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Indovina  pitonessa o pizia                                                        (3/2/2012) 

Pitonessa non è il femminile di pitone, almeno non lo è nel senso di femmina del serpente pitone.  La pitonessa in questo caso non esiste.  Ma pitone oltre a indicare il serpente indica anche – come ricorda Sabatini-Coletti – un “sacerdote di Apollo”, quindi estensivamente un “indovino”.  La pitonessa è perciò una sacerdotessa di Apollo, una donna che predice il futuro, una indovina, una veggente.  Dal latino tardo pythonĭssam, femminile di pỳthon (indovino).  Che c’entrano Apollo e il pitone (serpente)? Sempre Sabatini-Coletti spiega che Pỳthōn, in greco, era il nome di un mitico serpente che risiedeva a Pito, antica denominazione di Delfi, ucciso da Apollo che poi prese possesso del luogo.  Per questa ragione Apollo era detto Pizio e le sue sacerdotesse pizie.


Dall’idraulica alla aeraulica
                                                                        (3/2/2012) 

Parola nuova, o almeno non ancora registrata da molti vocabolari, letta sulle vetrine di un concessionario di apparecchi per la ventilazione: aeraulica. Ossia lo studio dei problemi tecnici relativi all’aria, e perciò collegati alla ventilazione, all’aerazione , al condizionamento.  Parola ineccepibile e corretta, costruita sul modello di idraulica, di cui riprende il secondo elemento derivato dal greco aulós (“tubo”) mentre il primo elemento, aēr, sta per aria.  Alla lettera: “scienza dell’aria nei tubi”, così come idraulica, “scienza dell’acqua nei tubi”.  Dicevamo parola “nuova”. Non proprio. Nelle librerie specializzate, per chi volesse approfondire, si trova un Manuale di aeraulica. Tecnica della ventilazione, autore B.B. Daly, editore Woods Italiana, anno 1997.  Zingarelli registra aeraulica dalla ristampa 2011: «Scienza e tecnica che studiano le leggi generali del moto degli  aeriformi, in particolare dell’aria».  
 

Bugie e chiacchiere                                                                                      (3/2/2012)                                    

Le dicono anche i vocabolari.   Non tutti.   Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti non conoscono bugie, ed è un male,  grave per Sabatini-Coletti che pure le bugie le dice (le nomina) alle voci cencio e chiacchiera.  I più bravi, in fatto di chiacchiere e bugie, sono De Mauro e Zingarelli, che elencano più sinonimi regionali.  Da questi due dizionari ricaviamo i vari nomi per definire quelle strisce di pasta all’uovo (simile alla pasta della lasagna) fritte e cosparse di zucchero, in uso in molte regioni italiane per Carnevale:  bugie (Piemonte), cenci (Toscana), chiacchiere (Lombardia), crostoli (Veneto, Trentino), frappe (Emilia, Italia centrale), gale (Piemonte), galani (Venezia, Veneto), intrigoni (Emilia), solo De Mauro.  Unico De Felice-Duro registra anche sfrappole (Emilia). Chi conosce altri nomi e vorrà segnalarceli, lo ringrazieremo … a chiacchiere.
 

Bugie algerine                                                                             (3/2//2012)

Le bugie, ovviamente, non sono solo una “specialità” italiana, si dicono in tutto il mondo.  Le bugie che si accendono, però, sono una specialità algerina, dove “accendono” è qui un traslato per dire le bugie che reggono le candele. Perché quel piccolo candeliere a forma di scodellina con manico si chiami bugia lo spiegano i vocabolari (anche Devoto-Oli che queste “bugie” conosce): la parola viene dal francese bougie, a sua volta derivato dalla città algerina di Bougie dove si produceva ottima cera per candele.  Alcuni vocabolari scrivono testualmente Bugia, italianizzando un po’ semplicisticamente il nome della città che invece nella trascrizione dall’arabo e sulle cartine geografiche è Bejaïa.
 

Chi è aniconico?                                                                         (3/2/2012)              

Tutti i vocabolari registrano l’aggettivo aniconico, formato dal prefisso an- (privativo) e iconico (“che concerne l’immagine”, “che si fonda sull’immagine”) derivato da icona.  In pratica aniconico si dice di religione o culto che non ammette immagini.  De Mauro aggiunge una definizione più completa: si dice «di civiltà artistica che rifiuta l’immagine (come nel mondo islamico) o di civiltà artistica, anche intensamente figurativa, che rifiuta l’immagine antropomorfa della divinità».  Solo Garzanti e Sabatini-Coletti registrano aniconicità («assenza, rifiuto di immagini»),  mentre in nessuno abbiamo trovato aniconismo, che pure dovrebbe esserci, se non altro in contrapposizione a iconismo che invece è registrato.
 

Mettete alla prova la vostra conoscenza delle parole giocando al Totovocabolario.
Questa settimana il gioco n.
242 e ancora gioco n. 241

... e, con i più piccoli, divertitevi a risolvere le rime mancanti delle "Poesie da completare".


Oclocrazia e olocrazia, dov’è la differenza
                                    (25/1/2012)

I vocabolari registrano oclocrazia.  Alla lettera “governo delle masse”, dal greco óchlos “folla” e -kratía “potere, governo”.  A prima vista si potrebbe pensare a una democrazia “allargata” (forse un po’ troppo) e invece no, il concetto espresso da oclocrazia è tutto negativo, addirittura è «la forma degenerata della democrazia» – secondo Polibio, citato da Devoto-Oli il quale gli attribuisce la paternità del termine – e consiste nel «predominio politico delle masse, che fanno valere le proprie istanze con agitazioni di piazza imponendosi sul potere legittimo e sulla legge stessa». È singolare che Devoto-Oli, unico tra i vocabolari esaminati, registri anche olocrazia, altra parola composta dove il primo elemento olo- sta per “tutto, tutti, interamente” e quindi farebbe pensare a qualcosa di simile all’oclocrazia.  E invece no, perché – sempre secondo Devoto-Oli – l’olocrazia è «la partecipazione diretta al governo di tutti quanti indistintamente i cittadini».  Il che, detto così, suona positivo e persino democratico.  Dunque, se abbiamo afferrato bene, tutto il contrario dell’oclocrazia.
 

Cocchio storico                                                                          (25/1/2012)

Sono poche le parole passate dall’ungherese all’italiano. Tra queste tocai, il vino, da tokaj, nome della città, della regione e delle colline ungheresi ove si produce;  ciarda, la danza popolare, da csárdás “osteria”, perché ballata in questi locali;  oltre al noto gulasch, da gulyás “mandriano” , in pratica “cibo dei mandriani”. Poi c’è cocchio, “carrozza signorile tirata da due o quattro cavalli”, adattamento italiano dell’ungherese kocsi, letteralmente “di Kocs”, città dell’Ungheria dalla quale proveniva questo tipo di carrozze. Parola e carrozza legate a vicende storiche, anche nostrane, perché il cocchio si diffuse in Italia a partire dal matrimonio tra Giovanni, figlio del re di Ungheria Mattia Corvino, e Bianca Maria Sforza nel 1487. Cocchiere è il conducente del cocchio (o di altre carrozze), femminile cocchiera.  Zingarelli, in una vecchia edizione, dava cocchieressa per “la moglie del cocchiere”.


La sfilata dei cocchi
                                                                     (25/1/2012)

Scherzi della lingua italiana.  Partendo dal plurale, uguale per entrambi, è facile passare dal cocchio al cocco.  E di questi cocchi nella lingua italiana ce ne sono parecchi. Almeno 7. Vediamo su De Mauro tutti i significati che può assumere la parola cocco:
1) Palma tropicale che dà la noce di cocco;  2) Uovo, nel linguaggio infantile;  3) Persona prediletta, beniamino: cocco di mamma;  4) Fungo, detto ovolo buono;  5) Colore rosso scarlatto ricavato dalla cocciniglia;  6) Batterio di forma tondeggiante, in questo significato anche come secondo elemento di parole composte: stafilococco ecc.; 7) Insetto della famiglia dei Coccidi, sinonimo: lecanio.

  

Dalla biga alla sestiga, o seiuga                                                     (25/1/2012)  

In tema di cocchi, di carrozze per intenderci,  eccoci trasferiti nell’antichità classica, quando i mezzi di trasporto prendevano nome dal numero dei cavalli che li trainavano. Da quelle epoche lontane ci arrivano la biga, la triga, la quadriga e la sestiga.  Zingarelli, per la “sei cavalli” registra anche seiuga.  Parole composte il cui segmento -iga  (o -iuga) viene dal latino iŭgum “giogo”.  Dei nomi di questi cocchi, quelli meno diffusi e antiquati (non tutti i vocabolari li registrano) sono triga e seiuga.  E il cocchio trainato da cinque cavalli?  Beh, probabilmente non esiste, o meglio, non esiste un termine per designarlo (ma siamo pronti a ricrederci). Non l’abbiamo trovato in nessuno dei vocabolari abitualmente esaminati.  Si potrebbe rimediare con pentiga o quinquiuga, parole non del tutto campate in aria.
 

Cocchiume e cocchiumare                                                            (25/1/2012)

Nulla c’entrano con i cocchi, in ogni senso, perché il cocchiume è il foro praticato sul diametro massimo della botte e, anche, il tappo di legno o sughero che chiude tale foro.  L’etimologia è discussa, così scrive Sabatini-Coletti, derivando forse dal latino tardo càucus “tazza”, dal greco káuké.  Non tutti i vocabolari registrano cocchiumare, verbo insolito e bivalente, perché sta a significare “tappare una botte col cocchiume” ma anche, in senso figurato, “sbeffeggiare, mettere in ridicolo qualcuno”.  Per farla completa – e poi di cocchi e simili non parleremo più per due anni –, esiste anche il cocchiumatoio ossia l’arnese per praticare il cocchiume nelle botti.


Il cocchio e la cocchia
                                                                   (25/1/2012)

Sopra abbiamo parlato del cocchio e dei cocchi, quest’ultimo da intendersi come plurale sia di cocco sia di cocchio. Ma oltre al cocchio, esiste la cocchia, un tipo di rete a strascico (perciò molto probabilmente illegale) trainata da due barche.  Il termine è un adattamento del veneziano cocia, dal latino cochlěa “chiocciola”, per la particolare forma della rete.  De Mauro la descrive «a forma di sacco cilindrico» e specifica «usata in Adriatico».  Zingarelli scrive che è «più grande della tartana» costringendo chi vuol saperne di più ad andarsi a cercare questo termine non certo usuale.


Pulcianella di Montepulciano
                                                         (25/1/2012)

Non è una parente toscana di Pulcinella, perché la pulcianella è una bottiglia, meglio: un fiasco, il cui nome i vocabolari fanno derivare (mettendoci un “probabilmente” per prudenza) da Montepulciano, paese della Toscana celebre per il suo vino.  Zingarelli dice che codesto fiasco, molto panciuto, della capacita di meno di un litro, è specialmente usato per i vini di Orvieto.


Il pallio, plurale e agnelli antiquati
                                                   (22/1/2012)

Tutti i vocabolari registrano pallio, nel particolare significato religioso-liturgico, con definizioni più o meno buone.  Una definizione, che per la provenienza potrebbe dirsi “ufficiale”, viene ogni anno dalla Sala stampa della Santa Sede, il 21 gennaio. Leggiamo dal comunicato di quest’anno: «Il pallio è un’insegna liturgica d’onore e di giurisdizione che viene indossata dal Papa e dagli Arcivescovi metropoliti nelle loro Chiese e in quelle delle loro Province. È costituito da una fascia di lana bianca su cui spiccano sei croci di seta nera».  Perché proprio il 21 gennaio?  Perché è il giorno della festa di sant’Agnese e tradizionalmente in tale occasione il Papa benedice gli agnelli la cui lana «sarà utilizzata per confezionare i Pallii…  Il rito dell’imposizione dei Pallii agli Arcivescovi Metropoliti è compiuto dal Santo Padre il 29 giugno, Solennità dei Santi Pietro e Paolo».  Abbiamo sottolineato il plurale “Pallii” così come appare (con la maiuscola) nel comunicato, per dire che, invece, Garzanti, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena, Devoto-Oli, Hoepli-Gabrielli giustamente segnalano che il plurale di pallio è palli.   La grafia con la doppia i, pallii, è antiquata, non usandosi più per il plurale dei nomi terminanti in -io  (è meglio scrivere l’olio, gli oli) la cui i sia atona.  
Questa faccenda degli agnelli ha causato in passato qualche perplessità, anzi energiche proteste, da parte degli animalisti, preoccupati  per la sorte degli animali e le modalità di prelevamento della lana. Gli agnelli vengono tosati o, per dirla liturgicamente, sacrificati al fine di utilizzarne la pelliccia?  Le tradizioni sono tradizioni, specialmente nell’ambito della Chiesa. Ma per una volta, perché non ammodernarsi e usare per i palli una lana sintetica, lasciando in pace gli agnelli, quale che sia la loro sorte?



Dal franglese allitaliano inquinato
                                                  (22/1/2012)  

 I francesi, che alla loro lingua ci tengono, hanno coniato il termine franglais (in italiano franglese), registrato da Devoto-Oli con questa definizione: «La lingua francese in quanto corrotta dall’uso eccessivo, spesso improprio e snobistico, di termini angloamericani».  La stessa situazione che si verifica in Italia, soltanto che noi italiani non siamo stati capaci di metterci d’accordo neppure sul termine italiano equivalente a franglais.  Sentite quanti ne abbiamo trovati. Devoto-Oli li registra tutti:  italese, italianese, italiese, itanglese, itangliano (in questultimo, beninteso, la g va pronunciata come in glicine).  Dovrebbero tutti esprimere, per l’italiano, lo stesso concetto espresso da franglais, ossia l’inquinamento della lingua nazionale da parte dell’inglese e in particolare, scrive Devoto-Oli per italianese, « da pseudotecnicismi e da prestiti spesso superflui specialmente dal mondo anglosassone».
 

Pierio e Pierino, nei vocabolari                                                     (22/1/2012)

Ovviamente l’uno non c’entra niente con l’altro, perché se avete letto bene e non avete pensato a un errore, pierio non è il Piero da cui deriva il Pierino. Personaggio passato agli onori del Vocabolario (Zingarelli, Devoto-Oli , De Mauro) per le sue caratteristiche di «bambino o ragazzo particolarmente vivace e impertinente» oltre che per essere protagonista di numerose barzellette.  Zingarelli, bontà sua, ne dà anche il significato (scherzoso) di «primo della classe».  Diverso il discorso per pierio:  è un aggettivo, di uso soprattutto letterario, e viene da Pieria, regione della Grecia, mitica patria delle Muse, o dal monte Pierio, sacro ad Apollo.  Le dee pierie (De Mauro) sono le Muse. 
 

Le pieridi, muse o farfalle                                                             (22/1/2012)

Molti vocabolari registrano pieridi al plurale, di genere femminile , nel significato più comune di una famiglia di farfalle diurne cui appartengono la cavolaia, la rapaiola  e la navoncella.  Dai nomi si comprende quali siano i “piatti” preferiti da costoro quando sono allo stato di bruchi:  rispettivamente i cavoli, le rape, il ravizzone (pianta coltivata per i semi oleiferi, di cui navone è il sinonimo).  Con quale allegria per i coltivatori, che tale piante coltivano, ve lo lascio immaginare.  Decisamente meno voraci, anzi con interessi in tutt’altri campi, le pieridi nel significato di Muse. Sì, le Pieridi possono essere anche le nove dee protettrici delle arti e delle scienze.
 

La gubana, a Gorizia putizza                                                                                                 (22/1/2012)

Si chiama proprio così, putizza,  il dolce simile alla gubana, che si prepara a Gorizia. Putizza, dunque, uguale gubana?  Per molti i due nomi, derivanti entrambi dallo slavo, potrebbero essere considerati sinonimi, almeno per quanto riguarda gli ingredienti. I “puristi” discutono sulla forma (a spirale aperta o “chiusa”, a chiocciola, come la gubana classica di Cividale e delle Valli del Natisone) e sul tipo di pasta (sfoglia o lievitata). Lasciando le disquisizioni gastronomiche agli esperti, si può concludere serenamente che la putizza è la gubana di Gorizia.  Inutile cercare putizza sul Vocabolario. O meglio, si trova, tutti la registrano, ma il significato non è per nulla invitante, derivando (in questo caso) da putire (puzzare) e sta per un’emissione di gas puzzolenti da terreni di origine vulcanica.  Meglio la putizza goriziana.


Tempura, nipponismo o latinismo?
                                                (22/2/2012)

Parola giapponese entrata nell’italiano o parola latina entrata nel giapponese?  La domanda, che si pone per tempura, potrebbe essere risolta salomonicamente dicendo che si tratta di un nippo-latinismo entrato nella nostra lingua, un caso di esportazione prima, e importazione dopo, di parola genuinamente di origine latina. Registrano tempura De Mauro, Devoto-Oli, Garzanti, Zingarelli.  Prendiamo da Garzanti: «Piatto della cucina giapponese a base di pesce o di verdure fritti.- Voce giapponese, dal latino ecclesiastico tempora “le tempora”, nome dato al piatto dai missionari portoghesi perché era adatto a essere consumato nel periodo di penitenza delle tempora».  Devoto-Oli, prudente, a questa storia premette un “probabilmente”.


Rimeducanti per bambini ... e adulti
                                               
(22/2/2012)

Una volta a scuola c’era l’educazione civica. Era soprattutto una serie di norme di buon comportamento e di buon senso perché i ragazzi si comportassero da persone civili nelle più svariate situazioni: a casa, a scuola, in chiesa, per strada. sui mezzi pubblici, a tavola … Adesso, al posto dell’educazione civica, di “educazioni” ce ne sono parecchie (De Mauro ne elenca 13), da quella alimentare a quella sessuale, ma non è detto che bambini e ragazzi siano più educati. Per la serie “rime da completare” (questa volta quelle da indovinare sono poche, ma tutte sono rime ... educanti ) Mauro Totteri propone una serie di regolette di educazione civica per i più piccoli. Chissà, forse partecipare al gioco potrebbe far bene anche a molti adulti.   
                                                                                             
Giochi per i più piccoli  

Pronto soccorso invariabile                                                           (18/1/2012)  

In questo periodo in cui molti italiani sono colpiti dallinfluenza stagionale medici ed esperti di salute pubblica consigliano di non affollare inutilmente i pronto soccorso.  O pronti soccorso?  O pronto soccorsi? O pronti soccorsi?  Ci è toccato in questi giorni di leggere, e ascoltare, tutte e quattro le versioni per il plurale di pronto soccorso.  Plurale che invece è lo stesso, tale e quale, del singolare.  Un plauso a Sabatini-Coletti il quale registra pronto soccorso come “locuzione sostantivata maschile” mettendoci accanto un provvidenziale “inv.” che sta per “invariabile”.


Scalfiture pericolose
                                                                      (18/1/2012)  

Alzi la mano chi qualche volta non si è fatto una leggera scalfitura, trascurando  di “disinfettarsi” col …Vocabolario e senza accorgersi, perciò, di essere incorso in errore.  Si dice e si scrive, infatti, scalfittura.  Zingarelli potrebbbe inserire scalfitura  nella sua tabella dei “103 errori più frequenti e insidiosi”  e fare numero pari, 104.  Il perché di scalfittura invece di scalfitura,  lo spiega Devoto-Oli: da un arcaico scalfitto, invece di scalfito, participio passato di scalfire
 

Quando tragedia fa rima con poesia                                               (18/1/2012)

È una rima sbagliata?  No, perché tragedia oltre che con l’accento sulla e, tragèdia, può dirsi anche con l’accento sulla i, tragedìa.  Tutti i vocabolari riportano questa variante d’accento, di uso arcaico o letterario. Devoto-Oli fa di più e spiega che «in Dante è tragedìa  in quanto contrapposto a comedìa» e, in questo senso, il termine «designa un componimento di stile elevato, non necessariamente drammatico».  Singolare l’etimologia di tragedia, in qualsivoglia modo s’intenda accentare.  Viene dal greco tragōidía,  composto di trágos “capro” e óidé “canto”, che qualche vocabolario mette in relazione col sacrificio propiziatorio dei capri.  E sì che per loro era una tragedia.
 

Il tragedo non bada all’accento                                                      (18/1/2012)

L’autore di tragedie in tutti i sensi e in tutti gli accenti non è solo il tragediografo ma anche, con parola più ricercata, il tragèdo.  Insieme al verso di Dante (Paradiso) dove fa la sua comparsa questo termine, i vocabolari annotano che tragedo può voler dire “attore di tragedia” e valere, come aggettivo, per “tragico”.
 

Due ventisettane                                                                            (18/1/2012)

“È arrivato il 27” cantava Renato Rascel in una vecchia canzone, ma qui il giorno degli stipendi non c’entra, conta l’anno: 1527 o 1827. Da questi millesimi deriva infatti ventisettana, ossia: «Per antonomasia, l’edizione del 1827 dei Promessi Sposi di Manzoni », come telegraficamente spiega Sabatini-Coletti.  Garzanti specifica trattarsi della «prima» edizione.  De Mauro e Zingarelli aggiungono anche l’edizione del 1527 del Decameron di Boccaccio.  Esaustivo Devoto-Oli che segnala perfino editore e città:  Giunti a Firenze per la ventisettana del Decamerone e Ferrario a Milano per la ventisettana dei Promessi Sposi.  
 

Come nasce il mariolo                                                                   (18/1/2012)

Su mariolo (o mariuolo) i vocabolari sono concordi: l’origine della parola è incerta o sconosciuta.  Devoto-Oli, definendola “voce gergale”, azzarda l’ipotesi che derivi dal nome Maria. Osiamo immaginare un refuso:  perché da Maria e non, come sembrerebbe più logico, da Mario?  Ma a volte le spiegazioni più logiche sono proprio quelle rifiutate da alcuni linguisti, che magari si arrampicano sugli specchi pur di non accettare la spiegazione “troppo semplice” fornita da qualche loro collega.  Pietro Fanfani nel suo Vocabolario (riportiamo dall’edizione 1865) così spiegava l’origine di mariolo: « Noi intendiamo attribuir questo nome ad un furbo tristo. L’origine di esso deriva da un certo Mario veneziano, che era astutissimo truffatore nelle fiere; ed eccellente e destro nel tagliar le borse, il quale per la piccolezza di sua statura era chiamato Mariolo». Ipotesi finché si vuole, ma semplice, logica e tutto sommato verosimile.  Perché non prenderla in considerazione?


Attenti alla prospaltella
                                                                    (18/1/2012)

Ciambella, sfogliatella, frittella, besciamella, stracciatella, mozzarella, mortadella, prospaltella.  Quest’ultimo nome è forse quello meno conosciuto. Piatto tipico regionale?  Tipo di focaccia paesana?  Formaggio fresco o salume stagionato?  I vocabolari dicono che la prospaltella è buona, ma si sa, i gusti son gusti…  Chi vuol sapere perché la prospaltella è buona vada al Vocabolario o alla Confusione delle lingue.


Chi barbaglia?
                                                                                (13/1/2012)

Chi abbaglia e chi barbuglia. Classificato “raro” dai vocabolari, esiste barbagliare, verbo dal duplice significato di “brillare, sfavillare, abbagliare” (derivando da barbaglio “abbagliamento, lampo improvviso”),  ma anche di “balbettare, tartagliare”, in ciò assimilabile al più noto barbugliare.  Ecco che – per fare un esempio – una donna avvenente potrebbe barbugliare, nel senso di “abbagliare”, grazie al suo fascino, ma ahimè, barbagliare quando parla. In entrambi i significati barbagliare vuole l’ausiliare avere.


Buona barbagliata
                                                                           (13/1/2012)

Adesso dimenticate barbagliare, perché la barbagliata con quanto detto sopra c’entra come i cavoli a merenda. Senz’altro più buona dei cavoli (almeno a merenda) la barbagliata è una bevanda calda a base di cioccolata, caffè e panna, inventata dall’impresario teatrale Domenico Barbaja (1778-1841) da cui deriva il nome.  I vocabolari classificano barbagliata voce lombarda (barbajada in milanese ) ma non dicono che Barbaja, personaggio meritevole per molti versi (contribuì a far conoscere i maggiori operisti italiani), era nato a Napoli.


Caraco, top e corpino                                                                     (13/1/2012)

Un volantino pubblicitario di una catena di supermercati ci mette davanti una parola “nuova” o comunque non ancora registrata dai vocabolari: caraco, o meglio, essendo termine francese, caracò, tanto per segnalare la corretta pronuncia in italiano.  Il caraco è un top (per dirla con parola inglese che, invece, è su tutti i vocabolari), ossia «camicetta per donna senza maniche e molto scollata sul davanti e sul dietro, sostenuta da due spalline» (De Felice-Duro).  Più che di “camicetta”  sarebbe forse esatto parlare di “corpino” aderente, così come mostra la confezione del capo “in multifibra” riprodotta dal volantino, dove si legge la denominazione caraco e sotto, in inglese, thin straps top, “top a spalline sottili”.  Il Dizionario della Moda scrive che il nome caraco «appare nell’VIII secolo riferito al costume di una provincia della Francia. La camicia, abbottonata sul davanti, era chiamata anche “robe à la Suzanne” e la portavano le contadine». Ma la descrizione, in chiave antica e moderna, che ne fa il Dizionario della Moda, ci sembra alquanto diversa dal caraco, “corpino a spalline sottili”, quale lo si intende e si commercializza oggi.


Caracò caracalla
                                                                             (13/1/2012)

Attenzione che un caracò è registrato da Devoto-Oli, ma non è il caraco di cui si è detto sopra, bensì il «nome regionale della pianta nota comunemente col nome di caracalla», ossia «sorta di fagiolo americano (Phaseolus caracalla), coltivato come pianta ornamentale per i fiori grandi, gialli profumati».  De Mauro e lo stesso Devoto-Oli segnalano per questa caracalla la variante caracollo. Entrambi i nomi vengono dallo spagnolo caracol “chiocciola”,  per la particolare forma dei fiori.


I romani vestivano caracalla
                                                             (13/1/2012)

Con caracalla dal mondo vegetale torniamo a quello della moda, sia pure nell’antica Roma.  Sono le concatenazioni, a volte incredibili, quasi un gioco delle scatole cinesi, in cui si è presi “navigando” nel Vocabolario.  Perché la caracalla, oltre alla pianta, è, anzi era, una «veste di origine gallica aderente al corpo e provvista di cappuccio e di maniche, introdotta nell’uso romano dall’imperatore Antonino Bassiano, soprannominato per questo Caracalla».  La definizione è di Devoto-Oli, ma caracalla in tale significato è su tutti i vocabolari.
 

Annurca, mela aurunca                                                                     (13/1/2012)

L’annurca, originaria della Campania, è una mela dalla buccia rossa, con striature verdi-marrone, dal sapore dolce-acidulo che –  particolare caratteristico  – assume sfumature diverse in ogni frutto: niente a che vedere con il sapore uniforme delle mele “in serie” del Trentino.  Perché annurca?  Garzanti liquida subito: «etimo incerto».  Concordi invece Devoto-Oli, Zingarelli, De Felice-Duro, Sabatini-Coletti, Palazzi-Folena nel far derivare la parola dal verbo latino indulcāre (addolcire) e di classificarla come voce “meridionale” o “napoletana”. In questo senso De Mauro ne spiega l’origine dal napoletano nnurca, nnurcà (inghiottire).  Suggestiva, invece, la tesi fornitaci da un amico di Sessa Aurunca (Caserta) dove peraltro le annurche si coltivano in abbondanza:  annurca non sarebbe altro che una sorta di anagramma, con relativa  assonanza, di aurunca.   Insomma “annurca” per dire “mela aurunca”.
 

Zelten, austriaco e … libico, o celteno italiano                                  (10/1/2012)   

Natale è passato, ma non è tardi per lo zelten, detto altrimenti (in variante italianizzata) celteno, o (per intenderci subito) “panettone di frutta secca”.  Va dato il merito di registrare zelten a Zingarelli, il quale però ce ne offre una fetta (o meglio, una definizione) abbastanza striminzita, che dice e non dice.  Dice che zelten è «voce austriaca di origine germanica» per indicare il «dolce natalizio tipico del Trentino e dell’Alto Adige a base di frutta secca e canditi». Non dice nulla degli altri ingredienti, nulla della variante celteno, nulla dell’aspetto esteriore (che in Alto Adige assume forme diverse). Insomma, restiamo a bocca asciutta.  Non dice infine che per gustare appieno questa specialità bisogna aspettare giorni, meglio se una settimana, in attesa che “maturi”.  Zelten, tra l’altro è il nome di una città della Libia, ma nessuno pensi che il “panettone di frutta secca” venga da questa città. Saprebbe di petrolio.  
 

Vocabolario senza femminello, quello siracusano                                                (10/1/2012)

Già altre volte abbiamo rilevato che i linguisti, per dire i vocabolaristi, ossia i curatori del Vocabolario, frequentano poco i supermercati; oppure, se li frequentano, hanno la  pessima abitudine (pessima per chiunque) di non leggere le etichette.   In questo periodo, a parte i limoni argentini, nei reparti di frutta e verdura è facile trovare confezioni di limoni primofiore, varietà: “Femminello siracusano”.   Il femminello, dunque, è anche una varietà di limoni;  secondo alcune fonti la varietà più coltivata (circa il 70 per cento del totale) in Italia. Non c’è solo il “siracusano”, ma anche il femminello del Gargano, quello amalfitano, ecc.-  I vocabolari, invece, conoscono solo il femminello (o femminiello) “napoletano”. Che con i limoni non c’entra per nulla. Come ognuno può controllare andandosi a leggere la rispettiva definizione nel proprio Vocabolario.


Sfuggito pure sfusato
                                                                      (10/1/2012)

Oltre al femminello, quello siracusano, c’è anche il limone sfusato,   tipico della costiera amalfitana.  Pure sfusato è termine sfuggito ai vocabolari, i quali si limitano a registrare sfuso, da cui certamente non viene sfusato, che sembra più derivare da fuso, da cui affusolare e affusolato, perché appunto il limone sfusato (o semplicemente lo sfusato) è di forma allungata con un caratteristico pinzo appuntito all’estremità, proprio come un fuso di quelli usati un tempo per la filatura a mano.  
 

Vocabolario e coccotelli                                                                  (10/1/2012)

I lettori che ci seguono puntualmente già avranno capito che cosa sono i coccotelli.  Per chi invece ci legge saltuariamente (ed è un male) riportiamo qui sotto la nota dell’11 novembre 2010. Il primo coccotello ce lo offre Devoto-Oli alla voce sciangai (forma italianizzata del nome della città cinese, Shanghai) dove gli altri dizionari riportano solo la definizione di “gioco”: sì, quello che tutti conosciamo, con gli stecchetti colorati.  Devoto-Oli, invece, ci dice che è anche un cocktail e ce ne dà la ricetta. Prendete nota: succo di limone (30%), granatina (10%), anisetta (30%), rum (30%). Vedete che il Vocabolario, oltre alla lingua, soddisfa il palato. 
 

Gradisce un coccotello?                                   ARCHIVIO                 (11/11/2010)    

Quando si vogliono tradurre a tutti i costi in italiano parole straniere – alcune parole – c’è sempre il rischio di cadere nel ridicolo. Chiedere ad eventuali ospiti se gradiscono un coccotello, suonerebbe, se non comico, incomprensibile. Eppure coccotello era una delle parole – altre erano arlecchino, coda di gallo – con cui in passato si è tentato di rendere in italiano la parola anglo-americana cocktail, che significa appunto letteralmente “coda” (tail) di “gallo” (cock).  Perché questo miscuglintruglio (altro possibile nome?) di liquori e sciroppi si chiami cocktail non è molto chiaro.  Garzanti ipotizza per la varietà dei colori, simile a quella delle code dei pennuti.  


Maria pomodoro e Bellini pesca
                                                      (10/1/2012)

Chi ha detto che il Vocabolario è soltanto un elenco di parole e basta? A leggerlo bene, si scopre che fra i tanti pregi è anche un ricettario per cocktail. Prendiamo da Devoto-Oli gli ingredienti per il bloody mary: «Succo di pomodoro, vodka, succo di limone, tabasco, sale e pepe». È il succo di pomodoro a dare il nome a questo miscuglio, letteralmente “Maria sanguinaria”, per il colore rosso.  Da Zingarelli la ricetta del bellini: «Succo di pesca bianca e prosecco spumante». Prima di berlo sarà bene ricordarsi che non viene da Bellini Vincenzo, il musicista, ma da Bellini Giovanni, pittore, a cui questo cocktail fu dedicato dall’Harry’s bar di Venezia.


Sale per Margarita
                                                                           (10/1/2012)

I vocabolari – alcuni – sono molto attenti ai coccotelli.  Forse perché piacciono ai redattori. Sopra abbiamo visto le “ricette” date da Devoto-Oli per lo sciangai e il bloody mary, e quella di Zingarelli per il bellini. Ora è la volta di margarita, che non è solo la variante arcaica di margherita, ma il nome di un cocktail, originario – sembra – dell’isola Margarita nei Caraibi.  I soliti Devoto-Oli e Zingarelli ci passano la “ricetta” e hanno anche la finezza di indicarci le modalità di presentazione.  Degustiamo il margarita di Devoto-Oli: «Cocktail ottenuto mescolando liquore all’arancia, tequila e succo di lime o di limone; si prepara nello shaker con ghiaccio tritato e va servito in una coppetta da cocktail brinata con sale».
   

Cibreo originale e guazzabuglio                                                        (10/1/2012)

All’osteria del “Gambero rosso”, dove Pinocchio si era fermato per la cena assieme al Gatto e alla Volpe, racconta Collodi che la Volpe «dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa».  Quello della Volpe non era (non poteva essere) il cibreo nel senso classico della parola, ossia un piatto tipico della Toscana, quanto il cibreo in senso figurato, che sta appunto per “mescolanza di cose mal combinate”, o anche  “guazzabuglio”, “discorso sconclusionato”.  E allora qual è la ricetta originale del cibreo?  Per chi vuol provare riportiamo da De Felice-Duro: «Rigaglie e creste di pollo rosolate nel burro e poi cotte in un sugo a base di brodo, rosso d’uovo battuto e agro di limone».   Devoto-Oli aggiunge per parte sua «sale e pepe» e implicitamente suggerisce un “tocco” finale spiegandoci l’origine della parola: cibreo verrebbe dal latino zingibreus, derivato di zingĭber “zenzero”Dunque ci siamo capiti: aggiungete un pizzico di zenzero e avrete il cibreo originale, che più originale non si può.


Da Epifania a Carnevale
                                                                   (5/1/2012)

Va ricordato che il 6 gennaio non è propriamente la “festa della Befana” come taluni credono e come si sarebbe portati a dire senza pensare, bensì la festa dell’Epifania, parola che ci viene dal greco e significa “apparizione, manifestazione”. Commemora infatti la manifestazione della divinità-umanità del Bambino Gesù ai Magi andati a Betlemme per adorarlo. Il Vocabolario segnala che epifania con la minuscola può usarsi in senso letterario (elevato) per dire “manifestazione”. Zingarelli esemplifica: epifania del pensiero.  Sempre Zingarelli a proposito della festa cita il proverbio: «L’Epifania tutte le feste porta via».  Contenti, però, perché Sabatini-Colettti aggiunge: «… ma Carnevale le torna a riportare».   


Quella Befana del Vocabolario
                                                          (5/1/2012)

Convivono entrambi sotto la lettera B,  ma il loro stato d’animo nei confronti del Vocabolario (e della lingua che il Vocabolario registra) è diametralmente opposto.  Contento e soddisfatto Babbo Natale, che non ha nulla da recriminare. Il nome Babbo Natale non ha significati negativi ma solo positivi; dire a una persona, a un uomo, “Babbo Natale”,  non è certo un’offesa, anzi tutt’altro, rappresenta un complimento per chi è, o si dimostra, particolarmente generoso.  La Befana, invece, non è affatto contenta e avrebbe mille ragioni per protestare. Voci in capitolo


Befana Fanfani                                                                              (5/1/2012)

In fatto di rispetto alla Befana non è che gli antichi andassero molto per il sottile.  Sentite come la trattava Pietro Fanfani nel suo Vocabolario della lingua italiana del 1865 (la prima edizione era del 1855): «Befana: fantoccio di cenci che portavano attorno la vigilia della Epifanía, e che nel giorno della festa ponevano per ischerzo i fanciulli e le femmine alle finestre. Si dice a donna brutta e contraffatta. Trovasi talora Befana, per Epifanía, di cui è corruzione». Fanfani registrava anche befanaccia, befanesco, befanevole, befanía (per Epifanía) e befanone nel significato di “fantesca paurosa”.
 

Befanata Zingarelli                                                                          (5/1/2012)

Pochi vocabolari (almeno tra i monovolume) registrano befanata. Avevamo trovato il termine in un vocabolario quasi sconosciuto, il Dizionario della lingua italiana di Alessandro Niccoli (prefazione di Giorgio Petrocchi), edito nel 1976 dall’Istituto Editoriale Europeo. Zingarelli è arrivato in buon ritardo e dalla ristampa 2010 (uscita 2009) registra befanata con una definizione esaustiva quanto basta: «Rito tradizionale della campagna toscana durante la sera precedente l’Epifania, in cui gruppi di adulti o bambini vanno di casa in casa cantando e chiedendo regali.-  Canzone cantata in tale occasione». Dove si vede che gli americani con la loro “festa della zucca” hanno in certo qual modo copiato quanto in Italia, o almeno in Toscana, si fa per la sera della Befana.  Va aggiunto che col nome di befanata sono denominate varie feste popolari che si svolgono in Toscana, nell’Alto Lazio e in altre regioni nel giorno dell’Epifania. 


Il befano scomparso
                                                                        (5/1/2012) 

Hanno ragione le donne quando lamentano un uso sessista della lingua italiana.  Prendi befana. Nel significato estensivo di “donna brutta” la parola è rimasta, e tenacemente resiste e persiste nella lingua e nel Vocabolario.  Il befano, al contrario, è scomparso.  Significava “uomo brutto”.  Appena cinquanta anni fa befano era registrato dai vocabolari (abbiamo sott’occhio vecchie edizioni del Melzi e dello Zingarelli). Ma poi si sa come vanno queste cose.  Poiché anni addietro i curatori dei vocabolari erano quasi esclusivamente uomini, hanno pensato bene di togliere il befano, l’uomo brutto, termine forse ritenuto offensivo per l’intera categoria … maschile. Ed è rimasta solo la befana, la donna brutta.
 

Ingrugnata o ingrugnita?                                                                  (5/1/2012) 

A proposito di Befana, un dubbio collegato all’espressione con la quale di solito è raffigurata: si dice ingrugnata o ingrugnita?   Si può dire in tutti e due i modi.  Il Vocabolario registra ingrugnare e ingrugnire, il cui participio passato, con valore anche di aggettivo, è rispettivamente ingrugnato e ingrugnito.  Per non sbagliare conviene seguire il suggerimento di Zingarelli: ingrugnare va coniugato come segnare, ingrugnire come grugnire (io ingrugnisco, tu ingrugnisci …). Vogliono l’ausiliare essere. Di entrambi esiste la forma pronominale: ingrugnarsi, ingrugnirsi.  Inutile dire che questi verbi “imbronciati” derivano da grugno.


Bisestile o bisesto?
                                                                           (1/1/2012)

Con riferimento all’anno di 366 giorni è più corretto e appropriato bisestilebisesto è invece propriamente il giorno che ogni quattro anni si aggiunge ai 28 giorni del mese di febbraio. Perché bisesto, vale a dire “due volte sesto”?  Sabatini-Coletti spiega: «dal latino bisĕxtum, composto di bĭs “due volte” e sĕxtus “sesto”; negli anni bisestili si contava due volte il sesto giorno prima delle calende di marzo (1º di marzo), quindi il giorno bisesto era il 24 febbraio».  


Anno bisesto, anno d’assesto
                                                                           (1/1/2012)

Bisesto può trovarsi usato (raramente, segnalano i vocabolari) in funzione di aggettivo al posto di bisestile e qualcuno (Zingarelli, Palazzi-Folena, Sabatini-Coletti) cita in proposito il modo di dire: “Anno bisesto, anno funesto”.  Ma i modi di dire o i proverbi non sempre ci azzeccano, anzi, spesso sono fatti per essere smentiti.  Siamo ottimisti e pensiamo al 2012 non come anno funesto, ma anno d’assesto, anno in cui le cose – una buona volta –s’assesteranno. Per tutti. 


Le note di data antecedente sono in Archivio ►►

Certamen Ciceronianum Arpinas 2011 ► ►

Finalmente chiarezza per “tetrapak”
Tutte le note finora apparse sull'argomento ►►


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 * La Confusione delle lingue *

Prospaltella utile                                                                                    (18/1/2012)

L’elenco della cose da mangiare è messo solo per confondere.  La prospaltella (ordine Imenotteri) è “buona” nel senso che è un insetto “buono”,  utile all’agricoltura e alla bachicoltura perché parassita della cocciniglia del gelso.  Voce del latino scientifico composta dal greco prós “verso” e paltós “lanciato”, aggettivo verbale di palléin “lanciare”.

 


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