e Pierino, nei vocabolari (29/6/2010)
Ovviamente l’uno non c’entra niente con l’altro, perché se avete letto
bene e non avete pensato a un errore, pierio non è il Piero da
cui deriva il Pierino. Personaggio passato agli onori del
Vocabolario (Zingarelli, Devoto-Oli , De Mauro) per le sue
caratteristiche di «bambino o ragazzo particolarmente vivace e
impertinente» oltre che per essere protagonista di numerose
barzellette. Zingarelli, bontà sua, ne dà anche il significato
(scherzoso) di «primo della classe». Diverso il discorso per pierio:
è un aggettivo, di uso soprattutto letterario, e viene da Pieria,
regione della Grecia, mitica patria delle Muse, o dal monte Pierio,
sacro ad Apollo. Le dee pierie (De Mauro) sono le Muse. Le pieridi, muse o farfalle (29/6/2010) Molti vocabolari registrano pieridi al plurale, di genere femminile , nel significato più comune di una famiglia di farfalle diurne cui appartengono la cavolaia, la rapaiola e la navoncella. Dai nomi si comprende quali siano i “piatti” preferiti da costoro quando sono allo stato di bruchi: rispettivamente i cavoli, le rape, il ravizzone (pianta coltivata per i semi oleiferi, di cui navone è il sinonimo). Con quale allegria per i coltivatori, che tale piante coltivano, ve lo lascio immaginare. Decisamente meno voraci, anzi con interessi in tutt’altri campi, le pieridi nel significato di Muse. Sì, le Pieridi possono essere anche le nove dee protettrici delle arti e delle scienze.
30°
Certamen Ciceronianum Arpinas 2010
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Il drosometro misura la rugiada, più esattamente la quantità di rugiada che si deposita in una notte. Non c’è pericolo che vada male o si rompa perché costruttivamente è molto semplice: il modello più elementare è costituito da un disco di stoffa che è pesato la sera prima e la mattina dopo, quando è imbevuto di rugiada. Il nome viene dal greco drósos “rugiada” con -metro.
La gelada è una grossa
scimmia africana della famiglia dei Cercopitecidi che vive in branchi
sulle montagne dell’Abissinia. Ha muso allungato circondato da una
folta criniera, denti canini sviluppati e lunga coda terminante con un
ciuffo. Il nome gelada è voce indigena derivante probabilmente
dall’arabo qilāda, “criniera”. |
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