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Sabatini:  Alla Crusca nemmeno un triciclo                                   (27/7/2010) 

“Altro che auto blu!  L’Accademia della Crusca non ha neanche un triciclo e gli accademici, quando viaggiano, viaggiano in seconda classe”.  Si è tolto un sassolino dalla scarpa il presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini interpellato dal Gr1 Rai in merito a tutt’altra vicenda, quella dell’intervista alle due ragazze sulla spiaggia di Ostia che tanto successo ha suscitato su YouTube.  Liquidata in due battute la vicenda: niente di sensazionale in fondo, tanto meno un poema epico in romanesco, a parte la simpatia e la carica comunicativa delle due ragazze (e del dialetto), Sabatini in coda ha voluto cambiare argomento e concludere con la puntualizzazione riportata sopra. Forse, anzi sicuramente, in risposta a qualche giornale che aveva insinuato qualche dubbio sulle reali possibilità economiche dell’Accademia (in crisi di finanziamenti)) e sulle spese degli accademici.  
 

Dipietrini o dipietristi?                                                                  (27/7/2010) 

Come chiamare i seguaci, i sostenitori di Antonio Di Pietro?  Abbiano sentito o letto più volte dipietristi, ma anche, in misura minore, dipietrini, quest’ultima denominazione non disgiunta da una palese sfumatura di ironia.  Va detto che entrambi i termini potrebbero andar bene, non essendoci regole precise e cogenti quando si tratta di creare sostantivi o aggettivi derivati da nomi di personaggi.  Ricordiamo che Tito (Josip Broz, 1892-1980), il maresciallo e presidente iugoslavo, ha dato titino e titoista (entrambi registrati dai vocabolari) , e che i papi Leone hanno dato leonino e leoniano, quest’ultimo chissà perché ignorato dai vocabolari, come diciamo appresso.  Ognuno, perciò, segua il termine che più gli aggrada e che più ha preso piede.  Ad esempio, per un termine recente, i seguaci di Fini è meglio denominarli finiani, anche se nulla vieterebbe di chiamarli finisti.
 

Leonino o leoniano?                                                                                                                   (27/7/2010)

I vocabolari, chissà perché, registrano solo leonino.  Il quale aggettivo, essendo in condominio (se così può dirsi) tra il leone e i papi di nome Leone, suona abbastanza curioso quando è riferito a questi ultimi.  Sì, d’accordo, a Roma esiste la città leonina  (Vaticano e adiacenze) delimitata dalle mura leonine, dette così perché fatte erigere da  papa Leone IV.   Ma ad Anagni c’è il Collegio Leoniano, il seminario maggiore per il Lazio, fatto costruire da papa Leone XIII, il quale a Carpineto Romano, sua città natale, ha anche il suo bravo museo leoniano.  Sempre a Roma c’è il Convitto ecclesiastico leoniano.  E poi, per fare un esempio, se qualcuno dovesse citare il coraggio fuori del comune di una enciclica promulgata da un papa di nome Leone, come dovrebbe dire?  Il coraggio leonino del documento leonino?  Suvvia, i vocabolari prendano atto che esiste, e in alcuni casi è preferibile, l’aggettivo leoniano.
 

Alieni e Vocabolario                                                                    (27/7/2010)

Non credete agli extraterrestri?  Male. I vocabolari ci credono e difatti registrano gioviano, marziano, mercuriano, nettunianoplutoniano, saturniano, uraniano, venusiano.  Chi sono costoro? I possibili (o presunti) abitanti o nativi dei rispettivi pianeti. Devoto-Oli li registra tutti e per buona misura cita il marzianetto.  De Mauro e Zingarelli, tra i possibili abitanti dei pianeti, escludono solo il nettuniano (il termine è registrato per altri significati), e così fa Sabatini-Coletti che esclude anche il plutoniano.  Non solo abitanti dunque, ma anche nativi di quel pianeta, il che in pratica potrebbe dire che un saturniano, un gioviano, un mercuriano e altri alieni potrebbero abitare altrove, magari tra noi, qui sulla Terra, sotto le vesti di immigrati ... extracomunitari.
 

Nettuniani e nettunesi                                                                   (27/7/2010)

Alcuni vocabolari, pur registrando nettuniano in altri significati (ad esempio geologico) non contemplano la possibilità che possa trattarsi di un abitante o nativo di Nettuno. Osiamo avanzare un’ipotesi su quella che sembra essere una discriminazione.  Forse è per evitare che qualche lettore più distratto, leggendo affrettatamente che il nettuniano è l’abitante o il nativo di Nettuno, possa intendere lucciole per lanterne e cioè che gli abitanti o i nativi di Nettuno (in provincia di Roma) si chiamino nettuniani.  E invece qui gli alieni non c’entrano nulla con i nettunesi.  Così come i gioviani nulla hanno a che fare con i giovesi di Giove, in provincia di Terni.


Cesarini nel Vocabolario                                                                                                       (27/7/2010)

Tutti i vocabolari citano Renato Cesarini, singolare caso di calciatore entrato nel Vocabolario per quella sua abilità di segnare reti in … zona Cesarini, secondo la fortunata locuzione coniata dal giornalista Eugenio Danese per dire “all’ultimo momento”  e riportata dai dizionari sia nel significato strettamente sportivo sia figurato. Devoto-Oli ne fissa l’origine “storica” al 13 dicembre 1931, Italia-Ungheria 3-2, rete della vittoria segnata da Cesarini all’ultimo minuto.  Era nato l’11 aprile 1906, a Senigallia, Renato Cesarini,.  Morì nel 1969, dopo aver giocato in varie squadre argentine  e in Italia con la maglia della Juventus.    


Mettete alla prova la vostra conoscenza delle parole giocando al Totovocabolario Questa settimana gioco n. 165 e ancora gioco n. 164


Epigrammi e dulciana                                                                  (23/7/2010)  

Per questa volta, a causa di un contrattempo tecnico, l’aggiornamento dell’Informalingua è rimandato al prossimo martedì.  Invitiamo i lettori a leggersi la prima pagina e in particolare, nella Lingualunga, i gustosi epigrammi del nostro Mauro Totteri, cui ogni tanto piace sconfinare nelle mansioni del “notista” politico.  La politica non interessa allo Sciogliscilinguagnolo, o meglio, lo Sciogliscilinguagnolo non fa politica.  Ma nella rubrica Lingualunga ci permettiamo di criticare a destra, a manca e al centro (altrimenti che lingua lunga sarebbe?). Sempre però nel rispetto delle persone e della buona educazione.
E invitiamo, ancora, a leggere in Voci in capitolo la nota di padre Emidio Papinutti sulla dulciana.   Una “nota” che solo un maestro di note (ricordiamo che è stato per venti anni organista della basilica di San Pietro) come Papinutti, poteva “suonare” con rara competenza.


Finalmente chiarezza per “tetrapak”
                                              
(21/7/2010) 

In precedenti note  (vedi) abbiamo parlato del termine tetrapak (così è riportato a lemma da quasi tutti i vocabolari, se non quando tetrapack, come scrive Hoepli-Gabrielli) e dell’errore di fondo commesso dagli stessi vocabolari nell’attribuire il nome dell’azienda – oltretutto trascrivendolo male (quello esatto è Tetra Pak) – al contenitore o ai contenitori prodotti da questa azienda, nessuno dei quali, invece, si chiama tetrapak.  Vero è che nel linguaggio corrente è invalso l’uso di chiamare tetrapak tali contenitori e anche il materiale con cui sono fatti. Però i vocabolari, una volta chiarito il malinteso creato dall’uso comune, devono (dovrebbero) riportare i termini della questione così come sono nella realtà, tanto più se si tratta, come in questo caso, di termini registrati e quindi riconosciuti giuridicamente.  
Pubblichiamo qui sotto le definizioni-tipo, quindi corrette, per le due voci che attualmente interessano i vocabolari, definizioni compilate sulla base delle informazioni forniteci gentilmente da Silvia Tondelli dell’Ufficio stampa della Tetra Pak italiana.
Chi vuole accogliere, accolga.
 

Superficialità?  Purtroppo sì, anche dei “grandi”                            (21/7/2010)  

Non possiamo non rilevare, ancora una volta, la superficialità in cui spesso cadono i vocabolari, e purtroppo parliamo di tutti, compresi gli illustri Grande Dizionario Battaglia e Treccani, fino ai più modesti monovolume.  Superficialità perché per alcune voci, prima di azzardare definizioni inesatte, basterebbe rivolgersi, come noi abbiamo fatto, ai diretti interessati per avere informazioni di prima mano, e non di seconda, copiate magari (il malcostume è generale) da altri vocabolari. 

Un’ultima annotazione.  Con i prossimi aggiornamenti, alla luce delle due definizioni-tipo che qui pubblichiamo, segnaleremo nelle Voci rauche tutti gli errori, relativi a queste due voci, riscontrati nei vocabolari presi abitualmente in esame.  Ma il lettore può già farsene un’idea confrontando le definizioni, che ugualmente riportiamo, date dai vocabolari.  Tra gli errori più ricorrenti, a parte quello di fondo: “cartone paraffinato” invece di “cartone politenato”, l’indicazione per l’etimologia del tedesco Pak(et) invece dello svedese pak  “pacchetto”, le grafie sbagliate come quelle offerte in alternativa da Treccani o usate dal Corriere della Sera negli esempi ripresi dal Battaglia.
 

Esempio di definizioni corrette                                                     (21/7/2010)

Tetra Pak® , nome e marchio registrato di un’azienda multinazionale di origine svedese.  Il nome, in senso estensivo e spesso con grafia unita, tetrapak, è passato a indicare genericamente e impropriamente, nel linguaggio comune, i contenitori di cartone politenato, prodotti da tale azienda, che invece hanno un nome specifico (per esempio: Tetra Brik®, vedi) a seconda del formato e delle caratteristiche.   Etimologia:  da tetra- , “quattro”, perché il primo contenitore prodotto aveva quattro facce triangolari, e dallo svedese pak  “pacchetto”.

Tetra Brik ® , nome commerciale, che costituisce marchio registrato, di uno speciale contenitore di cartone politenato prodotto dalla Tetra Pak ® (vedi).  Nella forma abbreviata, brik, il nome è passato a indicare genericamente, nel linguaggio comune, qualsiasi tipo di contenitore simile.  Da tetra- (vedi Tetra Pak®) e dall’inglese bri(c)k , “mattone”, perché a forma di parallelepipedo.
 



Così
“tetrapak” nei  vocabolari                                                    (21/7/2010)


Grande Dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia - Utet

(La voce è inserita nel Supplemento 2004)

Tetrapak 
1.
Contenitore di cartone paraffinato fornito di un’apertura a strappo, usato per la conservazione e il trasporto di latte, panna, bevande, salse, ecc.- Anche con uso aggettivale.
Corriere della Sera (14.2.1979)  :  Avrebbero messo in vendita “acqua pura” al prezzo di L. 400 al litro in confezione “tetra-pack”. 

2. 
Per estensione. Il materiale con cui è realizzato tale contenitore.
Corriere della Sera (4.7.1982): 
Presto avremo il “nettare” non solo in lattina ma anche in contenitori di tetra-pack, quelli del latte per intenderci.

 

Treccani

tetrapak   [dall’ingl. Tetra Pak  (anche Tetra Pack o Tetrapack, plurale Tetrapacks), marchio registrato, formato con tetra(hedral) «tetraedrico» e pack «pacco, confezione, contenitore»]. -  Nome commerciale di un contenitore in cartoncino paraffinato a forma di tetraedro, usato per la conservazione e il trasporto di latte, bevande o altri alimenti liquidi (panna, salse e sim.).
 

Devoto-Oli

tetrapak   Nome commerciale ® di un recipiente di cartone paraffinato, usato specialmente per la vendita del latte e di altri prodotti liquidi, in confezioni ermetiche da asporto.  1960.


Garzanti

tetrapak  ®  involucro di carta paraffinata che, sigillato, serve per il trasporto e la conservazione di bevande ( p.e. latte, succhi di frutta).  Composto di tetra- e il tedesco Pak(et) “pacco”.
 

Sabatini-Coletti 

tetrapak Nome commerciale, che costituisce marchio registrato, di un involucro ermetico di plastica, a forma di tetraedro, usato specialmente per conservare o trasportare alimenti liquidi. -  Dal nome della società svizzera Tetra Pak, propriamente “pacco a tetraedro”.  1970.
 

De Mauro

tetra pak    Contenitore di cartone paraffinato fornito di una tipica apertura a strappo, usato per la conservazione e il trasporto di latte, panna, bevande, salse e simili.-   Estensivamente, il materiale in cui è realizzato tale contenitore. [1970; nome  commerciale, composto di tetra-  e del tedesco Pak(et)  “pacco”].
 

Palazzi-Folena  

tetrapak ® – tetraedro di carta paraffinata per il trasporto e la conservazione di latte o bibite.
 

Zingarelli   (fino all’edizione 1995. Nelle successive la voce  è stata  depennata) 

Tetrapak ®  [Marchio d’impresa della ditta Tetra-Pak di Lund (Svezia)].
Nome commerciale di uno speciale recipiente, a forma generalmente di tetraedro, realizzato con carta paraffinata, destinato a contenere latte, succhi di frutta e altri prodotti alimentari liquidi.



Hoepli-Gabrielli

tetrapack   Recipiente di cartone paraffinato, in origine a forma di tetraedro, per latte e altri alimenti liquidi.

Sullargomento vedi precedenti note 2/7/2010  ►►  e 16/6/2010 ►►



Silvio e l’acquedotto
                                                                   (21 /7/2010)

Il Governo potrebbe pure far acqua, come sostiene lopposizione, ma questa volta Berlusconi  non c’entra.   La locuzione acquedotto di Silvio è segnalata da tutti i vocabolari alla voce acquedotto (solo De Mauro la ignora), più o meno con l’identica definizione, riferita all’anatomia del cervello:  «Sottile canale che unisce il terzo al quarto ventricolo cerebrale» (Palazzi-Folena) .  Se un appunto può farsi – anche ai vocabolari più precisi – è che nessuno spiega chi è questo “Silvio”.  È, anzi era, l’anatomista tedesco Franz de le Boë (1614-1672) più conosciuto con lo pseudonimo di Silvio, adattamento italianizzato del latino (Franciscus) Sylvius.
 

Come t’intendo dimittendo                                                            (16/7/2010)

È parola che non abbiamo trovato in nessuno dei vocabolari presi in esame ma che comunque è ormai di uso corrente nel linguaggio riguardante i problemi del mondo carcerario.  E di problemi in questo momento ce ne sono, soprattutto legati al problema più grave: l’affollamento.  Benvenuto dunque al dimittendo, il quale altro non è che il detenuto prossimo alla scarcerazione, il detenuto perciò da dimettere e per il quale si attua uno speciale programma di preparazione alla libertà.  Ce ne fossero di dimittendi e dimittende, il problema del superaffollamento sarebbe risolto. Il termine viene ovviamente da dimettere, anzi meglio, dal latino dimittĕre, e in questo senso potrebbe essere usato, come avviene qualche volta, per il paziente prossimo a essere dimesso dall’ospedale. 


Dimettere per esonerare, dal francese
                                             (16/7/2010)

Attenzione che dimettere può voler dire anche “allontanare”, “esonerare” da un incarico e, nella forma pronominale, dimettersi da un incarico, da un ufficio, ossia, come si dice abitualmente, rassegnare le dimissioni.  In questo significato i vocabolari più accorti (Garzanti, Zingarelli) specificano che dimettere, anziché da latino dimittĕre, viene dal francese démettre, e ciò in epoca più moderna, intorno al XIII secolo.
 

Manzoni sull’amaca, anzi hamac                                                   (16/7/2010) 

Se in estate, magari nel giardino di casa, vi piace riposarvi dondolando  su un’amaca, è il caso di ricordare che Renzo, invece, disdegnò questo giaciglio «sospeso per aria» e preferì stendersi in terra, su un po’ di paglia, per farsi una «dormitina».  Stiamo parlando dei Promessi Sposi, dove al capitolo XVII s’incontra insolitamente una parola straniera, hamac, di origine spagnola, ossia, spiegano le note, una sorta di letto sospeso con funi tra due sostegni.  Insomma, un’amaca. Perché Manzoni abbia scritto hamac, invece che il corretto hamaca (in spagnolo) o l’italiano amaca, non è dato sapere.  Comunque la parola è datata  dai vocabolari agli inizi del Cinquecento;  Garzanti e Sabatini-Coletti ci informano che deriva da una voce indigena di Haiti. Attenzione che la pronuncia esatta è con l’accento sulla seconda a, dunque amàca.


Panoramica sulla paronomasia
                                                                                           (16/7/2010)

Potrebbe sembrare un’imprecazione: «Che ti prenda una paronomasia!».  Al contrario le paronomasie sono innocue, al più possono essere un po’ cattive, maligne, o ripetere luoghi comuni, come nelle locuzioni “chi dice donna dice danno”, “ricci capricci”, “parenti serpenti”, “fratelli coltelli”, “amore amaro”, oppure avere fondamenti di verità: “il troppo stroppia”. La paronomàsia (o paronomasìa, accento sulla i, secondo la pronuncia greca) è una figura retorica che consiste nell’accostare parole di suono uguale o assai simile ma di significato differente; parole, però, che siano in qualche modo collegate, a formare un concetto unico dal significato ben preciso.


Romanesco fasullo                                                                       (16/7/2010)

Attenzione che l’origine napoletana di fasullo, nel senso di “falso, non valido, contraffatto” – origine presunta magari pensando a qualche collegamento col “fasulo” (fagiolo) partenopeo, celebrato nella rinomata “pasta e fasuli” – è  fasulla.  Non dal napoletano viene fasullo, ma dal romanesco, anzi meglio, dal gergo giudeo-romanesco, come affermano tutti i vocabolari datando la parola in italiano intorno agli anni ’40 del secolo scorso (1900 perciò). De Felice-Duro precisa che a Roma era già usata alla fine dell’Ottocento.  Fasullo è la versione italiana dell’ebraico pāsūl  “illegittimo, invalido”.
 

Il drosometro lavora di notte                                                         (16/7/2010)

Il nome è sicuramente di uno strumento di misura. Ma non è – sgombriamo il campo – qualche nuovo marchingegno per misurare la capacità contributiva dei contribuenti, anche se in proposito c’è una solida tradizione che ha arricchito (si fa per dire) la lingua italiana di nuove parole, redditometro, ricavometro, riccometro, di cui purtroppo è rimasta traccia nel Vocabolario.  No, il drosometro lavora di notte, mentre voi dormite, perché misura la …   Già, che misura?   La risposta, come al solito, nel Vocabolario o, in fondo, nella Confusione delle lingue. 
 

Da ’ndrangheta ’ndranghetista (o ’ndranghista?)                              (14/7/2010)

Da mafia mafioso, da camorra camorrista, da ’ndrangheta?  Devoto-Oli registra ’ndranghetista per dire «appartenente alla ’ndrangheta», ma abbiamo sentito, o letto, più di qualcuno usare il termine ’ndranghista, non del tutto campato in aria e con una sua certa validità.  Ricordiamo che ’ndrangheta, per i vocabolari, è parola abbastanza recente (Zingarelli ha cominciato a registrarla dal 1983, con l’undicesima edizione) e che per ovviare alla difficoltà di pronuncia è stato proposto, con scarso successo, di scrivere andrangheta, grafia non molto dissimile dal greco andragathía da cui secondo alcuni deriverebbe ’ndrangheta.  Nessuno rida – le parole fanno di questi scherzi – se andragathía, come riportano alcuni vocabolari  (Garzanti, Devoto-Oli) significa tra l’altro “fortezza d’animo”,  “valore”, “rettitudine”. Giustamente Devoto-Oli subito dopo aggiunge:  «Meno nobilitante la proposta di Franco Mosino», [noto grecista reggino, Ndr], secondo cui   ’ndrangheta verrebbe da ’ndranghiti, voce gergale calabrese per dire “balordo”.  Fanno propria quest’ultima tesi anche Zingarelli, Sabatini-Coletti e Palazzi-Folena, il quale, tanto per essere più chiaro, a “balordo” aggiunge “ladro”.
 

Zingarelli ’nduja                                                                            (14/7/2010) 

Appena sotto ’ndrangheta, Zingarelli 2011 registra ’nduja, parola sempre calabrese ma che con la ’ndrangheta non c’entra per nulla. Viene anzi, come prospetta Zingarelli con un “forse”, dal francese andouille “salsicciotto”.  Cos’è la ’nduja?  «Salume spalmabile tipico della Calabria a base di frattaglie e parti grasse del maiale tritate, condite con molto peperoncino».
 

Afoso non è torrido, però …                                                         (14/7/2010) 

Una gentile lettrice ci pone un quesito interessante e di attualità chiedendoci se è esatto parlare, come fanno in questi giorni molti organi di informazione, indifferentemente di caldo afoso o torrido, e se non c’è contrasto tra i due termini.  La lettrice ha visto giusto e la risposta la suggerisce lei stessa quando si domanda: «Torrido non significa “secco” e quindi “non umido”?».  In effetti il caldo di questi giorni, a detta degli esperti, è caratterizzato da notevole umidità, il che giustifica l’aggettivo afoso, da afa: «caldo umido e opprimente» (Garzanti),  «caldo umido, soffocante» (De Mauro), «aria atmosferica calda e umida» (De Felice-Duro).  Dunque il contrario di torrido, sia stando all’etimologia (deriva dal latino torrēre “disseccare, rendere secco), sia alle definizioni: «molto caldo, secco e ardente» (Garzanti), «caratterizzato da un caldo secco, ardente» (Sabatini-Coletti), «opprimente, per il calore secco e ardente» (Devoto-Oli).   Però, umidità o secchezza a parte, la lingua non è una scienza esatta e ognuno l’interpreta a modo suo, soprattutto nell’uso corrente.  E nell’uso corrente afoso equivale a torrido.  Non per niente gli stessi vocabolari, che magari nelle rispettive definizioni hanno parlato per afoso di caldo umido e per torrido di caldo secco, poi (vedi Garzanti, Sabatini-Coletti) segnalano i due termini come sinonimi.
 

Afa e canicola, sfumature Zingarelli                                                (14/7/2010) 

Zingarelli alle voci afa, afoso e torrido nulla dice in merito all’umidità o alla secchezza, però ad afa rimanda a canicola per le sfumature di significato tra queste due parole ed anche tra calura, caldura, bollore.  Interessante ci sembra quanto scrive per le prime due: «Propriamente si definisce canicola il periodo più caldo dell’estate; in senso esteso, il termine si usa in riferimento al forte riscaldamento di alcune ore del giorno. Con afa ci si riferisce a un’aria calda, particolarmente pesante, stagnante, carica di umidità». 
  

Più camilliane che camillini                                                            (14/7/2010) 

Oggi, 14 luglio, è la festa liturgica di Camillo de Lellis, il santo vissuto tra il 1550 e il 1614, paladino dell’assistenza agli infermi.  Appunto i “Ministri degli infermi”, l’ordine di chierici regolari fondato da san Camillo, possono chiamarsi camillini o camilliani, a detta dei vocabolari che continuano a riportare tutte e due le forme.  In verità il nome camillini, simpatico nomignolo di origine popolare, è stato abbandonato da tempo e la forma attualmente preferita è camilliani, come risulta da documenti dello stesso ordine e come riporta l’Annuario Pontificio.  Il discorso vale anche per le camilline o camilliane. In Italia nessuno dei tre istituti di religiose che si richiamano al carisma di san Camillo usa per le proprie aderenti la denominazione camilline, preferendo anche in questo caso camilliane.  Un cicchetto va fatto ai vocabolari (salvo Garzanti e Zingarelli) che non registrano la forma femminile.  Le camilliane (o camilline) sono in realtà più numerose dei camilliani (o camillini).
 

Geloterapia, quando il gelo fa buon sangue                                    (9/7/2010)

Nessuno pensi al freddo, o magari a una cura a base di gelati, di fronte alla geloterapia. È qualcosa di meglio: si tratta di riso, nel senso di risata. La geloterapia è la «terapia del sorriso, basata sul principio secondo cui il ridere abbassa la pressione del sangue ed è quindi un rimedio efficace per i pazienti colpiti da ictus». Così Garzanti, che registra il termine dal 2007 (edizione 2008).  Dallo stesso anno Zingarelli registra gelotologia,  «disciplina che studia le potenzialità terapeutiche del buon umore e del riso, con applicazioni soprattutto in pediatria».   Sia lodato il gelo, allora, soprattutto quando – come in queste due parole composte di recente conio – il “gelo” viene dal greco gélōs, gélōtos, ossia “riso, risata”.
Ci domandiamo, però, a questo punto, perché Zingarelli, visto ciò che afferma per gelotologia, non riconosca anch’egli valida (nel senso di registrare) la geloterapia.  


Una freddura: la gelada                                                                 (9/7/2010)

Con questo caldo forse per molti una gelada sarebbe la benvenuta. Ma le gelade, si sa, possono causare vari danni, soprattutto quando arrivano fuori stagione. Noi consiglieremmo più opportuno e salutare, contro l’afa, un buon gelato. La gelada potrebbe rivelarsi pericolosa. Ve lo immaginate il parapiglia, se d’improvviso una gelada venisse a sorprendere i bagnanti su una spiaggia affollata?  Se qualcuno pensa che la gelada sia una freddura guardi giù in fondo la Confusione delle lingue


Meglio il sorbetto
                                                                         (9/7/2010)

Decisamente sì.  Preparato con succo e polpa di frutta, secondo la migliore tradizione italiana della parola … turca.  Il sorbetto, che non è il diminutivo del sorbo, ha infatti la sua origine in Turchia, dove era una bevanda fresca (şerbet in turco) “mescolata” a sua volta con l’arabo šarūb (bibita), da cui poi è venuto sciroppo.  Da questa “mescolanza” tra turco e arabo, incrociata con l’italiano sorbire, è saltato fuori sorbetto, per dire il tipo di gelato semidenso generalmente a base di frutta. 


Sorbetti  all’Opera
                                                                       (9/7/2010)

Una volta, a teatro, si usava così.  C’era “l’aria dei sorbetti.  La locuzione l’abbiamo trovata in un vecchio Zingarelli (edizione 1935) alla voce sorbetto, con questa spiegazione: «Al teatro, pezzo meno importante dell’opera, durante il quale gli spettatori prendevano il sorbetto».  Ricordiamo che la parola sorbetto è attestata fin dal 1500, prima per indicare la bevanda fresca all’uso turco, poi per il gelato all’uso nostrano.


Che cosa mi devo sorbettare!
                                                       (9/7/2010)

Gelare uno sciroppo, un frullato di frutta per fare un sorbetto si dice sorbettare.  Ma il verbo, anche nella forma pronominale sorbettarsi, ha un significato che potrebbe ascriversi tra le opere di misericordia corporale, ossia sopportare le persone moleste.  Oltre alle persone, ovviamente, anche le cose, o le situazioni.  E dunque, pazienza: sorbettiamo, sorbettiamo, senza però apparire freddi, o peggio, …gelati.
 

Tankini, primo Garzanti                                                                (9/7/2010)

Zingarelli 2011 registra tankini, ma il primo a registrare (2008)  il termine è stato Garzanti, con questa definizione: «Costume da bagno femminile a due pezzi, caratterizzato nella parte superiore da un top che copre il ventre».  Per Zingarelli è  « … costituito da uno slip e da un capo superiore simile a una canotta che arriva oltre l’ombelico».  La prima parte della parola, tan- , viene dall’inglese tan(k top) “canottiera sportiva”, mentre la seconda parte è data da (bi)kini, sul cui modello di costruzione (linguistica) è stato ricavato anche monokini.  Per un raffronto in termini di “superficie” scoperta si può dunque dire che il tankini è più castigato del bikini e tanto più del monokini.


Da luglio lugliatico
                                                                        (6/7/2010)

Ma anche lugliengo, lugliese (vecchi Zingarelli), lugliolo (Palazzi-Folena). Sono gli aggettivi derivati da luglio, variamente intercambiabili, ma di uso più comune i primi due, lugliatico e lugliengo (in tutti i vocabolari), di solito riferiti a frutti, uva in particolare, che maturano in questo mese;  oppure «a fieno che si falcia in luglio» (De Mauro), detto «fieno di secondo taglio» (Devoto-Oli).
 

Lugliatica e luglienga, uve di luglio                                                 (6/7/2010) 

La lugliatica è detta così perché matura in luglio. È l’uva da cui si ottiene l’aleatico, un vino rosso rubino, dolce e liquoroso, particolarmente gradevole con la pasticceria secca.  È diffuso in varie regioni ma l’aleatico doc è quello di Gradoli (Viterbo) e di Puglia.  Uva e vino derivano il loro nome da una voce emiliana, aliädga, che sta per “(uva) lugliatica”.  Abbiamo visto che lugliatico non è il solo aggettivo ricavato da luglio, in alternativa si può dire lugliengo, anche se solitamente si usa il femminile, luglienga, con valore di sostantivo, sottintendendo pure in questo caso “uva”. La luglienga è  una varietà di uva bianca da tavola a maturazione precoce.


Anche aglianico da luglio
                                                             (6/7/2010)           

Oltre all’aleatico, anche l’aglianico  (nulla a  che vedere con l’aglio), vino dal colore rosso intenso, robusto e profumato, è collegato stagionalmente a luglio, essendo ricavato da una varietà di uva che matura in questo mese. Il nome aglianico – vino e vitigno tipici della Campania e della Basilicata – viene dal napoletano agliàneca (derivato dal latino iūlius) per dire  “lugliatica” sottinteso uva. 


De Mauro si fa bello al sole                                                           (6/7/2010)

Zingarelli e Devoto-Oli a luglio fanno scena muta sui modi di dire. Non così gli altri vocabolari che riportano concordemente due detti popolari: Farsi bello del sole di luglio, ossia “vantarsi di una cosa di cui non si ha alcun merito” e Vendere il sole di luglio, “promettere una cosa a disposizione di tutti”.  Un appunto a De Mauro, il quale cita il primo motto sostituendo la preposizione del con al : «Farsi bello al sole di luglio».  Il che cambia alquanto il significato originale.
 

Un sempliciotto: il dronte o dido o dodo                                        (6/7/2010)

E non basta. Aggiungete anche rafo (registrato da De Mauro), ulteriore nome del personaggio in questione, dal latino scientifico Raphus cucullatus.   Si tratta infatti di un uccello scomparso da tempo e va dato merito ai vocabolari di ricordarne i possibili nomi: dronte, dido o dodo.  Per Garzanti declinabili tutti al femminile: la dronta, la dida o la doda.  Zingarelli sul dronte è telegrafico: «Grosso uccello dei Colombiformi oggi estinto». Ma in vecchie edizioni (1935) lo stesso vocabolario dava maggiori particolari: «Specie d’uccello, oggi quasi scomparso, delle Isole della Riunione, grigio, con ali non sviluppate, piedi fatti a 4 dita, assai stupido, che ha qualche somiglianza col cigno, con l’anitra e col gallinaccio».  Come si vede già allora il povero dronte, o dido, o dodo, era in via d’estinzione e forse il giudizio che ne dava Zingarelli, definendolo «assai stupido», spiega perché di questo simpatico animale si siano perse le tracce.  Dronte, secondo il vecchio Zingarelli, è dall’inglese droned “dormiglione”.  Dido o dodo, invece, vengono dal portoghese  doido “semplicione”. Evidentemente in un mondo fattosi furbo, sveglio e complicato, anche nella società degli animali non c’è più posto per gli stupidi, i sempliciotti e i dormiglioni.
   

La cotonella?  È la  bambagella                                                      (6/7/2010)

Chi pensa a cotonella come a un marchio di biancheria intima o di carta igienica è fuori strada. Sì, i vocabolari registrano qualche marchio commerciale, però ancora alla biancheria intima o alla carta igienica non sono arrivati.  Per Palazzi-Folena cotonella è il «nome comune di un insetto parassita dell’olivo» e Garzanti aggiunge: «le cui larve emettono e si ricoprono di una peluria simile alla bambagia». Utile l’accenno alla bambagia che rimanda subito al cotone, però solo Devoto-Oli e Sabatini-Coletti dicono che l’altro nome della cotonella è bambagella.  Ognuno scelga il nome che gli sta più simpatico per designare quest’insetto tutt’altro che simpatico. E non deve star simpatico neppure a Zingarelli, il quale non registra né l’uno, né l’altro nome.   


Vocabolari e carta da cucina
                                                         (6/7/2010)

A parziale smentita di quanto detto sopra va precisato che se i vocabolari non sono arrivati ancora alla carta igienica (intendiamo i relativi marchi commerciali), sono però arrivati alla carta da cucina.  De Mauro, Garzanti, Zingarelli registrano infatti scottex.  Solo De Mauro, però, fa espresso riferimento alla carta da cucina. Garzanti parla generalmente di «carta assorbente per uso domestico»; Zingarelli, con tanto di maiuscola (Scottex), parla di «carta soffice e assorbente confezionata in rotoli e usata specialmente in cucina».  Dove l’avverbio “specialmente” specifica, ma non esclude possibili usi in luoghi diversi dalla cucina.


Fia
t lux:  Devoto-Oli 2011 scopre i “luminosi”                               (2/7/2010) 

Meglio tardi che mai, finalmente Devoto-Oli nell’edizione 2011, alle voci mistero e rosario  ha scoperto tutti i misteri e aggiunto che ci sono anche – oltre ai gaudiosi, dolorosi e gloriosi – i misteri luminosi.  La “novità” risale  all’ottobre del 2002 quando papa Giovanni Paolo II istituì quest’altra cinquina di misteri.  Ma le grazie, si sa, come le “illuminazioni”, difficilmente arrivano subito, hanno bisogno di una lunga gestazione.  La mancata citazione dei misteri luminosi era tra le prime “voci rauche” individuate dallo Sciogliscilinguagnolo per il Devoto-Oli (vedi).  Con i prossimi aggiornamenti daremo riscontro, se ce ne sono, delle altre voci rauche “schiarite”.
 

Achtung! Zingarelli 2011 scopre Doppelgänger                              (2/7/2010) 

Tra le parole nuove registrate da Zingarelli 2011 (quelle che i giornali “scoprono” a settembre o ottobre e chiamano “new entry”) c’è Doppelgänger.   Adesso dite la verità.  Alzi la mano chi avvertiva il bisogno di trovare questa parola nel vocabolario della lingua italiana.  Che significa Doppelgänger?   «Sosia, reale o immaginario, di una persona».    Non c’è che dire, se ne sentiva proprio la mancanza.  Zingarelli, da bravo, ha voluto colmare la lacuna.  Come facevamo, prima, noi poveri italiani provincialotti, a ignorare che “sosia” si può dire anche Doppelgänger?  


Brik e brick non sono Tetra Pak
                                                  
(2/7/2010) 

Il gentile lettore Patrizio Ciotti, a proposito della nota «Come ti tratto “tetrapak”» del 16/6/2010 (►►), ci segnala che questo marchio è riportato da alcuni vocabolari anche alle voci brik o brick e ci fa l’esempio di Zingarelli, chiedendoci se la voce relativa di questo vocabolario è esatta. Rileviamo innanzi tutto che brick, in inglese “mattone”,  non è esatto se riferito al prodotto della Tetra Pak, ma non è esatto neppure brik, semplicemente perché non esiste un “brik” Tetra Pak, ma solo il Tetra Brik. È insomma, ancora una volta, come dicevamo la volta precedente, una questione di marchi registrati, che, o si riportano come sono, o, a scanso di contestazioni da parte dei proprietari, è meglio lasciar perdere, come ha fatto Zingarelli per la voce tetrapak.  Per la voce brik che possiamo dire?  Zingarelli scrive testualmente: «Accorciativo di Tetra Brik ®, marchio registrato della ditta Tetra Pak ®  * 1986.  s.m. inv. - Contenitore di cartone per alimenti liquidi a forma di parallelepipedo».   Sembrerebbe passabile, ma vallo a dire a quelli della Tetra Pak, che magari potrebbero obiettare che, essendo un marchio registrato, andrebbe riportato nel vocabolario non brik, ma alla lettera Tetra Brik, e che i marchi registrati  – in quanto tali – non possono avere un “accorciativo”, come Zingarelli definisce brik


Cellu
llotico cervellotico                                                                (2/7/2010) 

Detto alla Rai (RadioUno, Gr delle 7), ma scritto anche su diversi giornali, abbiamo fatto la scoperta degli «imballaggi a base cellulotica», a proposito di un rapporto del Consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi.  Ora però si dà il caso che i vocabolari registrino cellulosico per l’aggettivo derivato da cellulosa e cellulitico per l’aggetivo ricavato da cellulite.  Crediamo che per gli imballaggi,  non soffrendo di cellulite, sia più appropriato l’aggettivo cellulosico e che l’aggettivo cellulotico sia solo cervellotico, frutto di chi, magari per un momento, in tema di imballaggi, si è trovato con il cervello “imballato”.   Ma siamo pronti a ricrederci.


Inci
so equivoco da Annozero                                                      (29/6/2010)

Un gentile lettore ci segnala una pubblicità della Granarolo, apparsa domenica in tutti i quotidiani italiani, nella quale l’azienda romagnola riporta un comunicato della redazione di Annozero. Leggete bene il passo: «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge, è risultato composto in misura rilevante da latte in polvere rigenerato, ma tra i campioni di latte UHT da noi analizzati non c’erano prodotti Granarolo».  Vicenda a parte  – in pratica è un riconoscimento della qualità del latte Granarolo da parte di Annozero, forse messa in dubbio in una precedente trasmissione –, il lettore si domanda e ci domanda se quell’inciso, da noi sottolineato, «contro quanto previsto dalla legge», sia stato messo al posto giusto e se, così com’è,  non dia adito a un’interpretazione sbagliata o comunque non chiara.  Il lettore ha ragione.  Le sue perplessità sono più che legittime.  Leggendo «Il latte da noi campionato, contro quanto previsto dalla legge», sembra di intendere che quelli di Annozero, per aver “campionato” il latte, abbiano agito “contro” quanto prevede la legge.  Logicamente non è così, però è questo il senso che può emergere dalla lettura.   In realtà, chi ha redatto il testo, ha sbagliato posizione:  l’inciso andava messo o dopo «è risultato composto», oppure dopo l’ulteriore specificazione «in misura rilevante».  Si sarebbe letto allora: «Il latte da noi campionato è risultato composto in misura rilevante, contro quanto previsto dalla legge, da latte in polvere rigenerato, ecc. », e tutto sarebbe stato più chiaro, eliminando ogni possibilità di errate interpretazioni.  Che dire al gentile lettore?  Da una redazione giornalistica ci si dovrebbe aspettare maggiore precisione. 


Dal pallio ai palli                                                                         (29/6/2010)

Oggi il Papa, nel corso della celebrazione eucaristica per la festività dei santi apostoli Pietro e Paolo, ha imposto il pallio agli arcivescovi metropoliti nominati durante l’ultimo anno.Tutti i vocabolari registrano pallio, nel particolare significato religioso-liturgico, con definizioni più o meno buone.  Una definizione, che per la provenienza potrebbe dirsi “ufficiale”, viene ogni anno dalla Sala stampa della Santa Sede, il 21 gennaio: «Il Pallio è un’insegna liturgica d’onore e di giurisdizione che viene indossata dal Papa e dagli Arcivescovi Metropoliti nelle loro Chiese e in quelle delle loro Province. È costituito da una fascia di lana bianca su cui spiccano sei croci di seta nera». Perché proprio il 21 gennaio?  Perché è il giorno della festa di sant’Agnese e in tale occasione il Papa benedice gli agnelli la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli. Attenzione al plurale. È più corretto con una sola i, come registrano Garzanti, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena, Devoto-Oli, Hoepli-Gabrielli.   La grafia con la doppia i, pallii, è un po’ antiquata, non usandosi più per il plurale dei nomi terminanti in -io  (è meglio scrivere l’olio, gli oli) la cui i sia atona.  
 

Pierio e Pierino, nei vocabolari                                                     (29/6/2010)

Ovviamente l’uno non c’entra niente con l’altro, perché se avete letto bene e non avete pensato a un errore, pierio non è il Piero da cui deriva il Pierino. Personaggio passato agli onori del Vocabolario (Zingarelli, Devoto-Oli , De Mauro) per le sue caratteristiche di «bambino o ragazzo particolarmente vivace e impertinente» oltre che per essere protagonista di numerose barzellette.  Zingarelli, bontà sua, ne dà anche il significato (scherzoso) di «primo della classe».  Diverso il discorso per pierio:  è un aggettivo, di uso soprattutto letterario, e viene da Pieria, regione della Grecia, mitica patria delle Muse, o dal monte Pierio, sacro ad Apollo.  Le dee pierie (De Mauro) sono le Muse. 
 

Le pieridi, muse o farfalle                                                            (29/6/2010)

Molti vocabolari registrano pieridi al plurale, di genere femminile , nel significato più comune di una famiglia di farfalle diurne cui appartengono la cavolaia, la rapaiola  e la navoncella.  Dai nomi si comprende quali siano i “piatti” preferiti da costoro quando sono allo stato di bruchi:  rispettivamente i cavoli, le rape, il ravizzone (pianta coltivata per i semi oleiferi, di cui navone è il sinonimo).  Con quale allegria per i coltivatori, che tale piante coltivano, ve lo lascio immaginare.  Decisamente meno voraci, anzi con interessi in tutt’altri campi, le pieridi nel significato di Muse. Sì, le Pieridi possono essere anche le nove dee protettrici delle arti e delle scienze.


Le note di data antecedente sono in Archivio
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Vocabolari "millesimati" 2010
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30° Certamen Ciceronianum Arpinas 2010 ► ►

 

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 * La Confusione delle lingue *

Drosometro … rugiadoso                                                                             (16/7/2010)

Il drosometro misura la rugiada, più esattamente la quantità di rugiada che si deposita in una notte.  Non c’è pericolo che vada male o si rompa perché costruttivamente è molto semplice:  il modello più elementare è costituito da un disco di stoffa che è pesato la sera prima e la mattina dopo, quando è imbevuto di rugiada. Il nome viene dal greco drósos “rugiada”  con -metro.


La scimmia gelada
                                                                        (9/7/2010)

La gelada è una grossa scimmia africana della famiglia dei Cercopitecidi che vive in branchi sulle montagne dell’Abissinia.  Ha muso allungato circondato da una folta criniera, denti canini sviluppati  e lunga coda terminante con un ciuffo.  Il nome gelada è voce indigena derivante probabilmente dall’arabo qilāda, “criniera”.
 


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