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Indovina pitonessa o pizia (3/2/2012) Pitonessa
non è il femminile di pitone, almeno non lo è nel senso di femmina del
serpente pitone. La pitonessa in questo caso non esiste.
Ma pitone oltre a indicare il serpente indica anche – come
ricorda Sabatini-Coletti – un “sacerdote di Apollo”, quindi
estensivamente un “indovino”. La pitonessa è perciò una
sacerdotessa di Apollo, una donna che predice il futuro, una indovina,
una veggente. Dal latino tardo pythonĭssam, femminile di
pỳthon (indovino). Che c’entrano Apollo e il pitone (serpente)?
Sempre Sabatini-Coletti spiega che Pỳthōn, in greco, era il nome
di un mitico serpente che risiedeva a Pito, antica denominazione di
Delfi, ucciso da Apollo che poi prese possesso del luogo. Per questa
ragione Apollo era detto Pizio e le sue sacerdotesse pizie. Parola nuova, o almeno non ancora
registrata da molti vocabolari, letta sulle vetrine di un concessionario
di apparecchi per la ventilazione: aeraulica. Ossia lo studio dei
problemi tecnici relativi all’aria, e perciò collegati alla
ventilazione, all’aerazione , al condizionamento. Parola ineccepibile e
corretta, costruita sul modello di idraulica, di cui riprende il
secondo elemento derivato dal greco aulós (“tubo”) mentre il
primo elemento, aēr, sta per aria. Alla lettera: “scienza
dell’aria nei tubi”, così come idraulica, “scienza dell’acqua nei
tubi”. Dicevamo parola “nuova”. Non proprio. Nelle librerie
specializzate, per chi volesse approfondire, si trova un Manuale di
aeraulica. Tecnica della ventilazione, autore B.B. Daly,
editore Woods Italiana, anno 1997. Zingarelli registra aeraulica
dalla ristampa 2011: «Scienza e tecnica che studiano le leggi generali
del moto degli aeriformi, in particolare dell’aria». Bugie e chiacchiere (3/2/2012) Le dicono anche i vocabolari. Non
tutti. Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti non conoscono bugie,
ed è un male, grave per Sabatini-Coletti che pure le bugie
le dice (le nomina) alle voci cencio e chiacchiera.
I più bravi, in fatto di chiacchiere e bugie, sono De
Mauro e Zingarelli, che elencano più sinonimi regionali. Da questi due
dizionari ricaviamo i vari nomi per definire quelle strisce di pasta
all’uovo (simile alla pasta della lasagna) fritte e cosparse di
zucchero, in uso in molte regioni italiane per Carnevale: bugie
(Piemonte), cenci (Toscana), chiacchiere (Lombardia),
crostoli (Veneto, Trentino), frappe (Emilia, Italia
centrale), gale (Piemonte), galani (Venezia, Veneto),
intrigoni (Emilia), solo De Mauro. Unico De Felice-Duro registra
anche sfrappole (Emilia). Chi conosce altri nomi e vorrà
segnalarceli, lo ringrazieremo … a chiacchiere. Bugie algerine (3/2//2012) Le bugie,
ovviamente, non sono solo una “specialità” italiana, si dicono in tutto
il mondo. Le bugie che si accendono, però, sono una specialità
algerina, dove “accendono” è qui un traslato per dire le bugie
che reggono le candele. Perché quel piccolo candeliere a forma di
scodellina con manico si chiami bugia lo spiegano i vocabolari
(anche Devoto-Oli che queste “bugie” conosce): la parola viene dal
francese bougie, a sua volta derivato dalla città algerina di
Bougie dove si produceva ottima cera per candele. Alcuni vocabolari
scrivono testualmente Bugia, italianizzando un po’
semplicisticamente il nome della città che invece nella trascrizione
dall’arabo e sulle cartine geografiche è Bejaïa. Chi è aniconico? (3/2/2012) Tutti i vocabolari
registrano l’aggettivo aniconico, formato dal prefisso an-
(privativo) e iconico (“che concerne l’immagine”, “che si fonda
sull’immagine”) derivato da icona. In pratica aniconico
si dice di religione o culto che non ammette immagini. De Mauro
aggiunge una definizione più completa: si dice «di civiltà artistica che
rifiuta l’immagine (come nel mondo islamico) o di civiltà artistica,
anche intensamente figurativa, che rifiuta l’immagine antropomorfa della
divinità». Solo Garzanti e Sabatini-Coletti registrano aniconicità
(«assenza, rifiuto di immagini»), mentre in nessuno abbiamo trovato
aniconismo, che pure dovrebbe esserci, se non altro in
contrapposizione a iconismo che invece è registrato.
Mettete alla prova la vostra conoscenza delle
parole giocando al Totovocabolario.
I vocabolari
registrano oclocrazia. Alla lettera “governo delle masse”, dal
greco óchlos “folla” e -kratía “potere, governo”. A prima
vista si potrebbe pensare a una democrazia “allargata” (forse un po’
troppo) e invece no, il concetto espresso da oclocrazia è tutto
negativo, addirittura è «la forma degenerata della democrazia» – secondo
Polibio, citato da Devoto-Oli il quale gli attribuisce la paternità del
termine – e consiste nel «predominio politico delle masse, che fanno
valere le proprie istanze con agitazioni di piazza imponendosi sul
potere legittimo e sulla legge stessa». È singolare che Devoto-Oli,
unico tra i vocabolari esaminati, registri anche olocrazia, altra
parola composta dove il primo elemento olo- sta per “tutto,
tutti, interamente” e quindi farebbe pensare a qualcosa di simile all’oclocrazia.
E invece no, perché – sempre secondo Devoto-Oli – l’olocrazia è
«la partecipazione diretta al governo di tutti quanti indistintamente i
cittadini». Il che, detto così, suona positivo e persino democratico.
Dunque, se abbiamo afferrato bene, tutto il contrario dell’oclocrazia. Cocchio storico (25/1/2012) Sono poche le parole passate dall’ungherese all’italiano. Tra queste tocai, il vino, da tokaj, nome della città, della regione e delle colline ungheresi ove si produce; ciarda, la danza popolare, da csárdás “osteria”, perché ballata in questi locali; oltre al noto gulasch, da gulyás “mandriano” , in pratica “cibo dei mandriani”. Poi c’è cocchio, “carrozza signorile tirata da due o quattro cavalli”, adattamento italiano dell’ungherese kocsi, letteralmente “di Kocs”, città dell’Ungheria dalla quale proveniva questo tipo di carrozze. Parola e carrozza legate a vicende storiche, anche nostrane, perché il cocchio si diffuse in Italia a partire dal matrimonio tra Giovanni, figlio del re di Ungheria Mattia Corvino, e Bianca Maria Sforza nel 1487. Cocchiere è il conducente del cocchio (o di altre carrozze), femminile cocchiera. Zingarelli, in una vecchia edizione, dava cocchieressa per “la moglie del cocchiere”.
Scherzi della lingua
italiana. Partendo dal plurale, uguale per entrambi, è facile passare
dal cocchio al cocco. E di questi cocchi nella
lingua italiana ce ne sono parecchi. Almeno 7. Vediamo su De Mauro tutti
i significati che può assumere la parola cocco: Cocchiume e cocchiumare (25/1/2012) Nulla c’entrano con i cocchi, in ogni senso, perché il cocchiume è il foro praticato sul diametro massimo della botte e, anche, il tappo di legno o sughero che chiude tale foro. L’etimologia è discussa, così scrive Sabatini-Coletti, derivando forse dal latino tardo càucus “tazza”, dal greco káuké. Non tutti i vocabolari registrano cocchiumare, verbo insolito e bivalente, perché sta a significare “tappare una botte col cocchiume” ma anche, in senso figurato, “sbeffeggiare, mettere in ridicolo qualcuno”. Per farla completa – e poi di cocchi e simili non parleremo più per due anni –, esiste anche il cocchiumatoio ossia l’arnese per praticare il cocchiume nelle botti.
Sopra abbiamo parlato del cocchio e dei cocchi,
quest’ultimo da intendersi come plurale sia di cocco sia di
cocchio. Ma oltre al
cocchio, esiste la cocchia, un tipo di rete a strascico (perciò
molto probabilmente illegale) trainata da due barche. Il termine è un
adattamento del veneziano cocia, dal latino cochlěa
“chiocciola”, per la particolare forma della rete. De Mauro la
descrive «a forma di sacco cilindrico» e
specifica «usata in Adriatico». Zingarelli scrive che è «più
grande della tartana» costringendo chi vuol saperne di più ad andarsi a
cercare questo termine non certo usuale. Non è una parente toscana di Pulcinella, perché la pulcianella è una bottiglia, meglio: un fiasco, il cui nome i vocabolari fanno derivare (mettendoci un “probabilmente” per prudenza) da Montepulciano, paese della Toscana celebre per il suo vino. Zingarelli dice che codesto fiasco, molto panciuto, della capacita di meno di un litro, è specialmente usato per i vini di Orvieto.
Pierio e Pierino, nei vocabolari (22/1/2012)
Ovviamente l’uno non c’entra niente con l’altro, perché se avete letto
bene e non avete pensato a un errore, pierio non è il Piero da
cui deriva il Pierino. Personaggio passato agli onori del
Vocabolario (Zingarelli, Devoto-Oli , De Mauro) per le sue
caratteristiche di «bambino o ragazzo particolarmente vivace e
impertinente» oltre che per essere protagonista di numerose
barzellette. Zingarelli, bontà sua, ne dà anche il significato
(scherzoso) di «primo della classe». Diverso il discorso per pierio:
è un aggettivo, di uso soprattutto letterario, e viene da Pieria,
regione della Grecia, mitica patria delle Muse, o dal monte Pierio,
sacro ad Apollo. Le dee pierie (De Mauro) sono le Muse. Le pieridi, muse o farfalle (22/1/2012) Molti
vocabolari registrano pieridi al plurale, di genere femminile ,
nel significato più comune di una famiglia di farfalle diurne cui
appartengono la cavolaia, la rapaiola e la navoncella.
Dai nomi si comprende quali siano i “piatti” preferiti da costoro quando
sono allo stato di bruchi: rispettivamente i cavoli, le rape, il
ravizzone (pianta coltivata per i semi oleiferi, di cui navone è
il sinonimo). Con quale allegria per i coltivatori, che tale piante
coltivano, ve lo lascio immaginare. Decisamente meno voraci, anzi con
interessi in tutt’altri campi, le pieridi nel significato di
Muse. Sì, le Pieridi possono essere anche le nove
dee protettrici delle arti e delle scienze.
La gubana, a Gorizia putizza (22/1/2012) Si chiama proprio così, putizza, il dolce simile alla gubana, che si prepara a Gorizia. Putizza, dunque, uguale gubana? Per molti i due nomi, derivanti entrambi dallo slavo, potrebbero essere considerati sinonimi, almeno per quanto riguarda gli ingredienti. I “puristi” discutono sulla forma (a spirale aperta o “chiusa”, a chiocciola, come la gubana classica di Cividale e delle Valli del Natisone) e sul tipo di pasta (sfoglia o lievitata). Lasciando le disquisizioni gastronomiche agli esperti, si può concludere serenamente che la putizza è la gubana di Gorizia. Inutile cercare putizza sul Vocabolario. O meglio, si trova, tutti la registrano, ma il significato non è per nulla invitante, derivando (in questo caso) da putire (puzzare) e sta per un’emissione di gas puzzolenti da terreni di origine vulcanica. Meglio la putizza goriziana.
Parola giapponese entrata nell’italiano o parola latina entrata nel giapponese? La domanda, che si pone per tempura, potrebbe essere risolta salomonicamente dicendo che si tratta di un nippo-latinismo entrato nella nostra lingua, un caso di esportazione prima, e importazione dopo, di parola genuinamente di origine latina. Registrano tempura De Mauro, Devoto-Oli, Garzanti, Zingarelli. Prendiamo da Garzanti: «Piatto della cucina giapponese a base di pesce o di verdure fritti.- Voce giapponese, dal latino ecclesiastico tempora “le tempora”, nome dato al piatto dai missionari portoghesi perché era adatto a essere consumato nel periodo di penitenza delle tempora». Devoto-Oli, prudente, a questa storia premette un “probabilmente”.
Una volta a
scuola c’era l’educazione civica. Era soprattutto una serie di norme di
buon comportamento e di buon senso perché i ragazzi si comportassero da
persone civili nelle più svariate situazioni: a casa, a scuola, in
chiesa, per strada. sui mezzi pubblici, a tavola … Adesso, al posto
dell’educazione civica, di “educazioni” ce ne sono parecchie (De Mauro
ne elenca 13), da quella alimentare a quella sessuale, ma non è detto
che bambini e ragazzi siano più educati. Per la serie “rime da
completare” (questa volta quelle da indovinare sono poche, ma tutte sono
rime ... educanti ) Mauro Totteri propone una serie di regolette di
educazione civica per i più piccoli. Chissà, forse partecipare al gioco
potrebbe far bene anche a molti adulti. Pronto soccorso invariabile (18/1/2012) In questo periodo in cui molti italiani sono colpiti dall’influenza stagionale medici ed esperti di salute pubblica consigliano di non affollare inutilmente i pronto soccorso. O pronti soccorso? O pronto soccorsi? O pronti soccorsi? Ci è toccato in questi giorni di leggere, e ascoltare, tutte e quattro le versioni per il plurale di pronto soccorso. Plurale che invece è lo stesso, tale e quale, del singolare. Un plauso a Sabatini-Coletti il quale registra pronto soccorso come “locuzione sostantivata maschile” mettendoci accanto un provvidenziale “inv.” che sta per “invariabile”.
Alzi la mano chi
qualche volta non si è fatto una leggera scalfitura, trascurando
di “disinfettarsi” col …Vocabolario e senza accorgersi, perciò, di
essere incorso in errore. Si dice e si scrive, infatti,
scalfittura. Zingarelli potrebbbe inserire scalfitura nella
sua tabella dei “103 errori più frequenti e insidiosi” e fare numero
pari, 104. Il perché di scalfittura invece di scalfitura,
lo spiega Devoto-Oli: da un arcaico scalfitto, invece di
scalfito, participio passato di scalfire. Quando tragedia fa rima con poesia (18/1/2012) È una rima
sbagliata? No, perché tragedia oltre che con l’accento sulla
e, tragèdia, può dirsi anche con l’accento sulla i,
tragedìa. Tutti i vocabolari riportano questa variante
d’accento, di uso arcaico o letterario. Devoto-Oli fa di più e spiega
che «in Dante è tragedìa in quanto contrapposto a
comedìa» e, in questo senso, il termine «designa un
componimento di stile elevato, non necessariamente drammatico».
Singolare l’etimologia di tragedia, in qualsivoglia modo
s’intenda accentare. Viene dal greco tragōidía, composto di
trágos “capro” e óidé “canto”, che qualche vocabolario mette
in relazione col sacrificio propiziatorio dei capri. E sì che per loro
era una tragedia. Il
tragedo non bada all’accento
(18/1/2012) Due ventisettane (18/1/2012) “È
arrivato il 27” cantava Renato Rascel in una vecchia canzone, ma qui il
giorno degli stipendi non c’entra, conta l’anno: 1527 o 1827. Da questi
millesimi deriva infatti ventisettana, ossia: «Per antonomasia,
l’edizione del 1827 dei Promessi Sposi di Manzoni », come
telegraficamente spiega Sabatini-Coletti. Garzanti specifica trattarsi
della «prima» edizione. De Mauro e Zingarelli aggiungono anche
l’edizione del 1527 del Decameron di Boccaccio. Esaustivo
Devoto-Oli che segnala perfino editore e città: Giunti a Firenze per la
ventisettana del Decamerone e Ferrario a Milano per la
ventisettana dei Promessi Sposi. Come nasce il mariolo (18/1/2012)
Su mariolo (o mariuolo) i vocabolari sono concordi:
l’origine della parola è incerta o sconosciuta. Devoto-Oli, definendola
“voce gergale”, azzarda l’ipotesi che derivi dal nome Maria.
Osiamo immaginare un refuso: perché da Maria e non, come
sembrerebbe più logico, da Mario? Ma a volte le spiegazioni più
logiche sono proprio quelle rifiutate da alcuni linguisti, che magari si
arrampicano sugli specchi pur di non accettare la spiegazione “troppo
semplice” fornita da qualche loro collega. Pietro Fanfani nel suo
Vocabolario (riportiamo dall’edizione 1865) così spiegava l’origine
di mariolo: «
Noi intendiamo attribuir questo nome ad un furbo tristo. L’origine di
esso deriva da un certo Mario veneziano, che era astutissimo truffatore
nelle fiere; ed eccellente e destro nel tagliar le borse, il quale per
la piccolezza di sua statura era chiamato Mariolo». Ipotesi
finché si vuole, ma semplice, logica e tutto sommato verosimile. Perché
non prenderla in considerazione? Ciambella, sfogliatella, frittella, besciamella, stracciatella, mozzarella, mortadella, prospaltella. Quest’ultimo nome è forse quello meno conosciuto. Piatto tipico regionale? Tipo di focaccia paesana? Formaggio fresco o salume stagionato? I vocabolari dicono che la prospaltella è buona, ma si sa, i gusti son gusti… Chi vuol sapere perché la prospaltella è buona vada al Vocabolario o alla Confusione delle lingue.
Chi abbaglia e chi barbuglia. Classificato “raro” dai vocabolari, esiste barbagliare, verbo dal duplice significato di “brillare, sfavillare, abbagliare” (derivando da barbaglio “abbagliamento, lampo improvviso”), ma anche di “balbettare, tartagliare”, in ciò assimilabile al più noto barbugliare. Ecco che – per fare un esempio – una donna avvenente potrebbe barbugliare, nel senso di “abbagliare”, grazie al suo fascino, ma ahimè, barbagliare quando parla. In entrambi i significati barbagliare vuole l’ausiliare avere.
Adesso dimenticate
barbagliare, perché la barbagliata con quanto detto sopra
c’entra come i cavoli a merenda. Senz’altro più buona dei cavoli (almeno
a merenda) la barbagliata è una bevanda calda a base di
cioccolata, caffè e panna, inventata dall’impresario teatrale Domenico
Barbaja (1778-1841) da cui deriva il nome. I vocabolari classificano
barbagliata voce lombarda (barbajada in milanese ) ma non
dicono che Barbaja, personaggio meritevole per molti versi (contribuì a
far conoscere i maggiori operisti italiani), era nato a Napoli. Un volantino pubblicitario di una catena di supermercati ci mette davanti una parola “nuova” o comunque non ancora registrata dai vocabolari: caraco, o meglio, essendo termine francese, caracò, tanto per segnalare la corretta pronuncia in italiano. Il caraco è un top (per dirla con parola inglese che, invece, è su tutti i vocabolari), ossia «camicetta per donna senza maniche e molto scollata sul davanti e sul dietro, sostenuta da due spalline» (De Felice-Duro). Più che di “camicetta” sarebbe forse esatto parlare di “corpino” aderente, così come mostra la confezione del capo “in multifibra” riprodotta dal volantino, dove si legge la denominazione caraco e sotto, in inglese, thin straps top, “top a spalline sottili”. Il Dizionario della Moda scrive che il nome caraco «appare nell’VIII secolo riferito al costume di una provincia della Francia. La camicia, abbottonata sul davanti, era chiamata anche “robe à la Suzanne” e la portavano le contadine». Ma la descrizione, in chiave antica e moderna, che ne fa il Dizionario della Moda, ci sembra alquanto diversa dal caraco, “corpino a spalline sottili”, quale lo si intende e si commercializza oggi.
Attenzione che un caracò è registrato da Devoto-Oli, ma non è il
caraco di cui si è detto sopra, bensì il «nome regionale della
pianta nota comunemente col nome di caracalla», ossia «sorta di
fagiolo americano (Phaseolus caracalla), coltivato come pianta
ornamentale per i fiori grandi, gialli profumati». De Mauro e lo stesso
Devoto-Oli segnalano per questa caracalla la variante
caracollo. Entrambi i nomi vengono dallo spagnolo caracol
“chiocciola”, per la particolare forma dei fiori.
Con caracalla dal mondo vegetale torniamo a quello della moda,
sia pure nell’antica Roma. Sono le concatenazioni, a volte incredibili,
quasi un gioco delle scatole cinesi, in cui si è presi “navigando” nel
Vocabolario. Perché la caracalla, oltre alla pianta, è, anzi
era, una «veste di origine gallica aderente al corpo e provvista di
cappuccio e di maniche, introdotta nell’uso romano dall’imperatore
Antonino Bassiano, soprannominato per questo Caracalla». La definizione
è di Devoto-Oli, ma caracalla in tale significato è su tutti i
vocabolari. Annurca, mela aurunca (13/1/2012) L’annurca,
originaria della Campania, è una mela dalla buccia rossa, con striature
verdi-marrone, dal sapore dolce-acidulo che – particolare
caratteristico – assume sfumature diverse in ogni frutto: niente a che
vedere con il sapore uniforme delle mele “in serie” del Trentino.
Perché annurca? Garzanti liquida subito: «etimo incerto».
Concordi invece Devoto-Oli, Zingarelli, De Felice-Duro,
Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena nel far derivare la parola dal verbo
latino indulcāre (addolcire) e di classificarla come voce
“meridionale” o “napoletana”. In questo senso De Mauro ne spiega
l’origine dal napoletano nnurca, nnurcà (inghiottire).
Suggestiva, invece, la tesi fornitaci da un amico di Sessa Aurunca
(Caserta) dove peraltro le annurche si coltivano in abbondanza:
annurca non sarebbe altro che una sorta di anagramma, con relativa
assonanza, di aurunca. Insomma “annurca” per dire “mela
aurunca”. Zelten, austriaco e … libico, o celteno italiano (10/1/2012) Natale è passato, ma
non è tardi per lo zelten, detto altrimenti (in variante
italianizzata) celteno, o (per intenderci subito) “panettone di
frutta secca”. Va dato il merito di registrare zelten a
Zingarelli, il quale però ce ne offre una fetta (o meglio, una
definizione) abbastanza striminzita, che dice e non dice. Dice che
zelten è «voce austriaca di origine germanica» per indicare il
«dolce natalizio tipico del Trentino e dell’Alto Adige a base di frutta
secca e canditi». Non dice nulla degli altri ingredienti, nulla della
variante celteno, nulla dell’aspetto esteriore (che in Alto Adige
assume forme diverse). Insomma, restiamo a bocca asciutta. Non dice
infine che per gustare appieno questa specialità bisogna aspettare
giorni, meglio se una settimana, in attesa che “maturi”. Zelten, tra
l’altro è il nome di una città della Libia, ma nessuno pensi che il
“panettone di frutta secca” venga da questa città. Saprebbe di
petrolio. Vocabolario senza femminello, quello siracusano (10/1/2012) Già altre volte
abbiamo rilevato che i linguisti, per dire i vocabolaristi, ossia i
curatori del Vocabolario, frequentano poco i supermercati; oppure, se li
frequentano, hanno la pessima abitudine (pessima per chiunque) di non
leggere le etichette. In questo periodo, a parte i limoni argentini,
nei reparti di frutta e verdura è facile trovare confezioni di limoni
primofiore, varietà: “Femminello siracusano”. Il femminello,
dunque, è anche una varietà di limoni; secondo alcune fonti la
varietà più coltivata (circa il 70 per cento del totale) in Italia. Non
c’è solo il “siracusano”, ma anche il femminello del Gargano, quello
amalfitano, ecc.- I vocabolari, invece, conoscono solo il femminello
(o femminiello) “napoletano”. Che con i limoni non c’entra per
nulla. Come ognuno può controllare andandosi a leggere la rispettiva
definizione nel proprio Vocabolario. Oltre al
femminello, quello siracusano, c’è anche il limone sfusato,
tipico della costiera amalfitana. Pure sfusato è termine
sfuggito ai vocabolari, i quali si limitano a registrare sfuso,
da cui certamente non viene sfusato, che sembra più derivare da
fuso, da cui affusolare e affusolato, perché
appunto il limone sfusato (o semplicemente lo sfusato)
è di forma allungata con un caratteristico pinzo appuntito
all’estremità, proprio come un fuso di quelli usati un tempo per
la filatura a mano. Vocabolario e coccotelli (10/1/2012) I lettori che ci
seguono puntualmente già avranno capito che cosa sono i coccotelli.
Per chi invece ci legge saltuariamente (ed è un male) riportiamo qui
sotto la nota dell’11 novembre 2010. Il primo coccotello ce lo offre
Devoto-Oli alla voce sciangai (forma italianizzata del nome della
città cinese, Shanghai) dove gli altri dizionari riportano solo
la definizione di “gioco”: sì, quello che tutti conosciamo, con gli
stecchetti colorati. Devoto-Oli, invece, ci dice che è anche un
cocktail e ce ne dà la ricetta. Prendete nota: succo di
limone (30%), granatina (10%), anisetta (30%), rum (30%). Vedete che il
Vocabolario, oltre alla lingua, soddisfa il palato. Gradisce un coccotello? ARCHIVIO (11/11/2010)
Quando si vogliono tradurre a tutti i costi in italiano parole straniere
– alcune parole – c’è sempre il rischio di cadere nel ridicolo. Chiedere
ad eventuali ospiti se gradiscono un coccotello, suonerebbe, se
non comico, incomprensibile. Eppure coccotello era una delle
parole – altre erano arlecchino, coda di gallo – con cui
in passato si è tentato di rendere in italiano la parola anglo-americana
cocktail, che significa appunto letteralmente “coda” (tail)
di “gallo” (cock). Perché questo miscuglintruglio (altro
possibile nome?) di liquori e sciroppi si chiami cocktail
non è molto chiaro. Garzanti ipotizza per la varietà dei colori, simile
a quella delle code
dei pennuti. Chi ha detto che il
Vocabolario è soltanto un elenco di parole e basta? A leggerlo bene, si
scopre che fra i tanti pregi è anche un ricettario per cocktail.
Prendiamo da Devoto-Oli gli ingredienti per il bloody mary:
«Succo di pomodoro, vodka, succo di limone, tabasco, sale e pepe». È il
succo di pomodoro a dare il nome a questo miscuglio, letteralmente “Maria
sanguinaria”, per il colore rosso. Da Zingarelli la ricetta del
bellini: «Succo di pesca bianca e prosecco spumante». Prima di
berlo sarà bene ricordarsi che non viene da Bellini Vincenzo, il
musicista, ma da Bellini Giovanni, pittore, a cui questo cocktail
fu dedicato dall’Harry’s bar di Venezia. I vocabolari – alcuni – sono molto
attenti ai coccotelli. Forse perché piacciono ai redattori. Sopra
abbiamo visto le “ricette” date da Devoto-Oli per lo sciangai
e il bloody mary, e quella di Zingarelli per il bellini.
Ora è la volta di margarita, che non è solo la variante arcaica
di margherita, ma il nome di un cocktail, originario –
sembra – dell’isola Margarita nei Caraibi. I soliti Devoto-Oli e
Zingarelli ci passano la “ricetta” e hanno anche la finezza di indicarci
le modalità di presentazione. Degustiamo il margarita di
Devoto-Oli: «Cocktail ottenuto mescolando liquore all’arancia, tequila e
succo di lime o di limone; si prepara nello shaker con ghiaccio tritato
e va servito in una coppetta da cocktail brinata con sale». Cibreo originale e guazzabuglio (10/1/2012) All’osteria del “Gambero rosso”, dove Pinocchio si era fermato per la cena assieme al Gatto e alla Volpe, racconta Collodi che la Volpe «dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa». Quello della Volpe non era (non poteva essere) il cibreo nel senso classico della parola, ossia un piatto tipico della Toscana, quanto il cibreo in senso figurato, che sta appunto per “mescolanza di cose mal combinate”, o anche “guazzabuglio”, “discorso sconclusionato”. E allora qual è la ricetta originale del cibreo? Per chi vuol provare riportiamo da De Felice-Duro: «Rigaglie e creste di pollo rosolate nel burro e poi cotte in un sugo a base di brodo, rosso d’uovo battuto e agro di limone». Devoto-Oli aggiunge per parte sua «sale e pepe» e implicitamente suggerisce un “tocco” finale spiegandoci l’origine della parola: cibreo verrebbe dal latino zingibreus, derivato di zingĭber “zenzero”. Dunque ci siamo capiti: aggiungete un pizzico di zenzero e avrete il cibreo originale, che più originale non si può.
Befanata Zingarelli (5/1/2012) Pochi vocabolari (almeno tra i monovolume) registrano befanata. Avevamo trovato il termine in un vocabolario quasi sconosciuto, il Dizionario della lingua italiana di Alessandro Niccoli (prefazione di Giorgio Petrocchi), edito nel 1976 dall’Istituto Editoriale Europeo. Zingarelli è arrivato in buon ritardo e dalla ristampa 2010 (uscita 2009) registra befanata con una definizione esaustiva quanto basta: «Rito tradizionale della campagna toscana durante la sera precedente l’Epifania, in cui gruppi di adulti o bambini vanno di casa in casa cantando e chiedendo regali.- Canzone cantata in tale occasione». Dove si vede che gli americani con la loro “festa della zucca” hanno in certo qual modo copiato quanto in Italia, o almeno in Toscana, si fa per la sera della Befana. Va aggiunto che col nome di befanata sono denominate varie feste popolari che si svolgono in Toscana, nell’Alto Lazio e in altre regioni nel giorno dell’Epifania.
Hanno ragione le
donne quando lamentano un uso sessista della lingua italiana. Prendi
befana. Nel significato estensivo di “donna brutta” la parola è
rimasta, e tenacemente resiste e persiste nella lingua e nel
Vocabolario. Il befano, al contrario, è scomparso. Significava
“uomo brutto”. Appena cinquanta anni fa befano era registrato
dai vocabolari (abbiamo sott’occhio vecchie edizioni del Melzi e dello
Zingarelli). Ma poi si sa come vanno queste cose. Poiché anni addietro
i curatori dei vocabolari erano quasi esclusivamente uomini, hanno
pensato bene di togliere il befano, l’uomo brutto, termine forse
ritenuto offensivo per l’intera categoria … maschile. Ed è rimasta solo
la befana, la donna brutta. Ingrugnata o ingrugnita? (5/1/2012) A proposito di Befana, un dubbio collegato all’espressione con la quale di solito è raffigurata: si dice ingrugnata o ingrugnita? Si può dire in tutti e due i modi. Il Vocabolario registra ingrugnare e ingrugnire, il cui participio passato, con valore anche di aggettivo, è rispettivamente ingrugnato e ingrugnito. Per non sbagliare conviene seguire il suggerimento di Zingarelli: ingrugnare va coniugato come segnare, ingrugnire come grugnire (io ingrugnisco, tu ingrugnisci …). Vogliono l’ausiliare essere. Di entrambi esiste la forma pronominale: ingrugnarsi, ingrugnirsi. Inutile dire che questi verbi “imbronciati” derivano da grugno.
Bisesto
può trovarsi usato (raramente, segnalano i vocabolari) in funzione di
aggettivo al posto di bisestile e qualcuno (Zingarelli,
Palazzi-Folena, Sabatini-Coletti) cita in proposito il modo di dire: “Anno
bisesto, anno funesto”. Ma i modi di dire o i proverbi non sempre
ci azzeccano, anzi, spesso sono fatti per essere smentiti. Siamo
ottimisti e pensiamo al 2012 non come anno funesto, ma anno d’assesto,
anno in cui le cose – una buona volta –s’assesteranno. Per tutti.
Finalmente chiarezza per “tetrapak”
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