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guerrafondaio (25/5/2010) Deriva dall’espressione “guerra a
fondo” creata dal giornalista umorista (allora c’era anche questa razza
di giornalisti, andatasi poi, purtroppo, estinguendo) Gandolin,
pseudonimo di Luigi Arnaldo Vassallo (1852-1906). Collaboratore del Capitan Fracassa, fondatore del
Don Chisciotte, passò poi da
questi giornali satirici a dirigere il Secolo XIX di Genova. Nel
1896 definì ironicamente “guerra a fondo” la guerra che i fautori
dell’occupazione dell’Abissinia avrebbero voluto proseguire a tutti i
costi contro quello stato africano, anche dopo la dura sconfitta subita
dalle nostre truppe ad Adua (1896). L’espressione “a fondo” era
ovviamente in polemica con i sostenitori della guerra, vale a dire: non
vi basta la “batosta” di Adua, adesso volete toccare il fondo.
L’espressione ebbe fortuna, ma più fortuna ha avuto il derivato guerrafondaio, da allora usato, sia come sostantivo sia come
aggettivo, per indicare la persona (o l’ideologia) che propugna la
guerra a oltranza e la considera come unico mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali. Registrato da tutti i vocabolari, di
solito con la spiegazione delle origini, guerrafondaio ha soppiantato
nell’uso l’altro termine con pari significato, guerraiolo (o
guerraiuolo), la cui capacità espressiva risulta attenuata da una
sfumatura di casereccio. Guerrafondaio esprime più a fondo (è il caso di
dirlo) il concetto di disprezzo e assoluta condanna della guerra e di
chi la sostiene. pasqualina (ricetta ) Tra gli
ingredienti di questa torta salata genovese i vocabolari danno anche
gli spinaci e i carciofi, oltre naturalmente alle bietole. Nella
ricetta che diamo (solo bietole) nulla vieta di aggiungere altre
verdure a piacere.
Dal greco pandoûra,
attraverso il latino pandūra, ci arriva una serie di parole: bandola,
bandura, bandurria o mandurria, pandora o
pandura, a cui Zingarelli e De Mauro aggiungono, per buona
misura, pandorio, e (solo Zingarelli) bandora. angelo custode (2/10/2009) La locuzione è riportata da
tutti i vocabolari alla voce angelo. ZINGARELLI taglia
corto (troppo): l’angelo custode è «dato da Dio a
ciascuna anima». Almeno PALAZZI-FOLENA spiega che l’angelo custode,
«nella tradizione cristiana», è «quello alle cui cure Dio affida la
singola anima». Comunque queste due definizioni, col riferirsi
all’anima, si salvano dal cadere in un vecchio luogo comune oggi
decisamente superato e di cui diremo appresso. Così come si salvano SABATINI-COLETTI, la cui definizione, opportunamente, fa riferimento
alla “persona”: «L’angelo a cui Dio ha affidato ogni singola
persona, per seguirla e proteggerla nel corso della vita», e DE
FELICE-DURO, che altrettanto opportunamente fa riferimento
all’“essere umano”: «L’angelo che Dio assegna a ciascun essere
umano, come guida e protettore, fin dalla nascita o dal battesimo».
Vediamo, invece, tre definizioni in cui l’assistito, il protetto
dall’angelo custode è solo l’uomo. GARZANTI: «Secondo la dottrina
cristiana, l’angelo che assiste ogni uomo durante la vita terrena».
DE MAURO: «Angelo che Dio affianca a ogni singolo uomo affinché lo
assista e lo protegga». DEVOTO-OLI: «Protettore divino assegnato ai
singoli uomini». Ecco, di fronte a queste definizioni più di qualche
donna (e più di qualche uomo, in verità) potrebbe legittimamente
chiedersi per qual recondito motivo il buon Dio abbia fatto
l’ingiustizia di assegnare l’angelo custode solo agli uomini.
Ovviamente l’“ingiustizia” (per dire così) è di quei vocabolari i
quali seguono ancora il vecchio costume di far riferimento esclusivo
all’uomo, non avendo preso atto della moderna (giusta)
tendenza di far riferimento a entrambi i sessi (anche il Papa, ora,
nei suoi discorsi si rivolge esplicitamente alle “care sorelle” e
ai “cari fratelli”), oppure di usare parole (come appunto “persona”,
“essere umano”, ecc.) che valgono per uomini e donne.
qua qua e quaquaraquà (11/8/2009) Ci sono parole che uno non si
aspetterebbe di trovare nel Vocabolario. Perché dovrebbero esserci
qua qua (ripetuto due volte) e quaquaraquà? E
invece ci sono. La prima perché, come è intuibile, è il verso delle
oche e delle anatre, ossia in linguistica una “voce onomatopeica”,
in parole semplici “imitativa”. La seconda parola, che potrebbe
definirsi onomatopeica-espressiva (perché modellata sul verso delle
oche), è una voce gergale la cui paternità SABATINI-COLETTI, DE
MAURO e DEVOTO-OLI attribuiscono alla mafia. Concordi sulla data
di prima attestazione (1961), sui significati di quaquaraquà
i vocabolari sono invece in apparente, se pur lieve, disaccordo,
forse a ragione, per via delle sfumature che può assumere il
termine. Per GARZANTI è «persona che parla troppo e che manca di
serietà»; per De MAURO, drasticamente, «delatore, spia»; per
DEVOTO-OLI una via di mezzo: «chiacchierone, spia»; SABATINI-COLETTI
si divide tra «individuo senza nerbo, smidollato» e il solito
«delatore, spia», mentre per ZINGARELLI è «persona priva di ogni
valore, nullità». Val la pena soffermarsi sulla definizione
zingarelliana perché è avvalorata da una citazione di Leonardo
Sciascia: «gli uomini … gli ominicchi …e i quaquaraquà» e
perché sembra – anzi è – il frutto di una elaborazione, visto che
nella ristampa 1996 lo stesso ZINGARELLI dava per quaquaraquà
questi significati: «1 Chiacchierone – Spaccone,
sbruffone. 2 Spia, delatore – Individuo spregevole,
nullità», senza riportare l’esempio di Sciascia. Come si vede le
differenze tra vecchia e attuale definizione sono notevoli. È
rimasto «nullità», ma l’individuo da «spregevole» è diventato
«persona priva di ogni valore» e sono scomparse tutte le altre
qualificazioni. Insomma, ci sembra di poter affermare, anche alla
luce della citazione di Sciascia, che la definizione più “azzeccata”
e verosimile di quaquaraquà sia quella data attualmente da
ZINGARELLI a far data dalle ristampe più recenti.
Pronti, comunque, a ricrederci.
tasso
(7/7/2009)
buzzico (15/5/2009) Parola dal sapore tra il dialettale e il villereccio, si potrebbe dire buzzico, non fosse altro perché imparentata a buzzo “pancia”, tanto è vero che i rispettivi accrescitivi buzzicone e buzzone si equivalgono nel significato comune di “persona corpulenta, panciuta”, con l’aggravante dei “modi poco raffinati” per il buzzicone. Ma parola anche controversa, buzzico, perché ignorata da alcuni vocabolari (PALAZZI-FOLENA, DE FELICE-DURO, GARZANTI, il quale, però, registra buzzicone), da altri variamente interpretata. Per ZINGARELLI buzzico è il «recipiente di latta provvisto di un lungo beccuccio usato per versare l’olio» (e in tal senso il termine deriverebbe dall’arabo būzzaq “pancione”) oppure la variante di buzzichìo nel significato di «leggero movimento, lieve rumore, mormorìo», da cui buzzicare “muoversi leggermente, mormorare”. Buzzico per “rumore, fruscìo” è ripreso anche da SABATINI-COLETTI e DE MAURO che citano il modo di dire “sparare a buzzico”, ossia nella direzione da cui proviene il rumore, il fruscìo. Questi due vocabolari, unitamente a DEVOTO-OLI, aggiungono un ulteriore significato: specialmente a Roma il buzzico è il «gioco infantile simile al chiapparello» (o acchiappino, come scrive DEVOTO-OLI). Va detto che tra i vocabolari citati DEVOTO-OLI è l’unico ad assegnare a buzzico, oltre ai significati già visti, quello di «persona corpulenta e poco raffinata». Con ciò dimostrando più coerenza di altri che registrano buzzicone ma ignorano buzzico, oppure di questo termine riportano soltanto quei significati che non spiegano perché l’accrescitivo derivato, buzzicone, sta per “persona panciuta”.
foiba (10/2/2009) Foiba
viene dal latino fovĕa , “fossa, voragine”, attraverso il
friulano foibe. È una parola che, se pure attestata in precedenza
nel linguaggio scientifico, cominciò a diffondersi in Italia durante la
prima guerra mondiale e soprattutto dopo la seconda. I vocabolari per
definirla variano i termini, ma la sostanza è quella: la foiba è
una depressione (o avvallamento) a forma di imbuto, caratteristica delle
zone carsiche, sul cui fondo si apre una spaccatura (o inghiottitoio)
dove passano le acque. Ma ci si può limitare alla semplice descrizione
formale quando le parole hanno assunto nel tempo un preciso significato,
magari perché collegate a fatti storici ampiamente documentati? La
risposta, a nostro parere, è “no”; ogni parola dovrebbe – ci si passi
l’espressione vieta – essere “contestualizzata”. I vocabolari hanno
contestualizzato foiba piuttosto genericamente e in ritardo.
GARZANTI, ad esempio, solo
dall’edizione 2007 alla definizione “geologica” di foiba ha
aggiunto: «In alcuni conflitti bellici, specialmente nella seconda
guerra mondiale, fu utilizzata come fossa per nascondere cadaveri».
Sorge spontanea la domanda: utilizzata da chi? Per nascondere i
cadaveri di chi? PALAZZI-FOLENA e DE FELICE-DURO non toccano
proprio l’argomento. SABATINI-COLETTI si mantiene sul generico: «Fossa
comune delle vittime di lotte civili e di assassinii politici». DE
MAURO cambia qualche termine ma la vaghezza rimane: «Fossa comune per
occultare cadaveri di vittime di eventi bellici».
Dall’edizione 2008 DEVOTO-OLI scrive
per foiba: «al plurale, Fosse comuni per le vittime di
rappresaglie militari e di assassini politici, avvenuti ad opera dei
partigiani iugoslavi nell’ultima fase della seconda Guerra mondiale e
nell’immediato dopoguerra». Fin qui, a leggere bene queste definizioni,
bisogna “ringraziare” GARZANTI e DE MAURO, i quali – bontà loro –
riconoscono almeno che la “fossa” era per nascondere e
occultare i cadaveri non certo per dar loro adeguata sepoltura. Va
dato atto a ZINGARELLI di aver contestualizzato foiba meglio e
con più tempismo di altri. Alla solita definizione (opportuno qui il
riferimento iniziale a un termine consimile: «Tipo di dolina»),
ZINGARELLI ha aggiunto, a partire dall’edizione 1997, il significato
storico di foiba, evidenziando la parola al plurale: «Le
foibe: nel periodo dell’occupazione iugoslava di Trieste
(maggio-giugno 1945), fosse comuni per le vittime di rappresaglie
militari e assassinii politici». E prosegue, in senso estensivo:
«Il fenomeno degli eccidi e delle rappresaglie ad opera dei partigiani
comunisti iugoslavi nell’ultima fase della seconda Guerra mondiale e
subito dopo». Si poteva dire di più? Certo. Ma è già molto per un
vocabolario, soprattutto rispetto ad altri reticenti. turco (30/1/2009) La voce turco è nel
Vocabolario una delle più lunghe tra quelle relative ai nomi delle
popolazioni. Il fatto è che i turchi entrano in una varietà di
locuzioni e di modi di dire non sempre gratificanti, anche se cadono nel
luogo comune, nello stereotipo, come dicono i linguisti. Chi ha visto
cose turche inevitabilmente ne rimane scosso, e altrettanto
scosso (speriamo) dovrebbe rimanere chi si sentisse rimproverare di bestemmiare, o bere,
o fumare come un turco,
oppure di parlare turco. Anche giovani turchi (con
riferimento al partito nazionalista che giunse al potere in Turchia nel
1909), un complimento non è, stando a significare «l’ala estremista di
un partito» (Devoto-Oli). E poi abbiamo il bagno turco, il caffè alla turca, il
divano alla turca (l’ottomana), il gabinetto alla turca, il
granoturco (dove turco sta
per “proveniente da paesi lontani”) e il Gran Turco (per dire il
sultano dei Turchi), il modo di sedere alla turca (con le gambe
incrociate). C’è persino la testa di turco, nel senso di vittima,
capro espiatorio, perché una volta nei tiri a bersaglio delle fiere di
paese c’era “il turco”, un fantoccio con tanto di faccia nera e
turbante. I cavalli, turchi o non turchi, possono contare sul ferro
turco, a forma di mezzaluna. De Mauro aggiunge un accenno alla
musica turca, termine con il quale nel secolo XVIII si indicavano
quelle composizioni imitanti «la musica militare dei giannizzeri [le
guardie del Sultano], chiassosa e di struttura semplice». Tutti i
vocabolari registrano la variante arcaica tùrchio, che al
femminile ci dà curiosamente la tùrchia e le tùrchie. Una
bella forza, si potrebbe concludere, questa dei turchi e delle tante
cose turche (in senso buono), perché turco, dal turco türk,
giunto a noi attraverso l’arabo, significa proprio “forza”. Che dire?
Un augurio ai turchi: forza Turchia a entrare presto in Europa!
esplosivo
o esplodente
?
(30/9/2008)
postergare (29/8/2008) Deriva dall’espressione latina post tergum, in italiano semplicemente “dietro”, o “dietro il dorso”, “dietro le spalle” (post terga, scriveva il vecchio ZINGARELLI, declinando tergum al plurale). Dunque, alla lettera, postergare = “gettarsi qualcosa dietro le spalle”; in senso figurato: “trascurare, disprezzare, tenere in scarsa considerazione”. Ma anche, con riferimento a lettere o documenti, “annotare sul retro” . I vocabolari datano generalmente il termine alla prima metà del secolo XIV (1349). PALAZZI-FOLENA distingue: nel primo significato al 1349, nel secondo significato (quello “burocratico”) al 1970. Altrettanto recenti, o comunque meno vecchiotti del significato originario, ci sembra di poter classificare gli altri significati particolari che postergare è andato assumendo e dei quali non v’è traccia nei vecchi vocabolari. «Permutare, posporre nel grado i creditori ipotecari»: ZINGARELLI registra questo significato di postergare (similmente ad altri vocabolari) dall’undicesima edizione (1983). Dalla ristampa 2000 (dodicesima edizione) ZINGARELLI aggiunge un ulteriore significato: «Nel linguaggio bancario, posticipare, postdatare». In senso ugualmente “bancario” GARZANTI dà la definizione del participio passato (o aggettivo) postergato. Infine, a chi non bastasse postergare, DE MAURO suggerisce un sinonimo parimenti burocratico: attergare. I due verbi hanno la medesima coniugazione: io postergo (attergo), tu posterghi, egli posterga, ecc.
zoom (8/7/2008) Quest’anno si compiono sessant’anni da quando la Zoomar Inc. di New York mise in commercio il primo obiettivo zoom. Alcuni cineasti lo battezzarono “obiettivo di gomma” per le sue elasticità operative che lo facevano apparire come se appunto fosse fatto di gomma, anziché di vetro. In effetti lo zoom sembra contraddire le leggi ottiche poiché la sua lunghezza focale può variare entro limiti anche abbastanza ampi mantenendo costanti l’apertura relativa (e dunque il diametro delle lenti) e la messa a fuoco. Ma al di là delle connotazioni tecniche, lo zoom doveva portare una vera rivoluzione nel campo della ripresa cinematografica e televisiva attuando per la prima volta la “carrellata ottica”, ossia quel progressivo, e più o meno veloce, allontanarsi e avvicinarsi del soggetto come se la macchina fosse montata su un carrello. Si vide subito che le due “carrellate” avevano caratteristiche diverse e l’una non poteva sostituire l’altra. Ma lo zoom segnava il superamento dell’ottica fissa, con la conseguente possibilità di variare in modo continuo il campo di ripresa senza dover cambiare obiettivo o spostare la macchina. Costruito dapprima per il cinema professionale che lo accolse con una certa freddezza perché la resa dei primi esemplari non reggeva il confronto con gli obiettivi tradizionali, lo zoom invase ben presto – grazie ai giapponesi – il settore delle cineprese amatoriali, sconfinando con successo in quello delle fotocamere (il primo zoom per usi fotografici risale al 1959) e affermandosi poi definitivamente nei campi della cinematografia e della televisione quando la sua resa divenne uguale, se non superiore, a quella degli obiettivi a focale fissa. Oggi in pratica non c’è macchina da presa, cinematografica o televisiva, amatoriale o professionale, che non sia equipaggiata con uno zoom e tutte le immagini che vediamo, al cinema e in tv, “passano” attraverso lo zoom, diventato di uso corrente anche in fotografia. Fu, anzi è, vera gloria? Secondo alcuni cineasti della vecchia guardia lo zoom ha prodotto più guasti che benefici poiché molti operatori – dilettanti o professionisti – hanno finito per abusare di un mezzo espressivo che andava – andrebbe – usato con parsimonia. E invece in questi anni – complice anche la comodità di manovra (ormai tutti gli zoom sono motorizzati e la variazione del campo inquadrato avviene premendo un pulsante) – siamo stati costretti a sorbirci intere sequenze di zoomate avanti e indietro che provocano altrettanti vuoti di stomaco nello spettatore, per non parlare degli spot e dei videoclip dove l’effetto zoom si aggiunge ai tanti effettacci creati per “movimentare” l’immagine e far venire il mal di mare agli spettatori. Insomma, anche qui, il troppo stroppia. Sta al buonsenso e al rispetto per gli occhi altrui, da parte dell’operatore o del regista, usare lo zoom cum grano salis e soprattutto senza giocare con il movimento di va e vieni. Ci siamo dimenticati dei vocabolari?
No. Va detto che non ci convincono alcune spiegazioni più elaborate
sull’origine del nome zoom. Lo zoom si chiama così perché
fu progettato e costruito per la prima volta dalla Zoomar. Dovrebbe
bastare. Per il resto, in genere i vocabolari esaminati parlano di
«lunghezza (o distanza) focale variabile» e questo ci sembra
sufficiente. GARZANTI, DE MAURO, ZINGARELLI si soffermano su una delle
caratteristiche peculiari dello zoom, ossia la costanza della
messa a fuoco (in pratica del piano focale). Dimenticano, però, l’altra
peculiarità, forse più importante, e cioè la costanza del valore di
apertura relativa (in pratica il diaframma) che rimane lo stesso a
qualsiasi variazione della lunghezza focale. Unico appunto per
DEVOTO-OLI, il quale, dopo una definizione accettabile di zoom,
si perde in un «procedimento attuato sfruttando le possibilità della
macchina da presa», dove le “possibilità” della macchina da presa non
c’entrano per nulla. Per un “procedimento” come quello inteso da
Devoto-Oli («partendo da un’inquadratura totale, si stringe su un
particolare, portandolo in primo piano») si sfruttano, semmai, le
possibilità dello zoom. O del carrello. princisbecco, sbolognare (27/6/2008) Collodi scrive che il povero Pinocchio «rimase di princisbecco» nel sentire l’iniqua sentenza del giudice che lo condannava alla prigione. E chi non sarebbe rimasto di princisbecco nel vedersi condannato dopo essere stato derubato? L’espressione “rimanere di princisbecco” deriva dal fatto che la parola sta a indicare una lega simile all’oro costituita da rame, zinco e stagno. È normale che chi acquista un oggetto credendolo d’oro e poi scopre che è di princisbecco, rimanga male, deluso, di stucco, di sasso, anzi appunto di … princisbecco. Parola in tutti i vocabolari, concordi nello spiegarne l’origine: dal nome dell’inventore della lega, l’orologiaio inglese Christopher Pinchbeck (1670-1732). ZINGARELLI aggiunge: «con accostamento per etimologia popolare a principe e becco». Lo stesso vocabolario porta come esempio una citazione di Ippolito Nievo in cui lo scrittore usa l’espressione “rimanere di princisbecco”. Avrebbe potuto citare Collodi, il cui passo è forse più conosciuto. Un appunto va a DE MAURO, il quale pure registra princisbecco, ma, al contrario di altri, non dice nulla sul curioso modo di dire.Sbolognare è
collegato in certo qual modo a princisbecco perché i due
termini fanno entrambi riferimento all’oro…falso. Deriva da Bologna,
dove pare che in tempi antichi ma non tanto (il verbo è variamente
datato alla prima metà del secolo scorso) vi fosse la pessima usanza
di smerciare oro falso dandolo a intendere per vero. Quello che a
Napoli si direbbe “fare un pacco”. Ma vedete che altre città non
scherzano, anzi sono passate all’onore (si fa per dire) del
Vocabolario.
ciliegia (17/6/2008) La prima
cosa che i vocabolari dicono alla voce ciliegia è che anticamente
si chiamava ciriegia. SABATINI-COLETTI osserva che nella forma ciliegia, sviluppatasi a Firenze verso il Seicento, «la
r
passa a l probabilmente per facilitare la pronuncia del
dittongo seguente». Insomma per i fiorentini era più facile dire
ciliegia che ciriegia, e ciliegia è rimasta. Lo
stesso discorso è valido per ciriegio → ciliegio. La
parola viene dal latino parlato cerěsea(m), da cěrasus
“ciliegio”, a sua volta dal greco kérasos. È il caso di notare
che in molte regioni centromeridionali le ciliege sono tuttora
le cerase. Sul plurale i vocabolari sono d’accordo, registrando
sia ciliegie, sia ciliege (salvo DE FELICE-DURO che segue
la regola tradizionale secondo cui la i va mantenuta). GARZANTI
spiega perché «ormai si ammettono entrambe le forme». Una ciliegia
tira l’altra, la ciliegina sulla torta, sono i classici modi
di dire riportati dai vocabolari. DEVOTO-OLI aggiunge: «diventar
rosso come una ciliegia», cioè «arrossire vistosamente», e «l’amico
ciliegia», che si dice «accennando a persona nota per la sua
furbizia (con allusione scherzosa al baco che spesso si trova nel
frutto)». PALAZZI-FOLENA è il solo ad elencare vari tipi di ciliegia:
«acquaiola, amarena,
duracina, graffione, marasca, marchiana, moscatella, visciola». DEVOTO-OLI
cita le ciliegie duracine (ma ci sono
anche le tenerine). Tra i termini derivati, da ricordare ciliegino e
ciliegiolo. Il primo, abbastanza recente (anni
’90), sta a indicare la
varietà di «pomodoro ibrido, con frutti piccoli e rotondi in grappolo,
coltivato nelle regioni a clima mediterraneo». La definizione è di
ZINGARELLI, ma ciliegino è anche in GARZANTI e DEVOTO-OLI.
Ciliegiolo, invece, è in tutti i vocabolari, essendo parola più
vecchia (anticamente ciriegiolo) con quattro significati: come
aggettivo designa il colore rosso vivo proprio delle ciliegie; come
sostantivo sta indicare un liquore di ciliegie (altro liquore è il
cherry brandy
*,
mentre kirsch o kirschwasser è il
distillato) oppure un vitigno toscano da cui si produce un vino
particolarmente rosso, e infine una varietà di ciliegio, detto marasco (da cui le
marasche, da cui il maraschino).
DEVOTO-OLI registra due “curiosità”: ciliegiao, il venditore di
ciliegie, e ciliegiata, «dolce di ciliegie cotte con zucchero,
vino e aromi».
finanziera (25/4/2008) La migliore finanziera? Quella preparata da DE FELICE-DURO. Sentite qua: «Pietanza fatta di rigaglie e creste di pollo, animelle, funghi e tartufi tagliati in pezzi minuti, cotti nel burro con aggiunta di marsala o altri vini, e legati con farina: si usa per riempire e contornare flans, budini e vol-au-vent, per guarnire piatti di carni varie e soprattutto di pollame». “Ricetta” ottima e completa se non fosse per l’eccessivo tributo pagato alla lingua e alla cucina d’Oltralpe (passi vol-au-vent, ma almeno flans ci poteva essere risparmiato e sostituito con “sformati”). D’altronde va detto che finanziera viene dal francese financière, da finance “finanza”, e si chiama così «per la ricchezza del condimento» (SABATINI-COLETTI). Ma finanziera non è solo il «piatto tipico piemontese», come specifica DE MAURO, il quale aggiunge nella ricetta i fegatini e i sottaceti. È anche la «giacca a doppio petto, lunga quasi fino al ginocchio e aperta a spacco sul dietro, usata attualmente come abito maschile da cerimonia, ma nei secoli scorsi come abito elegante e da caccia» (DE FELICE-DURO), chiamata così «perché adoperata da banchieri e uomini di finanza» (ZINGARELLI). Per GARZANTI i sinonimi di questa finanziera sono: stiffelius, prefettizia, redingote. DE MAURO e DEVOTO-OLI attribuiscono a finanziera un ulteriore significato: «specie di gondola non rialzata alle estremità e senza felze». Il felze o felse (etimologia incerta) è la cabina di legno, smontabile, posta al centro della gondola per riparo dei passeggeri. In ultimo, ma non meno importante, abbiamo lasciato il finanziere, di cui la finanziera rappresenta la versione femminile e dunque, in questo senso, può essere tanto colei che si occupa di alta finanza (sia sotto l’aspetto teorico sia pratico), la banchiera, quanto un’appartenente al corpo della Guardia di Finanza.
dulciana ● terzina ● gregoriano italiano ● ranz des vaches ● tratto ● sequenza ● falsobordone ● gregoriano accompagnato? ● organo ●
dulciana (23/7/2010) Dulciana è un termine musicale che quasi tutti i dizionari riportano con almeno due accezioni. Nella prima accezione generalmente viene indicato uno strumento musicale a fiato in uso nel rinascimento e nell’età barocca, che può considerarsi il prototipo del fagotto. Nella seconda accezione viene definito un registro dell’organo che si chiama appunto “dulciana”. Purtroppo in questa seconda accezione del termine, i dizionari non sempre concordano. Non pare attendibile la definizione di Devoto-Oli: «Registro reale di flauti dolci», in quanto la dulciana non fa parte dei flauti ma piuttosto delle viole. Palazzi-Folena invece dice che la dulciana è un registro dell’organo «dal timbro che richiama il fagotto». Per convincersi che la definizione non calza, è sufficiente ascoltare un brano eseguito dal fagotto e poi lo stesso brano eseguito dalla dulciana. Anche De Felice-Duro afferma che la dulciana fa parte dei «registri di flauti dolci»; definizione che non corrisponde alla realtà in quanto il suono della dulciana è dolce quanto quello del flauto ma non fa parte di quella “famiglia” di registri. Zingarelli assicura che la dulciana «dà un suono più dolce del flauto»: ma non è accettabile quando afferma che si tratta di un registro dell’organo dal timbro che richiama il moderno fagotto. Anche la definizione di Sabatini-Coletti non pare corrisponda alla realtà, in quanto afferma che la dulciana, nell’organo moderno, è «un registro di flauti dolci». Dolce sì, ma flauto no. Garzanti limita l’uso della dulciana agli organi inglesi e spagnoli del secolo XVIII, mentre è un registro usato anche negli organi italiani moderni, collocato generalmente nel Grande Organo. Ottima la definizione del suono della dulciana: «Registro dal suono gradevole e pastoso». Si può dire che la dulciana è un registro simile a una viola da gamba, ma con un suono più rotondo e meno nasale. Quello della dulciana è un suono flebile e vago, al quale si addice un genere di musica piano, tranquillo, preferibilmente a più parti. Insomma, mentre il suono del flauto è un suono piccolo e poco incisivo che si presta bene per figurazioni rapide, il suono della dulciana è un suono dolce e violeggiante che si presta bene alla musica polifonica.
Emidio Papinutti
terzina (22/6/2010) Per terzina, in musica, s’intende la suddivisione di un valore di durata in tre parti uguali. Non è un mistero (tre in uno) ma semplicemente il riferimento a una figura musicale ritmata e alla sua esecuzione. Per specificare con un esempio, si può dire che un valore di un quarto (semiminima) dev’essere espresso ed interpretato con tre figure di mezzo quarto (tre crome) ma che quelle tre crome manterranno il valore di un quarto. La terzina si indica con il numero 3 collocato sopra o sotto il gruppo stesso. – Se queste parole possono sembrare di “color oscuro”, senza scomodarci a ricorrere a un metodo di teoria musicale, è sufficiente sfogliare i vocabolari della lingua italiana. La definizione più concisa di terzina ce la offre PALAZZI-FOLENA: «Figura ritmica basata sulla suddivisione in tre parti uguali di un valore di durata». La definizione più articolata e più esaustiva ci viene da DEVOTO-OLI: «Figura musicale costituita da un gruppo ternario di note: sostituisce il valore di due note (per esempio due crome) o di una sola nota (per esempio semiminima) senza alterarne la durata; viene indicata collocando un 3 sul gruppo ternario», dove il “sul” sta a significare “collocato sopra o sotto” il gruppo ternario. – Anche GARZANTI, pur nella sua brevità, è esaustivo: «Complesso di tre note di ugual valore che si esegue in un tempo corrispondente alla durata di due». Manca la precisazione che la terzina viene indicata con un 3 collocato sopra o sotto il gruppetto. Nella definizione che offre ZINGARELLI non si capisce bene l’inciso: «in un contesto a suddivisione ternaria», quando sembrerebbe più logico dire “in una suddivisione binaria”. Ineccepibile la definizione che ne dà SABATINI-COLETTI: «Gruppo di tre note che si eseguono nella medesima durata delle due dello stesso valore a cui sono sostituite; viene indicato con un 3 scritto sopra o sotto il gruppo ritmico stesso». E, per finire, citiamo la felice definizione di DE FELICE-DURO che, oltre alla definizione, presenta anche degli esempi: «Gruppo di tre note che vengono sostituite a due dello stesso valore, ma la cui durata complessiva nell’esecuzione non deve eccedere la durata normale di quelle due (per esempio, una terzina di crome avrà egualmente la durata di un quarto); nella scrittura musicale, è indicata dal numero 3 sovrapposto al gruppo delle tre note». Ad essere pignoli si potrebbe osservare che quel numero 3 può essere sovrapposto o sottoposto al gruppo.– Naturalmente il contrario di terzina è la duina, che GARZANTI definisce: «Coppia di note di uguale durata, da eseguirsi nello stesso tempo di tre note del medesimo valore».
Emidio Papinutti
Se il gregoriano canta italiano (4/12/2009) La gentile Diana Campogrande chiede un parere sulla
validità o meno del canto gregoriano tradotto dal latino in italiano
oppure composto ex novo in italiano. Il primo quesito non trova
concordi i gregorianisti: alcuni sono favorevoli, altri non vogliono
neppur sentirne parlare. Ma contro i fatti non serve discutere. E i
fatti sono questi: da secoli esistono traduzioni in italiano di canti
gregoriani. Già nel 1726 Giuseppe Ferdinando Bilancini ha pubblicato a
Roma i principali inni del Breviario tradotti in italiano “da cantarsi
sul medesimo tono che soglionsi cantare per le chiese in metro latino”.
Il ricercatore Severino Gori ha esaminato 330 repertori di canto
liturgico pubblicati in Italia: in 308 di questi repertori sono presenti
melodie gregoriane con il testo tradotto in italiano. Il poeta Gino
Facchin ha pubblicata la trasposizione ritmica melica di tutti i canti
gregoriani e dei più celebri mottetti classici dal latino in lingua
italiana. Bisogna riconoscere, però, anche le buone ragioni di coloro
che si oppongono a queste operazioni quando si tratti delle venerande
melodie dell’antico fondo gregoriano (classico), perché è un controsenso
cambiare il testo a una melodia creata per quel determinato testo
letterario. Ma quando si tratta di melodie composte su testi ritmici o
sillabici, non ci sono motivi per negarne la validità. Tutto sta nel
“come” il testo latino viene tradotto. Basti un solo esempio: l’inno
Tantum ergo sacramentum, viene tradotto e cantato nei più svariati
modi: Adoriamo il sacramento, oppure Questo grande sacramento,
e perfino Tanto dunque sacramento. Se una traduzione suona
ridicola, meglio conservare il latino.
ranz
des vaches
(30/10/2009)
Emidio Papinutti
tratto (20/10/2009)
Emidio Papinutti
sequenza (18/9/2009)
Tra i molti significati che i vocabolari danno a
questa parola ne prendiamo in esame uno solo: la sequenza
liturgica. DEVOTO-OLI ne offre una definizione esaustiva e
particolareggiata: «Canto liturgico di
origine medievale, che ha subìto nel tempo un’evoluzione parallela
a quella della forma poetica che l’accompagna: sequenza primitiva
(trasformazione di un melisma in canto sillabico, con inserimento di
un nuovo testo); sequenza di secondo tipo (componimento di
più strofe di due versi ciascuna sulla medesima melodia, che cambia
ad ogni strofa); sequenza del terzo tipo (simile all’inno,
con strofe di versi uguali, tutti sulla stessa melodia e con lo
stesso ritmo)». Troppo laconica e generica
la definizione che ne dà PALAZZI-FOLENA: «Forma
poetico-musicale del repertorio liturgico medievale».
Questa definizione, infatti, potrebbe applicarsi ad altre forme di
canto liturgico (inni, antifone ritmiche, ecc.). Esemplari i
musicisti medievali che, rispettando il patrimonio musicale
tramandato dalla Tradizione, hanno immesso nella liturgia nuove
creazioni letterarie e musicali, frutto della loro inventiva ed
espressione della loro fede. Si conoscono oltre cinquemila sequenze composte tra il IX e XIII secolo. Nei libri liturgici
anteriori al Concilio di Trento si trovano centocinquanta sequenze.
Papa san Pio V (nel 1570) le ha ridotte a cinque. Tuttavia gli
ordini religiosi e alcune chiese particolari conservarono i lori
Sequenziali e continuarono a celebrare le solennità col canto delle
proprie sequenze. Non pare esatta l’affermazione di DE MAURO,
secondo il quale le sequenze sarebbero state composte «su
precedenti melodie dell’alleluia della messa»,
in quanto molto sequenze sono originali sia nei testi come nella
melodia. Degni di arricchire la rubrica de Lo
Sciogliscilinguagnolo, nella sezione Voci rauche, sono
due dettagli ricavati da due vocabolari: SABATINI-COLETTI dice che
la sequenza «un tempo veniva cantata nella messa». Falso. La
sequenza viene cantata tuttora nella messa, sia pure in numero molto
ridotto. Infatti le sequenze presenti nel messale sono solamente
quattro: due obbligatorie (Pasqua e Pentecoste) e due facoltative
(Corpus Domini e Addolorata). Anche GARZANTI cade in errore quando
afferma che la sequenza «segue alcune volte l’alleluia o il tratto».
La sequenza adesso “precede” il canto dell’Alleluia.
SABATINI-COLETTI cita la «Sequenza dei defunti o Dies irae»
ma, purtroppo, questa sequenza non compare più nei libri liturgici.
falsobordone (o falso bordone) (8/5/2009)
Prima di riportare le definizioni che i vocabolari
danno a questo termine, può essere utile chiarire il significato
della parola falsobordone. Perché si chiama “falso”? In
origine (Inghilterra, sec XIV) il bordone consisteva in un canto
affidato alla voce grave, chiamata appunto bordone, cioè
bastone di sostegno, sopra la quale venivano sovrapposte altre due
voci alla distanza di intervalli di terza e di sesta. Dal 1430 in
Francia si cominciò a trasferire il canto dato (bordone) dalla voce
bassa alla voce superiore (più acuta) e il bordone fu chiamato
“falso”. I vocabolari logicamente insistono nello specificare che,
nel falsobordone, le voci aggiunte sono “inferiori” al canto dato.
Così DEVOTO-OLI: «Metodo di armonizzazione … consistente
nell’aggiunta di due voci, inferiori rispettivamente di una terza e
di una sesta, alla voce principale (tenor)»; PALAZZI-FOLENA:
«Pratica musicale in cui il cantus firmus è contrapposto a
due altre voci che procedono parallelamente alla quarta e alla sesta
inferiori». Mentre alcuni vocabolari si limitano a dare solo questa
spiegazione, altri riportano diversi significati che assume il
termine falsobordone. In Italia dal 1600, il francescano
Ludovico da Viadana cominciò a chiamare falsobordone lo stile di
cantare i salmi alternando versetti in gregoriano a versetti
eseguiti a più voci con cadenze in polifonia nel mezzo e alla fine.
Questo è l’uso attuale del termine “falsobordone” nella musica
liturgica. Così DEVOTO-OLI: «Pratica liturgica di canto salmodico
in cui si alternano versetti in gregoriano a frammenti armonizzati a
3 o 4 voci»; DE MAURO: «Modo di declamazione di salmi nel quale
passi monodici si alternano con passi polifonici»; ZINGARELLI:
«Tecnica tipica del salmo, per cui nel canto gregoriano si
inseriscono brevi frammenti polifonici»; GARZANTI riporta un altro
significato del termine falsobordone: «Salmo in cui le voci
improvvisano su un motivo ostinato dell’organo». ZINGARELLI ne
aggiunge un altro ancora: «Tecnica tipica del salmo, per cui
all’invariato suono dell’organo s’alterna il canto delle voci,
sempre soggetto a variazioni». Finalmente GARZANTI e ZINGARELLI
aggiungono un ulteriore significato di questo lemma: «Nell’armonia
moderna, successione per moto parallelo di accordi di terza e
sesta». Come si vede, l’evoluzione del linguaggio non ha mai fine.
Gregoriano, accompagnato o no? (24/2/2009) È un argomento che
si presta a lunghe disquisizioni. Argomento sempre di viva
attualità. Le diverse opinioni si risolvono in un compromesso. Tutti
d’accordo nel riconoscere che l’accompagnamento va contro la natura
della monodia gregoriana e che, per conseguenza, sarebbe preferibile
non “rovinarla” con armonizzazioni di sorta. Qualche purista
afferma addirittura che il canto gregoriano ripudia
l’accompagnamento strumentale. Infatti le melodie ci sono state
tramandate senza accompagnamento e i libri ufficiali seguono la
tradizione pubblicando le melodie prive di accompagnamento. Ma
ugualmente tutti sono d’accordo nel riconoscere che un buon
accompagnamento offre indiscutibili vantaggi di ordine pratico. Tra
le abbazie benedettine non si segue una pratica uniforme: in alcune
abbazie (tipo Solesmes) il canto gregoriano viene eseguito senza
accompagnamento, in altre (come a Subiaco) si preferisce
l’accompagnamento. A favore dell’accompagnamento ci sono argomenti
indiscutibili: nel Pontificio Istituto di musica sacra di Roma, per
ottenere il diploma in canto gregoriano è necessario superare un
esame di accompagnamento al canto gregoriano. Nei Conservatori
statali di musica esiste la cattedra di accompagnamento al canto
gregoriano. Si danno casi che il canto gregoriano venga
accompagnato anche da altri strumenti, oltre che dall’organo. Sono
famosi i concerti di canto gregoriano eseguiti da Maria Carta con
l’accompagnamento orchestrale di Luciano Michelini. A favore
dell’accompagnamento ci sta anche la storia, che assicura che nel
Medioevo si usavano strumenti vari per accompagnare la melodia
gregoriana. Più ancora depongono a favore le numerosi pubblicazioni
di accompagnamento a questo canto scritti da autori meritevoli di
tutto rispetto, quali Casimiri, Pagella, Migliavacca, Ernetti, Golin,
Susca e tanti altri. Il francese Henri Potiron ha pubblicato 4
volumi di accompagnamenti ai canti gregoriani più in uso. Forse si
potrebbe concludere che oggi l’uso comune è di accompagnare il canto
gregoriano, specialmente quando viene cantato dal popolo, mentre
l’esecuzione della pura melodia senza accompagnamento è riservata
generalmente a gruppi corali ristretti. *** organo (13/2/2009)
Facile sapere cosa è l’organo, meno facile
dare la definizione di questo strumento musicale. Al Congresso
internazionale di musica sacra, tenuto a Vienna nel 1954, è stata
ufficialmente accolta questa definizione: «L’organo è strumento
musicale ad aria fluente, fatta vibrare da un sistema di canne che
emettono note fondamentali ed armonici
*
artificiali, intrinsecamente inerti, ma componibili in sonorità
sintetiche di tono, timbro e intensità variabile». Definizione
ineccepibile, ma forse eccessivamente tecnica. In linguaggio
popolare si potrebbe dire che l’organo è uno strumento
musicale ad aria, il cui suono viene prodotto da canne regolate
dalla consolle. I vocabolari offrono l’idea generica dell’organo,
ma scivolano talvolta in dettagli meno precisi. Per esempio DE MAURO,
SABATINI-COLETTI, ZINGARELLI dicono che le canne dell’organo sono
«metalliche», e tralasciano di dire che ci sono delle canne di legno
e perfino di altre materie (vetro, bambù, alabastro ecc.);
ZINGARELLI ricorda solo le canne «verticali», mentre ci sono organi
con canne anche orizzontali; GARZANTI e DE MAURO dicono che il suono
viene prodotto immettendo aria «per mezzo di un mantice», quando
forse sarebbe più esatto dire “per mezzo di un somiere” (solo
DEVOTO-OLI tra i «congegni vari» dell’organo cita il somiere),
in quanto il mantice è il serbatoio dell’aria compressa e il
somiere ne è il distributore alle canne. A proposito della
particella pronominale “ne”, bisogna riconoscere che non ne è chiaro
il riferimento nella definizione di organo di PALAZZI-FOLENA,
secondo cui lo strumento è «dotato di canne metalliche di varia
lunghezza, che vengono fatte risuonare dall’aria immessa da un
mantice, in base al comando di una tastiera e di una pedaliera che
ne determinano l’altezza». Non si capisce bene a chi si riferisca
quel “ne”: ovviamente non alle canne, né alla tastiera e alla
pedaliera, ma piuttosto al suono. DE FELICE-DURO è l’unico che
accenna all’uso liturgico dell’organo: «Usato soprattutto
nelle chiese, con impianto fisso, per esecuzione di musiche sacre».
Il Concilio Vaticano II, nel documento sulla Liturgia (art. 120),
esalta l’organo in questi termini: «Nella chiesa latina l’organo a
canne sia tenuto in grande onore: è lo strumento musicale
tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole
splendore ai riti della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a
Dio e alle cose celesti». Gli strumenti chiamati “organi
elettronici”, nei quali il suono non viene prodotto dall’aria,
sarebbe preferibile chiamarli “elettrofoni”.
* armonici, qui
sostantivo, sta per “suoni armonici” (Ndr). |
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