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guerrafondaio ● pasqualina pandora angelo custode
qua qua
e quaquaraquà  tasso buzzico foiba turco ● reflex
esplosivo
o esplodente? postergare zoom
 

guerrafondaio                                   (25/5/2010)

Deriva dall’espressione “guerra a fondo”  creata dal giornalista umorista (allora c’era anche questa razza di giornalisti, andatasi poi, purtroppo, estinguendo) Gandolin, pseudonimo di Luigi Arnaldo Vassallo (1852-1906). Collaboratore del Capitan Fracassa, fondatore del Don Chisciotte, passò poi da questi giornali satirici a dirigere il Secolo XIX di Genova. Nel 1896 definì ironicamente “guerra a fondo” la guerra che i fautori dell’occupazione dell’Abissinia avrebbero voluto proseguire a tutti i costi contro quello stato africano, anche dopo la dura sconfitta subita dalle nostre truppe ad Adua (1896).  L’espressione “a fondo” era ovviamente in polemica con i sostenitori della guerra, vale a dire: non vi basta la “batosta” di Adua, adesso volete toccare il fondo. L’espressione ebbe fortuna, ma più fortuna ha avuto il derivato guerrafondaio, da allora usato, sia come sostantivo sia come aggettivo, per indicare la persona (o l’ideologia) che propugna la guerra a oltranza e la considera come unico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.  Registrato da tutti i vocabolari, di solito con la spiegazione delle origini, guerrafondaio ha soppiantato nell’uso l’altro termine con pari significato, guerraiolo (o guerraiuolo), la cui capacità espressiva risulta attenuata da una sfumatura di casereccio. Guerrafondaio esprime più a fondo (è il caso di dirlo) il concetto di disprezzo e assoluta condanna della guerra e di chi la sostiene.  

 

pasqualina     (ricetta )                                                                                     

Tra gli ingredienti di questa torta salata genovese i vocabolari danno anche gli spinaci e i carciofi, oltre naturalmente alle bietole. Nella ricetta che diamo (solo bietole) nulla vieta di aggiungere altre verdure a piacere.
Ingredienti per 6 persone: pasta sfoglia 650 g (si può usare quella già pronta oppure chi vuole prepararla consideri che le ricette più antiche parlano di pasta a 33 sfoglie, come gli anni di Cristo). Per il ripieno: bietole 1 kg; ricotta 1 kg; burro 40 g; 5 uova; mezzo bicchiere di latte, una manciata di parmigiano grattugiato, 3 cucchiai di olio d’oliva, maggiorana fresca, sale e pepe.
Preparare il ripieno lessando prima le bietole in acqua salata.  Una volta cotte, strizzarle e metterle in una zuppiera assieme alla ricotta, aggiungendo tre cucchiai di farina e poi il latte, il burro, l’olio, la maggiorana, il parmigiano, sale e pepe. Mescolare bene il tutto. Tirare la sfoglia e stenderne metà su una teglia imburrata, fino agli orli. Versare il ripieno e allargarlo sulla pasta. Ricavare poi cinque fossette e rompervi dentro le cinque uova. Condire ancora con sale e pepe. Ricoprire con l’altra metà della pasta sfoglia e congiungere i bordi. Punzecchiare qua e là la superficie con una forchetta. Cuocere per un’ora a 180 gradi. È buona servita sia tiepida che fredda.
 


pandora
                                                                                                       (12/1/2010)

Dal greco pandoûra, attraverso il latino pandūra, ci arriva una serie di parole: bandola, bandura, bandurria o mandurria,  pandora o pandura, a cui Zingarelli e De Mauro aggiungono, per buona misura, pandorio, e (solo Zingarelli) bandora. 
A parte la medesima origine, sono parole legate tra loro dalle… corde. Si tratta infatti di strumenti musicali da pizzicare.  Su quante siano le corde di ognuno, la certezza sembra essere solo a favore delle tre della pandora (o pandura, o pandorio) che Zingarelli definisce: «Specie di liuto a tre corde di origine mesopotamica», poi usato anche nel Medio Evo. Lo stesso Zingarelli non si pronuncia sul numero delle corde degli altri strumenti, forse a ragione, avendo questi subìto trasformazioni nel corso dei secoli e a seconda dei Paesi di diffusione.  Ma vediamo di fare ordine. La pandora, con le varianti linguistiche pandorio e pandura, dovrebbe essere simile alla bandola (diffusa soprattutto in Spagna) e alla bandura (diffusa in Russia).  Altro strumento è invece la bandora, sempre della categoria dei liuti (mentre la bandura è classificata come un misto cetra-liuto);  altro strumento è infine la bandurria (o mandurria), anche questo diffuso in Spagna, che dovrebbe avere sei corde doppie, da suonare con il plettro (ma Zingarelli lo definisce «a corde pizzicate»). Come si vede, trattandosi di strumenti musicali, il difficile è trovare l’accordo. 

 

angelo custode                                    (2/10/2009)

La locuzione è riportata da tutti i vocabolari alla voce angelo.   ZINGARELLI taglia corto (troppo): l’angelo custode è «dato da Dio a ciascuna anima».  Almeno PALAZZI-FOLENA spiega che l’angelo custode, «nella tradizione cristiana», è «quello alle cui cure Dio affida la singola anima».  Comunque queste due definizioni, col riferirsi all’anima, si salvano dal cadere in un vecchio luogo comune oggi decisamente superato e di cui diremo appresso.  Così come si salvano SABATINI-COLETTI, la cui definizione, opportunamente, fa riferimento alla “persona”:  «L’angelo a cui Dio ha affidato ogni singola persona, per seguirla e proteggerla nel corso della vita», e DE FELICE-DURO, che altrettanto opportunamente fa riferimento all’“essere umano”:  «L’angelo che Dio assegna a ciascun essere umano, come guida e protettore, fin dalla nascita o dal battesimo». Vediamo, invece, tre definizioni in cui l’assistito, il protetto dall’angelo custode è solo l’uomo. GARZANTI: «Secondo la dottrina cristiana, l’angelo che assiste ogni uomo durante la vita terrena».  DE MAURO: «Angelo che Dio affianca a ogni singolo uomo affinché lo assista e lo protegga».  DEVOTO-OLI: «Protettore divino assegnato ai singoli uomini». Ecco, di fronte a queste definizioni più di qualche donna (e più di qualche uomo, in verità) potrebbe legittimamente chiedersi per qual recondito motivo il buon Dio abbia fatto l’ingiustizia di assegnare l’angelo custode solo agli uomini.  Ovviamente l’“ingiustizia” (per dire così) è di quei vocabolari i quali seguono ancora il vecchio costume di far riferimento esclusivo all’uomo, non avendo preso atto della moderna (giusta) tendenza di far riferimento a entrambi i sessi (anche il Papa, ora, nei suoi discorsi si rivolge esplicitamente  alle “care sorelle” e  ai “cari fratelli”), oppure di usare parole (come appunto “persona”, “essere umano”, ecc.) che valgono per uomini e donne.
 

 

qua qua e quaquaraquà                       (11/8/2009) 

Ci sono parole che uno non si aspetterebbe di trovare nel Vocabolario.  Perché dovrebbero esserci qua qua  (ripetuto due volte) e quaquaraquà?  E invece ci sono.  La prima perché, come è intuibile, è il verso delle oche e delle anatre, ossia in linguistica una “voce onomatopeica”, in parole semplici “imitativa”.  La seconda parola, che potrebbe definirsi onomatopeica-espressiva  (perché modellata sul verso delle oche), è una voce gergale la cui paternità SABATINI-COLETTI, DE MAURO e DEVOTO-OLI attribuiscono alla mafia.   Concordi sulla data di prima attestazione (1961), sui significati di quaquaraquà i vocabolari sono invece in apparente, se pur lieve, disaccordo, forse a ragione, per via delle sfumature che può assumere il termine.  Per GARZANTI è «persona che parla troppo e che manca di serietà»;  per De MAURO, drasticamente, «delatore, spia»;  per DEVOTO-OLI una via di mezzo: «chiacchierone, spia»;  SABATINI-COLETTI si divide tra «individuo senza nerbo, smidollato» e il solito «delatore, spia», mentre per ZINGARELLI è  «persona priva di ogni valore, nullità».   Val la pena soffermarsi sulla definizione zingarelliana perché è avvalorata da una citazione di Leonardo Sciascia: «gli uomini … gli ominicchi …e i quaquaraquà»  e perché sembra – anzi è –  il frutto di una elaborazione, visto che nella ristampa 1996 lo stesso ZINGARELLI dava per quaquaraquà questi significati: «1 Chiacchierone – Spaccone, sbruffone.  2 Spia, delatore – Individuo spregevole, nullità», senza riportare l’esempio di Sciascia.  Come si vede le differenze tra vecchia e attuale definizione sono notevoli.  È rimasto «nullità», ma l’individuo da «spregevole» è diventato «persona priva di ogni valore» e sono scomparse tutte le altre qualificazioni.   Insomma, ci sembra di poter affermare, anche alla luce della citazione di Sciascia, che la definizione più “azzeccata” e verosimile di quaquaraquà sia quella data attualmente da ZINGARELLI a far data dalle  ristampe più recenti.  Pronti, comunque, a ricrederci. 
 


 

tasso                                                                                                                        (7/7/2009)

Tasse e tassi, eterno problema degli italiani.  Qui parliamo di tassi. Che non sono solo quelli espressi da valori numerici, di solito percentuali), vale a dire quozienti, indici, saggi (DE MAURO di tali tassi ne elenca 18, dal tasso di attività  al tasso di sconto).  C’è un tasso poco raccomandabile, che gli antichi erboristi chiamavano “albero della morte”  perché le foglie e le bacche contengono un principio altamente tossico.  È lo stesso albero che dà il legno omonimo, rossastro, con belle venature, duro e compatto, usato per lavori di intaglio.  E c’è il tasso barbasso (o tassobarbasso), detto anche verbasco, pianta di cui invece gli erboristi dicono un gran bene per le sue proprietà salutari e balsamiche  (il decotto dei fiori, tra l’altro, è indicato per le … voci rauche).  C’è un tasso simpatico dormiglione – tanto che ha dato origine all’espressione dormire come un tasso –, compagno legittimo della tassa, altrettanto simpatica e “legittimata” da Garzanti, il quale, al solito, registra il femminile per i nomi di quasi tutti gli animali.  Questo tasso è la denominazione comune di vari mammiferi dei Mustelidi di medie dimensioni – scrive SABATINI-COLETTI –, la cui specie più comune, presente in Italia, è «bianca sulla testa con due strisce nere che continuano sui lati del dorso grigiastro».  DEVOTO-OLI, dal canto suo, elenca altre specie, dal tasso americano al tasso malese. C’è, infine, un tasso che PALAZZI-FOLENA, per spiegarsi, definisce testualmente  «senza corna», mentre per ZINGARELLI è «senza corni».  Che sarà mai?  Un qualche animale raro, un’altra razza di tassi, magari esotica, ammesso (ma non concesso) che i tassi “nostrani” abbiano mai avuto  le corna?  No, quest’altro tasso non è un animale bensì (ecco spiegato il mistero delle “corna” o, più propriamente, dei “corni”) una «incudine priva di punte, di forma perlopiù quadrata , usata nelle officine meccaniche per lavorare i metalli». Così SABATINI-COLETTI.  Chi dice di più in proposito è GARZANTI: «Blocchetto di acciaio, quadrato, rettangolare o poligonale, con una o più file di fori di vario diametro; è usato come supporto, con funzione di incudine, di piccoli pezzi specialmente a sezione circolare, soprattutto per lavori di meccanica di precisione».   

 

buzzico                                                  (15/5/2009)

Parola dal sapore tra il dialettale e il villereccio, si potrebbe dire buzzico, non fosse altro perché imparentata a buzzo “pancia”, tanto è vero che i rispettivi accrescitivi buzzicone e buzzone si equivalgono nel significato comune di “persona corpulenta, panciuta”, con l’aggravante dei “modi poco raffinati” per il buzzicone.  Ma parola anche controversa, buzzico, perché ignorata da alcuni vocabolari (PALAZZI-FOLENA, DE FELICE-DURO, GARZANTI, il quale, però, registra buzzicone), da altri variamente interpretata.  Per ZINGARELLI  buzzico è il «recipiente di latta provvisto di un lungo beccuccio usato per versare l’olio» (e in tal senso il termine deriverebbe dall’arabo būzzaq  “pancione”) oppure la variante di buzzichìo nel significato di «leggero movimento, lieve rumore, mormorìo», da cui buzzicare “muoversi leggermente, mormorare”.  Buzzico per “rumore, fruscìo” è ripreso anche da SABATINI-COLETTI e DE MAURO che citano il modo di dire “sparare a buzzico”, ossia nella direzione da cui proviene il rumore, il fruscìo.   Questi due vocabolari, unitamente a DEVOTO-OLI, aggiungono un ulteriore significato: specialmente a Roma il buzzico è il «gioco infantile simile al chiapparello»  (o acchiappino, come scrive DEVOTO-OLI).  Va detto che tra i vocabolari citati DEVOTO-OLI è l’unico ad assegnare a buzzico, oltre ai significati già visti, quello di «persona corpulenta e poco raffinata».  Con ciò dimostrando più coerenza di altri che registrano buzzicone ma ignorano buzzico, oppure di questo termine riportano soltanto quei significati che non spiegano perché l’accrescitivo derivato, buzzicone, sta per “persona panciuta”.

 

foiba                                                                                                                          (10/2/2009)

Foiba viene dal latino fovĕa , “fossa, voragine”,  attraverso il friulano foibe. È una parola che, se pure attestata in precedenza nel linguaggio scientifico, cominciò a diffondersi in Italia durante la prima guerra mondiale e soprattutto dopo la seconda.  I vocabolari per definirla variano i termini, ma la sostanza è quella: la foiba è una depressione (o avvallamento) a forma di imbuto, caratteristica delle zone carsiche, sul cui fondo si apre una spaccatura (o inghiottitoio) dove passano le acque. Ma ci si può limitare alla semplice descrizione formale quando le parole hanno assunto nel tempo un preciso significato, magari perché collegate a fatti storici ampiamente documentati?  La risposta, a nostro parere, è “no”; ogni parola dovrebbe  –  ci si passi l’espressione vieta  – essere “contestualizzata”.  I vocabolari hanno contestualizzato foiba piuttosto genericamente e in ritardo. GARZANTI, ad esempio, solo dall’edizione 2007 alla definizione “geologica” di foiba ha aggiunto: «In alcuni conflitti bellici, specialmente nella seconda guerra mondiale, fu utilizzata come fossa per nascondere cadaveri». Sorge spontanea la domanda: utilizzata da chi?  Per nascondere i cadaveri di chi?   PALAZZI-FOLENA e DE FELICE-DURO non toccano proprio l’argomento. SABATINI-COLETTI si mantiene sul generico: «Fossa comune delle vittime di lotte civili e di assassinii politici».  DE MAURO cambia qualche termine ma la vaghezza rimane: «Fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici». Dall’edizione 2008 DEVOTO-OLI scrive per foiba: «al plurale, Fosse comuni per le vittime di rappresaglie militari e di assassini politici, avvenuti ad opera dei partigiani iugoslavi nell’ultima fase della seconda Guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra».  Fin qui, a leggere bene queste definizioni, bisogna “ringraziare” GARZANTI e DE MAURO, i quali – bontà loro – riconoscono almeno che la “fossa” era per nascondere e occultare i cadaveri non certo per dar loro adeguata sepoltura. Va dato atto a ZINGARELLI di aver contestualizzato foiba meglio e con più tempismo di altri. Alla solita definizione (opportuno qui il riferimento iniziale a un termine consimile: «Tipo di dolina»), ZINGARELLI ha aggiunto, a partire dall’edizione 1997, il significato storico di foiba, evidenziando la parola al plurale: «Le foibe: nel periodo dell’occupazione iugoslava di Trieste (maggio-giugno 1945), fosse comuni per le vittime di rappresaglie militari e assassinii politici». E prosegue, in senso estensivo: «Il fenomeno degli eccidi e delle rappresaglie ad opera dei partigiani comunisti iugoslavi nell’ultima fase della seconda Guerra mondiale e subito dopo».  Si poteva dire di più?  Certo.  Ma è già molto per un vocabolario, soprattutto rispetto ad altri reticenti. 
 

turco                                                                                                                       (30/1/2009)

La voce turco è nel Vocabolario una delle più lunghe tra quelle relative ai nomi delle popolazioni.  Il fatto è che i turchi entrano in una varietà di locuzioni e di modi di dire non sempre gratificanti, anche se cadono nel luogo comune, nello stereotipo, come dicono i linguisti.  Chi ha visto cose turche inevitabilmente ne rimane scosso, e altrettanto scosso (speriamo) dovrebbe rimanere chi si sentisse rimproverare di bestemmiare, o bere, o fumare come un turco, oppure di parlare turco.  Anche giovani turchi (con riferimento al partito nazionalista che giunse al potere in Turchia nel 1909), un complimento non è, stando a significare «l’ala estremista di un partito» (Devoto-Oli). E poi abbiamo il bagno turco, il caffè alla turca, il divano alla turca (l’ottomana), il gabinetto alla turca, il granoturco (dove turco sta per “proveniente da paesi lontani”) e il Gran Turco (per dire il sultano dei Turchi), il modo di sedere alla turca (con le gambe incrociate). C’è persino la testa di turco, nel senso di vittima, capro espiatorio, perché una volta nei tiri a bersaglio delle fiere di paese c’era “il turco”, un fantoccio con tanto di faccia nera e turbante. I cavalli, turchi o non turchi, possono contare sul ferro turco, a forma di mezzaluna.  De Mauro aggiunge un accenno alla musica turca, termine con il quale nel secolo XVIII si indicavano quelle composizioni imitanti «la musica militare dei giannizzeri [le guardie del Sultano], chiassosa e di struttura semplice».  Tutti i vocabolari registrano la variante arcaica tùrchio, che al femminile ci dà curiosamente la tùrchia e le tùrchie.  Una bella forza, si potrebbe concludere, questa dei turchi e delle tante cose turche (in senso buono), perché turco, dal turco türk, giunto a noi attraverso l’arabo, significa proprio “forza”.  Che dire?  Un augurio ai turchi: forza Turchia a entrare presto in Europa!



reflex
                                                                                             (18/11/2008)

Il termine inglese reflex, “riflesso”, si è affermato a livello internazionale per indicare il sistema di visione del campo inquadrato dagli obiettivi cinematografici e fotografici costituito essenzialmente da uno specchio inclinato a 45° che riflette l’immagine fornita dall’obiettivo e la rinvia su una lastrina di messa a fuoco.  Dalla lastrina di messa a fuoco l’immagine può essere poi raccolta da un prisma e inviata a un oculare per la visione all’altezza dell’occhio.  Si tratta dunque, in sostanza, di un tipo di mirino dove si vede esattamente ciò che vede l’obiettivo, al contrario di quanto  avviene con altri tipi di mirini, come quello a traguardo, detto anche iconometrico o sportivo, costituito da due semplici cornicette contrapposte, una per delimitare il campo inquadrato, l’altra con un foro attraverso cui si traguarda il soggetto, o il mirino galileiano, detto così perché ripete in piccolo lo schema ottico del cannocchiale di Galileo.  Con l’avvento della tecnologia tv bisognerebbe considerare, da ultimo, il mirino elettronico, ma qui si entra in un altro discorso. 
I vocabolari su reflex arrancano un po’, malgrado definizioni spesso rivedute (in primis ZINGARELLI seguito da DEVOTO-OLI) che però, paradossalmente, sono meno precise delle definizioni date da vocabolari meno aggiornati.  ZINGARELLI, dopo varie vicissitudini, nell’edizione 2009 parla di «sistema speculare interno alla macchina fotografica» non spiegando minimamente in cosa consista tale sistema (l’aggettivo “speculare” dice poco o nulla)  e limitandolo alle macchine fotografiche, limitazione in cui cadono GARZANTI («si dice di apparecchi fotografici», DE FELICE-DURO e DEVOTO-OLI, il quale parla impropriamente di «dispositivo fotografico» e solo nell’edizione 2009 è arrivato a capire, e a far capire ai suoi lettori, che «l’immagine osservata nel mirino proviene dall’obiettivo per mezzo di uno specchio posto all’interno dell’apparecchio».  Dicevano “paradossalmente” le definizioni migliori sono quelle dei vocabolari più vecchi, le cui ultime edizioni risalgono ad anni addietro.  Essenziale e corretto PALAZZI-FOLENA: «Sistema di inquadratura delle immagini basato sulla riflessione dei raggi luminosi su di uno specchio inclinato a 45° che raccoglie l’immagine dall’obiettivo e la rinvia al vetro smerigliato sul quale può essere osservata».  Ottimo il particolare dello «specchio inclinato a 45°», fondamentale del sistema reflex.  Bene anche DE MAURO, che parla di «particolare sistema di inquadratura caratteristico di alcuni apparecchi fotografici e cinematografici», cita lo specchio (ma non l’inclinazione a 45°) e introduce come alternativa «un prisma rifrangente».   In proposito osserviamo che il termine reflex in funzione di aggettivo, sempre posposto, può riferirsi non solo agli apparecchi da ripresa, ma anche a particolari obiettivi, in genere zoom per cinematografia, con mirino accoppiato (una sorta di periscopio solidale con il corpo dell’obiettivo).  In questi obiettivi una piccolissima sezione del fascio luminoso proveniente dal soggetto viene prelevata da un prisma con microsuperficie riflettente posto all’interno del gruppo ottico e da qui rinviata, mediante un altro prisma, all’oculare del mirino.  In pratica, grazie a questo sistema, è possibile avere la visione reflex anche con macchine che reflex non sono.

 

esplosivo o esplodente ?                                               (30/9/2008)

La questione non è di poco conto, se non altro perché si tratta di materia … esplosiva.  Riguarda anche un errore commesso dai vocabolari nel riportare una sigla “storica”, SIPE, traducendola in Società Italiana Prodotti Esplosivi.  Invece la denominazione di questa società (attualmente SIPE Nobel, dal nome del fondatore, Alfredo Nobel) è Società Italiana Prodotti Esplodenti.  La differenza potrebbe sembrare minima, se non fosse per il fatto che l’aggettivo esplosivo può assumere tante di quelle sfumature di significato che i fabbricanti di esplosivi, a scanso di equivoci, gli preferiscono l’aggettivo esplodente, che meno lascia dubbi circa l’esatta interpretazione.  Un’azienda potrebbe trattare prodotti tutt’altro che esplodenti, ma “esplosivi” nel senso di sensazionali, straordinari, innovativi tali da far “esplodere” le vendite o il mercato, così come un tizio che venisse a proporci materiale “esplosivo” potrebbe in realtà rivelarsi più pericoloso di un altro che venisse a proporci materiale esplodente.  Va detto che “esplodente”, proprio per il suo significato specialistico, non può sostituire “esplosivo”.  Tra i possibili significati di esplosivo, il Vocabolario segnala anche “prorompente”.  De Mauro si spinge più in là,  portando l’esempio di  «una donna, molto procace e provocante: una rossa esplosiva».  Ebbene, una “rossa esplodente”, malgrado l’aggettivo, non farebbe colpo.
 

 

postergare                                                                                                (29/8/2008)

Deriva  dall’espressione  latina post tergum, in italiano semplicemente “dietro”,  o “dietro il dorso”, “dietro le spalle”  (post terga, scriveva il vecchio ZINGARELLI, declinando tergum al plurale).  Dunque, alla lettera, postergare = “gettarsi qualcosa dietro le spalle”;  in senso figurato: “trascurare, disprezzare, tenere in scarsa considerazione”.  Ma anche, con riferimento a lettere o documenti, “annotare sul retro” .  I  vocabolari datano generalmente il termine alla prima metà del secolo XIV (1349).  PALAZZI-FOLENA distingue: nel primo significato al 1349, nel secondo significato (quello “burocratico”) al 1970.  Altrettanto recenti, o comunque meno vecchiotti del significato originario, ci sembra di poter classificare gli altri significati particolari che postergare è andato assumendo e dei quali non v’è traccia nei vecchi vocabolari.  «Permutare, posporre nel grado i creditori ipotecari»:  ZINGARELLI registra questo significato di postergare (similmente ad altri vocabolari) dall’undicesima edizione (1983).  Dalla ristampa 2000 (dodicesima edizione) ZINGARELLI aggiunge un ulteriore significato: «Nel linguaggio bancario, posticipare, postdatare».  In senso ugualmente “bancario” GARZANTI dà la definizione del participio passato (o aggettivo) postergato.  Infine, a chi non bastasse postergare, DE MAURO suggerisce un sinonimo parimenti burocratico:  attergare.  I due verbi hanno la medesima coniugazione:  io postergo (attergo), tu posterghi, egli posterga, ecc.

 

zoom                                                                                                                    (8/7/2008)

Quest’anno si compiono sessant’anni da quando la Zoomar Inc. di New York mise in commercio il primo obiettivo zoom.  Alcuni cineasti lo battezzarono “obiettivo di gomma” per le sue elasticità operative che lo facevano apparire come se appunto fosse fatto di gomma, anziché di vetro. In effetti lo zoom sembra contraddire le leggi ottiche poiché la sua lunghezza focale può variare entro limiti anche abbastanza ampi mantenendo costanti l’apertura relativa (e dunque il diametro delle lenti) e la messa a fuoco. Ma al di là delle connotazioni tecniche, lo zoom doveva portare una vera rivoluzione nel campo della ripresa cinematografica e televisiva attuando per la prima volta la “carrellata ottica”, ossia quel progressivo, e più o meno veloce, allontanarsi e avvicinarsi del soggetto come se la macchina fosse montata su un carrello. Si vide subito che le due “carrellate” avevano caratteristiche diverse e l’una non poteva sostituire l’altra.  Ma lo zoom segnava il superamento dell’ottica fissa, con la conseguente possibilità di variare in modo continuo il campo di ripresa senza dover cambiare obiettivo o spostare la macchina.  Costruito dapprima per il cinema professionale che lo accolse con una certa freddezza perché la resa dei primi esemplari non reggeva il confronto con gli obiettivi tradizionali, lo zoom invase ben presto – grazie ai giapponesi – il settore delle cineprese amatoriali, sconfinando con successo in quello delle fotocamere (il primo zoom per usi fotografici risale al 1959) e affermandosi poi definitivamente nei campi della cinematografia e della televisione quando la sua resa divenne uguale, se non superiore, a quella degli obiettivi a focale fissa. Oggi in pratica non c’è macchina da presa, cinematografica o televisiva, amatoriale o professionale, che non sia equipaggiata con uno zoom e tutte le immagini che vediamo, al cinema e in tv, “passano” attraverso lo zoom, diventato di uso corrente anche in fotografia.  Fu, anzi è, vera gloria?  Secondo alcuni cineasti della vecchia guardia lo zoom ha prodotto più guasti che benefici poiché molti operatori – dilettanti o professionisti – hanno finito per abusare di un mezzo espressivo che andava – andrebbe – usato con parsimonia. E invece in questi anni – complice anche la comodità di manovra (ormai tutti gli zoom sono motorizzati e la variazione del campo inquadrato avviene premendo un pulsante) – siamo stati costretti a sorbirci intere sequenze di zoomate avanti e indietro che provocano altrettanti vuoti di stomaco nello spettatore, per non parlare degli spot e dei videoclip dove l’effetto zoom si aggiunge ai tanti effettacci creati per “movimentare” l’immagine e far venire il mal di mare agli spettatori. Insomma, anche qui, il troppo stroppia. Sta al buonsenso e al rispetto per gli occhi altrui, da parte dell’operatore o del regista, usare lo zoom cum grano salis e soprattutto senza giocare con il movimento di va e vieni. 

Ci siamo dimenticati dei vocabolari? No. Va detto che non ci convincono alcune spiegazioni più elaborate sull’origine del nome zoom. Lo zoom si chiama così perché fu progettato e costruito per la prima volta dalla Zoomar. Dovrebbe  bastare. Per il resto, in genere i vocabolari esaminati parlano di «lunghezza (o distanza) focale variabile» e questo ci sembra sufficiente. GARZANTI, DE MAURO, ZINGARELLI si soffermano su una delle caratteristiche peculiari dello zoom, ossia la costanza della messa a fuoco (in pratica del piano focale).  Dimenticano, però, l’altra peculiarità, forse più importante, e cioè la costanza del valore di apertura relativa (in pratica il diaframma) che rimane lo stesso a qualsiasi variazione della lunghezza focale. Unico appunto per DEVOTO-OLI, il quale, dopo una  definizione accettabile di zoom, si perde in un «procedimento attuato sfruttando le possibilità della macchina da presa», dove le “possibilità” della macchina da presa non c’entrano per nulla. Per un “procedimento” come quello inteso da Devoto-Oli («partendo da un’inquadratura totale, si stringe su un particolare, portandolo in primo piano»)  si sfruttano, semmai, le possibilità dello zoom. O del carrello.

 

princisbecco, sbolognare                                          (27/6/2008)

Collodi scrive che il povero Pinocchio «rimase di princisbecco» nel sentire l’iniqua sentenza del giudice che lo condannava alla prigione. E chi non sarebbe rimasto di princisbecco nel vedersi condannato dopo essere stato derubato? L’espressione “rimanere di princisbecco” deriva dal fatto che la parola sta a indicare una lega simile all’oro costituita da rame, zinco e stagno.  È normale che chi acquista un oggetto credendolo d’oro e poi scopre che è di princisbecco, rimanga male, deluso, di stucco, di sasso, anzi appunto di … princisbecco.  Parola in tutti i vocabolari,  concordi nello spiegarne l’origine:  dal nome dell’inventore della lega, l’orologiaio inglese Christopher Pinchbeck (1670-1732). ZINGARELLI aggiunge: «con accostamento per etimologia popolare a principe e becco». Lo stesso vocabolario porta come esempio una citazione di Ippolito Nievo in cui lo scrittore usa l’espressione “rimanere di princisbecco”. Avrebbe potuto citare Collodi, il cui passo è forse più conosciuto. Un appunto va a DE MAURO, il quale pure registra princisbecco, ma, al contrario di altri, non dice nulla sul curioso modo di dire.    

Sbolognare è collegato in certo qual modo a princisbecco perché i due termini fanno entrambi riferimento all’oro…falso. Deriva da Bologna, dove pare che in tempi antichi ma non tanto (il verbo è variamente datato alla prima metà del secolo scorso) vi fosse la pessima usanza di smerciare oro falso dandolo a intendere per vero. Quello che a Napoli si direbbe “fare un pacco”.  Ma vedete che altre città non scherzano, anzi sono passate all’onore (si fa per dire) del Vocabolario.
Sbolognare significa «liberarsi di monete false rifilandole ad altri» (DEVOTO-OLI);  oppure «dare via o vendere qualcosa di non gradito, di scarso valore o di dubbio gusto, facendo credere che sia di pregio» (DE MAURO);  «rifilare, cedere qualcosa di poco valore, difettosa o falsa» (PALAZZI-FOLENA). Ma anche, in senso figurato: «Togliersi di torno una persona fastidiosa: sbolognare un rompiscatole» (SABATINI-COLETTI). Infine, nella forma sbolognarsela: «andarsene, svignarsela» (GARZANTI). Lo stesso vocabolario segnala la prima persona singolare: io sbológno e quella plurale: noi sbologniamo, ricordando che in questo caso la -i- va mantenuta e che sbolognare vuole l’ausiliare avere.
 

 

ciliegia                                                                                        (17/6/2008)

La prima cosa che i vocabolari dicono alla voce ciliegia è che anticamente si chiamava ciriegia. SABATINI-COLETTI osserva che nella forma ciliegia, sviluppatasi a Firenze verso il Seicento, «la r passa a l  probabilmente per facilitare la pronuncia del dittongo seguente».  Insomma per i fiorentini era più facile dire ciliegia che ciriegia, e ciliegia è rimasta.  Lo stesso discorso è valido per ciriegio ciliegio.  La parola viene dal latino parlato cerěsea(m), da cěrasus “ciliegio”, a sua volta dal greco kérasos.  È il caso di notare che in molte regioni centromeridionali  le ciliege sono tuttora le cerase.  Sul plurale i vocabolari sono d’accordo, registrando sia ciliegie, sia ciliege (salvo DE FELICE-DURO che segue la regola tradizionale secondo cui la i va mantenuta). GARZANTI spiega perché «ormai si ammettono entrambe le forme».  Una ciliegia tira l’altra, la ciliegina sulla torta, sono i classici modi di dire riportati dai vocabolari. DEVOTO-OLI aggiunge: «diventar rosso come una ciliegia», cioè «arrossire vistosamente», e «l’amico ciliegia», che si dice «accennando a persona nota per la sua furbizia (con allusione scherzosa al baco che spesso si trova nel frutto)».  PALAZZI-FOLENA è il solo ad elencare vari tipi di ciliegia: «acquaiola, amarena, duracina, graffione, marasca, marchiana, moscatella, visciola».  DEVOTO-OLI cita le ciliegie duracine (ma ci sono anche le tenerine).  Tra i termini derivati, da ricordare ciliegino e ciliegiolo.  Il primo, abbastanza recente (anni ’90), sta a indicare la varietà di «pomodoro ibrido, con frutti piccoli e rotondi in grappolo, coltivato nelle regioni a clima mediterraneo».  La definizione è di ZINGARELLI, ma ciliegino è anche in GARZANTI e DEVOTO-OLI.  Ciliegiolo, invece, è in tutti i vocabolari, essendo parola più vecchia (anticamente ciriegiolo) con quattro significati: come aggettivo designa il colore rosso vivo proprio delle ciliegie; come sostantivo sta indicare un liquore di ciliegie (altro liquore è il cherry brandy *, mentre kirsch o kirschwasser è il distillato) oppure un vitigno toscano da cui si produce un vino particolarmente rosso, e infine una varietà di ciliegio, detto marasco (da cui le marasche, da cui il maraschino).  DEVOTO-OLI registra due “curiosità”: ciliegiao, il venditore di ciliegie, e ciliegiata, «dolce di ciliegie cotte con zucchero, vino e aromi».

*  “Voce in capitolo” già trattata, vedi ►►


guappo
                                                                                                              (6/5/2008)

I vocabolari identificano il guappo con il camorrista.  È questa, in genere, la prima definizione del sostantivo guappo.  Per maggiore chiarezza, se ce ne fosse bisogno, Sabatini-Coletti specifica: «camorrista napoletano».  Devoto-Oli, invece, antepone a camorrista «bravaccio». In seconda battuta De Felice-Duro aggiunge «teppista»; De Mauro «bravaccio, teppista»; Zingarelli «persona violenta e senza scrupoli» e tra i sinonimi mette «bullo»; Palazzi-Folena «prevaricatore». Garzanti è l’unico a segnalare che, oltre al guappo e ai guappi, c’è la possibilità (speriamo solo linguistica) che esistano anche la guappa e le guappe.  Sull’aggettivo i vocabolari sono ugualmente d’accordo: in questo caso guappo equivale a «sfrontato, arrogante».  Un secondo significato è dato da Garzanti, Sabatini-Coletti, Zingarelli in termini perfettamente identici: «di eleganza volgare, pacchiana».  Va osservato che i vecchi vocabolari avevano di guappo un concetto meno negativo, più “morbido”. Edizioni anteguerra di Zingarelli, ribattute successivamente, definivano guappo «fannullone, bravo, ardito», attribuendo all’aggettivo il significato di «sfarzoso, elegante». Ancora per il Novissimo Melzi (1957) guappo era il «nomignolo col quale in dialetto napoletano si indica un bravaccio, vizioso, sfaccendato».  Sull’origine del termine i vocabolari – torniamo a quelli recenti ­– sono sostanzialmente d’accordo: deriverebbe dal latino văppa(m), parola presente anche in italiano (vappa) tanto che De Mauro, Palazzi-Folena, Zingarelli la registrano a lemma con il significato originario di “vino cattivo, andato a male”, esteso poi, in senso figurato, a “uomo corrotto”.  Il passaggio a guappo sarebbe avvenuto attraverso lo spagnolo guapo, che De Mauro traduce in “mascalzone, ruffiano”, Sabatini-Coletti in “persona sfrontata”.   Devoto-Oli taglia corto e, senza accennare a vappa, segnala solo lo spagnolo guapo , che per lui vale “coraggioso”.

 

finanziera                                                                                                     (25/4/2008)

La migliore finanziera?  Quella preparata da DE FELICE-DURO. Sentite qua: «Pietanza fatta di rigaglie e creste di pollo, animelle, funghi e tartufi tagliati in pezzi minuti, cotti nel burro con aggiunta di marsala o altri vini, e legati con farina: si usa per riempire e contornare flans, budini e vol-au-vent, per guarnire piatti di carni varie e soprattutto di pollame».  “Ricetta” ottima e completa se non fosse per l’eccessivo tributo pagato alla lingua e alla cucina d’Oltralpe (passi vol-au-vent, ma almeno flans ci poteva essere risparmiato e sostituito con “sformati”).  D’altronde va detto che finanziera viene dal francese financière, da finance “finanza”, e si chiama così «per la ricchezza del condimento» (SABATINI-COLETTI).  Ma finanziera non è solo il «piatto tipico piemontese», come specifica DE MAURO, il quale aggiunge nella ricetta i fegatini e i sottaceti. È anche la «giacca a doppio petto, lunga quasi fino al ginocchio e aperta a spacco sul dietro, usata attualmente come abito maschile da cerimonia, ma nei secoli scorsi come abito elegante e da caccia» (DE FELICE-DURO), chiamata così «perché adoperata da banchieri e uomini di finanza» (ZINGARELLI).  Per GARZANTI i sinonimi di questa finanziera sono: stiffelius, prefettizia, redingote.  DE MAURO e DEVOTO-OLI attribuiscono a finanziera un ulteriore significato: «specie di gondola non rialzata alle estremità e senza felze».  Il felze o felse (etimologia incerta) è la cabina di legno, smontabile, posta al centro della gondola per riparo dei passeggeri.  In ultimo, ma non meno importante, abbiamo lasciato il finanziere, di cui la finanziera rappresenta la versione femminile e dunque, in questo senso, può essere tanto colei che si occupa di alta finanza (sia sotto l’aspetto teorico sia pratico), la banchiera, quanto un’appartenente al corpo della Guardia di Finanza. 

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 VOCI  MUSICALI


 

dulciana terzina gregoriano italiano ranz des vaches tratto sequenza falsobordone  gregoriano accompagnato? organo

 

dulciana                                                                                                               (23/7/2010)

Dulciana è un termine musicale che quasi tutti i dizionari riportano con almeno due accezioni. Nella prima accezione generalmente viene indicato uno strumento musicale a fiato in uso nel rinascimento e nell’età barocca, che può considerarsi il prototipo del fagotto. Nella seconda accezione viene definito un registro dell’organo che si chiama appunto “dulciana”.   Purtroppo in questa seconda accezione del termine, i dizionari non sempre concordano. Non pare attendibile la definizione di Devoto-Oli: «Registro reale di flauti dolci», in quanto la dulciana non fa parte dei flauti ma piuttosto delle viole. Palazzi-Folena invece dice che la dulciana è un registro dell’organo «dal timbro che richiama il fagotto». Per convincersi che la definizione non calza, è sufficiente ascoltare un brano eseguito dal fagotto e poi lo stesso brano eseguito dalla dulciana. Anche De Felice-Duro afferma che la dulciana fa parte dei «registri di flauti dolci»; definizione che non corrisponde alla realtà in quanto il suono della dulciana è dolce quanto quello del flauto ma non fa parte di quella “famiglia” di registri. Zingarelli assicura che la dulciana «dà un suono più dolce del flauto»: ma non è accettabile quando afferma che si tratta di un registro dell’organo dal timbro che richiama il moderno fagotto. Anche la definizione di Sabatini-Coletti non pare corrisponda alla realtà, in quanto afferma che la dulciana, nell’organo moderno, è «un registro di flauti dolci». Dolce sì, ma flauto no. Garzanti limita l’uso della dulciana agli organi inglesi e spagnoli del secolo XVIII, mentre è un registro usato anche negli organi italiani moderni, collocato generalmente nel Grande Organo. Ottima la definizione del suono della dulciana: «Registro dal suono gradevole e pastoso». Si può dire che la dulciana è un registro simile a una viola da gamba, ma con un suono più rotondo e meno nasale. Quello della dulciana è un suono flebile e vago, al quale si addice un genere di musica piano, tranquillo, preferibilmente a più parti. Insomma, mentre il suono del flauto è un suono piccolo e poco incisivo che si presta bene per figurazioni rapide, il suono della dulciana è un suono dolce e violeggiante che si presta bene alla musica polifonica.

                                                                                            Emidio Papinutti
 

 

terzina                                                                                                                   (22/6/2010)

Per terzina, in musica, s’intende la suddivisione di un valore di durata in tre parti uguali. Non è un mistero (tre in uno) ma semplicemente il riferimento a una figura musicale ritmata e alla sua esecuzione. Per specificare con un esempio, si può dire che un valore di un quarto (semiminima) dev’essere espresso ed interpretato con tre figure di mezzo quarto (tre crome) ma che quelle tre crome manterranno il valore di un quarto. La terzina si indica con il numero 3 collocato sopra o sotto il gruppo stesso.  – Se queste parole possono sembrare di “color oscuro”, senza scomodarci a ricorrere a un metodo di teoria musicale, è sufficiente sfogliare i vocabolari della lingua italiana. La definizione più concisa di terzina ce la offre PALAZZI-FOLENA: «Figura ritmica basata sulla suddivisione in tre parti uguali di un valore di durata». La definizione più articolata e più esaustiva ci viene da DEVOTO-OLI: «Figura musicale costituita da un gruppo ternario di note: sostituisce il valore di due note (per esempio due crome) o di una sola nota (per esempio semiminima) senza alterarne la durata; viene indicata collocando un 3 sul gruppo ternario», dove il “sul” sta a significare “collocato sopra o sotto” il gruppo ternario. – Anche GARZANTI, pur nella sua brevità, è esaustivo: «Complesso di tre note di ugual valore che si esegue in un tempo corrispondente alla durata di due». Manca la precisazione che la terzina viene indicata con un 3 collocato sopra o sotto il gruppetto. Nella definizione che offre ZINGARELLI non si capisce bene l’inciso: «in un contesto a suddivisione ternaria», quando sembrerebbe più logico dire “in una suddivisione binaria”.  Ineccepibile la definizione che ne dà  SABATINI-COLETTI: «Gruppo di tre note che si eseguono nella medesima durata delle due dello stesso valore a cui sono sostituite; viene indicato con un 3 scritto sopra o sotto il gruppo ritmico stesso». E, per finire, citiamo la felice definizione di DE FELICE-DURO che, oltre alla definizione, presenta anche degli esempi: «Gruppo di tre note che vengono sostituite a due dello stesso valore, ma la cui durata complessiva nell’esecuzione non deve eccedere la durata normale di quelle due (per esempio, una terzina di crome avrà egualmente la durata di un quarto); nella scrittura musicale, è indicata dal numero 3 sovrapposto al gruppo delle tre note». Ad essere pignoli si potrebbe osservare che quel numero 3 può essere sovrapposto o sottoposto al gruppo.–  Naturalmente il contrario di terzina è la duina, che GARZANTI definisce: «Coppia di note di uguale durata, da eseguirsi nello stesso tempo di tre note del medesimo valore».

                                                                        Emidio Papinutti
 

 

Se il gregoriano canta italiano                                                                (4/12/2009)

La gentile Diana Campogrande chiede un parere sulla validità o meno del canto gregoriano tradotto dal latino in italiano oppure composto ex novo in italiano.  Il primo quesito non trova concordi i gregorianisti: alcuni sono favorevoli, altri non vogliono neppur sentirne parlare.  Ma contro i fatti non serve discutere. E i fatti sono questi: da secoli esistono traduzioni in italiano di canti gregoriani. Già nel 1726 Giuseppe Ferdinando Bilancini ha pubblicato a Roma i principali inni del Breviario tradotti in italiano “da cantarsi sul medesimo tono che soglionsi cantare per le chiese in metro latino”. Il ricercatore Severino Gori ha esaminato 330 repertori di canto liturgico pubblicati in Italia: in 308 di questi repertori sono presenti melodie gregoriane con il testo tradotto in italiano. Il poeta Gino Facchin ha pubblicata la trasposizione ritmica melica di tutti i canti gregoriani e dei più celebri mottetti classici dal latino in lingua italiana. Bisogna riconoscere, però, anche le buone ragioni di coloro che si oppongono a queste operazioni quando si tratti delle venerande melodie dell’antico fondo gregoriano (classico), perché è un controsenso cambiare il testo a una melodia creata per quel determinato testo letterario. Ma quando si tratta di melodie composte su testi ritmici o sillabici, non ci sono motivi per negarne la validità. Tutto sta nel “come” il testo latino viene tradotto. Basti un solo esempio: l’inno Tantum ergo sacramentum, viene tradotto e cantato nei più svariati modi: Adoriamo il sacramento, oppure Questo grande sacramento, e perfino Tanto dunque sacramento.  Se una traduzione suona ridicola, meglio conservare il latino.
Per quanto riguarda le nuove opere, molti compositori e musicisti difendono la legittimità di creare melodie gregoriane su testi in lingua italiana, sempre che vengano rispettate le caratteristiche modali, ritmiche, estetiche del gregoriano “classico”. Questo canto viene comunemente chiamato Neo-gregoriano. Alla domanda se questo canto ha la stessa dignità e lo stesso valore del gregoriano classico e originale, viene da rispondere negativamente, in quanto si tratta di adattamenti e di imitazioni.    
      
                                                            
                                                                                                  Emidio Papinutti  

 

ranz des vaches                                    (30/10/2009)

Tirato per la manica dallo Sciogliscilinguagnolo (vedi nota 23/10/2009), non posso negarmi, ma devo azzardare una risposta.  Alla domanda se c’era necessità di includere nel vocabolario della lingua italiana la “sfilata delle vacche”, io risponderei affermativamente. Zingarelli precisa che si tratta di «una melodia per canto o per corno tipica delle Alpi svizzere».  Quindi si tratta di un determinato genere musicale particolare e caratteristico. L’espressione dialettale francese ranz des vaches, “sfilata delle vacche”, indica un’aria cantata o suonata dai mandriani delle Alpi svizzere per richiamare il bestiame dal pascolo, quando deve essere radunato nelle stalle per la mungitura. Una melodia suggestiva, melanconica, nostalgica, che arieggia una preghiera. La melodia viene spesso accompagnata dal canto. I mandriani improvvisano un testo per richiamare le mucche, per esaltare le bellezze della montagna e, nello stesso tempo, per lamentare la loro povera situazione.  Una melodia in uso già nel Cinquecento e che, dopo alterne vicende, oggi è considerata come “inno nazionale” della Svizzera francofona.  Lo strumento tipico col quale viene eseguita questa melodia è il Corno delle Alpi (Alphorn), usato ancora per richiamare le greggi. Uno strumento a fiato, costruito con legno di abete rosso cresciuto lentamente, che consiste in un lungo tubo conico, ricurvo verso la fine, con la tradizionale campana che ricorda il corno della mucca. Il suono di questo caratteristico strumento è morbido, rotondo, armonico e robusto. Generalmente la melodia ranz des vaches viene eseguita nella tonalità di Fa maggiore, spesso è accompagnata dal suono di campanelli. Esistono anche trascrizioni per coro a più voci.  La bellezza di questa melodia ha indotto vari compositori di musica colta a introdurla nelle loro opere per evocare il colore locale relativo. Celebre l’uso che ne fa Gioacchino Rossini nel Guglielmo Tell. Non solo Rossini, ma anche Beethoven, Berlioz, Schumann, Mendelssohn, Liszt, Wagner e altri musicisti hanno subìto il fascino di questa melodia. Chi scrive conserva un ricordo personale. Un pomeriggio di domenica entrò nella Basilica di San Pietro uno svizzero portando un Corno delle Alpi. Il Canonico prefetto della musica era incerto se permettere o meno l’uso di quello strumento, però acconsentì che venisse suonato alla fine del canto dei Vespri. All’organista fu chiesto di accompagnare all’organo l’aria di ranz des vaches.  Una meraviglia!

                                                                               Emidio Papinutti
 

 

tratto                                                                                                                     (20/10/2009)

Nella liturgia cattolica per tratto s’intende un canto costituito da pochi versetti di salmo, che viene eseguito d’un solo “tratto”, cioè senza interruzioni o risposte o ripetizioni. I vocabolari, trattando del tratto, usano i verbi al passato. DEVOTO-OLI: «Versetti che si recitavano o cantavano…»; GARZANTI: «Serie di versetti che un tempo si cantavano…». Infatti nei libri liturgici ufficiali pubblicati dopo il Concilio Vaticano II, il tratto viene citato solamente una volta e di sfuggita (Introduzione al messale 37b). Invece viene puntualmente ricordato nel Graduale Romanum e riportato con questo nome per le occasioni nelle quali è previsto. DEVOTO-OLI e GARZANTI precisano che il tratto si usa «nei giorni di penitenza»; SABATINI-COLETTI restringe l’uso ai «giorni di penitenza che precedono la Pasqua». Attualmente quel canto che passava sotto il nome di tratto è sostituito dall’Acclamazione al Vangelo, cioè da un versetto con il relativo ritornello, e, nella Veglia pasquale, dal Salmo responsoriale.  I vocabolari indicano che il tratto si cantava «dopo il graduale invece dell’Alleluia», così DEVOTO-OLI, GARZANTI, SABATINI-COLETTI.  Non sembra esatta la precisazione di DE MAURO che definisce il tratto «l’insieme dei versetti presenti nel salmo che segue alla seconda lettura», perché alla seconda lettura nella odierna liturgia segue l’Acclamazione al Vangelo. Ovviamente si tratta di un termine di secondaria importanza, di una semplice forma musicale liturgica, tanto che in PALAZZI-FOLENA il termine non è presente nel significato specifico. Per finire si può aggiungere che è antiquata e degna di figurare tra le “Voci rauche” l’affermazione dello ZINGARELLI secondo cui il tratto si canta «dopo l’epistola dalla Settuagesima alla Pasqua». Purtroppo i tempi di Settuagesima, di Sessagesima e di Quinquagesima sono stati aboliti, come nella liturgia è stato abolito il termine “epistola”, sostituito da “lettera”. 

                                                                                                                     Emidio Papinutti
 

 

sequenza                                              (18/9/2009)

Tra i molti significati che i vocabolari danno a questa parola ne prendiamo in esame uno solo: la sequenza liturgica. DEVOTO-OLI ne offre una definizione esaustiva e particolareggiata: «Canto liturgico di origine medievale, che ha subìto  nel tempo un’evoluzione parallela a quella della forma poetica che l’accompagna: sequenza primitiva (trasformazione di un melisma in canto sillabico, con inserimento di un nuovo testo);  sequenza di secondo tipo (componimento di più strofe di due versi ciascuna sulla medesima melodia, che cambia ad ogni strofa);  sequenza del terzo tipo (simile all’inno, con strofe di versi uguali, tutti sulla stessa melodia e con lo stesso ritmo)». Troppo laconica e generica la definizione che ne dà PALAZZI-FOLENA: «Forma poetico-musicale del repertorio liturgico medievale». Questa definizione, infatti, potrebbe applicarsi ad altre forme di canto liturgico (inni, antifone ritmiche, ecc.). Esemplari i musicisti medievali che, rispettando il patrimonio musicale tramandato dalla Tradizione, hanno immesso nella liturgia nuove creazioni letterarie e musicali, frutto della loro inventiva ed espressione della loro fede. Si conoscono oltre cinquemila sequenze composte tra il IX e XIII secolo. Nei libri liturgici anteriori al Concilio di Trento si trovano centocinquanta sequenze. Papa san Pio V (nel 1570) le ha ridotte a cinque. Tuttavia gli ordini religiosi e alcune chiese particolari conservarono i lori Sequenziali e continuarono a celebrare le solennità col canto delle proprie sequenze. Non pare esatta l’affermazione di DE MAURO, secondo il quale le sequenze sarebbero state composte «su precedenti melodie dell’alleluia della messa», in quanto molto sequenze sono originali sia nei testi come nella melodia.  Degni di arricchire la rubrica de Lo Sciogliscilinguagnolo, nella sezione Voci rauche, sono due dettagli ricavati da due vocabolari: SABATINI-COLETTI dice che la sequenza «un tempo veniva cantata nella messa». Falso. La sequenza viene cantata tuttora nella messa, sia pure in numero molto ridotto. Infatti le sequenze presenti nel messale sono solamente quattro: due obbligatorie (Pasqua e Pentecoste) e due facoltative (Corpus Domini e Addolorata). Anche GARZANTI cade in errore quando afferma che la sequenza «segue alcune volte l’alleluia o il tratto». La sequenza adesso “precede” il canto dell’Alleluia.  SABATINI-COLETTI cita la «Sequenza dei defunti o Dies irae» ma, purtroppo, questa sequenza non compare più nei libri liturgici.

                                                                                                                                 Emidio Papinutti
 

 

falsobordone  (o falso bordone)                           (8/5/2009)

Prima di riportare le definizioni che i vocabolari danno a questo termine, può essere utile chiarire il significato della parola falsobordone. Perché si chiama “falso”?  In origine (Inghilterra, sec XIV) il bordone consisteva in un canto affidato alla voce grave, chiamata appunto bordone, cioè bastone di sostegno, sopra la quale venivano sovrapposte altre due voci alla distanza di intervalli di terza e di sesta.  Dal 1430 in Francia si cominciò a trasferire il canto dato (bordone) dalla voce bassa alla voce superiore (più acuta) e il bordone fu chiamato “falso”.  I vocabolari logicamente insistono nello specificare che, nel falsobordone, le voci aggiunte sono “inferiori” al canto dato.  Così DEVOTO-OLI: «Metodo di armonizzazione … consistente nell’aggiunta di due voci, inferiori rispettivamente di una terza e di una sesta, alla voce principale (tenor)»;  PALAZZI-FOLENA: «Pratica musicale in cui il cantus firmus è contrapposto a due altre voci che procedono parallelamente alla quarta e alla sesta inferiori».  Mentre alcuni vocabolari si limitano a dare solo questa spiegazione, altri riportano diversi significati che assume il termine falsobordone.  In Italia dal 1600, il francescano Ludovico da Viadana cominciò a chiamare falsobordone lo stile di cantare i salmi alternando versetti in gregoriano a versetti eseguiti a più voci con cadenze in polifonia nel mezzo e alla fine.  Questo è l’uso attuale del termine “falsobordone” nella musica liturgica.  Così DEVOTO-OLI: «Pratica liturgica di canto salmodico in cui si alternano versetti in gregoriano a frammenti armonizzati a 3 o 4 voci»;  DE MAURO: «Modo di declamazione di salmi nel quale passi monodici si alternano con passi polifonici»;  ZINGARELLI: «Tecnica tipica del salmo, per cui nel canto gregoriano si inseriscono brevi frammenti polifonici»; GARZANTI riporta un altro significato del termine falsobordone: «Salmo in cui le voci improvvisano su un motivo ostinato dell’organo».  ZINGARELLI ne aggiunge un altro ancora: «Tecnica tipica del salmo, per cui all’invariato suono dell’organo s’alterna il canto delle voci, sempre soggetto a variazioni».  Finalmente GARZANTI e ZINGARELLI aggiungono un ulteriore significato di questo lemma: «Nell’armonia moderna, successione per moto parallelo di accordi di terza e sesta». Come si vede, l’evoluzione del linguaggio non ha mai fine.
                                                                                                                               Emidio Papinutti
 

 

Gregoriano, accompagnato o no?                                 (24/2/2009)

È un argomento che si presta a lunghe disquisizioni. Argomento sempre di viva attualità. Le diverse opinioni si risolvono in un compromesso. Tutti d’accordo nel riconoscere che l’accompagnamento va contro la natura della monodia gregoriana e che, per conseguenza, sarebbe preferibile non “rovinarla” con armonizzazioni di sorta.  Qualche purista afferma addirittura che il canto gregoriano ripudia l’accompagnamento strumentale.  Infatti le melodie ci sono state tramandate senza accompagnamento e i libri ufficiali seguono la tradizione pubblicando le melodie prive di accompagnamento.  Ma ugualmente tutti sono d’accordo nel riconoscere che un buon accompagnamento offre indiscutibili vantaggi di ordine pratico.  Tra le abbazie benedettine non si segue una pratica uniforme: in alcune abbazie (tipo Solesmes) il canto gregoriano viene eseguito senza accompagnamento, in altre (come a Subiaco) si preferisce l’accompagnamento.  A favore dell’accompagnamento ci sono argomenti indiscutibili: nel Pontificio Istituto di musica sacra di Roma, per ottenere il diploma in canto gregoriano è necessario superare un esame di accompagnamento al canto gregoriano.  Nei Conservatori statali di musica esiste la cattedra di accompagnamento al canto gregoriano.  Si danno casi che il canto gregoriano venga accompagnato anche da altri strumenti, oltre che dall’organo.  Sono famosi i concerti di canto gregoriano eseguiti da Maria Carta con l’accompagnamento orchestrale di Luciano Michelini.  A favore dell’accompagnamento ci sta anche la storia, che assicura che nel Medioevo si usavano strumenti vari per accompagnare la melodia gregoriana.  Più ancora depongono a favore le numerosi pubblicazioni di accompagnamento a questo canto scritti da autori meritevoli di tutto rispetto, quali Casimiri, Pagella, Migliavacca, Ernetti, Golin, Susca e tanti altri.  Il francese Henri Potiron ha pubblicato 4 volumi di accompagnamenti ai canti gregoriani più in uso.  Forse si potrebbe concludere che oggi l’uso comune è di accompagnare il canto gregoriano, specialmente quando viene cantato dal popolo, mentre l’esecuzione della pura melodia senza accompagnamento è riservata generalmente a gruppi corali ristretti.

                                                                                                                               Emidio Papinutti

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organo                                                                                                            (13/2/2009)

Facile sapere cosa è l’organo, meno facile dare la definizione di questo strumento musicale. Al Congresso internazionale di musica sacra, tenuto a Vienna nel 1954, è stata ufficialmente accolta questa definizione: «L’organo è strumento musicale ad aria fluente, fatta vibrare da un sistema di canne che emettono note fondamentali ed armonici * artificiali, intrinsecamente inerti, ma componibili in sonorità sintetiche di tono, timbro e intensità variabile».  Definizione ineccepibile, ma forse eccessivamente tecnica.  In linguaggio popolare si potrebbe dire che l’organo è uno strumento musicale ad aria, il cui suono viene prodotto da canne regolate dalla consolle.  I vocabolari offrono l’idea generica dell’organo, ma scivolano talvolta in dettagli meno precisi. Per esempio DE MAURO, SABATINI-COLETTI, ZINGARELLI dicono che le canne dell’organo sono «metalliche», e tralasciano di dire che ci sono delle canne di legno e perfino di altre materie (vetro, bambù, alabastro ecc.); ZINGARELLI ricorda solo le canne «verticali», mentre ci sono organi con canne anche orizzontali; GARZANTI e DE MAURO dicono che il suono viene prodotto immettendo aria «per mezzo di un mantice», quando forse sarebbe più esatto dire “per mezzo di un somiere”  (solo DEVOTO-OLI tra i «congegni vari» dell’organo cita il somiere), in quanto il mantice è il serbatoio dell’aria compressa e il somiere ne è il distributore alle canne.  A proposito della particella pronominale “ne”, bisogna riconoscere che non ne è chiaro il riferimento nella definizione di organo di PALAZZI-FOLENA, secondo cui lo strumento è «dotato di canne metalliche di varia lunghezza, che vengono fatte risuonare dall’aria immessa da un mantice, in base al comando di una tastiera e di una pedaliera che ne determinano l’altezza».  Non si capisce bene a chi si riferisca quel “ne”: ovviamente non alle canne, né alla tastiera e alla pedaliera, ma piuttosto al suono.  DE FELICE-DURO è l’unico che accenna all’uso liturgico dell’organo: «Usato soprattutto nelle chiese, con impianto fisso, per esecuzione di musiche sacre».  Il Concilio Vaticano II, nel documento sulla Liturgia (art. 120), esalta l’organo in questi termini: «Nella chiesa latina l’organo a canne sia tenuto in grande onore: è lo strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore ai riti della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti». Gli strumenti chiamati “organi elettronici”, nei quali il suono non viene prodotto dall’aria, sarebbe preferibile chiamarli “elettrofoni”.
                                                                                                                                Emidio Papinutti 

    * armonici, qui sostantivo, sta per “suoni armonici” (Ndr).
 

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